Posts Tagged ‘hard rock’

SAVANA FUNK, “BRING IN THE NEW” (BRUTTURE MODERNE / AUDIOGLOBE)

Terzo disco per il progetto portato avanti da Aldo Betto (chitarra), Blake C. S. Franchetto (basso) e Youssef Ait Bouazza(batteria e percussioni), con l’apporto – pur se solo in alcuni degli otto pezzi presenti – della voce di Chris Costa, ed è la novità più importante rispetto a una formula che rimane comunque saldamente ancorata alla sola espressione strumentale.

La proposta resta quella evocata dal nome del progetto: una sorta di ‘funk da spazi aperti’, che parte dal consueto inesausto pulsare del basso, accompagnato da chitarre che, conservando anch’esse un sapore tipicamente seventies, lanciano flirt con l’hard rock, a volte andando a lambire territori prog o space, accennando derive psichedeliche o escursioni in territori blues; resta costante, sotto traccia, l’attitudine jazzistica per le svolte improvvise, né si rinuncia a una corposa componente etnica, tra spezie mediterranee, africane e caraibiche, fino a sfioramenti dub.

Il pasto è insomma ottimo e abbondante, le portate dense di sapori, per un disco che sa rivelare a ogni ascolto dettagli precedentemente sfuggiti.

ROPSTEN, “EERIE” (SEAHORSE RECORDINGS)

Nato nel 2011, il quartetto strumentale dei Ropsten, della provincia di Treviso, giunge al traguardo del primo lavoro sulla lunga distanza, dopo aver nel frattempo pubblicato due EP.

Come detto, si tratta di un gruppo dedito esclusivamente a composizioni strumentali, all’insegna di quello che qualche anno fa sarebbe stato etichettato come post-rock: un’etichetta per certi versi ‘di comodo’, un ‘ombrello’ al di sotto del quale col tempo si è finiti per mettere un po’ di tutto.

I Ropsten assemblano sette pezzi che veleggiano in territori largamente psichedelici, tra impressioni oniriche e siderali, momenti che sfiorano panorami d’incubo e frangenti più liquidi e dilatati.

Memori della lezione del ‘kraut rock’ degli anni ’70, ma anche della felice stagione dell’hard rock psichedelico degli Hawkwind, pronti qua e là a inserire momenti di ‘deriva’ dall’impronta quasi jazzistica; sprazzi di minimalismo.

“Eerie” nelle intenzioni manifeste della band vuole essere una riflessione sulle conseguenza della ‘degenerazione tecnologica’, una finestra spalancata su una ‘terra di confine’ tra uomo e macchina, prefigurando un mondo in cui la distinzione tra i due, anche a occhio nudo, si farà sempre più difficile.

Le atmosfere sono del resto il più delle volte plumbee, la sensazione di trovarsi sull’orlo di un baratro, di stare per addentrarsi in territori sconosciuti, per quanto a tratti si lasci comunque spazio a momenti più ariosi.

Un lavoro i cui tratti ‘vintage’ sono ripresi all’insegna di un’efficace modernità.

QUADROSONAR, “FUGA SUL PIANETA ROSSO” (PHONARCHIA DISCHI / LIBELLULA MUSIC)

La ‘fuga’ è ovviamente la metafora / allegoria dell’evasione da una realtà fatta di gabbie, sociali e psicologiche. Il disco d’esordio dei Quadrosonar, band toscana fondata da Francesco Thomas Ferretti e Salva La Bella, reduci da esperienze pregresse.

Inevitabilmente, nello snodarsi del viaggio s’incrociano i classici ‘grandi temi’: i rapporti col prossimo, piu o meno sentimentali, lo sguardo rivolto a un passato idealizzato, l’apatia social(e) che induce a preferire la minore complicazione dei rapporti virtuali rispetto a quelli reali, le ossessioni imposte da una società in perenne competizione, all’opposto la presa d’atto della propria irrilevanza; qua e là, parentesi dall’afflato più onirico, meno immediatamente ‘leggibili’.

Il quartetto toscano sceglie una formula sonora variegata: radici wave, frequenti derivazioni ‘sintetiche’ e a tratti ‘industriali’, qualche suggestione prog, escursioni dalla maggiore vena hard rock, sprazzi dominati da una maggiore vena cantautorale.

S’impone la marca vocale di Ferretti, dagli accenti talvolta ‘renghiani’, certo meno rivolta alla compostezza formale e più alla ‘comunicazione’.

Non tutto convince fino in fondo, si avverte forse la necessità di una più puntuale focalizzazione stilistica, ma le ‘carte in regola’ ci sono.

CARA CALMA, “SULLE PUNTE PER SEMBRARE GRANDI” (CLOUDHEAD RECORDS / PHONARCHIA DISCHI / LIBELLULA MUSIC)

Contraddizioni, travagli, frustrazioni nel passaggio all’età adulta a inizio 21°secolo: Cara Calma può sembrare un nome conciliante, ma assume quasi l’aspetto di un’invocazione, in mezzo a tempi di precarietà, sociale ed interiore.

Il quartetto di Brescia assembla nel proprio esordio m nove brani che compongono il classico ritratto di una generazione di trentenni apparentemente ferma in mezzo al guado, a tratti troppo tentata a guardarsi indietro e a vivere un’eterna adolescenza, incapace di costruire progetti a lungo termine, limitata da conti eternamente in rosso e da un contesto che non aiuta.

I suoni sono aggressivi, talvolta arrembanti, all’insegna di un ‘hard rock contemporaneo’ tra elementi post-hardcore e spezie metalliche, che non si ritrae dal dare spazio alla melodia, trovando momenti di quiete.

Produce Qqru degli Zen Circus; partecipano Nicola Manzan, ormai un’istituzione quando si tratta di violini e archi assortiti nella scena ‘alternativa’ italiana, Gianluca Bartolo de Il Pan del Diavolo e la cantautrice Ambra Marie.

FENRIVER, Δ EP – RIVERWEED, FULL MOON EP (NEW MODEL LABEL)

Raramente recensisco Ep: pur essendo talvolta efficaci ‘biglietti da visita’, più spesso finiscono per non esaurire le idee di band o singoli: magari si grida al miracolo per pochi pezzi, quando poi sulla lunga distanza non si regge, o all’opposto ci si accorge che un pugno di brani poco convincenti nascondeva invece ben più spiccate qualità.

Stavolta, tuttavia, mi sono trovato di fronte ai brevi lavori di due gruppi simili come suono e ispirazione e allora ho optato per i classici ‘due piccioni con una fava’.

Iniziamo dai Fenriver, che nel nome e nel titolo del disco, “Δ”, omaggiano le loro origini, appunto quelle del ‘delta’ del Po.

Quattro brani ariosi, arrembanti, con evidenti richiami al rock ‘alternativo’ dei ’90, da quello più conosciuto di Seattle (leggi alla voce: Soundgarden) a quello più di nicchia, con lo stoner rock di Kyuss e simili e ascendenze che ovviamente salgono su fino ai Black Sabbath , ‘padri putativi’ di entrambi, all’insegna di sonorità spesso ‘metalliche’, suggestioni psichedeliche, sprazzi hardcore, riuscendo ad essere efficaci anche quando si sceglie il cantato in italiano. Quattro brani non sono certamente sufficienti a dare la dimensione esatta di una band, si aspetta quindi una prova più ampia per una più compiuta impressione.

I Riverweed – anche qui casualmente c’è di mezzo un fiume – vengono da Sile (provincia di Treviso) e sono in due: Alessandro Cocchetto e Filippo Ceron: elemento distintivo, e non potrebbe essere altrimenti, vista la struttura, ridotta all’essenziale, è un suono compatto, per certi versi scarno: monolitico, talvolta ipnotico, ma allo stesso tempo granitico: la migliore qualità del duo, che riesce a produrre un volume sonoro degno di una formazione a più elementi.

I sei brani di “Full Moon”, cantati in inglese, affondano le radici nell’hard rock lisergico, denso e ruvido degli anni ’60 e ’70, ricordando magari band come i Blue Cheer, un blues trasfigurato attraverso una consistenza scabra e sonorità sabbiose, con una certa quota di acidità.

Il disco ovviamente risente anche di influenze più recenti, ascrivibili a certo indie / alternative rock degli anni ’90 e successivi, con qualche accento noise, climi ‘desertici’.

Lavoro nel complesso convincente, che lascia intatta la curiosità per una prova su una più lunga distanza.

ASYMMETRY, “TOMORROW’S INNER SPACE” (BLAP STUDIO / LIBELLULA DISCHI)

Un viaggio – o meglio, una discesa negli inferi – dell’umana alienazione: dopo vari cambi di formazione, tra entrate, uscite e ritorni, e un primo Ep, i milanesi Asymmetry scelgono per il loro disco di esordio di prendere la strada del concept album.

Definizione che porta dritto dritto agli anni ’70 e che porta a rievocare quegli anni non solo per l’idea di fondo di un disco ‘organico’, svolto all’insegna di un unico filo conduttore, ma anche per certe sensazioni sonore, allusioni all’età dell’oro dell’hard rock e del prog.

Non un disco ‘vintage’ o ‘passatista’, ma che per certi versi segue invece la strada già calcata da altri in anni più recenti, di far rivivere certe atmosfere attraverso un campionario di soluzioni più ‘attuale’e contemporaneo: i primi a venire in mente – anche per una vaga somiglianza vocale – sono i Muse, aggiungendo una spruzzata di certe ‘tortuosità’ dei System of a Down e un lieve sentore di uno sperimentalismo a là Radiohead, nomi peraltro citati come punti di riferimento dalla stessa band.

“Tomorrow’s Inner Space” ci mostra una giornata ordinaria di una persona che ha oltrepassato – forse in modo definitivo – i confini dell’isolamento e della reclusione rispetto al mondo esterno; l’anonimo protagonista vive le sue giornate all’insegna di un malessere dal quale appare ormai impossibile districarsi, ogni accennato tentativo di fuga vanificato dal prevalere di percezioni allucinanti e allucinate, che dominano un’esistenza claustrofobica.

Sensazioni che trovano una sorta di contraltare nei suoni: non che i nove brani inducano all’allegria e alla spensieratezza, ma nemmeno oppressivi fino in fondo: caratterizzati a tratti da aperture d’ispirazione ‘classica’ e da un alternarsi di parentesi ‘accese’ e dilatazioni all’insegna di un mood più malinconico che ossessionato, come se in fondo la band stessa assistesse impotente alla deriva del protagonista. In effetti poi in parte è proprio così, dato che lo stesso quartetto ha deciso, per evitare uno ‘scontro di personalità’, di creare per il disco un protagonista esterno, nel quale ogni componente ha travasato un po’ di sé, ma col quale nessuno si identifica fino in fondo.

METAPHORA, “IL RUMORE DELLA NEVE EP” (FENIX RECORDS)

Ep di esordio per questo giovane quartetto torinese, attivo già da qualche anno, nella forma attuale dal 2012.

Cinque brani caratterizzati dalla più classica ‘urgenza comunicativa’ giovanile, tra testi spesso volti ai sentimenti e a storie più o meno tormentate, qualche parentesi ‘esistenziale’, una fuga più ‘narrativa’, ambientata negli anni ’30; il tutto nella forma di un rock che per quanto ‘duro’ e colorato spesso e volentieri di tinte metal, non tralascia mai l’aspetto melodico della questione.

Il tratto distintivo finisce per essere l’interpretazione, decisa e grintosa, della vocalist Luana Barnabà, che forse non basta a evitare che sul disco si posi la pesante cappa del ‘già sentito’.

I Metaphora sono del resto all’inizio del loro percorso discografico e cinque pezzi nel bene e nel male non bastano per dare un giudizio compiuto sulle capacità della band: in controluce traspaiono certo delle potenzialità, una certa capacità di costruire un adeguato sostegno sonoro all’attitudine interpretativa della cantante; quello su cui c’è ancora da lavorare è uno stile più personale che permetta di sfruttare pienamente quelle possibilità.