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GASPARAZZO BANDABASTARDA, “PANE E MUSICA” (NEW MODEL LABEL / AUDIOGLOBE)

Giungono all’ottavo disco gli scavezzacollo della ‘Banda Bastarda‘ che in tempi complicati sembrano voler andare al ‘nocciolo’ alle cose iMportanti: “Pane e Musica”, appunto e tanto basta.

Lo fanno coi loro consueti modi scanzonati, ludici ma senza lasciare a casa l’impegno.

Un disco che ci riconsegna la solita scorribanda tra i generi: reggae, spezie balcaniche, la canzone popolare italiana, funk e calypso.

I sei musicisti che coprono lo Stivale, dalla Puglia all’Emilia passando per l’Abruzzo, omaggiano Scola e il calciatore antifascista Bruno Neri, scrivono odi alla ‘O’ (intesa come vocale) e alla ‘Patata’ (intesa come tubero, ma anche altro volendo) inni allo za’vov, un tributo al poeta curdo Hisam Allawi

Un disco solare e dai colori vivaci, che invita al movimento, coprendosi improvvisamente di nubi minacciose sul finale, quando il preoccupato sguardo sulla realtà quotidiana di casa nostra prende il sopravvento.

LOU SERIOL, “OCCITAN” (AUTOPRODOTTO / EGEA MUSIC)

Venticinque anni e passa di attività alle spalle, i Lou Seriol sono appena alla quarta uscita discografica: non ‘facile’, del resto, la scelta di esprimersi in occitano, lingua antica che, pur poco usata, sembra aver trovato nella musica uno dei principali canali di diffusione e mezzi per la propria sopravvivenza.

I dodici brani che compongono “Occitan” non si limitano però non solo e non tanto alla sola tradizione, al folk e alla canzone popolare, ma anzi, lanciano lo sguardo oltre, facendo tesoro di decenni di esperienze, e mostrando soprattutto le proprie influenze caraibiche, tra reggae e ska, dub e calypso, flirt col dancefloor, escursioni in territori blues e funk, qualche accenno rock, parentesi da jazz band: la formazione – base è di cinque elementi, ma nutritissimo il numero degli ospiti, con una strumentazione allargata ad includere archi e fiati, armonica e banjo.

L’esito è un disco variopinto, solare, all’insegna del più classico dei contrasti con la bramosità dei territori al confine tra Italia e Francia, che usa una lingua antica per parlare di questioni più che mai attuali, di libertà, giustizia e immigrazione e che in chiusura offre una rilettura arrembante di un classico come ‘Anarchy in the U.K.’

DANIELE CASTELLANI, “ARRIVEDERCI EMILIA” (NEW MODEL LABEL)

Dopo alcune esperienze in un paio di band, Daniele Castellani emiliano di Scandiano (RE) si cimenta col suo primo disco solista.

Sette pezzi (tra cui uno strumentale) scelti tra la produzione non troppo ampia di un autore che “scrive solo quando ha qualcosa da dire”, in cui prevale l’elemento biografico, tra ricordi d’infanzia, riflessioni su momenti di crescita, il progressivo mutamento del paesaggio (fisico, ma forse anche umano), le immancabili traversie sentimentali…

Lo sguardo appare disincantato, velato di un’ironia che sfiora il cinismo, sotto traccia forse un filo di rabbia, l’ombra di certi rimpianti e recriminazioni, con modi che a tratti possono ricordare Ivan Graziani.

Interessante l’aspetto sonoro della faccenda, all’insegna di un rock che cercando di evitare certe scelte ‘scontate’ (dopo tutto, siamo sempre in Emilia), finisce per rifugiarsi negli anni ’70 e nei primi ’80, tra vaghi richiami prog, allusioni psichedeliche, accenni reggae.

BUZZY LAO, “HULA” (INRI)

Disco d’esordio per questo cantautore torinese che si fa conoscere solo con lo pseudonimo di Buzzy Lao, varie esperienze alle spalle tra cui una lunga parentesi londinese, la consueta gavetta dal vivo, di supporto, tra gli altri, a Dente, Daniele Celona e Omar Pedrini, un singolo e un primo Ep all’attivo.

Ora, il primo tentativo sulla lunga distanza, coadiuvato da Fabio Rizzo (già al lavoro con Nicolò Carnesi e Pan del Diavolo); tredici brani (tra cui un breve strumentale) poco più di cinquanta minuti la durata, per un lavoro che affianca ad una tipica impronta cantautorale, suggestioni sonore che, partendo da una forte componente blues, ampliano l’orizzonte verso il soul, il folk, fino a lambire territori reggae e rock.

Un disco che assume i connotati, se non di una sorta di seduta di analisi, quelli di un tirare le somme, di un fare il punto della situazione su quanto compiuto e percorso fino ad ora, come a fotografare una fase della propria vita prima che questa si chiuda e una porta si apra sul prossimo futuro.

Riflessioni esistenziali, magari dominate da un clima di incertezza, tipico di chi si trova a metà di un guado, a cercare dentro di sé la forza per affrontare nuove sfide ‘di vita’, si uniscono alle classiche traversie sentimentali, tra amori ‘in corso’ e storie già concluse, con tutto il carico che portano con sé.

Buzzy Lao interpreta con varie coloriture emotive, alternando intensità e leggerezza e trovando nella sua chitarra Weissenborn una sorta di ‘seconda voce’, di contraltare sonoro dominante.

Un lavoro per certi versi un filo dispersivo che però mostra un cantante già abbastanza consapevole delle proprie potenzialità.

MERCURI, “PROGETTI PER IL FUTURO” (ADESIVADISCOGRAFICA / SELF)

Secondo lavoro sulla lunga distanza per Mercuri, che di nome fa Fabio, è nato a Lecce e ha risalito tutto lo stivale, prima sostando a Roma e poi giungendo a Milano; una strada affollata di incontri e collaborazioni fino al disco di esordio (targato 2009) e un successivo Ep (2012)… una ‘carriera’ quindi decisamente avviata e viene da pensare che il titolo “Progetti per il futuro” rappresenti un po’ la classica pausa nella quale si fa ‘il punto’ e più che a ciò che è già stato, si pensa a quello che sarà… lo stesso Mercuri osserva come tutto nasca in fondo dalla considerazione che molto del presente delle persone nasca proprio dallo sguardo verso il futuro, sia che si scelga di muoversi velocemente verso di esso (magari nell’ansia di raggiungerlo e lasciarselo alle spalle) che di restare fermi, rendendo l’immobilità la norma; in mezzo sta chi finisce per ondeggiare trai due stati, in una lotta tra la bicicletta e il divano, mentre scelte e condizioni restano sottoposte al caso e all’imprevedibilità che potrebbe portare la più ostinata immobilità a trasformarsi in una corsa a perdifiato, e viceversa. Mercuri del resto, deriva da Mercurio, e probabilmente non è un caso che l’autore si faccia ritrarre con l’elmo di Flash, moderna trasposizione fumettistica del mito della velocità…

Il dato autobiografico si scompone negli otto brani presenti come in un caleidoscopio di voci affidate a singoli personaggi, ragazzini che osservano il mondo adulto, barboni che al margine della società intuiscono lampi di universalità, persone che si perdono nei loro pensieri pensando al futuro più o meno prossimo mentre percorrono le autostrade in un’estate ormai agli sgoccioli; fughe reali o immaginarie dall’immobilità presente del divano di casa; chi fa i conti con un amore finito, chi con un’improvvisa ‘stabilità’ dopo una vita passata a viaggiare, chi si trova fuori posto e chi del trovarsi a posto ‘per forza’, ha fatto una scelta di vita. Personaggi fotografati in momenti particolari o nella quotidianità, accomunati dal fare i conti con ciò che è guardano a ciò guardando a prospettive future più o meno immediate.

Un saldo ancoraggio al filone cantautoriale italiano senza tuttavia ricordare esplicitamente nessun nome in particolare, suoni ascrivibili e a un pop di classe, colorato di venature new wave, vaghe allusioni reggae, spezie elettriche che danno movimento e dinamismo al tutto (Flash del resto non è decisamente un ‘sedentario’ da ritmi troppo rilassanti).

Un secondo lavoro convincente per un cantautore che desta interesse; da seguire.

RAPHAEL, “REGGAE SURVIVAL” (SUGAR KANE)

Giovane, ma avendo già maturato una certa esperienza (grazie ad un carriera cominciata prestissimo con gli Eazy Skankers), Raphael si sta affermando come uno dei maggiori esponenti del reggae italiano: “Reggae Survival”, il suo secondo full length offre la conferma di un autore sulla buona strada per superare i confini nazionali per assumere una dimensione internazionale.

Le dieci tracce del lavoro (includendo una versione dub del singolo Dread Inna Babylon), sono del resto state assemblate tra Italia, Stati Uniti e, naturalmente, Giamaica, col contributo delle sapienti mani dell’esperto Triston Palma, per una produzione dal sapore più che mai ‘globale’, così come internazionale è il cast di coloro che coi loro strumenti hanno accompagnato la voce di Raphael.

“Reggae Survival” (curioso come un giovane artista parli già di ‘sopravvivenza’) è un lavoro che ripercorre temi e stili del genere, tra orgoglio di appartenenza, aneliti di ribellione, omaggi alle proprie origini (Raphael, che di cognome fa Nkereuwem, è nato a Torino da madre italiana e padre nigeriano: un ‘italiano del terzo millennio’, insomma), canzoni di pace ma anche momenti più riflessivi, dedicati alla ricerca del proprio posto del mondo.

Spazio anche all’impegno, con l’inserimento di brevi intermezzi tratti dai discorsi dell’ex Presidente uruguaiano Mujica e della leggenda dell’afrobeat Fela Kuti.

Climi solari, umori compassati (ma non troppo) tipici del genere, per un disco che potrà piacere non solo agli appassionati.

GASPARAZZO BANDA BASTARDA, “FORASTICO” (NEW MODEL LABEL)

Arrivano al disco numero sei, i Gasparazzo: segno di come, pur tra intuibili difficoltà, sia ancora possibile portare avanti una ‘carriera’ lontano dai riflettori e dagli onori delle cronache, mossi più dalla passione che dalla fama, contando su un seguito ristretto ma fedele, più che sui ‘grandi numeri’, facili all’infatuazione e altrettanto rapidi nell’allontanamento…

A sintetizzare l’idea del resto stavolta arriva lo stesso titolo del disco: ‘Forastico”: ovvero un soggetto rude, non facile ai contatti umani non tanto per ostilità quanto per la propria indole selvatica… è così che forse i Gasparazzo hanno deciso di definirsi… confermando forse quell’epiteto autoimposto di ‘Banda Bastarda’ che accompagna il proprio nome.

Un filo ‘forastici’ i Gasparazzo lo sempre stati: non tanto perché i suoni siano particolarmente ruvidi o ‘respingenti’, quanto in un modo forse più ‘ideale’: sono ‘forastici’ perché – pur dando alla propria proposta un’impronta stilistica discretamente definita – non si accontentano di affidarsi sempre alla stessa formula, né all’interno dello stesso disco, né passando da un lavoro all’altro.

In questo caso, si fa in parte il punto della situazione, con una corposa componente live, a chiusura di due anni di concerti, aggiungendovi quattro brani originali.

I Gasparazzo riprendono il discorso portato avanti nei lavori precedenti: un mix di influenze ‘globali’ e tradizione anglossassone, stavolta orientato fortemente ai Caraibi, tra influenze reggae e rock steady, accenni ska e accenti rockabilly.

Il quintetto emiliano coglie però l’occasione anche per una più marcata ricerca delle proprie origini, in particolare quelle abruzzesi (non a caso, il termine ‘forastico’ sembra risalire proprio al centro Italia), inserendo ben quattro pezzi in dialetto, dando maggiore peso a una componente folk e di tradizione popolare che comunque ha fatto sempre parte del loro campionario sonoro, specie attraverso l’inserimento della fisarmonica nella propria struttura sonora.

Forastico è dunque il lavoro, che punta a non dare all’ascoltatore punti di riferimento troppo ‘rassicuranti’, forastici sono i personaggi che lo animano, tra improbabili pistoleri, innamorati più o meno disperati, banditi ottocenteschi e operai del secolo scorso, fino ai giorni nostri, in cui il ‘forastico’, di turno è un cuoco maghrebino, indurito dalle avversità della vita. Una galleria di personaggi nella quale il gruppo finisce per inserire anche sé stesso, con un paio di brani che appaiono autobiografici senza scadere troppo nell’autoreferenzialità.

Una chiosa autoreferenziale me la permette anch’io (dopo tutto, questo è pur sempre un blog, quindi un po’ di ‘affari propri’ ci possono stare ogni tanto)… Insomma, mi viene da pensare che passa il tempo, e i Gasparazzo ogni tanto tornare a fare capolino tra le mie recensioni: a conti fatti, questo è già il loro terzo disco che mi capita di recensire e insomma: fa piacere ogni tanto notare come ogni tanto c’è qualcuno che riesce a proseguire il proprio percorso, pur continuando a sfuggire ai radar della discografia mainstream.