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LE PICCOLE MORTI, “VOL.1” (NEW MODEL LABEL / AUDIOGLOBE)

Attivi in fase embrionale dal 2010, due dischi sfornati a nome Old Scatchiness, i cinque componenti de Le Piccole Morti aprono una nuova fase della loro biografia sonora con questi cinque brani.

Definiscono la loro proposta ‘Noir Rock’, che nei fatti finisce per essere un nuovo modo di catalogare ciò che si radica nel filone dell’alternativo italiano più o meno recente, dai primi Litfiba agli Afterhours, passando per i Timoria: ricorre un’atmosfera plumbea, dai tratti decadenti con qualche suggestione gotica, a definire rapporti sentimentali e con sé stessi sempre travagliati. Si gioca la carta del ‘non detto’, con testi che accennano al flusso di coscienza, un affastellarsi di pensieri.

Si parte con la wave, si prosegue con ardori che sfiorano il metal, si conclude con una vena cantautorale che ricorda gli Afterhours. I tentativi di ‘articolare’, inserendo qualche elemento jazz restano soprattutto nelle intenzioni, o in certe atmosfere notturne.

Musicisti rodati, e si sente, avvertendosi anche la necessità di una maggiore focalizzazione stilistica.

ANDREA LORENZONI, “SENZA FIORI” (DIMORA RECORDS / NEW MODEL LABEL)

Secondo disco per il bolognese Andrea Lorenzoni, poeta oltre che cantante con un paio di pubblicazioni all’attivo.

A colpire, stupire per certi versi, è la varietà di un disco capace di cambiare ‘pelle’ in ognuno dei dieci pezzi: tra cantautorato, parentesi elettroniche che riecheggiano certo pop anni ’80, o all’insegna di maggiori dilatazioni, fino a sventagliate apertamente rock, con accenni grunge e qualche vaga allusione metal.

Il rischio di cadere nella ‘trappola’ di una serie di esercizi di stile finire a sé stessi è abilmente evitato, anche grazie a una sequenza che non rende troppo drastico il salto tra un’atmosfera e un’altra.

Testi spesso vagamente ermetici, giustapposizioni di pensieri, soliloqui, riflessioni su di sé, gli immancabili ‘sentimenti’ che però per una volta non sono dominanti.

“Senza fiori” è un disco di cantautorato atipico, in cui la musica è tutt’altro che secondaria rispetto alle parole, un lavoro che si stacca per suoni e temi dall’andazzo generale di troppa musica corrente italiana, ‘indie’ o meno.

MILDRED, “IL COLORE DEGLI INVERNI” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Secondo capitolo della biografia dei Mildred, quintetto proveniente dalla Sardegna, già questo degno di nota, viste le obbiettive difficoltà per chi vive sull’isola di far giungere la propria voce al di là del mare…

Dieci pezzi in cui fronte è l’impronta di certo alt.metal d’oltreoceano, mescolato a una ricorrente componente ‘sintetica’: l’esito è un continuo tira e molla, fatto di tensioni e rilassamenti, ‘stop and go’, rabbia anche urlata e parentesi più dimesse, anche all’interno dello stesso brano.

Un andamento sincopato che si accompagna a sonorità piene, con la matrice metal che, accompagnata alla componente elettronica, restituisce atmosfere post industriali, vagamente cyber.

La scrittura è immediata, arrembante, all’insegna di una classica urgenza comunicativa (in italiano) condita da qualche citazione (Benjamin Button, Figaro), il tutto al servizio del classico ‘noi contro il mondo intero’, nella ricerca di una propria realizzazione.

La confezione è comunque gradevole: i suoni si lasciano apprezzare, tecnica discreta così come la costruzione dei brani.

Giovani ‘metallari’ dei giorni nostri crescono.

NOSEXFOR,”NOSEXFOR” (AUTOPRODOTTO)

Un duo, quello formato dai vicentini Severo Cardone e Davide Tonin e dieci pezzi per un esordio che rappresenta una sorta di ‘valvola di sfogo’, di nuova strada rispetto alla collaborazione che già da tempo li lega nel portare avanti lo Shoegaze Studio.

Un lavoro che, rispondendo all’idea di ‘smuovere’ le acque, non poteva che essere immediato e viscerale.

Un muro sonoro memore, non a caso, dello shoegaze e del noise degli anni ’90, che si innalza e si estende fino a restituire suggestioni grunge e post e momenti esplicitamente metal.

Le parole sono quelle che spesso vengono dette in questi frangenti: un’osservazione cinica della realtà, tra precarietà lavorativa, una società che spesso ignora il merito, raffronti generazionali, tentativi di fuga, la ricerca del denaro e degli ‘oggetti’ fino alle più estreme conseguenze, il lento spegnimento delle città di provincia; dal lato interiore, la difficoltà dei rapporti con gli altri e spesso con sé stessi, la pervasività dei social network e l’esortazione a conservare la propria individualità; in mezzo, un omaggio alla hendrixiana ‘Voodoo Child’.

Un lavoro diretto, suoni che colpiscono duro e parole che vanno dritte al punto.

“CHRIS AGNOLETTO” (INLOOP MUSIC)

La necessità di comunicare è alla base di ogni forma d’arte; talvolta, questa necessità diventa un’urgenza, quasi un’ansia, che finisce per travolgere tutto, con esiti imprevedibili.

L’esordio solista di Chris Agnoletto, un passato ‘metal’, esperienze nei Motorbreath e nei Mantra, un’attività parallela di poeta e scrittore con un libro pubblicato all’attivo, appartiene a quest’ultima categoria.

Non è facile parlare di un disco che, più di altri, appare privo di filtri, interamente votato appunto all’ansia di ‘dire tutto’; che non sia un disco ‘come gli altri’ lo si capisce subito: balzano all’occhio la durata insolita – 70 minuti – e il numero di brani, 14 (contando la conclusiva, poco più di un ‘outro’) per una media di cinque minuti a pezzo.

L’ascolto conferma che Agnoletto si è voluto prendere tutto il tempo, sia nel complesso del disco, che nei singoli brani, per snocciolare tutto ciò che gli ‘rodeva’ dentro: siamo di fronte quasi a uno sfogatoio: dall’incipit ‘Sono ancora qui’ (cui si aggiunge, più avanti, ‘Sopravvivere controvento’ ) presa di posizione e affermazione orgogliosa della propria coerenza, fino alla chiusura di ‘Your life is in your hands’ sorta di inno – esortazione a mantenere sempre il controllo della propria vita, passando per vari attacchi al mondo circostante, alla superficialità dei ‘valori’ imposti dalla società (titoli come ‘Basta così’ e ‘Il mondo è morto’ non hanno bisogno di troppe spiegazioni), ma inserendo anche omaggi commossi a chi non c’è più (‘Canzone per un amico’) o il racconto di una storia d’amore (‘Carlo e Sara’) che finisce per essere una sorta di oasi all’interno del caos.

Il tutto esposto con un cantato spesso ‘gridato’, che assume i contorni di una declamazione; una vocalità centrale cui fanno da contorno sonorità che tradiscono ascendenze new wave, con qualche reminiscenza metal, suoni curati da Alberto Masetto, principale compagno di strada dell’autore.

Non è un lavoro ‘facile’: più che per l’ascoltatore, che messo alla prova dalla complessiva lunghezza ‘extra large’, ma anche da quella dei singoli pezzi, può sempre interrompere l’ascolto, soprattutto per lo stesso Agnoletto: si sarebbe forse potuto accontentare di quale brano in meno, cercando magari più sintesi, per assemblare se vogliamo un lavoro più ‘conciliante’; ha scelto invece la strada più difficile e priva di compromessi (e probabilmente non poteva essere altrimenti, visto che lui stesso nel lavoro afferma orgogliosamente il suo evitarli, i compromessi), con un disco spiazzante, a tratti quasi ‘respingente’; un’interpretazione ‘invasiva’ che può sembrare addirittura arrogante.

Un lavoro che ‘pretende’ di essere ascoltato, al punto di assumersi il rischio che chi sta ‘dall’altra parte’, si stufi e passi oltre. Resta da chiedersi se il rischio corso non sia stato troppo elevato e se non si sarebbe potuta cercare una migliore ‘sintesi’: intesa come brevità di esposizione, ma anche come via di mezzo tra ‘urgenza espressiva’ e ‘senso della misura’, senza che ciò avesse per forza voluto dire accettare dei compromessi.

MARTYR LUCIFER, “GAZING ALL THE FLOCKS” (SEAHORSE RECORDINGS)

Il nome dell’artefice del progetto dovrebbe già suggerire qualcosa: difficile immaginare che ‘Martyr Lucifer‘ (attivo con questo progetto ormai dal 2011) faccia reggae o indie-pop… siamo, lo si sarà immaginato, dalle parti del (almeno per me) ‘caro, vecchio metallo’, del quale secondo me non ce n’è mai abbastanza…

Martyr Lucifer si colloca in particolare in quel filone dark / gothic che dagli anni ’90 in poi è andato a ‘sciacquare i panni metallici’ nelle acque oscure generate da band come Sisters of Mercy o Fields of The Nephim.

Alfieri del genere furono, tra gli altri, i Paradise Lost e qui il cerchio si chiude, dato che uno dei compagni di strada di Martyr in quest’occasione è il batterista Adrian Erlandsson, già componente di quel gruppo.

Ispirato alla criptozoologia (lo studio degli animali più o meno leggendari), “Gazing all the flocks’ è un disco che ripercorre con efficacia strade già battute, all’insegna di una riuscita alternanza tra parentesi più tirate e momenti più rilassati, improvvise accelerazioni e parentesi di dolcezza, il ricorso frequente al doppio cantato maschile / femminile – a fianco di Lucifer l’ucraina Leìt – atmosfere e suggestioni a cavallo tra letteratura horror e mitologia, con un riferimento alla favola di Leda e del Cigno.

Melodia e ardore sonoro, voci ora decadenti ora angeliche, qualche grido e alcuni ‘ruggiti’; chitarre che puntano a creare un muro sonoro compatto, senza essere eccessivamente monolitiche e anzi a conferire dinamicità; gli immancabili synth e un po’ di elettronica a rafforzare certe impressioni ‘dark’ e vagamente ‘industrial’, la sezione ritmica ad addensare il tutto.

12 pezzi che possono piacere agli appassionati del genere, forse intrigare i più curiosi, forse col solo limite di brani che in qualche occasione si allungano un po’ troppo: il metal è genere dove spesso ci si fa ‘prendere la mano’…

CARA CALMA, “SULLE PUNTE PER SEMBRARE GRANDI” (CLOUDHEAD RECORDS / PHONARCHIA DISCHI / LIBELLULA MUSIC)

Contraddizioni, travagli, frustrazioni nel passaggio all’età adulta a inizio 21°secolo: Cara Calma può sembrare un nome conciliante, ma assume quasi l’aspetto di un’invocazione, in mezzo a tempi di precarietà, sociale ed interiore.

Il quartetto di Brescia assembla nel proprio esordio m nove brani che compongono il classico ritratto di una generazione di trentenni apparentemente ferma in mezzo al guado, a tratti troppo tentata a guardarsi indietro e a vivere un’eterna adolescenza, incapace di costruire progetti a lungo termine, limitata da conti eternamente in rosso e da un contesto che non aiuta.

I suoni sono aggressivi, talvolta arrembanti, all’insegna di un ‘hard rock contemporaneo’ tra elementi post-hardcore e spezie metalliche, che non si ritrae dal dare spazio alla melodia, trovando momenti di quiete.

Produce Qqru degli Zen Circus; partecipano Nicola Manzan, ormai un’istituzione quando si tratta di violini e archi assortiti nella scena ‘alternativa’ italiana, Gianluca Bartolo de Il Pan del Diavolo e la cantautrice Ambra Marie.