Archive for gennaio 2015

ALLA RICERCA DI UN PRESIDENTE

‘Sta storia dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica mi ha già ampiamente stufato: da Renzi, presunto ‘grande innovatore’ della politica italiana, ci si sarebbe potuti aspettare un atteggiamento diverso rispetto al passato, più esplicito e meno scontatamente ipocrita; invece, niente: per l’ennesima volta ci troviamo di fronte al solito giochino, ad uso e consumo dei giornali, alla consueta sfilza di nomi, ai ‘borsini’ dei supposti candidati che salgono e scendono…

Un’ipocrisia che si sta ripetendo uguale ed identica al passato, le vittime della quale, più o meno consapevoli, sono i cittadini, presi per i fondelli dalla classe politica: l’elezione del Presidente della Repubblica è, insomma, ‘cosa loro’, noi comuni mortali, più o meno interessati alla questione dobbiamo abbozzare, inermi. Certo, non sta scritto da nessuna parte che il popolo italiano debba essere portato a conoscenza dei ‘veri candidati’: ma è nei fatti che ormai la Presidenza della Repubblica non è solo un incarico onorario; la Presidenza Napolitano ha rappresentato un enorme salto di qualità, nel ruolo che il Presidente assume nella politica italiana: non siamo più di fronte ad un protagonismo popolare in stile Pertini, o ad esternazioni à la Cossiga; Napolitano ha fatto e disfatto Governi più o meno come gli è parso e piaciuto; non metto in discussione la buona fede, né la costituzionalità del suo comportamento, non faccio nemmeno polemica sul modo in cui ha trattato una formazione come M5S, la più votata alle ultime elezioni; tutto perfettamente valido e regolare, ma resta il fatto che a stabilire la strada intrapresa dai Governi italiani negli ultimi due anni sia stato praticamente solo lui.

Difficile pensare che il successore di Napolitano faccia un passo indietro: dubito – anche se Renzi credo lo desidererebbe fortemente – che chiunque venga eletto se ne resti lì buonino a firmare le leggi al Quirinale e a girare l’Italia tenendo i solisti discorsi… A fronte quindi, di un ruolo del Presidente della Repubblica uscito profondamente modificato dagli anni di Napolitano, credo che un coinvolgimento maggiore della cittadinanza sarebbe necessario: non dico che il Presidente dovrebbe essere scelto in base ai sondaggi, penso piuttosto che sia abbastanza misero che a pochi giorni dall’avvio delle elezioni non vi siano ancora candidati precisi; si dice che non si fanno i nomi ‘per non bruciarli’, si tengono le ‘carte coperte’ fino all’ultimo momento; ma scusate, sarebbe così scandaloso fare un nome dieci giorni prima e portarlo fino alle elezioni? O si ritiene di essere così deboli da non riuscire nemmeno a difenderlo? Evidetemente, quest’ultimo è il caso, visto pure cosa è successo con Prodi l’ultima volta.

Almeno bisogna dare atto al centrodestra di averlo fatto un nome, quello di Martino, candidato ‘di bandiera’ o meno, con zero possibilità di venire eletto, ma almeno è un nome; per il resto, il nulla o quasi: Salvini ha snocciolato una serie di nomi buttati lì a casaccio, tanto per buttarla in caciara; la ‘minoranza’ del PD, pronta all’altolà contro il ‘candidato del Nazareno’, è stata altrettanto incapace di offrire un’alternativa (così sono capaci tutti); certo, Civati ha pubblicamente sostenuto Prodi, ma non si mai capisce se Civati parli a titolo personale o quanta parte del PD rappresenti; il fatto è che la ‘minoranza del PD’ sembra costituita da un conglomerato di voci dissonanti (Bersani, Cuperlo, Fassina, Civati e via discorrendo), accomunate dal solo voler rompere le scatole a Renzi, ma prive di una prospettiva organica.

A malincuore devo sottolineare come persino i Cinque Stelle, che due anni fa con la scelta di Rodotà rischiarono seriamente di far saltare il banco, si sono ‘astenuti dalla lotta’, nascondendosi dietro a un timido ‘tanto i nomi che facciamo non vanno bene, quindi inutile farli’, togliendo ulteriormente spinta e forza a quel principio di ‘democrazia della Rete’, zoppicante e perfettibile quanto si vuole, ma che in fondo aveva rappresentato una delle novità più interessanti offerte dal MoVimento (piccolo excursus: mi chiedo se ad esempio organizzare certe primarie via Internet non sarebbe costato al PD meno soldi, ottenendo nel frattempo risultati più affidabili).

Inutili di certo, e anche abbastanza ridicole, sono le ‘consultazioni’ che Renzi porterà avanti nei prossimi giorni: è il solito suo ‘modus operandi’: faccio finta di ascoltare tutti, ma poi mi faccio i ca**i miei; ‘ca**i’ condivisi, in questa come in altre occasioni, con Berlusconi: alla fine, il nuovo Presidente della Repubblica sarà deciso da due ‘giganti’ del calibro di Renzi e Berlusconi, cui andrà appresso l’intera, infima, classe politica italiana, composta da parlamentari nominati e non eletti da nessuno: già questo basterà a privare di autorevolezza qualsiasi scelta verrà compiuta, fosse perfino un individuo indiscutibile come Muti, Rubbia, Carandini o Settis.

Non mi esercito nella tiritera sui nomi: personalmente ritengo che l’unico che andrebbe bene un po’ a tutti – PD maggioranza e minoranza, Berlusconi, perfino buona parte di M5S – sarebbe Grasso; agli altri, per me pari sono, con l’eccezione di Amato che riterrei una iattura e un’ammissione definitiva di sconfitta da parte dei politici della ‘II Repubblica’, nei confronti del vecchio status quo socialista / democristiano.

A quel punto davvero meglio scegliere tra Magalli, beniamino del pubblico televisivo e Rocco Siffredi, che tanto ha innalzato il vessillo dell’Italia anche all’estero… oppure, rivolgersi direttamente ai poteri criminali che spesso in Italia contano molto più della politica e quindi prendere in considerazione un ‘Cecato’ Carminati o un Messina Denaro.

LA LINEA DEL PANE, “UTOPIA DI UN’AUTOPSIA” (QB MUSIC)

Esordio sulla lunga distanza per questo trio milanese, capitanato da Teo Manzo, cantante, autore dei testi, chitarrista; con lui Marco Citrini e Kevin Avery a costituire la sezione ritmica di una strumentazione essenziale, cui si aggiunge, episodicamente, il violino di Martino Pellegrini.

“Utopia di un’autopsia”: un gioco di parole per un lavoro che molto ‘gioca’: non tanto con i suoni o con le parole, quanto con le idee, le sensazioni, le suggestioni, le impressioni.

Gli undici brani presenti (più la ‘ghost track’ finale)costituiscono una galleria di storie e personaggi, di ambientazioni in un ‘altrove’, spaziale o temporale, difficilmente inquadrabile (ad eccezione di Occhi di vetro, esplicitamente ambientata a Parigi) forse non così lontano da noi, ma comunque separato dal ‘qui ed ora’, seppure magari solo da un lieve velo onirico.

La scrittura è frammentata, procede per narrazioni non lineari, scene giustapposte, stralci di pensieri, brandelli di riflessioni, all’insegna di un’ellissi che alla fine non spiega, apparendo piuttosto lasciare all’ascoltatore il compito di riempirla col proprio ‘vissuto’, le proprie personali sensazioni.

Un’arma a doppio taglio, se si vuole, perché se da un lato il risultato è indubbiamente suggestivo, lirico a tratti, il rovescio della medaglia è quello di una dispersione di senso: si ha insomma l’impressione che i testi parlino di qualcosa volendo parlare d’altro, ma questo ‘altro’ non è alla fine così immediatamente comprensibile… un termine di paragone, con tutti i distinguo del caso, potrebbe essere il primo De Gregori.

Suoni all’insegna di una costante alternanza tra raccoglimento acustico e momenti in cui le chitarre costruiscono più solidi ‘muri elettrici’: ma “Utopia di un’autopsia” è in fondo un disco incentrato più sulle parole che non sui suoni, cui alla fine è affidata una funzione per lo più di semplice accompagnamento; la voce, più che interpretare, ‘narra’, e la ‘grana emotiva’ dei pezzi in parte ne risente. Elementi che, aggiunti alla lunghezza dei brani (raramente si scende sotto ai tre minuti, allungandosi a volte oltre i sette), rendono il lavoro un po’ troppo monolitico, a tratti un filo ripetitivo.

LIZZIWEIL, “IN VOLO SOPRA LA POLVERE” (PETIT NOIR)

Liza Minnelli + Simone Weil= Lizziweil, ovvero: l’identità ‘sonora’ dietro alla quale si cela la cantautrice e violoncellista piemontese Laura Vertamy. Minnelli + Weil, l’aspetto ludico e un filo da un lato, quello più ‘pensato’, riflessivo dall’altro…anche se forse, nei dodici brani di “In volo sopra la polvere” sembra prevalere il secondo.

Non è un disco ‘facilissimo’, quello di Lizziweil: non che il suo ascolto sia un arduo esercizio per ‘menti sopraffine’, ma insomma non è uno di quei dischi che puoi mettere lì, in sottofondo mentre fai altro: è un disco che richiede, che ‘pretende’ attenzione: con testi ‘intimi’, espressi con una malinconia vivida al confine con la rabbia, condita con un filo di amara ironia… Un disco ‘denso’, che parla di tanto e in modo non banale: al fondo c’è certo un sguardo verso il sé e verso il mondo, se vogliamo la critica di fondo ad una società poco ‘autentica’, alla necessità di ritrovare un’autenticità di vita, di gesti, di emozioni, magari un contatto più genuino con la natura; ma tutto questo è espresso con una scrittura mai banale: non ellittica od ermetica, intendiamoci, anzi, per certi versi molto piana ed immediata, intensa, ma comunque mai ‘facile’ ed arricchita da citazioni colte (dalla mitologia greca al “Mulino dei dodici corvi” di Preussler).

Il tutto espresso in una forma che, naturalmente deve molto alla più classica tradizione cantautorale italiana, ma all’insegna di un’attitudine ‘cameristica’; Lizziweil sceglie di imbracciare la chitarra e di occuparsi degli archi ‘di contorno’, lasciando spesso e volentieri il compito di curare il violoncello principale a Manuela Mondino; la strumentazione, essenzialissima, è tutta qui: giusto con l’occasionale aggiunta di un flauto, un charango, qualche percussione, all’insegna di un matrimonio, molto riuscito, tra un pop cantautorale elegante e musica ‘classica’.

“In volo sopra la polvere” è insomma un disco efficace nel suo impatto più immediato, nello stabilire un ‘contatto emotivo’ con l’ascoltatore; quanto nella sua profondità, nel ‘richiedere attenzione’ di cui parlavo all’inizio: un lavoro che per questo, riesce nell’intento di andare oltre un ascolto fugace.

FABRIZIO FRIGO AND THE FREEZERS, “DONSUSAI” (RUNNING DOG / AUDIOGLOBE)

Un disco allegro che… parla di morte: lo descrivono così, il loro esordio sulla lunga distanza, i Fabrizio Frigo And The Freezers: quintetto toscano i cui componenti si sono dati il medesimo cognome – Frigo, omaggiando un sesto ‘Frigo’, Fabrizio (vero o supposto) cantautore surrealista francese…

Al di là dei giochi, “Donsusai” è un riuscito esempio di pop elettronico che spesso e volentieri si diverte a flirtare con sonorità rock, non di rado ‘punk’: qualche tempo lo si sarebbe potuto far rientrare, per quanto un po’ a forza nel calderone dell’elettroclash…

I ritmi sono costantemente sostenuti: synt, chitarre e sezione ritmica non concedono un attimo di quiete, lungo i poco meno quaranta minuti di durata lungo cui si snodato i dieci brani presenti.

Ritmi sostenuti e spesso volentieri ossessivi: non a caso, visto che “Donsusai” è un disco in massima parte dedicata alle ossessioni del quotidiano contemporaneo, sui cui campeggia un vuoto di senso che appare travolgere tutto e tutti, contro cui nemmeno i proverbiali ‘sentimenti’ sembrano poter fare granché; così, anche il tanto condannato ‘stress’, il proverbiale ‘logorio della vita moderna’ diviene un’ancora di salvezza, una valvola di sfogo: sono ‘stressato dunque sono’… se non fosse che, “tutti questi affanni”, si è condannati a lasciare presto questo mondo, e allora forse è meglio e più rassicurante, lanciarsi nell’abbraccio rassicurante della noia… manifesto di una ‘generazione di (potenziali) fenomeni’ che appare essersi smarrita, perdendosi nello schermo di uno smartphone… tanto poi moriremo presto… Un disco che, appunto, parla di morte: fin dal primo brano, laddove si inneggia al godimento del giovedì, tanto il sabato si finirà per morire…

Fabrizio Frigo And The Freezers assemblano un disco efficace, per quanto non originalissimo e talvolta un filo ripetitivo nei suoni, in buona parte riuscito nel suo essere uno sguardo sarcastico sulle ossessioni quotidiane dei tempi attuali.

RIFLESSIONI

Gli spunti di riflessione su quello che è successo a Parigi sono tanti; la vignetta del “Charlie Hebdo” che ho postato potrebbe – in qualche caso – essere ritenuta offensiva, ma il punto è proprio questo: difendere la libertà di espressione, che sia essa informazione, satira, o quello che volete voi, quando ci si esprime in modo educato ed in punta di forchetta è troppo facile; non voglio tirare in ballo il solito motto di Voltaire, ma è un fatto che, vivaddio, in Occidente è sempre – o quasi – possibile esprimersi come si vuole: pensate alle prime pagine dell’italiano Vernacoliere, che prende di mira non solo la politica, ma anche il Papa o il Vaticano… pensate alle bordate sparate da certi quotidiani di destra o sinistra, e via dicendo… se poi qualcuno si sente offeso, può sempre ricorrere alla magistratura; pensate a certa satira che, anche a casa nostra, a volte prende di mira i dogmi della religione cattolica; può non piacere, essere ritenuta offensiva e volgare, ma di certo, non si è mai imbracciato un fucile andando a fare una strage nella sede di un giornale…

Non si può ‘limitarsi’: non si può dire in alcun modo ‘eh, però se la cercano’: siamo qui, la nostra cultura è questa; non è possibile stabilire dei paletti, solo perché qualcuno si sente offeso, perché se oggi cominciassimo con la satira, domani diventerebbe l’abbigliamento e dopodomani magari le donne che guidano… chiunque si può sentire offeso per qualsiasi cosa, ma ciò non è sufficiente a imbracciare un fucile; tantomeno è pensabile che si debbano mettere dei paletti alla qualsiasi cosa perché qualcuno si sente offeso… se qualcuno si sente offeso da certi aspetti della società in cui vive, ha varie strade:  protestare civilmente, creare un partito e vincere le elezioni per  cambiare le cose, oppure prendere armi e bagagli ed andarsene altrove, dove la satira religiosa non è ammessa, per esempio; ma romperci le palle per come siamo, quello che diciamo, quello che facciamo, come la pensiamo, proprio no. Tanto meno dovremmo sentirci in colpa noi, perché siamo quello che siamo.

Da parte dei rappresentanti delle comunità islamiche, c’è sempre il tenue distinguo: certo si condanna su tutta la linea – e ci mancherebbe pure – ma poi si fa notare, per quanto educatamente e sottovoce, che però per l’Islam certe cose sono offensive… saranno pure offensive, ma non si può ammettere come reazione le sparatorie e gli ammazzamenti… non basta più la condanna: da parte delle comunità islamiche è necessario isolare preventivamente le mele marce e denunciarle. Non so quanto si sia progrediti su questo punto; ho come l’impressione – ma posso sbagliare – che di strada ce ne sia ancora da fare parecchia… Mi chiedo, a proposito di quanto successo in Francia, quanti sapessero o almeno sospettassero: è impossibile che due – tre persone possano caricarsi di armi e preparare una cosa del genere senza che nessuno tra chi li circondava se ne sia accorto… oppure a circondarli erano solo persone che hanno partecipato all’organizzazione, e allora ci sarebbe veramente da preoccuparsi…

Ci sono atteggiamenti cui mi trovo di fronte ogni giorno che trovo francamente intollerabili, ma non ho mai imbracciato un fucile, per dire; poi i pazzi, le menti deboli e facilmente influenzabili ci saranno sempre; il problema nasce quando qualcuno se ne approfitta, facendo dell’islamizzazione dell’Europa e dell’imposizione di certe interpretazioni estreme del Corano un programma politico.
A lungo dopo l’11 settembre ho pensato che tutto dipendesse in ultima analisi dalla povertà e dalle differenze macroscopiche che ci sono nel mondo; ho continuato a ripetermi che se il mondo fosse più giusto, l’odio per chi ‘ha di più’ sarebbe meno diffuso e l’estremismo farebbe meno presa; col tempo però mi è venuto qualche dubbio e dopo ieri i dubbi aumentano: ragionando all’estremo, il World Trade Center poteva essere ritenuto il simbolo delle ingiustizie economiche del mondo; la sede del “Charlie Hebdo” è invece il simbolo della libertà di espressione; non è più uno scontro tra un Occidente opulento e una buona fetta del mondo povera; è diventata la guerra tra chi pensa che ognuno possa dire ciò che vuole e quelli che chi invece che tutti debbano parlare, pensare e comportarsi come dicono loro; il che è tutto un altro paio di maniche.

L’impressione, insomma, è che se anche ricchezza e benessere si diffondessero in quei luoghi del mondo dove l’islamismo radicale fa proseliti, la loro guerra non si fermerebbe comunque: troverebbero comunque un pretesto per attaccarci: oggi è la satira, domani diventerà la concezione della donna, dopodomani perfino le abitudini alimentari… Ho l’impressione che da quelle parti riuscirebbero a trovare qualche fanatico pronto a compiere una strage in un’enoteca in virtù del fatto che l’Islam proibisce gli alcolici.

Purtroppo credo bisogni entrare davvero nella logica di essere sotto attacco: dobbiamo guardarci intorno e capire che c’è in giro gente che non tollera il nostro modo di vivere e che ha come obbiettivo quello di imporci il loro con la violenza e con le armi, e agire di conseguenza.

Ieri quell’infame miserabile urlava per strada che “Charlie Hebdo è stato ucciso”: sappiano loro e tutti quelli come loro, che Charlie Hebdo è vivo più che mai e continuerà a vivere a lungo nel sacrosanto diritto che tutti qui abbiamo di dire e pensare ciò che vogliamo. Non pensino di poterci tappare la bocca.

# JE SUIS CHARLIE

R.I.P. PINO DANIELE (1955 – 2015)

Non sono mai stato un fan di Pino Daniele: l’unico ricordo biografico che in un qualche modo mi lega alla sua musica è ‘O scarrafone; all’epoca ero ai primi anni delle superiori, mi ricordo l’acquisto della mia prima ‘radiolina’ portatile e che quel brano allora veniva trasmesso a raffica dalle radio… ma è rimasto, in fondo, un caso isolato.

Certo, mi piace tanto Je sò pazzo’, anche per quel ‘non ci scassate u cazz”’ che, specie quando sei ragazzino, non puoi non accogliere con una sana ilarità, e questo mi porta a considerare come in fondo ci siano stati due Pino Daniele: il primo è quello, se vogliamo, della ‘sperimentazione’, del blues e del jazz mescolati con la canzone napoletana, spesso col dialetto; il secondo è quello che, dagli anni ’90 in poi, sembra aver progressivamente cessato la ricerca, pur non perdendo le sue influenze sonore, ma ‘accontentandosi’ se vogliamo di dedicarsi a quella canonica ‘musica leggera’ che da noi va per la maggiore, canzoni per lo più volte al sentimentale, con una ‘confezione’ che le rendeva brani adattissimi a scalare le classifiche… un Pino Daniele sempre più ‘sentimentale’ che non ricordava granché quello che ai tempi cantava “Masaniello è tornato…”

Ciò che più dispiace è che, per quanto amato ed osannato nella sua Napoli, Pino Daniele non sembra aver lasciato degli eredi: per trovare degli emuli, che cerchino di riprendere se non altro a livello ‘concettuale’ l’idea di mescolare la tradizione napoletana con altri generi, bisogna andare a cercare nel sottobosco: se vi capita, andatevei ad ascoltare The Gentlemen’s Agreement o ‘A 67; ma poi devo concludere che oggi se si sommano le parole ‘Napoli’ e ‘musica’, l’unico risultato di rilievo si chiama Gigi D’Alessio prodotto di un genere ‘neomelodico’ sempre imperante, quanto molesto; e allora forse, il vero rimpianto che lascia la scomparsa di Pino Daniele è quello di un’eredità (almeno quella della prima parte della sua carriera) che nessuno o ben pochi (probabilmente destinati a rimanere nell’ombra) hanno saputo raccogliere.