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TOTTI HA SMESSO. VIVA TOTTI!!!

Raramente mi commuovo per i fatti in sé; a commuovermi è invece la commozione altrui: insomma, a forza di vedere gente in lacrime, ieri pomeriggio i rubinetti li ho aperti un minimo anch’io… dev’essere dipeso da quella storia dei ‘neuroni specchio’ che ci portano a entrare in empatia col prossimo…

E’ stata una bella pagina finale, di un ultimo capitolo scritto indubbiamente male, per colpa di tutti i protagonisti: dello stesso Totti, con la poco tempestiva intervista dello scorso anno, accompagnata da quella – se possibile ancora più deleteria – della sua consorte; un copione proseguito con l’atteggiamento di Spalletti, certo dettato da questioni tecniche, ma abbastanza evidentemente caratterizzato dall’essersela ‘legata al dito’… tutto si sarebbe potuto gestire meglio, con beneficio di tutti, ma si sa, dopo tutto siamo a Roma…

Roma, appunto, e i romani; anzi, i romanisti: pubblico umorale, pronto a innalzare i giocatori sugli altari dell’idolatria e altrettanto rapido ad affossarli nel mare dell’ingratitudine; la vicenda sportiva e umana di Totti può essere riassunta proprio in questo rapporto che per una volta non è esagerato definire ‘di amore’ tra un ragazzo e la sua città; ieri pomeriggio nel silenzio dell’Olimpico è riecheggiato l’urlo di qualcuno che ha esclamato: “Te volemo bene!!!” e le parole conclusive di Totti sono state: “Vi amo”: ecco, per chi fa fatica a capire quello che ieri può essere sembrato uno psicodramma farsesco, di fronte ai tanti fatti, anche recenti, che di lacrime ne hanno fatte versare con molto più profonde e motivate ragioni altrove, quelle due frasi possono chiarire di più il concetto.

Come recitava ieri uno dei tanti striscioni, 25 anni passati nella stessa squadra e con la stessa maglia hanno rappresentato, è vero, per Totti la vittoria di una ‘battaglia’ contro il calcio moderno che raramente conosce un valore che vada oltre quello del denaro; resta però da vedere se tutto questo sia stato il risultato di una ‘battaglia’ realmente combattuta, o non sia derivato piuttosto da una serie di scelte, certo guidate dall’affetto, ma anche dalla necessità di continuare a ‘sentirsi amato’; si è detto tante volte che un Totti al Real Madrid avrebbe potuto vincere Champions League e palloni d’oro, ma la mia impressione è che alla fine Totti abbia scelto di restare, certo per amore dei tifosi e della maglia, ma anche per la profonda necessità di continuare a sentirsi amato, senza mai essere messo in discussione, sempre giustificato anche per quei gesti, che sono periodicamente tornati nel corso di quasi tutta la sua carriera, che continueranno a rappresentare macchie indelebili.
Brevemente: Totti è rimasto a Roma forse perché solo qui poteva essere Er Capitano, perché altrove sarebbe diventato uno dei tanti, specie in quel Real ‘galattico’ fatto di campioni.

‘Er Capitano’, appunto: un ruolo al quale era predestinato, grazie a un talento naturale coltivato con una disciplina ferrea che lo ha portato a 41 anni a poter ancora giocare alla pari con una bella fetta di gente più giovane di lui; ‘Capitano’ quindi, in virtù di una superiorità tecnica che in questi 25 anni a Roma non ha mai avuto seri concorrenti (forse l’unico a contendergli la palma di miglior giocatore della Roma, in questi 25 anni, è stato Batistuta, ma per un lasso di tempo decisamente breve); Totti è stato indiscutibilmente il miglior giocatore della Roma per almeno i primi 23 di questi 25 anni; la fascia è stata quindi ampiamente meritata; eppure, l’impressione è che Totti sia stato un capitano di molti ‘fatti concreti’ – gol, assist, giocate geniali – ma di troppe poche parole: a lui è mancata – opinione personale – la ‘stoffa del leader’; e così alla Roma, in questi anni, è spesso mancato un giocatore che nei momenti difficili scuotesse la squadra con gli sguardi e qualche parola; responsabilità che spesso, anche se non sempre, si è assunta De Rossi, non a caso da almeno un decennio battezzato ‘Capitan Futuro’… quel ‘futuro’, per inciso, è finalmente arrivato, anche se quasi a fine carriera.
Totti insomma sembra essersi fatto scudo delle sue giocate, come se avesse detto: “a regà, io segno e vi faccio segnare, non chiedetemi pure i discorsi…”, atteggiamento in fondo umanissimo e che però forse ha privato la Roma di qualcosa.

La superiorità tecnica di Totti è stata insomma tale da non poterlo mai mettere in discussione, anche se a volte forse sarebbe stato il caso… così come la stessa superiorità ha impedito che fossero stigmatizzati a dovere i ‘gesti’ di cui parlavo sopra: certo si è scusato, certo spesso si è trattato di ‘reazioni’ a continue provocazioni (derivate a loro volte dalla consapevolezza degli avversari che dai e dai a premere certi ‘nervi scoperti’, si sarebbe ottenuto il risultato voluto); a Roma talvolta a Totti si è perdonato troppo e troppo in fretta, ma si sa: l’amore è cieco e impedisce di vedere i difetti dell’amato.

I campioni, anche i Totti, passano; le squadre restano e io, pur unendomi al tributo più che mai dovuto e sentito, da tifoso romanista in fondo mi auguro che come ieri si è chiusa un’epoca – un altro striscione ieri affermava, più o meno “non piangere perché una storia è finita, sorridi perché l’hai vissuta” – che oggi se ne apra un’altra, caratterizzata magari da un’assenza di giocatori simbolo che ci faccia rimpiangere Totti, ma da qualche vittoria ‘pesante’ in più…

Ora è tutto finito: va dato atto a Totti di aver chiuso alla grande, parlando di ‘paura’; a pensarci fa certo paura pensare a una persona che a una quarantina d’anni, più o meno il 40 per cento della propria vita, ha sostanzialmente raggiunto ciò che era il suo obbiettivo; ‘dramma’ se vogliamo che accomuna tutti gli sportivi e che le distingue da scienziati, musicisti, scrittori, che continuano la propria attività per tutta la propria esistenza.
L’impressione è che Totti veramente stia pensando: “e mo’ che faccio?”; una domanda alla quale il probabile ruolo dirigenziale nella Roma non può certo costituire la risposta, se non a livello superficiale: a quella domanda serve rispondere con una ‘ragione di vita’ ben più profonda; credo che Totti ora abbia veramente bisogno di ‘staccare’ per almeno sei mesi.
E’ questa situazione che penso debba generare il maggiore rispetto, la maggiore comprensione, la maggiore empatia per Totti.
Non è il tributo popolare e mediatico di ieri che può fornire il vero sostegno: è piuttosto un più comune ‘appoggio quotidiano’, una volta spenti i riflettori, che accompagni Totti nel percorso, non facile, che lo possa portare a capire, come ha lucidamente ammesso lui stesso, cosa vuole ‘fare da grande’.

TAVECCHIO

Considerazioni sparse rispetto all’ultimo ‘caso’ riguardante il ‘capo’ del calcio italiano, ancora una volta vittima delle sue improvvide dichiarazioni: dopo i calciatori africani, è stata la volta di ebrei ed omosessuali.
1) QUESTIONE CULTURALE

Si può fare dichiarazioni razziste od omofobe, pur non ‘sentendosi’ razzisti ed omofobi? Probabilmente, si; mi spiego: la questione è culturale, soprattutto dell’ambiente in cui si è cresciuti. Tavecchio è razzista e non sa di esserlo, probabilmente… Le sue dichiarazioni ci parlano di una persona che a cuor leggero, se ne esce con certe battute, tanto poi, come lui stesso ha spiegato, ha portato avanti opere di beneficenza per l’Africa o ha appoggiato Israele in sede internazionale; nelle sue dichiarazioni sui gay, lui dice in sintesi, ‘nulla contro di loro, ma mi stiano lontani’.
Insomma: Tavecchio sembrerebbe non essere un razzista – nazista che punta all’obliterazioni di africani, omosessuali, o ebrei… Il suo è quello che potrebbe definirsi un ‘razzismo – paternalismo’, che vede le categorie di cui sopra come inferiori, malate o semplicemente caratterizzate da comportamenti ‘censurabili’ (quando parla di ‘ebreacci’). Insomma, gli africani ‘mangiano le banane’ perché sono sottosviluppati, dai gay ‘bisogna tenersi lontani’, etc… E’ un razzismo che deriva da una certa cultura ‘provinciale’, tipica di quelle comunità locali che vivono in modo ‘autosufficiente’, poco acculturate, poco avvezze all’incontro – e alla comprensione – di tutto ciò che in qualche modo ‘esula’ da una presunta ‘norma’.
Sono sicuro che Tavecchio quando dice certe cose è in perfetta buona fede: lui non si rende conto della gravità di quello che dice, perché sostanzialmente non pensa di essere un razzista: secondo il suo modo di vedere, probabilmente (le mie sono solo congetture), è perfettamente lecito considerare gli africani inferiori o i gay ‘anormali’, non è razzismo…
2) LA QUESTIONE DELL’INCARICO

Lasciamo per un attimo Tavecchio alle sue convinzioni: il problema non è ‘Tavecchio’ in sè… Il problema è che Tavecchio è arrivato a coprire una posizione del genere: ognuno alla fine può avere le sue convinzioni, per quanto sbagliate, fin quando non nuoce al prossimo. Il problema, è del tutto evidente, è che questa persona non può coprire il massimo ruolo di dirigente del calcio italiano: le sue dichiarazioni lo rendono del tutto inadatto al ruolo, fosse anche solo per la mera questione dell’immagine del calcio italiano all’estero, questione che altrimenti sarebbe ‘di secondo piano’, ma che nel mondo iperconnesso di oggi assume un ruolo predominante.
Ora il problema è anche un altro: in qualsiasi altra Nazione del Mondo, Tavecchio sarebbe stato fatto accomodare fuori dalla porta fin dalle dichiarazioni sui calciatori africani ‘che mangiano le banane’; qui, niente di tutto questo: un polverone estivo, e chi s’è visto s’è visto.
A questo punto, il danno è già stato fatto: non ci si può lamentare ora, quando già in precedenza a Tavecchio è stata fatta passar liscia; come minimo, si può pensare che avendola sfangata una volta, Tavecchio si senta autorizzato a parlare a ruota libera; oppure, peggio, Tavecchio sa benissimo di essere un intoccabile e di poter aprire la bocca e dire tutto quello che gli passa per la testa… Insomma: se per il ruolo del massimo esponente del calcio italiano non ci sono alternative a Tavecchio, siamo veramente messi male…

3) PERO’, LE INTERCETTAZIONI…

E’ del tutto evidente che in questa occasione c’è comunque un lato obbiettivamente inaccettabile: che la registrazione di una conversazione privata finisca su un sito Internet, mi pare sia un filo aberrante… Potremmo stare qui a parlare per ore dell’opportunità, dei rilievi penali, etc… Il pubblico ha diritto di sapere? Certo, per carità… ma ormai, diciamocela tutta, chi fosse Tavecchio già lo si era capito: non ci vuole un genio per immaginare che uno che fa certe uscite contro gli africani, abbia analoghi modi di pensare nei confronti di gay, ebrei, probabilmente anche rom e via dicendo… La pubblicazione di quell’intercettazione appare a dire il vero discretamente inutile… Non siamo di fronte a una persona riconosciuta unanimente come benemerita di cui improvvisamente si scopre un lato ‘oscuro’ (a quel punto, per quanto discutibile, la pubblicazione dell’intercettazione sarebbe stata in un certo modo ‘comprensibile’), siamo di fronte a una persona di cui erano già riconosciute alcune caratteristiche…
4) CERTO CHE PURE LUI…

Il fatto è che Tavecchio non sembra aver capito una cosa: se sei un personaggio pubblico, soprattutto se hai il ruolo che hai, all’interno dell’organizzazione del calcio, e soprattutto in Italia, devi evitare… Già t’è successo una volta, insisti? Il fatto di aver detto certe cose in privato non è nemmeno una scusante: in tempi di social network, comunicazione esasperata e quant’altro, sai benissimo (o dovresti saperlo) che anche una telefonata può comprometterti. Insomma, se copri un certo ruolo certe cose ti puoi permettere di pensarle, meno che mai di dirle, non solo in occasioni pubbliche, ma nemmeno al telefono…
Si può dire che Tavecchio non sia stato nemmeno tanto furbo, forse non rendendosi conto di cosa siano oggi la Rete e la comunicazione; oltre a dire certe cose ‘a cuor leggero’ (per i motivi che ho scritto sopra) non si cura nemmeno delle occasioni in cui le dice… Apre bocca e parla a ruota libera senza capire il mondo in cui viviamo.

5) CONCLUSIONE

Alla fine quindi, Tavecchio sembra inadeguato al ruolo non solo per quello che dice e che probabilmente pensa, ma anche perché non si rende conto del fatto che al giorno d’oggi, se hai un certo incarico, anche se certe cose le pensi, non ti puoi permetterle di dirle, mai o quasi; non in pubblico, non quando c’è di mezzo uno strumento di comunicazione elettronica… Puoi dirle solo in privato, ‘de visu’ a persone di cui ti fidi. Insomma anche se sei razzista, abbi l’accortezza di non farlo capire.

La conclusione finale, però, è un’altra: alla fine il problema non è nemmeno Tavecchio; al mondo il razzismo e l’ignoranza ci sono stati, ci sono e sempre ci saranno; il problema è come e per ‘merito’ di chi Tavecchio sia finito lì; ci sono persone che hanno eletto Tavecchio a quella carica; persone che probabilmente già lo conoscevano, e sapevano che sarebbe potuto cadere in certe situazioni… ciò nonostante, lo hanno comunque nominato.

Quindi, ancora peggio di Tavecchio, sono quelli che l’hanno messo dov’è.

CONTE, PROPRIO NO

Alla vigilia dei Mondiali del 2006, in un post sul mio blog di allora mi scagliavo contro Beppe Grillo che inneggiava, mi pare, al Ghana, in occasione della partita inaugurale della Nazionale italiana.

Oggi, a otto anni e passa di distanza mi ritrovo, purtroppo, costretto anche io a tifare contro la Nazionale. Il calcio italiano negli ultimi mesi ha offerto uno spettacolo indecoroso, avvilente, aggiungete voi gli aggettivi: alla luce degli ultimi avvenimenti, si può tranquillamente affermare che l’eliminazione dell’Italia dai Mondiali sia stata il meno.

In pochi giorni siamo stati costretti ad assistere prima all’elezione a capo della FIGC, e dunque del calcio italiano, di ‘quello dei calciatori africani che mangiavano le banane’ e – ancora peggio – delle ‘donne handicappate’; lo stesso che, da quanto ho letto in giro, in passato è stato anche protagonista di vicende giudiziarie di tipo economico – fiscale.

Non è nemmeno una questione di razzismo o sessismo: è che una persona che fa certe uscite senza curarsi delle conseguenze, è semplicemente inadeguato al ruolo, specie considerando che di fronte alle polemiche suscitate, non ha trovato nulla di meglio da dire se non paragonarsi all’assassino di Kennedy (che tra parentesi ancora oggi non si è ancora ben capito chi sia).

Non bastasse questo, alla guida della Nazionale è stato chiamato Antonio Conte; Antonio Conte non è solo quello preso universalmente in giro per i capelli posticci; né unicamente quello che davanti ai microfoni si presenta sempre con fare arrogante quando vince e con atteggiamento lamentoso quando perde; Conte, è soprattutto, quello che si è beccato una squalifica nell’ambito di un processo per partite truccate; e questo viene chiamato ad allenare la Nazionale? Ok, facciano pure, ma io stavolta passo.

Ogni tanto, nella vita, è bene anteporre al proprio interesse – in questo caso il tifo per la Nazionale – qualche ‘questione di principio’: per me in questo caso, la ‘questione di principio’ è quella di non ammettere che una persona che si è beccatA una squalifica di vari mesi (poi ampiamente ridotta, come d’uso in Italia) per una vicenda di partite truccate alleni la Nazionale… è un po’ come rifiutarsi di votare per quei partiti che portano inquisiti e condannati in Parlamento: ogni tanto bisogna recedere e rifiutare ogni tipo di connivenza.

Fino a quando sarà Antonio Conte ad allenarla, mi rifiuterò di tifare per la Nazionale; piuttosto, seguirò con più coinvolgimento l’Olanda, per la quale simpatizzo da tanto; del resto, non è scritto da nessuna parte che sia obbligatorio tifare per la Nazionale: se questa è l’espressioni di un calcio che – scusate il termine – fa vomitare, allora non tifare rappresenta una semplice scelta di coerenza personale.

FUORI

Scopo del gioco del calcio  è mettere la palla nella rete avversaria, evitando allo stesso tempo che l’avversario infili la palla nella tua rete.

La Nazionale italiana non si è mostrata in grado di riuscire a fare né la prima cosa – due reti segnate in tre partite – né la seconda, subendo tre reti in tre partite. Eliminazione matematicamente ineccepibile.

Ovviamente nemmeno io pensavo andasse così male, ma se non tiri in porta, non segni. Facendo i quattro punti che io avevo pronosticato, l’Italia si sarebbe qualificata: non si è riusciti a raggiungere nemmeno questo, a dire il vero abbastanza mediocre, obbiettivo.

L’Italia esce dal Mondiale al primo turno per la seconda volta consecutiva: per trovare analogo risultato bisogna risalire al 1962 – ’66: il calcio italiano sembra dunque tornato indietro di mezzo secolo.

Le avvisaglie c’erano tutte: facile fare la figura degli uccelli del malaugurio, ma io ero trai tanti a sostenere che affidare le sorti della Nazionale a Balotelli sarebbe stato un errore. Appunto; piccolo inciso: la Nazionale, nell’amichevole pre-mondiale con la Fluminense, schierando in avanti il tridente Cerci – Immobile – Insigne ha segnato cinque gol, come non accadeva da tempo; ciò avrebbe dovuto suggerire qualcosa a ‘qualcuno’… così non è stato…

Il ‘qualcuno’, naturalmente è Cesare Prandelli, che se ne torna a casa col suo calcio farraginoso, improduttivo, improntato ad unico e solo terminale offensivo, la quasi totale inaffidabilità del quale non la si scopre certo oggi. Tanti saluti a Prandelli ed al suo ‘codice etico’, e forse è una giusta legge del contrappasso, che nella partita che sancisce il suo fallimento, Prandelli abbia dovuto assistere ad uno dei suoi ‘protetti’ (quelli per il quale il ‘codice etico’ non vale) preso letteralmente a morsi da un avversario.

Assieme a Prandelli – gaudio e giubilo!!! – se ne va pure il Presidente della Federazione Abete, che per conto mio avrebbe dovuto liberare il posto già quattro anni fa, dopo il fallimento della scelta demenziale di richiamare Lippi…

Adesso speriamo in una nuova dirigenza e in un tecnico che sfrutti adeguatamente il materiale a disposizione: ce n’era – e tanto – anche trai convocati, solo che non si è stati in grado di usarlo efficientemente; il Mondiale se non altro ci ha fatto ‘scoprire’ Darmian e ci ha confermato il livello di Verratti; assieme a loro, i nomi sono tanti: Insigne, Immobile, Cerci, ma anche i non convocati Rossi, Florenzi, Destro, assieme a qualche ‘senatore’ ancora in grado di dare un contributo: Buffon finché gli andrà, De Rossi, Montolivo quando si riprenderà.  Il problema di fondo resta la scarsità di difensori, ma appunto per questo, allora è il caso di mettere su una Nazionale che sia in grado innanzitutto di segnare.

Speriamo che questo Mondiale insegni qualcosa: squadre come l’Olanda, la Francia, il Costarica, il Messico, la Germania e via discorrendo stanno lì ad insegnare, o meglio a ricordare una cosa: che nel calcio è importante, soprattutto, segnare. L’Italia non solo non ha segnato, ha pure tirato poco in porta, e questo è stato il  risultato.

Un’ultima considerazione: proprio nel giorno in cui l’Italia ha giocato il match decisivo del proprio Mondiale, in un’ospedale di Roma c’è un uomo in fin di vita per il solo fatto di essere andato a vedere una partita di calcio: la coincidenza dà da pensare, e porta a chiedersi se davvero un Paese dove il calcio porti anche  a questo meritasse di andare avanti…

MONDIALI IN ARRIVO

Beh, insomma, quasi ci siamo: da domani partirà una mesata in cui non si parlerà d’altro che di calcio (nel frattempo il mio televisore si è scassato…); si parlerà di calcio per la gioia dei pallonari e magari di Matteo Renzi & soci, che nel disinteresse generale potranno far passare di sottecchi qualche provvedimento poco gradito all’opinione pubblica… si parlerà solo di calcio anche per la ‘gioia’ di chi il calcio non lo sopporta… per tutti, facciamo un po’ d’ordine.

 

IL MONDIALE LO VINCIAMO NOI…

I Campionati partono con una sola, grande favorita: il Brasile gioca in casa, può contare su una rosa di prim’ordine e dovrà portare a termine la ‘sacra missione’ di vendicare l’onta subita 64 anni fa, quando il Mondiale in Brasile lo vinse l’Uruguay; due le controindicazioni: la possibilità che la troppa attesa e l’essere obbligati a vincere giochi qualche brutto scherzo ai campioni brasiliani, e la proverbiale insofferenza tattica di giocatori che, spesso costretti a limitare il proprio estro nelle formazioni europee in cui giocano, quando sono in nazionale puntano al divertimento e talvolta ad un cazzeggio un tantino supponente, che spesso gli ha giocato brutti scherzi.

A rompere le uova nel paniere ai padroni di casa ci proveranno i cugini argentini, guidati da un Messi che, rimasto a bocca asciutta nel Barcellona, punta finalmente a dare la propria impronta alla Nazionale e la Spagna, che punta ad una stratosferico poker Europeo – Mondiale – Europeo – Mondiale. Il gruppo delle pretendenti potrebbe essere completato dalla Germania, a patto che oltre alle indubbie capacità tecniche, mostri finalmente una solidità psicologica, spesso e volentieri venuta a mancare nei momenti topici degli ultimi anni (specie contro l’Italia).

 

NON SUCCEDE, MA SE SUCCEDE…

Il Mondiale è sempre stato vinto da una delle favorite della vigilia: tuttavia per la legge dei grandi numeri prima o poi dovrebbe arrivare una sorpresa; candidate a poter arrivare fino in fondo, o almeno a conquistarsi un posto tra le prime quattro, magari grazie ad incroci favorevoli negli ottavi e nei quarti possono essere: il Portogallo, nonostante un Cristiano Ronaldo un po’ acciaccato; l’Uruguay, già quarto quattro anni fa; il Belgio, che dopo anni di oblio sembra aver trovato una nuova generazione di campioni; la Svizzera, che ha giocato un girone eliminatorio di prim’ordine; a questo gruppo si potrebbe aggiungere la Colombia, se non fosse che nelle ultime settimane è stata falcidiata dagli infortuni, che l’hanno privata di alcuni dei suoi migliori giocatori.

 

…VEDIAMO CHE SUCCEDE…

Ci sono poi quelle formazioni che per un verso o per un altro non possono essere ignorate, ma le cui prospettive appaiono un tantino nebulose: l’Olanda sembra aver avuto la grande occasione quattro anni fa, arrivando in finale con la Spagna e stavolta non sembrerebbe in grado di ripetere l’impresa; la Francia è ampiamente rinnovata, all’inizio di quello che sembra un progetto destinato a produrre risultati sul più lungo termine; l’Inghilterra è la solita squadra che si cita sempre, ma su cui nessuno giocherebbe un euro.

 

LE SORPRESE

Personalmente terrei d’occhio la Bosnia-Erzegovina: una nazione che ha più o meno gli abitanti di Roma, con una storia drammatica e complicata, che arriva al Mondiale all’indomani di alluvioni che hanno ulteriormente fiaccato un sistema economico già precario…  insomma, la nazionale ha un’occasione storica per poter contribuire a rasserenare  e pacificare gli animi; oltretutto, può contare su giocatori di primo livello (Dzeko, Pjanic, Lulic)… il suo girone peraltro non appare complicato  (Argentina a parte, Iran e Nigeria sono avversari non proibitivi). Guardo con attenzione e simpatia al Giappone (che per la mia generazione è sempre sinonimo di “Arrivano i Superboys” e “Holly e Benji”), allenato dall’italiano Zaccheroni, che potrebbe non sfigurare. Il calcio africano è l’eterna promessa del futuro del pallone, ma finora ha mantenuto poco:  qualcosa potrebbe dirla la Costa d’Avorio di Drogba e Gervinho, (nel girone con la menomata Colombia, la Grecia e proprio il Giappone), ma butterei un occhio anche all’Algeria, anche se passare il turno alle spese di due  tra Belgio, Russia e Corea del Sud appare abbastanza improbabile.

 

NOI

L’Italia – ne ho già parlato qualche post addietro – ha limiti di gioco e caratteriali; abbiamo vinto dopo mesi quando – guarda caso – Balotelli non ha giocato (e questo dovrebbe dire qualcosa); siamo nel girone più ostico, con l’Inghilterra che sembra fin troppo snobbata e  con l’Uruguay di Cavani e soci che desta più di una preoccupazione;  per finire, la Costarica. Prevedo una vittoria, un pareggio e una sconfitta: quattro punti potrebbero non bastare per approdare agli ottavi; secondo me sarebbe già un successo superare il girone; tutto ciò che verrebbe dopo, visto anche il materiale a disposizione, è più che benvenuto.

NAZIONALE IN PARTENZA

IO E LA NAZIONALE

Non sono mai stato un grande fan della Nazionale: non è questione di scarso spirito patriottico – pallonaro, anzi forse è il contrario: sono gli Azzurri che non mi sono mai sembrati troppo ‘affezionati’. Le partite della Nazionale sono per lo più noiose: i giocatori sembrano sempre avere la testa da un’altra parte, alle sorti proprie o della squadra di appartenenza; nel corso delle qualificazioni ai grandi tornei giocano al risparmio, badando ad ottenere il massimo risultato col minimo sforzo: il che sarebbe anche una strategia efficace, se non fosse che di mezzo c’è il fatto che si rappresenta il calcio nazionale; poi arrivano quelle due – tre settimane estive in cui si fa sul serio, e allora i nostri si trasformano… il fatto è che prima di vederli scendere in campo, non sai mai quanto il gioco latitante  e  i giocatori svogliati   visti  fino a qualche giorno prima siano la reale espressione della condizione della squadra. Guardate la partita di ieri, emblematica: si gioca bene fino a segnare il golletto d’ordinanza, ci si ferma consci di aver svolto il minimo sindacale, e alla fine si prende la ‘sòla’, con un risultato che resterà negli annali della Nazionale del Lussemburgo; con tutte le scusanti del caso (giocatori sotto carico, incontro privo di qualsiasi interesse, utilizzato da Prandelli per fare ‘esperimenti’… ma sarà il caso di ‘sperimentare’ a dieci giorni dall’esordio nel Mondiale?), pareggiare col Lussemburgo, davvero non si può: ne va anche del rispetto per i tifosi che hanno stra-riempito lo stadio; è questo che mi dà fastidio. Il Brasile, per dirne una, incontra il Perù e gliene fa quattro, senza tanti problemi.

 

VIGILIA SCETTICA

La Nazionale parte circondata da un certo scetticismo: il gioco mostrato negli ultimi anni non è convincente, i risultati stanno a lì a confermarlo… spesso è successo che una Nazionale in cui pochi speravano, poi andasse meglio del previsto: quando lo scetticismo si è trasformato in aperta ostilità, allora sono arrivati i ‘botti’: nel 1982  e nel 2006 la Nazionale,  simbolo del calcio italiano marcio fino all’osso,  ha vinto il Mondiale; quattro anni fa, partita a tambur battente e a fanfare spiegate celebrando il ritorno del ‘salvatore della Patria’ Lippi, la Nazionale ha fatto la peggior figuraccia degli ultimi trent’anni.  Stavolta fanfare non ce ne sono, c’è però parecchio scetticismo, in gran parte motivato.

 

BALOTELLI-DIPENDENTI (E HO DETTO TUTTO).

L’ultima partita degna di nota  giocata dalla Nazionale italiana è stata la semifinale dell’Europeo di due anni fa, vinta contro la Germania: in quell’occasione, venne celebrata l’ascensione al cielo di Mario Balotelli,  il quale dopo la glorificazione si è convinto di essere un dio del calcio; da allora, il giocatore ha subito un’involuzione che è andata di pari passo con la sua spocchia… Balotelli è un discreto giocatore, con ottime potenzialità tarpate da una personalità irritante; se ne sta lì, a razzolare solitario nei pressi dell’area di rigore avversaria, attendendo che il pallone gli arrivi millimetrico sui piedi e pensando forse  che i difensori avversari dovrebbero fargli spazio. Prandelli comunque sembra aver più o meno esplicitamente chiuso ogni discorso: il terminale unico del gioco della Nazionale deve essere Balotelli. Annamo bene.

 

UNA ROSA COSI’ – COSI’

Il brutto è che alla fine Balotelli è comunque uno dei migliori elementi di una rosa non entusiasmante: l’ attacco punta tutto su di lui… per fortuna è stato convocato Immobile, che ha segnato venti e passa gol; per il resto, boh. Io Rossi l’avrei convocato, oppure direttamente non preso in considerazione dall’inizio: mi pare che quella nei suoi confronti sia stata un po’ una presa in giro; analogo discorso per Destro (e lo dico da romanista): un giocatore meno stanco degli altri (ha cominciato più tardi la stagione, causa infortunio), con una media-gol impressionante,  viene lasciato a casa. Centrocampo discreto: forse è il nostro miglior reparto, nonostante la mancanza di Montolivo. Difesa preoccupante: i giocatori delle Juventus vengono da un campionato massacrante; inoltre, ho qualche dubbio, perché sappiamo come ai difensori juventini in Italia sia consentito tutto o quasi, all’estero le cose vanno molto diversamente.

 

PRANDELLI: SE VOLEVA RENDERSI ANTIPATICO, CI E’ RIUSCITO

Partiamo da un presupposto: per allenare la Nazionale ed avere successo devi essere discretamente str***o; o all’opposto, talmente serafico e imperturbabile da non farti toccare da tutto quanto ti circonda quotidianamente… è una ‘vitaccia’ per certi aspetti, anche se il lauto stipendio fa si che il gioco valga ampiamente la candela; gli allenatori della Nazionale finiscono puntualmente per essere antipatici a tutti: se perdono, tutti rincarano la dose, se vincono, tutti si scordano di quanto detto cinque minuti prima e partono gli osanna. Prandelli è antipatico e irritante: all’inizio non era così, ma poi si è reso tale; ha assunto il figlio nello staff, autentico simbolo del nepotismo nazionale, giustificando tutto col fatto che ‘ è bravo’ (sarà pure bravo, ma resta un’iniziativa inopportuna); ha risposto in maniera piccata quando si è parlato del suo compenso (non sia mai, lesa maestà), e soprattutto si è inventato il famoso ‘codice etico’ che funziona un po’ alla ‘come gli pare a lui’; esempi: se Balotelli fa una stupidaggine, ci si passa sopra; se De Rossi commette una sciocchezza: codice etico, non ti convoco; se Destro in un gesto scomposto colpisce un avversario: codice etico, non ti convoco; se Chiellini sferra una gomitata in faccia ad un avversario: normale scontro di gioco. Gli esempi sono entrambi romanisti, io sono romanista, ma che devo dire? L’impressione è che se i giocatori fossero stati di altre squadre, il metro sarebbe stato lo stesso. La realtà è che Prandelli giustifica i giocatori che gli servono e  da cui non può prescindere: il che in fondo è anche un ragionamento giusto, ma allora evita di ergerti a ‘maestro di vita’ con un codice etico che ‘è mio e me lo gestisco io’.

 

CONCLUSIONI

Questa Nazionale mi piace poco; mi piace poco il suo giocatore – simbolo e apprezzo poco l’allenatore; non nutro grandi speranze, ma tutto può essere; nonostante tutto però, finirò anche stavolta a ritrovarmi con gli amici a gozzovigliare davanti alle partite… Il mio scetticismo magari mi farà patire meno eventuali sconfitte o meravigliarmi per eventuali risultati positivi, curioso di vedere come andrà a finire.

 

AVREI TANTO DA SCRIVERE…

Su Napolitano (un quasi novantenne che ormai in Italia fa e disfa come più gli aggrada);

su Letta e il suo ‘Governo’ (virgolette volute, visto che ancora nessuno ha capito in cosa il ‘governare’ di Letta consista);

su Epifani e il PD (che fanno la ‘faccia cattiva’, ma poi usano obbedir tacendo ai desiderata di Berlusconi);

su Berlusconi e il PDL (e chi sta meglio di loro?);

su Calderoli (il problema non è ciò che ha detto – dov’è la novità? – quanto il fatto che stia dove stia e che ‘qualcuno’ ce l’abbia messo, tra cui quelli che si sono taaanto scandalizzati);

sul ‘caso kazako’ (al netto dei diritti umani, delle ‘dietrologie petrolifere’, della figuraccia internazionale, alla fine Alfano li è restato e  il PD ha rimediato l’ennesima figuraccia);

su Boldrini e Miss Italia (si vedono donne meno vestite ad agosto nel centro di Roma, e comunque le concorrenti di Miss Italia parlano eccome e il problema spesso sta proprio lì);

su Zingaretti (che come idea nuova e geniale per risanare le casse della Regione Lazio ha proposto di… aumentare le tasse);

su Marino (per il quale pedonalizzare anche solo duecento metri dei Fori Imperiali sembra sia diventato un compito improbo);

sulle finte liti tra partiti e nei partiti, sceneggiate, recite  e commedie organizzate ad uso e consumo di una popolazione narcotizzata che ormai crede a tutto (e magari chi litiga sulle pagine dei giornali e nei programmi tv poi la sera va a cena insieme o si telefona facendosi grasse risate alle spallacce nostre)

sui ‘mezzi di (dis)informazione di massa, ben contenti di proporre tutto ciò alla popolazione… tanto tra poco di un mese comincia il campionato e la vergogna di calciatori venduti per decine di milioni di euro chi se la ricorda più?’;

tanto da scrivere (credo di non aver dimenticato nulla)… ma è estate e fa caldo, non mi va  e a dirla tutta mi pare pure una cosa inutile, parole destinate a perdersi nel flusso di miliardi della rete… a che serve? Preferisco parlare di cinema, musica, libri… temi più ‘alti’, insomma, rispetto alle miserie della classe dirigente. Però una riflessione voglio mettercela: una volta lo status di quelli che ‘dirigevano’ dipendeva almeno in parte dal benessere dei cittadini: oggi tutto sembra ribaltato, come se più stessero male i cittadini, più stessero bene loro. Fatevi una domanda: perché in Italia il P.I.L. e il reddito delle persone continuano a scendere, la disoccupazione aumenta, i servizi pubblici e sociali a peggiorare (o come massimo a non migliorare?) e allo stesso tempo il debito pubblico aumenta? Perché i soldi continuano ad essere usati per mantenere lo status sociale, le rendite economiche e di potere, il benessere delle cosiddette ‘classi dirigenti’ e di tutto quel sistema di caste, potentati, cricche e conventicole parassitarie che vi prospera attorno. Certo, alcuni ‘fanno finta di’: si dimezzano magari stipendi faraonici, che poi in valore assoluto restano tali… poche eccezioni, facilmente individuabili coloro che si calano i soldi sul serio, li restituiscono o magari in Parlamento propongono a tutti di rinunciarvi, venendo puntualmente presi a pernacchie dai rappresentanti della ‘strana maggioranza’ che non sono disposti a rinunciare ad un euro… vabbé, mi fermo qui… è estate e fa caldo… e comunque tra poco più di un mese ricomincia il campionato: coraggio, Letta, Alfano, Epifani, Renzi… e tutti gli altri: un piccolo sforzo e poi il calcio, la più potente arma di distrazione di massa sganciata sul popolo italiano, ricomincerà a dare i suoi effetti…