Archive for dicembre 2012

LA PLAYLIST DI DICEMBRE

Big Daddy Boy                        Daphné
The Way It is                           Nicole Atkins
Fancy Robots                         Justine Electra
Beautiful Son                           Peaking Life
Flower Lane                            Ducktails
Desired Lines                         Deer Hunter
Picth Blossom                        Eels
Invisible Man                        Breeders
Peep Show                              Miranda Sex Garden
Zeta Reticoli                          Meganoidi
Senza costume                       Cactus
Feathers cry in pillow wars              Superhumans
Golden city sunshine                         The Sound Platform
Orange Clouds                                        Plankton Wat
Dummy’s Boy                                         Pope On A Rope
Starman                                                   Cani Giganti

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IL PUNTO DELLA SITUAZIONE

Gli ultimi dieci giorni, a cavallo del Natale, sembrano aver delineato in linea di massima schieramenti e strategie. Certo viene da pensare che già dopo una settimana di vedere in tv Berlusconi, Monti, Casini e Bersani a colazione, pranzo e cena si è già stufi: la prospettiva di passare così i prossimi due mesi è nauseante. Ringraziamo inoltre Monti che ci ha rovinato le festività con le sue esternazioni: avrebbe benissimo potuto aspettare il 2 gennaio… Invece, no: ha parlato prima, dando la stura a commenti e prese di posizione dei quali nel corso delle feste si sentiva veramente poco il bisogno.

Veniamo, comunque, al punto della situazione: al momento si sono candidati Berlusconi, Monti, Bersani, Ingroia; restano le incognite del candidato del MoVimento 5 Stelle e della Lega.

BERLUSCONI. I sondaggi al momento gli danno ragione: nel PDL continua ad essere quello che prende più voti; ha ricompattato il partito (la finta scissione di La Russa-Meloni è una semplice trovata politica ‘di facciata’), ha perso alcuni ‘pezzi’, ma non c’è stata la frana che si temeva; complicato, al momento, ricostruire l’alleanza con la Lega. Obbiettivo: cercare di aver un 15 – 20 per cento di voti, al fine di potersi sedere al tavolo delle trattative per la formazione di un’eventuale ‘grande coalizione’ che sostenga, stavolta, un Governo politico e non ‘tecnico’.

MONTI. Si è presentato… anzi, no… anzi si: il non plus-ultra dell’ambiguità; al momento ha raccolto attorno a sé un’armata Brancaleone composta dal ‘solito’ Casini (per il quale ormai la parola di Monti sembra contare più di quella del Papa), il ‘desaparecido’ Fini, il collezionista di poltrone Montezemolo, alcuni transfughi di PD e PDL ‘alla ricerca dello scranno perduto’, più altri vari ed eventuali e alcuni dei suoi compagni di strada del Governo. L’obbiettivo di far collassare il PDL al momento sembra fallito; non si vede chi possa votarlo, visto che i ‘moderati’ verso cui lui teoricamente dovrebbe puntare, sono stati i più danneggiati dalla politica economica del suo Governo. Purtroppo però, può contare sull’appoggio di Banche e Vaticano, due entità che in Italia da sempre fanno il bello e il cattivo tempo… Poveri noi. E’ancora il candidato numero uno al Quirinale, al quale potrebbe ascendere, affidando la guida di un Governo di grande coalizione al suo ‘sodale’ Riccardi.

BERSANI. La sua situazione è identica a quella della Juventus in campionato: primo, con un cospicuo margine; le elezioni le può perdere solo lui. Le primarie per il candidato leader sono state un gigantesco ed efficace spot, molto meno quelle per i Parlamentari che, passate sostanzialmente inosservate, non hanno nemmeno provocato l’autogol che ci si poteva aspettare. L’alleanza con Vendola sembra solida: è l’unico che ha serie possibilità di guidare un Governo dalla chiara impronta politica.

LA LEGA. La strategia è quella di tornare alle origini, con un partito ‘geografico’ ed identitario, solo contro tutti: innanzitutto contro Monti, poi contro Bersani; in questo quadro si inserisce il costante smarcamento dal PDL guidato per l’ennesima volta da Berlusconi: Maroni non vuole certo rischiare di replicare le stesse scelte di Bossi. I sondaggi danno il partito in crescita, il travaso di voti verso Grillo potrebbe arrestarsi, la tendenza invertirsi. Il dubbio riguarda il candidato Premier: si parla di un’alleanza con Tremonti, ma Tremonti rappresenta comunque il passato recente… L’obbiettivo è quello di fare il pieno di voti al nord, facendo l’ago della bilancia al Senato; non da escludere in quel caso un possibile avvicinamento al PD.

Il MOVIMENTO CINQUE STELLE. Le ‘parlamentarie’ hanno costituito il primo, vero flop: hanno esposto il MoVimento al fuoco di fila delle critiche, non hanno convinto in fondo nemmeno militanti e simpatizzanti; il programma pubblicato nei giorni scorsi appare in larga parte condivisibile, ma a questo punto serve una nuova ‘spinta’: ci vuole – finalmente – un nome, una faccia, un curriculum per il candidato Premier; altrimenti il rischio è un calo progressivo dei consensi, a favore soprattutto di Lega e Ingroia.

INGROIA – MOVIMENTO ARANCIONE. Mollata la toga, si è candidato Premier col solito slogan ‘faraonico’ – elimineremo la Mafia – non trovando nulla di meglio che attaccare l’ex collega Grasso, ‘reo’ di essersi candidato col PD. Assieme al Movimento Arancione di De Magistris, rappresenta l’ennesimo tentativo, triste e anche abbastanza ridicolo, dei residuati bellici della Sinistra più a sinistra (con l’aggiunta di Di Pietro) di rimediare uno strapuntino in Parlamento; l’obbiettivo abbastanza evidente è quello di guadagnarsi i consensi di tutti coloro che negli ultimi anni sono scesi in piazza a più riprese, dai Girotondini al Popolo Viola, che nell’ultimo anno hanno guardato a Grillo: al momento il tentativo sembra in parte riuscire, ma c’è da dubitare che riesca effettivamente ad entrare in Parlamento (e da un certo punto di vista, c’è da sperare che ‘sta gente in Parlamento non ci entri proprio).

Per concludere: l’occasione d’oro ce l’ha Bersani; l’importante sarà ora giocarsi bene le carte e gestire il vantaggio: più che parlare astrattamente di alleanze post-elettorali del tutto ipotetiche, è meglio sfruttare il fatto che, per la prima volta da anni, a un centrosinistra tutto sommato compatto attorno all’alleanza PD – Sel, c’è un centrodestra frantumato e allo sbando. Fossi in Bersani, lascerei che Monti, Berlusconi e la Lega si massacrino allegramente tra di loro, andando invece dritto per la mia strada e basando la campagna elettorale su pochi, ma chiari concetti, sintesi e nessun giro di parole.
Il sistema elettorale sembra dare a PD e SEL una maggioranza tranquilla alla Camera; più difficili le cose al Senato, ed è per questo che è importante giocare sulla reciproca distruzione dell’altro schieramento, perché a forza di darsi addosso, magari qualche elettore affascinato da Monti, qualcun altro ancora disposto a dare credito a Berlusconi e perfino qualche leghista potrebbe cambiare idea ed essere maggiormente convinto dalla ‘solidità’ dell’alleanza PD-SEL. Non dovesse andare in porto un Governo PD-SEL (con l’aggiunta dell’ininfluente gruppetto di Tabacci e Donadi) la strada sarebbe  quella di una ‘grande coalizione’ con Monti al Quirinale (ma Monti al Quirinale secondo me ci andrà comunque, anche con un Esecutivo  PD-SEL), e un Governo a guida Riccardi o Passera.

BIANCO, “STORIA DEL FUTURO” (INRI)

“Nostalgina”, esordio risalente allo scorso, aveva fatto guadagnare ad Alberto Bianco i favori di critica e pubblico. Il cantautore torinese (di Moncalieri) torna ora con un secondo lavoro, in occasione del quale chiama ha chiamato a collaborare con lui un nutrito gruppo di ospiti, capitanati da Tommaso Cerasuolo (Perturbazione) e Gionata Mirai (Teatro degli Orrori).

Il risultato sono questi undici pezzi (più una ghost track, posta in coda), nei quali Bianco (come più semplicemente ha deciso di farsi chiamare nel corso della sua avventura artistica), si dedica a un indie pop venato di folk (con qualche parentesi più orientata al rock) dall’impronta fortemente cantautorale.

Sospeso tra raccoglimento, ritmi lenti, quasi dilatati, dalle tinte vagamente crepuscolari o all’apposto pronto ad aprirsi in momenti di brillante luminosità dall’appeal quasi radiofonico, “Storia del futuro” trova una parallela molteplicità di sensazione sotto il profilo strettamente sonoro, grazie all’ampia gamma della strumentazione: banjo, contrabbasso, archi e fiati si affiancano alle immancabili chitarre e sezione ritmica, con pianto e synth ad accrescere ulteriormente lo spessore sonoro.

Testi che ondeggiano tra l’amore, con le sue tenerezze e le sue complicazioni e l’introspezione, con uno sguardo sul se ora amaro, ora disincantato, ma sempre sul filo di una vaga ironia. Fulminato, Quasi vivo e Morto costituiscono una tripletta che probabilmente non è stata messa in sequenza per non dare l’idea di una progressione voluta, tuttavia metterle in correlazione l’una con l’altra, risulta quasi immediato, mentre La strada tra la Terra e il Sole, pur riportando al repertorio di Moltheni, è comunque dotata di una sua potente personalità, che la rende forse il miglior brando del disco.

Bianco ha battezzato il suo secondo disco “Storia del futuro” (come una delle tracce che lo compongono): nell’ascoltarlo tuttavia, l’impressione è che di futuro davanti ne abbia parecchio e che di storia da scrivere ce ne sia ancora parecchia.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY

INVERS, “DAL PEGGIORE DEI TUOI FIGLI” (VINA RECORDS)

Disco d’esordio per gli Invers, quartetto proveniente da Biella; la formula, in parte, è quella ascrivibile a band di maggiore successo come Il Teatro degli Orrori: liriche incendiarie declamate – più che cantate – che si stagliano su una componente sonora che attualizza certe sonorità eighties, punk e post: c’è già chi l’ha battezzato ‘revival post-punk’, ma si sa che le etichette lasciano il tempo che trovano…

Più interessante soffermarsi sugli esiti del disco che, fin dal titolo, “Dal peggiore dei tuoi figli”, lascia intravedere il filo conduttore dello sguardo corrosivo gettato sulla società circostante: la dedica è diretta all’Italia, della quale la ‘voce narrante’ esalta il solito campionario di nequizie e piccinerie…

Il tutto accompagnato da una buona dose di ‘pompa’, all’insegna di chitarre dal sapore wave, talvolta dotate di un’attitudine leggermente più sferragliante, a veleggiare sul solido terreno costruito da una classica sezione ritmica ‘quadrata’.

Undici tracce  che in fondo appaiono funzionare (meno la cover di Mio fratello è figlio unico di Gateano, che lascia il tempo che trova) per quanto i suoi elementi costitutivi – sonori e testuali – non siano dotati di tutti i crismi dell’originalità: lo si può insomma considerare un buon inizio, in attesa che la band trovi un’impronta stilistica più marcatamente autonoma.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY

QUELLO CHE INVIDIO AGLI AMERICANI

Da un paio di giorni ho ripreso in mano “Rock Springs”, breve raccolta di racconti di Richard Ford. I protagonisti di queste storie, come poi avviene spesso in letteratura, sono sempre colti in situazioni, in momenti particolari delle loro vite, spesso con un biglietto nel portafogli, pronti a partire e a cambiare vita, magari dopo essere stati piantati dal partner, a sua volta partito verso altri lidi. In Ford – ma questa è cosa comune anche ad altri scrittori americani, come ad esempio Carver – questo discorso del ‘prendere e partire’ è sempre affrontato con notevole naturalezza: dopo tutto, una certa attitudine al ‘nomadismo’ è tipica della società americana… Ci si potrebbe dilungare molto in proposito, partendo dal fatto che in fondo gli U.S.A. si sono fondati sull’immigrazione prima e sulle migrazioni interne poi, vedasi tutto il discorso della frontiera.
E’un’attitudine ‘fondante e fondativa’, quella del chiudere capitoli della propria vita, di andarsene e di ricominciare altrove: in tanta letteratura e cinema americano non è raro assistere a queste scene di ‘mercatini’ improvvisati a bordo delle strade in cui chi è in partenza cerca di sbarazzarsi di ciò che non può portarsi appresso, eliminando tutto quanto di inutile ammassato in una fase della propria vita per cominciarne una nuova il più possibile ‘alleggeriti’; così come altra conseguenza è quella della diffusione dei ‘magazzini’, altro topos della letteratura e del cinema statunitense: non si riempe casa di oggetti inutili, si preferisce affittare dei magazzini, che tanto non si sa mai quanto ci si resterà, in quella casa.
Una sorta di ‘attitudine genetica al cambiamento’ che si riflette anche nelle scene cui puntualmente assistiamo quando sugli U.S.A. si abbatte qualche catastrofe naturale: i prefabbricati collassati, ci fanno chiedere: ma dove abitavano? E poi uno ci pensa e si risponde che per loro la ‘casa’ non è un qualcosa di immutabile, non sono le nostre ‘quattro mura’ da abitare a vita, quello di ‘casa’ è un concetto molto più ambio, flessibile, ‘liquido’, si direbbe oggi.
Il discorso del ‘finire’ per cominciare altrove, la ‘terra delle tante possibilità’, dove uno che ‘fallisce’ non viene marchiato a vita, è semplicemente uno ‘che gli è andata male’ e che può sempre cominciare altrove.
Tutto questo lo invidio, agli americani: al confronto noi siamo così attaccati ai luoghi, agli edifici, agli oggetti. C’è meno ‘flessibilità’, meno capacità di vedersi ‘altrove’, meno attitudine al chiudere e riaprire parentesi delle proprie vite, e quando questo succede, si ricomincia puntualmente laddove si era concluso… ovviamente tutto ciò è in parte ‘obbligato’: in Italia l’80 per cento delle famiglie è proprietario della casa dove abito, la casa è spesso considerata un bene-rifugio (lo sa bene Monti, che l’ha tassata all’inverosimile), è tutto un circolo vizioso che nasce dalla mentalità della gente, incapace di vedersi altrove, attaccata pervicacemente ai luoghi di nascita, quando non costretta dalla pura necessità ad emigrare (e anche in quel caso, nasce il ‘mito’ della terra d’origine, mentre negli U.S.A forse ha più forza quello della ‘terra promessa’)…
Eppure, questa attitudine quasi genetica al reinvertarsi, al cambiare aria, è una caratteristica che invidio: il ‘viaggiare leggeri’ lungo la vita, il non farsi tanti problemi a cambiare clima, nazione, usanze… probabilmente è anche ciò che ha portato gli Stati Uniti ad essere la grande Nazione che sono… forse dovremmo prendere esempio…

 

ROULETTE C(H)INESE, “CHINESE POP” (FRIDGE / GOODFELLAS)

Tornano Joe Raggi e Matteo Robutti, alias Roulette C(h)inese, che confezionano dodici pezzi, anche grazie all’aiuto di un nutrito numero di ospiti, come si conviene a quello che viene esplicitamente definito come un ‘progetto musicale aperto’

A circa quattro di distanza dal precedente “Ibrido Meccanico”, il duo proveniente dal piemonte ripresenta la propria miscela di pop elettronico che, ovviamente, porta con se l’eredità di un ‘genere’ che ormai può contare su una trentina e più anni di storia; quasi scontato citare gruppi e punti di riferimento: la lista è lunga e tutto sommato prevedibile.

‘Pop cinese’ dunque; titolo ammiccante quanto in parte fuorviante: in effetti Roulette C(H)inese non disdegna certo brani ammiccanti, anche con qualche lieve accenno danzereccio, mostrando tuttavia di trovarsi a suo agio con atmosfere molto meno ‘concilianti’, crepuscolari, vagamente oniriche, sul filo di ‘battiti regolari’ che qua e là portano con se qualche ‘scoria idustriale’.

Vagamente inquietanti, si potrebbe dire: del resto, anche la dimensione testuale dei pezzi (cantati con poche eccezioni, in italiano) non è delle più rassicuranti, muovendosi talvolta sul filo del flusso di coscienza, o all’opposto concentrandosi sull’osservazione della realtà, tra figure sull’orlo dell’alienazione e rapporti ‘virtuali’.

Un lavoro nel quale il duo trova il modo di dare sfogo anche alla propria vena più sperimentale, come nella plurilingue Dies Irae, o in Sventrato, che sembra quasi uscire da un repertorio da melodramma di inizio ‘900.

I Roulette C(H)inese presentano insomma un disco convincente, anche se con qualche passaggio a vuoto, qualche pezzo meno riuscito, bilanciati però da parentesi con maggiore appeal, anche radiofonico.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY

FRANCIS M. GRI, “GHOST DREAMERS TOWN” (KRYSALISOUND)

Avevamo lasciato Francis M. Gri con “9th Crysalis”, affascinante primo lavoro per per il progetto Revglow; lo ritroviamo ora per questa nuova avventura solista, nel segno di quell’impronta sperimentale che ne ha sempre caratterizzato lo stile.

La città dei sognatori fantasma: quella che, nel breve racconto che allegato al disco lo introduce, è quella in cui il protagonista si ritrova a girare; una città improvvisamente abbandonata da tutti, alla ricerca di un modo di ‘un’altra vita’, come canterebbe Battiato.

Nove tracce, interamente strumentali, nel segno di un’efficace mix di acustica ed elettronica pronto di volta in volta a cambiare veste: da avvolgenti battiti ipnotici a tessiture chitarristiche dalla consistenza setosa, da rarefazioni che sfiorano l’ambient a momenti all’insegna di una saturazione che rasenta lo shoegaze, da suggestioni sognanti ad accennate derive psichedeliche, fino a parentesi in cui a prendere le redini della situazione è un piano dai tratti impressionisti.

Un viaggio che affascina, a tratti seduce, spesso avvolge l’ascoltatore in modo quasi rassicurante, per un disco efficace in cui Francis M. Gri mostra nuovamente di avere parecchie frecce ancora da scoccare.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY