Archive for giugno 2016

R.I.P. BUD SPENCER – CARLO PEDERSOLI (1929 – 2016) CIAO, CAMPIONE

Grazie di averci onorati nello sport, e delle risate col cinema.

Più o meno è quello che ho scritto ieri, in uno dei fogli per le dediche messi a disposizione alla camera ardente di Bud Spencer.

Avrei voluto scrivere qualcosa già nei giorni scorsi, mi è mancato il tempo, riesco a ‘riparare’ solo oggi, a esequie avvenute. La notizia ha velato di tristezza la serata di calcio: su Facebook è stato evidentissimo il cambio di clima, dai post entusiasti per la vittoria della Nazionale, a quelli di cordoglio e ricordo.

La morte di Bud Spencer ha colpito tanto soprattutto quelli della mia generazione, quella dei quarantenni, perché è un pezzo di infanzia / adolescenza che se ne va, il segno del tempo che passa… ogni altra considerazione sarebbe superflua, tante ne sono state fatte in questi giorni. Le persone in fila,  le lacrime (ne ho viste, ieri pomeriggio, a me momenti me ne scappa una, quando improvvisamente è scattato uno degli applausi spontanei tipici di queste situazioni), sono state il segno dell’affetto e della gratitudine per uno di quegli attori che resterà nel nostro immaginario, per i tanti ricordi legati all’infanzia, per film che assomigliano ai cartoni animati della Warner Bros, li sai a memoria, sai benissimo quello che sta per succedere, ma ogni volta che li vedi, non c’è niente da fare: ti scappa sempre la risata.

Concludo con un aneddoto personale: nel 2009, facendo il volontario ai Mondiali di Nuoto qui a Roma, ebbi modo di assistere a varie gare; ebbene in una di queste a premiare il vincitore venne chiamato… Carlo Pedersoli, primo italiano a scendere sotto il minuto nei 100 stile libero… In quel momento scattò un’autentica ovazione da tutti gli spalti, un tributo giusto e anche in quel caso decisamente commovente: in quel caso si rendeva tributo al nuotatore, e credo che in tanti pensammo che vita incredibile avesse vissuto Pedersoli / Spencer, da primatista di nuoto, a protagonista di un tipo di cinema talmente originale, talmente singolare, da non avere avuto praticamente tentativi di imitazione in seguito.

 

DIECICENTO35, “IL PIANO B” (AUTOPRODOTTO)

10135 è il CAP di Mirafiori Sud, periferia torinese, luogo di provenienza di questo sestetto;
Il ‘Piano B’ è sempre quello ‘alternativo’, la via di fuga, l’opzione di riserva nel caso le cose vadano storte… e di cose che ‘vanno storte’ in certi periodi della vita ce ne sono parecchie, specie in quella fase che segna il passaggio dall’adolescenza all’età adulta… fase che tra l’altro di questi tempi va prolungandosi per un periodo che a tratti può apparire infinito.
I Diecicento35 sono giovani, (molto giovani, credo) e cantano di incertezze, di difficoltà nei rapporti umani, con la vita, con sé stessi; di fragilità e solitudine, del sentirsi ‘fuori posto’, della rabbia e della sofferenza provocate dal portarsi appresso un bagaglio di insicurezze, di domande e dubbi la cui risposta arriverà solo col tempo, con lo scorrere della vita.
Lo fanno (per fortuna), dando libero sfogo ai propri impulsi in questi undici pezzi, con un rock in cui chitarre arrembanti trovano adeguato sostegno in una sezione solida e compatta e in cui una certa attitudine pop cerca di smussare gli spigoli più acuminati.
Un suono che, va bene, ammettiamolo, non ha granché di originale, ma che diventa convincente proprio perché ‘istintivo’, perché appare rispondere soprattutto all’urgenza comunicativa della giovane band…
Il cerchio trova la sua perfetta conclusione nella voce di Carola Rovito, un campionario di emozioni comunicate senza troppi filtri, gridando dietro al microfono, una voce rock femminile come troppo poco spesso si ascoltano nel panorama tricolore.
I Diecicento35, insomma, ci sanno fare: o almeno, in questa fase riescono a dare una forma convincente alle proprie idee, in un riuscito mix di ‘ansia di comunicazione’, ed esiti sonori: grinta, ‘attitudine’ e freschezza; per il momento, possono bastare.

SIR RICK BOWMAN, “A QUIET LIFE” (NEW MODEL LABEL)

Secondo lavoro sulla lunga distanza per il quintetto toscano, orbitante nelle zone di Firenze e Prato; con un nome così, non stupisce che la band tragga la propria linfa dai suoni d’OltreManica (e per pura coincidenza, mi trovo a scrivere questa recensione in tempi di ‘Brexit’).
Undici pezzi, in cui si avverte almeno il tentativo di dare un’occhiata a ciò che si nasconde dietro a certe ‘rassicuranti’ insenature: i Sir Rick Bowman non smettono certo i panni degli Oasis per mettersi a fare i Radiohead, ma in certe soluzioni, nel provare magari a rendere i suoni un po’ più profondi, di dare anche un certo ruolo alle tastiere, appare controluce la volontà di cercare forse un po’ più di ‘complicazioni’, di non volersi insomma limitare a svolgere un ‘compitino’, ma di compiere qualche passo avanti in più.
La stessa tendenza la troviamo nelle parole: la ‘vita tranquilla’ del titolo sarebbe quella che ci si appresta ad abbracciare, usciti da quel ‘limbo’ tra adolescenza e maturità che ormai occupa interamente i vent’anni, sconfinando spesso e volentieri nei trenta.

Un atteggiamento che ondeggia tra la consapevolezza che è ora di ‘camminare da soli’, di cercare una propria strada, e sentimenti ambivalenti di nostalgia per il passato e di incertezza per il futuro: il timore che, per cercare a tutti i costi un quotidiano ‘stabile’, ci si areni nelle secche dell’ordinario, di un’esistenza monotona in cui gli anni passano senza nemmeno ce ne si accorga.

“A Quiet Life” diviene così l’istantanea di una fase di passaggio, artistica ed esistenziale: un disco in bilico trai propri riferimenti e la voglia di dire qualcosa di più personale; l’impressione finale è che ai Sir Rick Bowman non resti altro che gettare il cuore oltre l’ostacolo e dare forma compiuta alla propria personalità sonora (e forse non solo).

TANTI SALUTI

Ieri sera ero andato a dormire tra la sicumera generale sul fatto che i britannici avessero scelto di restare nell’UE. Stamattina, quando ho acceso il Televideo ci ho messo un attimo a realizzare… dopodiché mi sono anche fatto una mezza risata, alle spalle degli ormai ‘ex compagni di strada britannici’ che, scegliendo contro il loro interesse, hanno deciso di andarsene; abbastanza ridicolo che a decidere di andarsene sia stato qui nell’UE ci è sguazzato, godendo di tutti i vantaggi e – in maniera furba e approfittando dell’incapacità della dirigenza UE – raramente si è assunto gli oneri. E’ come se il fatto di chiamarsi “Regno Unito” li abbia portati a pensare che loro sotto questo profilo ‘hanno già dato’ e quindi perché doversi tanto dannare per far parte di un’Unione più grande?

Gli effetti capiremo veramente quali saranno solo sul lungo periodo: per il momento è crollata la sterlina, il che significa che i prodotti inglesi saranno molto più convenienti per gli stranieri e che gli inglesi pagheranno molto di più le merci importate e le loro vacanze all’estero; il processo però si annuncia come lungo e complicato; più che altro sono curioso di vedere se il ‘Regno Unito’ reggerà: magari avremo la Scozia indipendente nell’UE, un’Irlanda finalmente unita, il Galles provincia francese d’oltremanica (Galles – Gallia) e l’Inghilterra 53° Stato U.S.A….

E’ stata fatta comunque definitivamente chiarezza,  è venuto meno un equivoco madornale, il resto dell’UE ha ora un alibi grosso come una casa in meno per non far progredire l’integrazione e rendere l’UE un’unione più reale, e non più solo un agglomerato a uso e consumo di banche, finanza speculativa, etc…

Penso che il cambiamento, per quanto traumatico, abbia in sé sempre delle opportunità positive da cogliere; così spero sia anche in questo caso.

 

 

BREXIT? MAGARI…

A dire il vero, non credo che alla fine l’idea di uscire dall’UE passerà… peccato, mi viene da dire, perché la cosiddetta ‘Brexit’ metterebbe fino ad almeno uno degli equivoci che l’Unione Europea si porta avanti da troppo tempo, ossia quello di avere un ‘parente scomodo in casa’.

La Gran Bretagna nell’Unione Europea si è comportata come il personaggio di una commedia: il parente in difficoltà per il quale si prova un misto di comprensione e pietà, che viene accolto in casa, ma che poi si installa sul divano, guarda la televisione, svuota il frigorifero senza fare niente tutto il giorno, ed anzi lamentandosi pure se il vitto e alloggio non sono di suo gradimento.

La Gran Bretagna è entrata nell’UE in un momento in cui stava messa abbastanza male sotto il profilo economico: non dico fosse una nazione sottosviluppata, ma insomma, poco ci mancava… L’accesso all’Unione ha dato alla Gran Bretagna opportunità e sviluppo, dei quali i sudditi di sua maestà hanno ampiamente goduto… poi però ogni volta che è arrivato il momento di fare passi avanti con l’integrazione, ecco i rifiuti, la rivendicazione della propria ‘indipendenza’, di uno status ‘privilegiato’ basato poi non si è mai capito bene su cosa.

La mancata adozione dell’euro è solo la prima voce di una lunga lista di voci: ogni volta che si è trattato di rendere l’Unione un po’ più ‘unita’, ecco i dinieghi, i distinguo, le eccezioni… e la cosa peggiore è che l’UE ogni volta è stata sempre pronta a ‘derogare’… poverini, bisogna capirli, non sono cattivi, è che li disegnano così… Resta il fatto che il Regno Unito ha goduto di tutti i vantaggi derivanti dal fare parte dell’Unione, senza mai condividerne gli oneri… troppo facile, così sono buoni tutti.

Adesso però basta: dopo averli vezzeggiati, coccolati, trattati coi guanti di velluto, ‘sti bifolchi hanno pure il coraggio di votare un referendum per decidere se noi europei siamo o meno ‘degni’ di avere la loro compagnia… Il referendum forse lo avremmo dovuto fare noi cittadini europei per decidere di cacciarli a calci una volta per tutte…

Brexit? Magar!!! Accomodatevi, ma chi vi vuole???

BUONGIORNO, ROMA!!!

Un grande scrittore americano ha fatto dire a uno dei suoi personaggi: “Da un grande potere derivano grandi responsabilità”. La nostra fiducia vi ha dato un grande potere: ora sta a voi usarlo con responsabilità.

EVVIVA VIRGINIA RAGGI, EVVIVA IL MOVIMENTO 5 STELLE, EVVIVA ROMA.

LE3CORDE, “NA!?” (NEW MODEL LABEL)

Il nome è una citazione da “Il berretto a sonagli” di Pirandello; il titolo del disco è un’esclamazione di stupore in dialetto tarantino… E questo invito a ‘stupirsi’ rappresenta il filo conduttore dei sette pezzi presenti (cui si aggiunge in chiusura la cover di Ma che freddo fa di Nada) nell’esordio del trio proveniente da Taranto: uno stupore che diventa meraviglia di fronte alla bellezza del mondo, ma anche – e per certi versi, soprattutto – indignazione , di fronte a tutto quanto nel mondo c’è di ‘sbagliato’ e contro cui non bisogna perdere la volontà di combattere.

Le3corde cantano (attraverso l’interpretazione vocale di Giù Di Meo, una personalità ‘forte’ senza mai diventare arrogante) più di una volta del non arrendersi a seguire e indossare le ‘convenzioni’ come un abito preconfezionato solo perché è questo che gli altri si aspettano; dell’aprirsi al mondo, alla natura e agli altri, cambiando e facendosi cambiare in meglio la vita; omaggiano Peppino Impastato e dedicano un brano (se non è la prima volta nella musica italiana, è sicuramente un caso raro) alla Costituzione.

Tutto questo utilizzando una formula a cavallo tra pop e rock, che con un’impronta fortemente cantautorale da’ ampio risalto alle parole, ma che non dimentica mai le proprie radici, con un costante respiro folk (i la tradizione popolare a fare costantemente capolino nello svolgersi del disco.

Un esempio abbastanza riuscito (pur certe inevitabili insicurezze, legate all’esordio) di ‘canzone civica e civile’.

DANIELE CELONA, “DALLA GUERRA ALLA LUNA EP” (NOEVE RECORDS)

E’ la sera dello scorso 15 aprile Daniele Celona – due dischi e varie collaborazioni (Nàdar Solo, Levante) all’attivo – sale sul palco del Diavolo Rosso di Asti, per scrivere TRE volte la parola ‘fine’: al tour con cui ha portato in giro i brani del suo secondo lavoro, “Amantide Atlantide” , alla rassegna Indi(e)Avolate, soprattutto, alla stessa esperienza del locale (ricavato in una chiesa sconsacrata) che dopo sedici anni di attività ha dovuto alzare bandiera bianca.

A testimoniare quella serata giunge Ep, che raggruppa cinque dei brani registrati nel corso della serata, che ha valicato i confini di una semplice esibizione del vivo per diventare una sorta di celebrazione (dopo tutto, siamo pur sempre in quella che un tempo era una chiesa), cui sono intervenuti vari ospiti, ampliando la formazione base e assumendo per certi versi i contorni di un happening dai contorni improvvisativi.

Celona diventa così il capofila di una band(a) in cui si mescolano synth, violoncello e tre chitarre, assieme a basso e batteria ‘d’ordinanza’ a costruire un muro sonoro dall’afflato spesso rumoristico attorno al cantato di Celona, costantemente all’insegna di una rabbia mai trattenuta scaturita più che dall’ira dal rimpianto, dalle recriminazioni, dal ‘male di vivere’, che caratterizza tanti dei cantautori dell’ultima generazione.

Brani la cui indole dolente (tra le righe si avverte quasi la sensazione di una nostalgia per ciò che poteva essere e non è stato) non poteva che essere accresciuta dal clima della serata, dominato da par suo dalla ‘nostalgia preventiva’ provocata dall’imminente chiusura del locale.

Brani che dunque finiscono per essere spogliati della loro semplice natura di esecuzioni dal vivo per diventare altro: la testimonianza, la ‘cristalizzazione’ su disco dell’atmosfera che in quel momento si respirava nel locale, sensazioni che non potevano non essere percepite dai musicisti e che almeno in parte finiscono per essere trasmesse anche all’ascoltatore.

SUPERMARKET, “PORTOBELLO” (L’AMORE MIO NON MUORE)

Il supermercato, ‘non luogo’ per eccellenza, dove si può trovare un po’ di tutto; ‘Portobello’, prototipo dei mercatini di strada in cui si può trovare veramente di tutto: il concetto è chiaro, questo è un disco in cui … si trova di tutto.
Il Supermarket è aperto in realtà da parecchio tempo: almeno dal 2010, ad opera del chitarrista Alfredo Nuti dal Portone; un progetto a lungo privo di una formazione precisa, una sorta di ‘band di passaggio’, in cui vari musicisti andavano e venivano; in seguito, la ‘cristalizzazione’ nell’attuale quartetto.

L’intento è rimasto sempre lo stesso: mescolare di tutto, dal punk al mariachi, dal calypso al jazz, dalle bande di paese alle orchestre da spiaggia, condito con vaghi rumori di sottofondo ed effetti che a tratti sembrano far provenire i suoni da un indistinto altrove.L’origine del resto è la riviera romagnola, e con questo molto si spiega degli otto pezzi che lo compongono, interamente strumentali: questo continuo, caotico affastellarsi di elementi, come auto in coda sull’adriatica, come variegate folle nei viali di Riccione nelle notti estive, come oggetti accumulati sulle bancarelle di un mercatino improvvisato, tra slavi armati di cric e demoni che forse non fanno paura a nessuno.

Un disco che si, è spesso solare e variopinto, caleidoscopico e dominato da una vena spiccatamente cazzeggiona, ma che qua e là rivela l’allungarsi delle ombre, un che di plumbeo e di nostalgico, evocato dalla vista di un parco acquatico abbandonato; un’idea da festa finita, sedie di plastica abbandonate sulla spiaggia e personaggi che fino a quel momento di erano confusi nella baldoria della festa che restano lì da soli, assumendo un’aria vagamente patetica, non potendo più mescolare la propria solitudine nella folla: non è un caso forse che il brano conclusivo si intitoli ‘Tristi tropici (infinita nostalgia)’.
Musiche che sarebbero state un ottimo contorno per una commedia all’italiana degli anni ’60, ma anche – e non poteva essere altrimenti – di un film di Fellini (e in effetti qua e là sembra allungarsi l’ombra di Nino Rota).

Un lavoro che nel suo essere affidato ai soli suoni trova il suo maggiore punto di forza, permettendo all’ascoltatore di ‘riempirlo’ con le proprie parole, costruendosi se vogliamo il proprio supermercato, sull’onda di note potentemente evocative.

BUON VOTO A TUTTI

Comunque la pensiate.

Credo che la possibilità di votare non vada data per scontata: in molte parti del mondo è impedita, limitata, o ridotta ad una farsa; qui, per il momento, ancora non è così, anche se certo, sulla reale portata del ‘voto democratico’ ci sarebbe da discutere, in un mondo in  cui molte decisioni importanti sono prese altrove e solo pigiando un tasto si possono portare al fallimento intere Nazioni: “Sorry, democracy is changing”, cantavano i Killing Joke.

Tuttavia, boh, a me questo gesto di andare al seggio ed esprimere il voto ha ancora la valenza di una sorta di ‘rito laico’, e si noti che lo dico io, che per altri versi sono un grande fautore dell’uso di Internet come strumento di espressione della volontà popolare… Forse non è coerente, forse le due cose possono stare benissimo insieme.

Comunque la pensiate, buon voto: e se proprio ‘vi fanno tutti schifo’, c’è sempre l’opzione scheda nulla… ma una capatina al seggio, fatela comunque.