Archive for maggio 2016

FUMETTAZIONI / 4

Infornata aperiodica di letture disegnate

 

SECRET WARS 8 – 9

Si conclude – e viene da dire: finalmente! – il megacrossover destinato ‘sconvolgere per sempre’ l’Universo fumettistico della Marvel… per sempre, ossia per i prossimi 12 – 18 mesi, dato che ormai eventi del genere si susseguono con cadenza annuale. Non credo di spoilerare nulla, se scrivo che alla fine il Dottor Destino perde e tutto ritorna – più o meno – alla normalità, come sempre è stato alla Marvel.
Un ‘degno finale’ per una saga incensata ben oltre il dovuto: povera di idee e confusionaria sotto il profilo narrativo, quasi impossibile da seguire se non si è letta almeno una mezza dozzina delle miniserie che in parallelo hanno accompagnato questo troncone centrale; aggiungiamoci il fatto che Jonathan Hickman i finali non li ha mai saputi scrivere, ed ecco il risultato: una saga che, a dispetto delle fanfare che l’hanno accompagnata, si risolve in un disarmante “tutto qui?”.
Sulla qualità grafica di Ribic c’è poco da discutere sotto il profilo tecnico; il suo limite resta la sostanziale freddezza, la scarsa capacità di comunicare emozioni da parte dei suoi personaggi.

Si apre una ‘nuova epoca’ (a occhio e croce, siamo alla terza nel giro di quattro o cinque anni), in cui le testate saranno accompagnate nel titolo da un bel ‘All New, All Different’ (ormai gli aggettivi sono quasi esauriti); per me, l’occasione per salutare, almeno momentaneamente, la ‘Casa delle Idee’, dando appuntamento magari ai volumi delle ristampe.
Voto (ai complessivi 9 numeri): 5

 

MIRACLE MAN DI GAIMAN E BUCKINGHAM 5

Stavolta, un omaggio al celeberrimo telefilm “The Prisoner” con Patrick McGoohan; il viaggio all’interno di una società sconvolta dall’avvento di semidei con superpoteri prosegue rispondendo a una domanda: in un mondo ormai privo di conflitti e di competizione tra Nazioni, che fine fanno le spie? Neil Gaiman sfodera un’idea come al solito vincente (per quanto ‘declinazione’ di quanto già visto appunto in televisione) accompagnata dalla ormai consueta prova magistrale di Marc Buckingham ai disegni
Voto: 7,5

 

INVINCIBLE 28

Un appuntamento romantico viene interrotto da una missione in un lontano futuro, volta a eliminare uno dei volti noti della serie; nel frattempo, nello spazio, prende il via una catena di eventi destinata ben presto a fare sentire i suoi effetti anche sulla Terra…
Il bello di una serie come Invincible è che ti riconcilia con la ‘narrazione’: attualmente i ‘supereroi di carta’ soffrono di una continua necessità di cambiamenti ‘epocali’ e ‘sensazionalismo’: il risultato sono serie articolate in sequenze che durano una manciata di episodi, e poi tutto viene di nuovo buttato all’aria; non parliamo poi dell’altra grande fonte di ‘sofferenza’ per il genere, ovvero il fatto di dover andare appresso al cinema, del quale i fumetti stanno diventando progressivamente un’appendice.
“Invincible” è fortunatamente fuori da queste logiche: essendo creatura di totale proprietà dell’autore (Robert Kirkman, lo stesso che in seguito ha ‘partorito’ The Walking Dead), le storie del personaggio seguono solo la logica di chi l’ha scritto: il risultato è una narrazione progressiva, in cui certo i colpi di scena non mancano, ma non sono dettati da necessità ‘extranarrative’ di ‘vendita a tutti i costi’; insomma: il giorno in cui Kirkman non avrà più nulla da dire, o il pubblico si sarà stufato, il personaggio avrà completato il suo percorso e si metterà la parola fine.
Per il momento, comunque, è un bel leggere (nonostante queste storie risalgano a oltre sette anni fa), perché Kirkman può permettersi il lusso di fare dei suoi personaggi ciò che vuole, progettare trame a lunga scadenza, far apparire, scomparire, andare e tornare i vari comprimari… Insomma, sviluppare una narrazione seriale degna di questo nome.

Voto: 7

Il personaggio di Wolfman (che continua il percorso di scoperta delle sue reali potenzialità) in appendice, si muove secondo analoghe coordinate, per quanto un po’ limitato dall’essere l’ennesima variazione sul tema del licantropo.
Voto: 6,5

 

TESORI DISNEY INTERNATIONAL 1: LA SAGA DI PAPERON DE’ PAPERONI

La Disney italiana sta vivendo una nuova età dell’oro: dal punto di vista ‘autoriale’, l’attuale generazione di scrittori e disegnatori sta rinverdendo una tradizione ultradecennale: valgano per tutti il binomio Turconi / Radice o Mottura; ma anche editoriale, con una valanga di collane che stanno ristampando delle autentiche pietre miliari della storia Disney.
Ultima in ordine di tempo questa Tesori Disney International che esordisce con un autentico ‘botto’: la ristampa (ed è il caso di dire: finalmente!!! visto che le precedenti edizioni sono esauritissime) della mitologica Saga di Paperon De’ Paperoni. A metà anni ’90, Don Rosa (unico erede dell’Uomo dei Paperi Carl Barks) si imbarca nell’impresa di narrare le gesta del papero più ricco del mondo, dall’infanzia in Scozia passando per la corsa all’oro, fino alla definitiva sistemazione a Paperopoli.
Siamo decisamente nell’empireo: ‘capolavoro’ in questo caso non è un termine abusato, ma forse l’unica definizione possibile; disegni eccezionali, dominati dal gusto per il particolare, dalla ricerca (riuscita) continua di un’atmosfera che coinvolga il lettore, per una storia in cui si affastellano ‘eventi’ che per decenni il pubblico aveva potuto solo immaginare, basti solo citare il primo incontro tra la coppia di paperi ‘fumantini’ che in seguito avrebbe dato i natali a un certo Paolino Paperino.
Momenti di autentico lirismo e perfino la morte che, credo caso più unico che raro, fa capolino tra le vignette, in una delle scene più intense dell’intera storia della Disney.
Voto: 10

 

RAT-MAN COLLECTION 114

La presunta ‘saga finale’ di Rat-Man prosegue con un episodio che di saga ha veramente poco, una storia come tante altre se ne sono lette in passato, che conferma purtroppo come l’autore Leo Ortolani ormai scriva col pilota automatico, girando sempre attorno agli stessi argomenti, avendo già detto tutto ciò che aveva da dire.
Un numero che conferma come Rat-Man doveva aver chiuso, come nelle intenzioni iniziali, col numero 100 e che prosegue, oltre che per ovvie motivazioni ‘economiche’ (anche i fumettisti devono pagare le bollette), forse anche per la paura dell’autore di distaccarsi dal personaggio che, nel suo piccolo, gli ha dato una certa notorietà; autore che tra l’altro tra le righe del suo editoriale (sempre più debordante ed autoreferenziale), instilla nel lettore il dubbio che anche stavolta tutto si risolverà in un “va bene, abbiamo scherzato: Rat-Man continuerà finché campo”
Voto: 5,5

 

THE BOYS 42

Lo scontro che ci era stato promesso fin dal primo numero: Butcher, capo dei ‘Ragazzi’, contro il Patriota (guida dei supereroi in costume dai troppi scheletri nell’armadio)… ma le cose non vanno per nulla come previsto, con un ‘colpo di scena’ che forse si poteva intuire, ma non in queste dimensioni.
Sangue a fiumi e anche una bella dose di splatter, per un albo che virtualmente sancisce la fine della saga, di cui restano una manciata di numeri per chiudere le vicende in sospeso.
D’accordo, forse non è il miglior Garth Ennis della carriera, forse si esagera col gettare fango sugli eroi in calzamaglia, ma in fondo, specie nei tempi attuali, The Boys (si parla di storie uscite circa quattro anni fa), con la sua vena dissacrante ci ricorda che se davvero esistessero esseri del genere, è più facile che si comporterebbero come i personaggi quasi del tutto privi di morale di Ennis, che come le figurine stereotipate dei film che sbancano il botteghino…
Voto: 7,5

 

I GRANDI CLASSICI DISNEY 4

Dopo la piccola battuta di arresto del precedente numero, si torna ad una selezione ad alto livello: da Paperin Babà, versione disneyana della favola dalle Mille e una notte firmata da Carlo Chendi e Luciano Bottaro, alla conclusiva storia che vede il ritorno di Reginella, impossibile amore interplanetario di Paperino, ultima opera del duo Cimino – Cavazzano.
In mezzo, la consueta parata di grandi nomi, trai quali Carpi, De Vita, Martina, Barks, Strobl, Murry e Moores.
Voto: 8

 

I MIGLIORI ANNI DISNEY – 1969

In occasione dell’undicesima edizione dello “Zecchino d’oro”, nel 1969 la Disney italiana pubblicava un lungo speciale (quasi 100 pagine), presentando dieci storie ispirate alle canzoni vincitrici delle altrettante edizioni della rassegna fino ad allora disputate.
Scritte da Massimo de Vita, per i disegni di Romano Scarpa e le chine di Giorgio Cavazzano, collegate attraverso il filo conduttore di un ‘viaggio onirico’ di Topolino e Pippo, le dieci storie sono affollate di protagonisti dell’universo disneyano, tra paperi, topi e personaggi delle fiabe classiche.
Il numero dell’antologica dedicata diventa quindi quasi monografico, occupato per la gran parte dallo ‘specialone’ dedicato allo Zecchino, lasciando spazio solo a qualche storia di semplice ‘riempimento’.
Voto: 7

 

UACK! 25

Un ‘doppio gioiello’: la celeberrima storia che vede Paperino e nipotini giungere tra una sperduta popolazione peruviana in cui tutto è ‘quadrato’ – o meglio, cubico – dalle case, fino alle galline e alle teste degli abitanti, uno degli apici della narrativa barksiana; il ‘sequel’ di quella storia, col coinvolgimento di Paperone e Cuordipietra Famedoro, firmato da Don Rosa, unico vero erede di Barks (e talvolta allievo che ha superato il maestro); l’albo vale più dei 5 euro di spesa solo per queste due storie; il resto è – più o meno – contorno, con alcune storielle più comiche firmate dallo stesso Barks e uno degli adattamenti dei suoi storyboard curato dall’olandese Daan Jippes.
Voto: 8

 

 

 

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JESTER AT WORK, “A BEAT OF A SAD HEART” (M.I.L.K. – MINDS IN A LOVELY KARMA)

Terzo lavoro per la creatura ideata dal pescarese Antonio Vitale: il titolo lascia già intuire ciò cui l’ascoltatore si troverà di fronte nei sei brani presenti, una mezz’ora circa la durata complessiva: una lunga, lenta cavalcata nei territori più aspri e crepuscolari dell’anima. Un lavoro raccolto, nato e sviluppatosi nell’isolamento della propria stanza, in una dimensione che, come in un ossimoro, accomuna il senso di protettivo calore domestico a quello di un freddo isolamento, rotto in questo caso solo dall’intervento occasionale di una seconda chitarra (quella di Alessio d’Onofrio) e quello, completamente casuale della cagnolina Gracie, che col suo abbaiare ‘arricchisce’ il brano che poi le è stato dedicato.

Un disco per sole voce e chitarra: dominato da un cantato quasi sempre sottotraccia, sussurrato, a tratti sospirato, cui si aggiungono tessiture sonore spesso dalla consistenza serica, pronte talvolta a colorarsi di toni più accesi.

Il mood è in gran parte dimesso, talvolta dolente, pronto comunque ad aprirsi a parentesi più ‘concilianti’ verso il ‘mondo fuori’.

L’impressione finale è quella di un disco che racconta la necessità talvolta di astenersi da ciò che è al di fuori delle quattro mura domestiche, di trovare momenti e luoghi di raccoglimento per fare i conti con sé stessi per (si mi rendo conto che l’affermazione suona scontata) poi trovare modi nuovi e diversi per riuscire a rapportarsi con l’esterno.

Un disco la cui trama flebile, a tratti evanescente, richiama la continua attenzione dell’ascoltatore, nel procedere con gli ascolti, alla ricerca e alla scoperta di nuovi dettagli.

AZIMUT, “RESISTENZA EP” (NEW MODEL LABEL)

Cinque brani ‘di presentazione’ per questo giovane quartetto originario di Borgomanero (Novara), un paio di anni di vita alle spalle con un demo, di cui questo Ep costituisce in un certo senso lo sviluppo naturale.

Siamo in territori d’oltreManica: influenze del revival New Wave anni ’80, qualche accennata deriva verso territori punk, una certa attenzione per il lato melodico della faccenda; Editors, Arctic Monkeys, Franz Ferdinand i riferimenti citati esplicitamente.

Testi vagamente criptici, metafore ed allegorie dedicati per lo più alle difficoltà e ai problemi di comunicazione dei rapporti sentimentali; domina una vena un po’ amara, a metà tra rabbia e disincanto.

Poco per farsi un’opinione compiuta delle possibilità della band, abbastanza per mettere in luce qualche discreta potenzialità e lasciare l’impressione che, avendo ampi margini di miglioramento e tutto il tempo a disposizione per focalizzare il proprio stile, potrebbe uscirne fuori qualcosa di buono.

CIRCOLO LEHMANN, “DOVE NASCONO LE BALENE” (LIBELLULA MUSIC / AUDIOGLOBE)

Nel 2011 il musicista Ghego Zola e lo scrittore Marco Magnone danno vita al primo nucleo del Circolo Lehmann, nome ispirato al “Il signor Lehmann”, libro dello scrittore tedesco Sven Regener; il progetto si caratterizza inizialmente per un mix tra reading, canzone d’autore, improvvisazioni; nel 2013, la mutazione definitiva in band, un trio formato dallo stesso Zola, e in seguito la stabilizzazione nell’attuale formula a cinque membri, che qui arriva all’esordio discografico.

Banalmente, dando seguito al titolo, si potrebbe affermare che le balene nascono nel mare… l’affermazione diventa forse un po’ meno anonima, considerando che il mare appare il filo conduttore di questi undici brani (uno dei quali ‘dono’ dell’amico- collega LoSburla): è un mare che di volta fa da teatro al minimo quotidiano di relazioni sentimentali, usato come metafora della condizione dell’animo umano, ed evocato, come una sorta di ‘altra dimensione’ nel lungo strumentale dedicato a Ulisse.

Insieme a ‘mare’, la seconda parola che forse meglio descrive il disco del Circolo Lehmann è ‘ellisse’: e non è forse un caso, se proprio questo termine è trai primi pronunciati nel disco: nello scorrere dei brani, spesso dedicati ai rapporti sentimentali, tra episodi di serenità e piccoli – grandi scontri quotidiani, si fa spesso strada l’impressione di non detto – accresciuta anche dal frequente ricorso a metafore, quando non ad allegorie – c’è sempre una sorta di spazio ‘bianco’, magari accecante come quello di certe case inondate dal sole, spazio il cui riempimento è lasciato alla libera interpretazione e sensibilità dell’ascoltatore….

Il paesaggio sonoro dipinto dal Circolo Lehmann è più che mai variegato: da momenti di ‘elettricità’, anche intensa, vicina magari allo shoegaze, a dilatazioni dal sapore psichedelico, sconfinamenti quasi ambient ed episodi caratterizzati da un’impronta più spiccatamente cantautorale; una varietà di paesaggi frutto dell’analoga ampiezza della gamma strumentale: chitarra, basso e batteria, con ampi interventi di piano, tastiere e fiati, il contributo occasionale della sezione di archi degli Archimedi, della voce femminile di Susy Amerio, del produttore Andrea Bergesio.

“Dove nascono le balene” è uno di quei dischi che cresce al susseguirsi degli ascolti: rivelando progressivamente nuove sfumature, sia sonore che di senso; un disco evocativo, il cui pregio maggiore è forse quel richiedere uno sforzo in più, un contributo all’ascoltatore, portato in più di un occasione a dare ai brani il proprio significato, al propria lettura emotiva.

FRATELLI TABASCO, “THE DOCKS DORA SESSION” (NEW MODEL LABEL)

Rock – blues, piccante come la spezia da cui prende il nome il quintetto torinese.

Nove pezzi, registrati interamente dal vivo,opportunità offertagli dalla vittoria del concorso Rock The Docks, che restituiscono intatto il calore, l’ardore, la passione di certe sonorità d’oltreoceano.

I cinque, che come fecero i Ramones si sono dati il comune ‘cognome d’arte’ che caratterizza la band, inseriscono nel loro Pantheon ideale i Black Keys, Ben Harper e R.L. Burnside; citano Hendrix e riportano qualche ascendenza doorsiana.

Chitarre protagoniste – e non poteva essere altrimenti – sostenute dal dinamismo, dalla solidità e dall’afflato a tratti vagamente lisergico dell’organo elettrico; affiancate dall’intensità espressiva dell’armonica; circondate da una sezione ritmica dalla quale spesso e volentieri emergono con forza le venature funky del basso.

Insieme strumentale che procede assieme a un cantato dalla vena grassa, vagamente roca, che completa l’attitudine a tratti debordante del disco.

Un disco vivo, viscerale, potente, che restituisce tutto il calore dell’esibizione dal vivo; uno di quei dischi capaci di riscoprire le radici senza apparire inutilmente legati al passato, ma anzi riportandone alla ribalta gli elementi più vitali.

Uno di quei dischi che ‘ogni tanto ci vogliono’.

BIFOLCHI, “MI FAI SCHIFO MA TI AMO” (LIBELLULA MUSIC / AUDIOGLOBE)

Il secondo lavoro dei toscani Bifolchi giunge a solo un annetto di distanza dall’esordio, segno forse di una certa ‘urgenza’ – creativa e produttiva – di dare forma concreta a spunti e idee maturati nel corso di degli ultimi mesi, trascorsi per lo più esibendosi dal vivo, spesso e volentieri in compagnia di altre band dell’area maremmana / livornese: prova ne sia il cospicuo numero di ospiti che ha collaborato all’esecuzione di questi otto brani.

Disco breve, quindi, come del resto breve era stato anche l’esordio: i Bifolchi non sembrano starci tanto a pensare su, quasi che i personaggi che popolano, le impressioni, le idee, che popolano i loro lavori rischiassero di sfuggire, scappare via tra la folla.

Come il precedente, infatti, anche questo nuovo lavoro presenta personaggi e situazioni che sembrano prese a caso da un marasma circostante: dai novelli sposi del brano di apertura, al protagonista di Palloncino: un emarginato dalla società a causa del proprio fisico, ma che proprio in quello sembra trovare alla fine la forza di librarsi sopra alla cattiveria nei confronti di chi non risponde a determinati modelli; dalla fan degli Afterhours, prototipo di coloro che ‘giocano’ a fare gli indipendenti e gli ‘alternativi’ grazie ai soldi di papà ai sognatori che, nonostante tutto, non si arrendono.

Profili, spunti, caricature, tradotti in una miscela sonora che continua a strizzare l’occhio allo swing e al jazz, ma allo stesso tempo pronta a colorarsi di accenti mariachi e suggestioni circensi, a flirtare col surf e col rockabilly.

Il quartetto assembla un lavoro che, pur mantenendo una certa componente ‘ludica’, sembra caratterizzato da uno sguardo in cui il sarcasmo sembra progressivamente cedere il passo al disincanto, come se dopo tutto l’osservazione della realtà, al di là del ghigno suscitato da certi paradossi, lasci dietro di se un retrogusto amaro, come quello di certe feste di Capodanno – come quella che chiude il disco – dove tutti si sforzano di sorridere in mezzo al caos, celando dentro di se il peso della propria solitudine.

CAPPADONIA, “ORECCHIE DA ELEFANTE” (BRUTTURE MODERNE / AUDIOGLOBE)

Le “Orecchie da Elefante” del titolo del disco, e del brano di apertura sono una metafora dei ‘pesi’, degli impedimenti che ognuno trova sulla strada della propria realizzazione; ostacoli spesso autoimposti, per giustificare timori e paure rispetto al coraggio di prendere delle decisioni lungo il percorso che porta alla propria realizzazione.

Punto di partenza del disco di esordio di questo cantante e polistrumentista che ha già avuto modo di calcare i palchi italiani, lavoro frutto della collaborazione con Alessandro Alosi dei Pan del Diavolo, il quale partecipa all’impresa sia in veste di produttore, che di strumentista, a guidare un nutrito di collaboratori, trai quali spicca Nicola Manzan, nome di punta della scena indie italiana quando si tratta di strumenti ad arco.

Il tema degli ostacoli alla propria realizzazione è dunque al centro del primo dei nove brani il cui filo conduttore è alla fine proprio quello del raggiungimento dei propri obbiettivi e aspirazioni, variamente affrontato: l’inutilità del guadare al passato, la futilità degli oggetti, l’esortazione a non sprecare il proprio tempo, la fiducia nel fatto che, magari attraverso percorsi imperscrutabili, si giunga a comunque alla propria ‘meta’, l’incoraggiamento ad agire, anche se questo vuol dire lasciar libero gli ‘altri’ (anche sotto il profilo affettivo) o sé stessi: accettare i rischi posti dal cambiamento, anche rinunciando a qualche certezza.

Temi declinati attraverso sonorità sempre in bilico tra un indie rock all’insegna di una ruvida elettricità, o più soffuse sonorità di stampo brit pop, lasciando ampi spazi al lato melodico della questione, con un cantato mai sopra le righe (unico appunto sotto questo profilo: certe ‘e larghe’ che a volte sono fin troppo marcate).

Un disco che tradisce certe indecisioni stilistiche, tipiche di ogni esordio (per quanto mi riguarda si fanno preferire gli accenti più accesi rispetto agli episodi pop un filo manieristici), una produzione che cerca forse in modo troppo insistito una certa ‘perfezione’ formale.

Cappadonia mostra insomma discrete potenzialità, ma deve forse ancora trovare la strada giusta per esprimerle compiutamente.