Posts Tagged ‘mariachi’

SNOWAPPLE, “WEXICO” (AUTOPRODOTTO)

Prendete tre ragazze olandesi con trascorsi tra lirica, jazz e gospel; portatele al sole del Messico, facendole incontrare con le sgargianti tinte sonore del luogo: se riuscite a immaginare questo matrimonio sonoro, riuscirete a farvi un’idea delle Snowapple, qui al quarto capitolo della loro vicenda discografica.

Otto pezzi dalla consistenza cangiante, con suoni certo fermamente radicati nella tradizione messicana (qualche suggestione rock,vagamente indie e psichedelica) tra percussioni, qualche ‘corda’ e occasionali fiati facenti alla musica popolare del luogo, ma che si mescolano con un cantato (tra inglese e spagnolo) frutto delle diverse esperienze delle tre, tra cori con qualche accento spiritual, eleganza jazz, spunti da trio vocale anni ’40 e qua e là qualche acuto ‘lirico’.

Il risultato è divertente, coinvolgente, all’insegna di toni accesi, ma senza negarsi qualche episodio più riflessivo, e parentesi quasi esclusivamente cantate ‘a capella’.

Un disco per lo più allegro, i cui ritmi ‘saltellanti’, da orchestrina mariachi e la cui luminosità fanno quasi spontaneamente nascere un sorriso.

SUPERMARKET, “PORTOBELLO” (L’AMORE MIO NON MUORE)

Il supermercato, ‘non luogo’ per eccellenza, dove si può trovare un po’ di tutto; ‘Portobello’, prototipo dei mercatini di strada in cui si può trovare veramente di tutto: il concetto è chiaro, questo è un disco in cui … si trova di tutto.
Il Supermarket è aperto in realtà da parecchio tempo: almeno dal 2010, ad opera del chitarrista Alfredo Nuti dal Portone; un progetto a lungo privo di una formazione precisa, una sorta di ‘band di passaggio’, in cui vari musicisti andavano e venivano; in seguito, la ‘cristalizzazione’ nell’attuale quartetto.

L’intento è rimasto sempre lo stesso: mescolare di tutto, dal punk al mariachi, dal calypso al jazz, dalle bande di paese alle orchestre da spiaggia, condito con vaghi rumori di sottofondo ed effetti che a tratti sembrano far provenire i suoni da un indistinto altrove.L’origine del resto è la riviera romagnola, e con questo molto si spiega degli otto pezzi che lo compongono, interamente strumentali: questo continuo, caotico affastellarsi di elementi, come auto in coda sull’adriatica, come variegate folle nei viali di Riccione nelle notti estive, come oggetti accumulati sulle bancarelle di un mercatino improvvisato, tra slavi armati di cric e demoni che forse non fanno paura a nessuno.

Un disco che si, è spesso solare e variopinto, caleidoscopico e dominato da una vena spiccatamente cazzeggiona, ma che qua e là rivela l’allungarsi delle ombre, un che di plumbeo e di nostalgico, evocato dalla vista di un parco acquatico abbandonato; un’idea da festa finita, sedie di plastica abbandonate sulla spiaggia e personaggi che fino a quel momento di erano confusi nella baldoria della festa che restano lì da soli, assumendo un’aria vagamente patetica, non potendo più mescolare la propria solitudine nella folla: non è un caso forse che il brano conclusivo si intitoli ‘Tristi tropici (infinita nostalgia)’.
Musiche che sarebbero state un ottimo contorno per una commedia all’italiana degli anni ’60, ma anche – e non poteva essere altrimenti – di un film di Fellini (e in effetti qua e là sembra allungarsi l’ombra di Nino Rota).

Un lavoro che nel suo essere affidato ai soli suoni trova il suo maggiore punto di forza, permettendo all’ascoltatore di ‘riempirlo’ con le proprie parole, costruendosi se vogliamo il proprio supermercato, sull’onda di note potentemente evocative.

BIFOLCHI, “MI FAI SCHIFO MA TI AMO” (LIBELLULA MUSIC / AUDIOGLOBE)

Il secondo lavoro dei toscani Bifolchi giunge a solo un annetto di distanza dall’esordio, segno forse di una certa ‘urgenza’ – creativa e produttiva – di dare forma concreta a spunti e idee maturati nel corso di degli ultimi mesi, trascorsi per lo più esibendosi dal vivo, spesso e volentieri in compagnia di altre band dell’area maremmana / livornese: prova ne sia il cospicuo numero di ospiti che ha collaborato all’esecuzione di questi otto brani.

Disco breve, quindi, come del resto breve era stato anche l’esordio: i Bifolchi non sembrano starci tanto a pensare su, quasi che i personaggi che popolano, le impressioni, le idee, che popolano i loro lavori rischiassero di sfuggire, scappare via tra la folla.

Come il precedente, infatti, anche questo nuovo lavoro presenta personaggi e situazioni che sembrano prese a caso da un marasma circostante: dai novelli sposi del brano di apertura, al protagonista di Palloncino: un emarginato dalla società a causa del proprio fisico, ma che proprio in quello sembra trovare alla fine la forza di librarsi sopra alla cattiveria nei confronti di chi non risponde a determinati modelli; dalla fan degli Afterhours, prototipo di coloro che ‘giocano’ a fare gli indipendenti e gli ‘alternativi’ grazie ai soldi di papà ai sognatori che, nonostante tutto, non si arrendono.

Profili, spunti, caricature, tradotti in una miscela sonora che continua a strizzare l’occhio allo swing e al jazz, ma allo stesso tempo pronta a colorarsi di accenti mariachi e suggestioni circensi, a flirtare col surf e col rockabilly.

Il quartetto assembla un lavoro che, pur mantenendo una certa componente ‘ludica’, sembra caratterizzato da uno sguardo in cui il sarcasmo sembra progressivamente cedere il passo al disincanto, come se dopo tutto l’osservazione della realtà, al di là del ghigno suscitato da certi paradossi, lasci dietro di se un retrogusto amaro, come quello di certe feste di Capodanno – come quella che chiude il disco – dove tutti si sforzano di sorridere in mezzo al caos, celando dentro di se il peso della propria solitudine.

ARTUROCONTROMANO, “PASTIS” (autoprodotto / Libellula Dischi)

I torinesi Arturocontromano sono in giro ormai da oltre quindici anni; “Pastis” è il loro quarto disco: “Pastis”, termine che evoca l’italiano ‘pasticcio’, un piatto all’apparenza raffazzonato, miscela di elementi talvolta casuali, ma che al palato risulta più che mai gustoso… “Pastis”, che ai più attenti o appassionati non può che evocare certe parentesi di tranquillità vissute dai protagonisti dei libri di Jean Claude Izzo in quel di Marsiglia…

Banalmente, gli Arturocontromano mostrano tutto il loro essere musicalmente torinesi, figli di una città apparentemente seria, sobria e compassata, ma capace di dare i natali a un maestro dell’ironia e dello sberleffo come Fred Buscagliene; città spesso immaginata come fredda e plumbea, ma capace di partorire i Mau Mau, una delle band più calorose e sgargianti che abbiano percorso i paesaggi sonori dello stivale.

Gli Arturocontromano proseguono questa tradizione di ‘reazione’ a una geografia e un clima che si vorrebbero poco ‘accoglienti’: negli otto pezzi di “Pastis” mescolano jazz, swing, cantautorato ‘ludico’, suggestioni tzigane, folk, parentesi mariachi, e – perché no? – un filo di pop, di quello ‘elegante’, che non basta.

Un’attitudine che per un gruppo di sette elementi non si può che definire ‘bandistica’, al crocevia tra le fanfare paesane, le orchestrine di strada in stile New Orleans, i gruppi swing da fumoso locale dei ‘bassi’.

Fughe da fermo’ solo immaginate, nate e concluse sprofondati sul divano, un atteggiamento compassato, all’insegna di un disincanto rassegnato che cerca di cogliere il lato ironico e paradossale delle difficoltà della vita, alle quali è sempre complicato dare un senso; i rapporti sentimentali (ovviamente complicati)… Tematiche all’insegna di un campionario tutto sommato ‘canonico’…

Gli Arturocontromano, a dirla tutta, non suonano – né dicono – nulla di straordinariamente nuovo: eredi espliciti di una tradizione, inseriti in un ‘filone stilistico’ che ormai conta un ampio numero di esponenti… Il fatto è che far suonare in modo efficace sette persone non è comunque così facile, immediato; la band torinese raggiunge in pieno l’obbiettivo, donandoci un disco del quale certo non si sbaglia nel dire che è ‘l’ennesimo esempio di mix di jazz, folk, musica popolare e spezie etniche’, ma che alla fine riesce comunque a essere coinvolgente, a riscaldare l’ascoltatore, fargli fare una risata e magari anche a suscitare qualche riflessione dal retrogusto vagamente amaro.