Posts Tagged ‘Brutture Moderne’

SAVANA FUNK, “BRING IN THE NEW” (BRUTTURE MODERNE / AUDIOGLOBE)

Terzo disco per il progetto portato avanti da Aldo Betto (chitarra), Blake C. S. Franchetto (basso) e Youssef Ait Bouazza(batteria e percussioni), con l’apporto – pur se solo in alcuni degli otto pezzi presenti – della voce di Chris Costa, ed è la novità più importante rispetto a una formula che rimane comunque saldamente ancorata alla sola espressione strumentale.

La proposta resta quella evocata dal nome del progetto: una sorta di ‘funk da spazi aperti’, che parte dal consueto inesausto pulsare del basso, accompagnato da chitarre che, conservando anch’esse un sapore tipicamente seventies, lanciano flirt con l’hard rock, a volte andando a lambire territori prog o space, accennando derive psichedeliche o escursioni in territori blues; resta costante, sotto traccia, l’attitudine jazzistica per le svolte improvvise, né si rinuncia a una corposa componente etnica, tra spezie mediterranee, africane e caraibiche, fino a sfioramenti dub.

Il pasto è insomma ottimo e abbondante, le portate dense di sapori, per un disco che sa rivelare a ogni ascolto dettagli precedentemente sfuggiti.

CRISTINA RENZETTI, “DIECI LUNE” (BRUTTURE MODERNE / LIBELLULA MUSIC)

“Dieci Lune”, ovvero: la durata della gravidanza, periodo scandito dall’attesa, dal rallentamento dei tempi, da una sorta di ‘bolla’, di ‘sospensione’, un presente dilatato che nell’attesa di un futuro in cui cambierà tutto o quasi, consente di riflettere sul passato; se di mestiere si fa l’artista, si ha il privilegio da un lato di poter tradurre le proprie emozioni attraverso la propria arte, dall’altro di far vivere anche alla propria arte questo eccezionale periodo della vita.

Cristina Renzetti,  poi,  è una che di ‘periodi’, di fasi della vita, se ne intende: terzana di nascita, bolognese d’adozione e brasiliana per vocazione, avendo trovato proprio in quella terra la propria realizzazione, per una carriera ormai decennale, tra collaborazioni, dischi solisti – due, cantanti in portoghese, prima di questo – partecipazioni a colonne sonore e vari progetti, tra cui un suggestivo omaggio a Tom Jobim nella chiesa di Santa Croce di Umbertide.

Si giunge così a “Dieci Lune”, primo lavoro cantato in italiano, frutto della collaborazione col contrabbassista Enzo Pietropaoli, figura di spicco della scena jazz italiana. Dieci brani, uno per ‘luna’, facile immaginare; così come viene altrettanto spontaneo il rimando tra la maternità vissuta dalla cantautrice e il ritorno alla propria ‘lingua – madre’.

Non che poi questo sia un disco dedicato alla maternità (una solo pezzo dedicato esplicitamente all’attesa): piuttosto, come accennato prima, è un lavoro in cui sembrano affastellarsi una serie di riflessioni, ricordi, sul cammino fin qui compiuto: come se si volesse in un certo modo ‘fare ordine’ prima che la ‘svolta’ e l’inizio di una fase veramente nuova dell’esistenza impediscano a lungo di provvedere.

Storie d’amore, riprese nella tenerezza del loro sbocciare, nella durezza di un momento ‘critico’ o nella sofferenza della conclusione; storie ‘di famiglia’, come i difficili rapporti tra sorelle; storie, più semplicemente, di ‘vita’: riflessioni sul proprio rapporto coi ‘massimi sistemi’, il mondo dei filosofi e degli intellettuali; gli amori pronti ad accogliere e chissà perché, lasciati andare via; il ‘pendolarismo studentesco’ come metafora del periodo della vita in cui si vorrebbe – ma ancora non troppo – lasciare il ‘nido’, a cui magari si ritorna dopo tempo, per farsi avvolgere dal calore dei ricordi.

La vita come continua ricerca di qualcosa che irrimediabilmente sfugge, ricerca che può improvvisamente rivelarsi vuota e fine a sé stessa, portando a fermarsi, tornare indietro e avviare un viaggio non fisico, ma, in maniera più complicata, interiore.

Il jazz e il Brasile naturalmente dominano, sulle tracce dei classici della Bossa Nova e soprattutto delle voci femminili, in atmosfere sostanzialmente raccolte, il calore domestico come la dimensione più accogliente dove, appunto, vivere ‘l’attesa’; accompagnata con eleganza da un manipolo di musicisti (chitarre e una sezione ritmica dai modi discreti, occasionalmente una tromba e il contrabbasso di Pietropaoli).

Cristina Renzetti tesse tele – vocali e per chitarra – tenui, a tratti rarefatte ed evanescenti, senza negarsi qualche parentesi più ritmata: la penombra casalinga è certo avvolgente e rassicurante, ma ogni tanto è bene aprire le finestre, far filtrare aria e luminosità: una dose, quanto basta, di pop e, non poteva essere altrimenti, l’ombra del cantautorato italiano, più o meno recente (qualche analogia con l’omonima Cristina Donà).

Un disco delicato e soffuso, dal quale lasciarsi abbracciare.

 

ALDO BETTO WITH BLAKE C.S. FRANCHETTO & YOUSSEF AIT BOUAZZA , “SAVANA FUNK”(BRUTTURE MODERNE / AUDIOGLOBE / LIBELLULA PRESS)

A circa un anno di distanza dal lavoro d’esordio, “Musica Analoga”, secondo disco per il trio capitanato da Aldo Betto, chitarrista dalla carriera ventennale.

“Savana funk” è un titolo che già di suo suggerisce qualcosa: un incontro di mondi, una mescolanza di sapori: ed è proprio questa la ‘ragion d’essere’ delle dodici composizioni – interamente strumentali – che danno vita al disco: il continuo incrociarsi e accavallarsi di suggestioni, in uno sgargiante melting pot sonoro.

Il Jazz è il punto d’incontro per i ritmi ammiccanti del funk, con tanto di chitarre con effetto wah, wah; le assolate distese desertiche, quelle della frontiera americana o degli immensi paesaggi africani; le radici del gospel e l’estro dell’avanguardia; una spruzzata di ritmi hip hop, una manciata di ambient, una passata di rock.

Guida la variegata tinta delle chitarre di Betto, pronto a passare dalla briglia sciolta delle parentesi più ‘seventies’ a momenti all’insegna di una compostezza dall’espressione quasi ‘grave’. I bassi di Franchetto elevano la temperatura, il calore avvolgente dell’ensemble, con suoni dalla corposità quasi tangibile; la batteria di Youssef Ait Bouazza è il perfetto complemento all’insieme sonoro. Un manipolo di ospiti arricchisce la pietanza, a partire dai synth, tastiere e piano di Nicola Peruch, per arrivare alle percussioni del maliano Kalifa Kone: il trio che diviene formazione aperta, gli spazi sonori che si fanno più ampi: Nord America, Europa, Africa.

Un disco che vive su una prima parte più ‘irrequieta’, mentre sul finale lascia spazio a una maggiore ‘riflessività’, reclamando fin dalle prime note l’attenzione dell’ascoltatore,  distogliendolo da ogni altra occupazione.

CAPPADONIA, “ORECCHIE DA ELEFANTE” (BRUTTURE MODERNE / AUDIOGLOBE)

Le “Orecchie da Elefante” del titolo del disco, e del brano di apertura sono una metafora dei ‘pesi’, degli impedimenti che ognuno trova sulla strada della propria realizzazione; ostacoli spesso autoimposti, per giustificare timori e paure rispetto al coraggio di prendere delle decisioni lungo il percorso che porta alla propria realizzazione.

Punto di partenza del disco di esordio di questo cantante e polistrumentista che ha già avuto modo di calcare i palchi italiani, lavoro frutto della collaborazione con Alessandro Alosi dei Pan del Diavolo, il quale partecipa all’impresa sia in veste di produttore, che di strumentista, a guidare un nutrito di collaboratori, trai quali spicca Nicola Manzan, nome di punta della scena indie italiana quando si tratta di strumenti ad arco.

Il tema degli ostacoli alla propria realizzazione è dunque al centro del primo dei nove brani il cui filo conduttore è alla fine proprio quello del raggiungimento dei propri obbiettivi e aspirazioni, variamente affrontato: l’inutilità del guadare al passato, la futilità degli oggetti, l’esortazione a non sprecare il proprio tempo, la fiducia nel fatto che, magari attraverso percorsi imperscrutabili, si giunga a comunque alla propria ‘meta’, l’incoraggiamento ad agire, anche se questo vuol dire lasciar libero gli ‘altri’ (anche sotto il profilo affettivo) o sé stessi: accettare i rischi posti dal cambiamento, anche rinunciando a qualche certezza.

Temi declinati attraverso sonorità sempre in bilico tra un indie rock all’insegna di una ruvida elettricità, o più soffuse sonorità di stampo brit pop, lasciando ampi spazi al lato melodico della questione, con un cantato mai sopra le righe (unico appunto sotto questo profilo: certe ‘e larghe’ che a volte sono fin troppo marcate).

Un disco che tradisce certe indecisioni stilistiche, tipiche di ogni esordio (per quanto mi riguarda si fanno preferire gli accenti più accesi rispetto agli episodi pop un filo manieristici), una produzione che cerca forse in modo troppo insistito una certa ‘perfezione’ formale.

Cappadonia mostra insomma discrete potenzialità, ma deve forse ancora trovare la strada giusta per esprimerle compiutamente.

FRANCOBEAT, “RADICI” (BRUTTURE MODERNE / AUDIOGLOBE)

Fin dai primi lavori discografici, Francobeat (all’anagrafe Franco Naddei) si è dedicato alle contaminazioni tra musica e letteratura, con lavori – anche teatrali – ispirati alle opere di Rodari, Sciascia, Manganelli; poi, un paio di anni fa, una proposta: musicare i testi scritti dagli ospiti della residenza per disabili mentali “Le radici” di San Savino, nei pressi di Riccione.

Proposta che diventa sfida, impegno, impresa, un lavoro di due anni nel quale Francobeat ha progressivamente coinvolto una serie di amici, trai quali John DeLeo, Sacri Cuori, Diego Spagnoli degli Aidoru. Il risultato sono questi quattordici brani, cui Francobeat ha conferito varie vesti sonore: spesso e volentieri all’insegna di atmosfere elettropop (il suo principale riferimento sonoro), ma anche di folk acustico, di indie-rock vagamente sbilenco, con episodi che rimandano a Tricarico, Bugo, volendo Elio e le Storie Tese.

Il materiale è di quelli delicati, da ‘maneggiare con cura’: ascoltato così, senza conoscerne la storia, “Radici” è uno di quei dischi che possono fare la felicità degli amanti del nonsense, delle atmosfere surreali e sbilenche, del flusso di coscienza, dell’attitudine ludica pronta a trasformarsi in meditazione crepuscolare… ma col senno di poi, non si può non ascoltare il lavoro sapendo che questi testi sono frutto di un disagio reale… come quando si abusa del termine ‘matto’, per definire una persona semplicemente ‘fuori dagli schemi’, dimenticandosi troppo spesso le vittime del vero disagio, della reale malattia.

Non che per questo ad ascoltarlo ci si debba per forza immalinconire, o peggio impietosire: forse, invece, incuriosire, magari intenerire, spesso e volentieri riflettere, su questi testi: talvolta semplicemente fantasiosi, che in altre occasioni rappresentano il proprio vissuto, la propria storia, il modo di guardare a sé stessi e alla realtà circostante… quello che succede, in fondo, per qualsiasi autore, di canzoni, poesie od altro.

E allora, forse, il pregio maggiore di questo progetto è portare all’esterno un mondo che, troppo spesso, si preferisce pensare ‘a parte’, come se all’interno delle mura delle strutture di cura vivessero solo persone chiuse nel buio della propria inconsapevolezza, incapaci di comunicare all’esterno, o di farlo in modo comprensibile… magari, spesso, si preferisce pensarlo, forse perché più ‘comodo’ perché la disabilità mentale (e non solo) mette a disagio… e invece “Radici” mette in scena i sogni, l’immaginazione, le riflessioni di persone che la disabilità mentale rende certo ‘diverse’, ma non per questo poi così distanti dai cosiddetti ‘normali’.