FABRIZIO TAVERNELLI, “FANTACOSCIENZA” (LO SCAFANDRO)

Tutto si può dire di Fabrizio Tavernelli, tranne che non abbia una storia – biografica e musicale – da raccontare: già fondatore degli Acid Folk Alleanza, che qualcuno forse ricorderà, nella fertile stagione dell’indie rock italiano della seconda metà degli anni ’90, tra le band che ruotavano attorno al Consorzio Produttori Indipendenti, e in seguito coinvolto in una frastagliata miriade di progetti di varia estrazione, un viaggio nel Kalahari, in Namibia per studi antropologici, l’attività di scrittore e, per finire, la carriera discografica solista, giunta qui al terzo capitolo.

Tutto si può dire, di Fabrizio Tavernelli, tranne che non abbia qualcosa da dire: e alla fine, il maggior pregio di questo disco è che non può essere un ascolto distratto: o meglio, nessun disco dovrebbe esserlo, ma questo è un lavoro che per la densità dei testi costringe in un certo senso l’ascoltatore e lasciar perdere altro, per capire dove si va a parare…

Non che siano testi ‘difficili’, ma c’è qualcosa, nella scrittura di Tavernelli, che finisce per magnetizzare l’ascolto, impedendo, appunto, di ridurre i tredici brani di “Fantacoscienza” a un mero accompagnamento.

Il titolo evoca una felice definizione data dal critico cinematografico Callisto Cosulich a quel filone del cinema di fantascienza che, dietro all’apparenza dei viaggi interplanetari, nascondeva in realtà un viaggio all’interno dell’uomo: per intenderci, quella di 2001: Odissea nello spazio o di Solaris.

La “Fantacoscienza” di Tavernelli, più che un viaggio all’interno di sé, vuole essere una ricerca di segnali di coscienza all’interno degli uomini di oggi, osservando magari la società e guardandone con un occhio spesso sarcastico e quasi cinico certe derive: la società dei Fauni, che nonostante le presunte conquiste sociali si riduce sempre a un branco guidato da un dominatore; lala Distorta Gestalt di un mondo dominato da una sessualità volta sempre più alla pornografia; i Tradimenti dei propri ideali politici, per cui magari si è anche combattuto in passato, per arrivare oggi alla loro ‘cristalizzazione’ e banalizzazione retorica; la mancanza di comunicazione con la propria generazione, il dominio dei ‘non luoghi’ di aggregazione sociale, come centri commerciali e simili, la difficoltà nei rapporti con ‘l’altro’ e la facilità in cui si può diventare ‘alieni’ anche restando sulla Terra…

Tutto male, quindi? Beh, in realtà, no: perché tra la leggenda africana sull’origine del Baobab, riflessioni sulle Infinite Combinazioni offerte dal Cosmo, singolari ricordi d’infanzia legati all’ufologo Peter Kolosimo, leggende urbane di un ipotetico Raggi della Morte sull’Appennino, riflessioni sui propri ‘viaggi interiori’ (nel brano che appunto dà il titolo al disco), un omaggio ai propri amici, magari ai margini, ma che proprio perché confinati nei ‘territori estremi’ della società, più di altri capaci per superarli e vedere cosa c’è oltre, Tavernelli sembra suggerire che una via di uscita c’è: nell’attesa dell’avvento dei viaggi interplanetari, improvvisarsi forse astronauti, all’interno di sé stessi o del mondo circostante, non accontentandosi dello status quo, ma cercando comunque delle risposte, trovandole magari, come nel finale, nella lontana melodia di un flauto suonato da bambini, in un pomeriggio estivo, a conclusione di un viaggio che nel brano di apertura era cominciato con un altro ricordo infantile, quello già delle teorie ufologiche di Peter Kolosimo. Come se il viaggio dell’uomo, partito dall’infanzia con sogni di viaggi interplanetari e razze aliene, fosse destinato a concludersi nelle note di un flauto della stessa infanzia, rievocando alla lontana l’immagine del feto che concludeva 2001 Odissea nello Spazio.

Sotto il profilo musicale, “Fantacoscienza” è un disco variegato: la cifra ricorrente – e forse non poteva essere altrimenti, visto il tenore del disco – è una certa tendenza alla deriva psichedelica, all’afflato cosmico, alla rarefazione, non senza frustate elettriche ai confini del noise da una parte, ed episodi da una compostezza formale più cantautorale dall’altro.

L’efficace lavoro di un autore nel pieno della sua maturità, da scoprire per chi non lo conosceva, da re-incontrare per chi lo aveva già incrociato in passato.

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One response to this post.

  1. Ora che me lo hai presentato lo devo conoscere sembra molto interessante.
    sheràbientot

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