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SALAMONE, “PERICOLI E BALLATE (LIBELLULA DISCHI)

Vincenzo Salamone, o semplicemente Salamone, giunge alla seconda prova sulla lunga distanza dopo i più che discreti riscontri dell’esordio “Il Palliativo”.

Dieci brani e l’impressione che il cantautore siciliano abbia voluto ampliare gli orizzonti; partendo certo dalla natia Palermo e dalle sue contraddizioni, cui è dedicata la title-track, ma successivamente eccolo dipingere le atmosfere della Parigi di fine ‘800, raccontare una storia di ‘tradimento per solitudine’ in tempi di guerra, omaggiare Neruda e nel frattempo ritornare sulle coste del Mediterraneo, luoghi di speranze e tragedie o a tratteggiare personaggi ‘al limite’, per carattere e sensibilità destinati a perire di fronte al cinismo dell’oggi, parentesi dedicata alla ricerca spirituale come via per una vita più semplice, meno appesantita dalla troppa materialità contemporanea.

Un disco il cantautore siciliano appare volersi cimentare in uno stile sonoro più variegato: non mancano i colori sgargianti del disco precedente, con quell’impressione da sgangherata banda di Paese che, pur godibile, aveva portato una certa idea di già sentito; si approfondisce per certi versi il rapporto col jazz, con tendenze swing e qualche atmosfera di maggiore raccoglimento; si fanno maggiormente marcate certe impressioni cantautorali, con l’ombra di Rino Gaetano a continuare a far capolino di tanto in tanto, ma forse con la ricerca di uno stile più autonomo; si fa largo una certa predilezione per atmosfere acustiche, come nella lunga ballata finale dominata dall’armonica.

Salamone affronta insomma la proverbiale difficoltà della seconda prova accettando la sfida, cercando di non ripetersi; provando a percorrere strade ‘laterali’, che non perdono di vista i riferimenti della ‘via maestra’, ma che consentono di scorgere panorami diversi, anche accettando il rischio, talvolta, di non giungere compiutamente alla meta.

Il cantautore palermitano appare insomma almeno in parte volersi mettere in gioco e “Pericoli e ballate” si lascia apprezzare soprattutto per questo.

BIFOLCHI, “MI FAI SCHIFO MA TI AMO” (LIBELLULA MUSIC / AUDIOGLOBE)

Il secondo lavoro dei toscani Bifolchi giunge a solo un annetto di distanza dall’esordio, segno forse di una certa ‘urgenza’ – creativa e produttiva – di dare forma concreta a spunti e idee maturati nel corso di degli ultimi mesi, trascorsi per lo più esibendosi dal vivo, spesso e volentieri in compagnia di altre band dell’area maremmana / livornese: prova ne sia il cospicuo numero di ospiti che ha collaborato all’esecuzione di questi otto brani.

Disco breve, quindi, come del resto breve era stato anche l’esordio: i Bifolchi non sembrano starci tanto a pensare su, quasi che i personaggi che popolano, le impressioni, le idee, che popolano i loro lavori rischiassero di sfuggire, scappare via tra la folla.

Come il precedente, infatti, anche questo nuovo lavoro presenta personaggi e situazioni che sembrano prese a caso da un marasma circostante: dai novelli sposi del brano di apertura, al protagonista di Palloncino: un emarginato dalla società a causa del proprio fisico, ma che proprio in quello sembra trovare alla fine la forza di librarsi sopra alla cattiveria nei confronti di chi non risponde a determinati modelli; dalla fan degli Afterhours, prototipo di coloro che ‘giocano’ a fare gli indipendenti e gli ‘alternativi’ grazie ai soldi di papà ai sognatori che, nonostante tutto, non si arrendono.

Profili, spunti, caricature, tradotti in una miscela sonora che continua a strizzare l’occhio allo swing e al jazz, ma allo stesso tempo pronta a colorarsi di accenti mariachi e suggestioni circensi, a flirtare col surf e col rockabilly.

Il quartetto assembla un lavoro che, pur mantenendo una certa componente ‘ludica’, sembra caratterizzato da uno sguardo in cui il sarcasmo sembra progressivamente cedere il passo al disincanto, come se dopo tutto l’osservazione della realtà, al di là del ghigno suscitato da certi paradossi, lasci dietro di se un retrogusto amaro, come quello di certe feste di Capodanno – come quella che chiude il disco – dove tutti si sforzano di sorridere in mezzo al caos, celando dentro di se il peso della propria solitudine.

BRUNO BELLISSIMO, “BRUNO BELLISSIMO” (LOCALE INTERNAZIONALE)

Musica ‘prodotta’ e strumenti ‘reali’: la dance da una parte, il funk e lo swing dall’altra: un esperimento certo già effettuato, un matrimonio non sempre riuscito.

Stavolta si cimenta nell’impresa l’italo-canadese Bruno Bellissimo, qui all’esordio sulla lunga distanza, non a caso anche per lui una curriculum più o meno equamente diviso tra la carriera di DJ e producer e quella di polistrumentista, recentemente visto come bassista nel tour di Colapesce.

Nove composizioni, nelle quali Bellissimo ha proceduto per ‘sottrazione’, andando se vogliamo a raggiungere il ‘nocciolo ritmico’ della questione: lo swing appunto, chiamando poi Gaetano Santoro (collaboratore di lungo corso di Roy Paci) al sax e il fratello gemello Bonito alle percussioni, condendo il tutto con chitarre, tastiere e una manciata di campionamenti vocali presi qua e là, più o meno a caso.

L’esito è intrigante: i rimi sono piacevoli, invitano muovere la testa su e giù o a battere il piede; il suono – e questo forse è il miglio pregio del disco – è caldo e avvolgente; pur conservando la ripetitività ipnotica tipica della musica da dancefloor, il rischio della noia (almeno per gli ascoltatori non abituali di questi lidi sonori) è in gran parte evitato.

Il gioco dei rimandi e delle suggestioni sarà certo più facile per i più avvezzi al genere; qua e là emergono appaiono emergere sprazzi dell’epoca d’oro delle sonorizzazioni cinematografiche italiane degli anni ’60 e ’70.

Il matrimonio tra ‘suonato’ e ‘prodotto’ appare insomma stavolta riuscito, per un lavoro che potrebbe riuscire gradevole anche ai non appassionati del genere.

ARTUROCONTROMANO, “PASTIS” (autoprodotto / Libellula Dischi)

I torinesi Arturocontromano sono in giro ormai da oltre quindici anni; “Pastis” è il loro quarto disco: “Pastis”, termine che evoca l’italiano ‘pasticcio’, un piatto all’apparenza raffazzonato, miscela di elementi talvolta casuali, ma che al palato risulta più che mai gustoso… “Pastis”, che ai più attenti o appassionati non può che evocare certe parentesi di tranquillità vissute dai protagonisti dei libri di Jean Claude Izzo in quel di Marsiglia…

Banalmente, gli Arturocontromano mostrano tutto il loro essere musicalmente torinesi, figli di una città apparentemente seria, sobria e compassata, ma capace di dare i natali a un maestro dell’ironia e dello sberleffo come Fred Buscagliene; città spesso immaginata come fredda e plumbea, ma capace di partorire i Mau Mau, una delle band più calorose e sgargianti che abbiano percorso i paesaggi sonori dello stivale.

Gli Arturocontromano proseguono questa tradizione di ‘reazione’ a una geografia e un clima che si vorrebbero poco ‘accoglienti’: negli otto pezzi di “Pastis” mescolano jazz, swing, cantautorato ‘ludico’, suggestioni tzigane, folk, parentesi mariachi, e – perché no? – un filo di pop, di quello ‘elegante’, che non basta.

Un’attitudine che per un gruppo di sette elementi non si può che definire ‘bandistica’, al crocevia tra le fanfare paesane, le orchestrine di strada in stile New Orleans, i gruppi swing da fumoso locale dei ‘bassi’.

Fughe da fermo’ solo immaginate, nate e concluse sprofondati sul divano, un atteggiamento compassato, all’insegna di un disincanto rassegnato che cerca di cogliere il lato ironico e paradossale delle difficoltà della vita, alle quali è sempre complicato dare un senso; i rapporti sentimentali (ovviamente complicati)… Tematiche all’insegna di un campionario tutto sommato ‘canonico’…

Gli Arturocontromano, a dirla tutta, non suonano – né dicono – nulla di straordinariamente nuovo: eredi espliciti di una tradizione, inseriti in un ‘filone stilistico’ che ormai conta un ampio numero di esponenti… Il fatto è che far suonare in modo efficace sette persone non è comunque così facile, immediato; la band torinese raggiunge in pieno l’obbiettivo, donandoci un disco del quale certo non si sbaglia nel dire che è ‘l’ennesimo esempio di mix di jazz, folk, musica popolare e spezie etniche’, ma che alla fine riesce comunque a essere coinvolgente, a riscaldare l’ascoltatore, fargli fare una risata e magari anche a suscitare qualche riflessione dal retrogusto vagamente amaro.

MED IN ITALI, “SI SCRIVE MED IN ITALI” (LIBELLULA MUSIC / AUDIOGLOBE)

Secondo lavoro sulla lunga distanza per il quartetto piemontese dei Med In Itali, scritto come si legge, il modo ‘italico’ e un po’ cialtrone con cui spesso si pronuncia l’inglese metafora di una Nazione anch’essa raffazzonata, approssimativa, indolente, in cui gli impeti rivoluzionari si spengono davanti all’uscita del nuovo gadget tecnologico (‘Med In Itali’) e gli ardori giovanili finiscono per sprofondare rapidamente in un divano, davanti a film di cassetta o trasmissioni pseudointellettuali (‘Cumal’è’), mentre la società gioca sulla confusione dei ruoli, il politico che diventa comico e viceversa (‘Comico’) e alle porte si fa sempre più pressante la questione dei migranti (‘Sola’).

E poi c’è il vivere quotidiano, tra relazioni di coppia (‘Eroi’), la ricerca di vie di fuga ed oasi di tranquillità rispetto alle nevrosi quotidiane (‘Trantuillità’), la fatica del vivere (‘Lei’) – e perfino del venire al mondo (‘Ninna Nanna’) – quotidiano, la mancanza di prospettive che si trasforma in mancanza di speranza, alle soglie della disperazione (‘Statue di Vetro’).La via di fuga è il rifugio nel passato a volte fin troppo mitizzato (‘Nonna’),o nel lasciarsi andare all’esplosione primaverile dei sensi e dell’innamoramento (‘Maledetta Primavera’).

A leggerla così, si potrebbe pensare che “Med In Itali” sia un disco plumbeo, opprimente: e invece, proprio come nel gioco di parole del titolo, anche sotto il profilo sonoro tutto è spesso e volentieri tradotto in modi giocosi, in toni sarcastici (a tratti quasi cinici), all’insegna di un ensemble strumentale che, grazie alla sezione dei fiati e a qualche arco, si esprime spesso all’insegna dello swing, riecheggia le orchestrine dixieland, salpando talvolta verso lidi caraibici, con accenti calypso ed episodi reggaeggianti; non mancano parentesi più raccolte, né ci si nega qualche episodio più apertamente pop (ma mantenendo una certa misura) mentre i dodici brani presenti sono costantemente percorsi da una vena cantautorale.

Un lavoro dai toni spesso e volentieri accesi, dai colori variopinti, con qualche momento crepuscolare, specchio di un’Italia in bilico tra la farsa e il dramma.

MICHELE ANELLI, “GIORNI USATI” (ADESIVA DISCOGRAFICA/ LIBELLULA PRESS)

Avviene abbastanza di frequente che i dischi dei cantautori – a inizio carriera o già affermati – finiscano per essere poco ‘suonati’: talvolta alle spalle c’è una molto concreta ‘mancanza di mezzi’, in altre occasioni dipende dall’intramontabile fascino della figura idealizzata del cantautore solo contro il mondo, armato solo della propria chitarra; la maggior parte delle volte, diciamocela tutta, c’è l’obbiettivo egoismo del cantautore: il cantautore vuole stare da solo, per i fatti suoi, dire e suonare ciò che vuole senza dover scendere a patti con nessun altro. I musicisti che, specie nei casi di carriere già lanciate, lo accompagnano, sono poco più che turnisti, meri ‘esecutori’ e questo a un orecchio attento finisce per essere evidente.

Michele Anelli non è certamente un giovanotto di primo pelo (classe 1964), né un novellino sotto il profilo artistico: alle spalle una lunga e prolifica attività (per quanto non troppo illuminata dai riflettori) durata una ventina d’anni coi Groovers, proseguita con vari progetti solisti… Sarà forse proprio per questa abitudine a collaborare con altri che, per essere il lavoro il lavoro di un cantautore, “Giorni Usati” appare un disco insolitamente variegato sotto il profilo sonoro; non solo: l’ascolto dei dieci brani presenti dà l’idea che a suonare non siano arrivati dei semplici, per quanto valenti, ‘mestieranti’: si avverte un amalgama che va oltre il semplice: ‘vieni il giorno x in studio e mi suoni questo, questo e quest’altro’… O almeno, tale è la mia impressione, magari sbaglierò.

Il risultato è un disco che ricorda quegli incontri sonori tipici degli anni ’60, quando certi lavori erano magari intitolati a un cantante, ma talvolta finivano per risultare degli happening, delle riunioni in cui non tutto era programmato a tavolino, ma i pezzi finivano per prendere svolte impreviste lì, su due piedi.

Impressione accresciuta dal fatto che, in più di un episodio, il lavoro si incammina sui sentieri delle contaminazioni tra jazz e rock, ricordando (seppur alla lontana), le esperienze di Perigeo & co., ma trovando il tempo per declinazioni all’insegna dello swing, una parentesi gospel ed episodi dalla più marcata impronta cantautorale, ma in cui i suoni non sono mai un semplice contorno delle parole.

La presenza di tastiere (Andrea Lentullo) e contrabbasso (Matteo Priori) non poteva del resto non instradare il disco su territori jazz, assieme alle chitarre suonate dallo stesso Anelli e alle batterie, dietro cui si alternano Stefano Bortolotti, Sergio Qualgliarella e Nik Taccori; un ulteriore manipolo di collaboratori aggiunge, di volta in volta, fiati e archi.

I testi alternano introspezione, rapporti affettivi e dediche a chi si è incontrato lungo la strada e che alla fine della strada è giunto e uno sguardo sul mondo, tra temi sociali (la lotta delle vittime dell’amianto, la figura di Peppino Impastato), la mancanza di figure di riferimento sotto il profilo ‘ideale’, la capacità delle persone di lottare per il futuro anche quando il contesto porterebbe ad arrendersi. Un disco con tre pezzi intitolati a figure femminili, la Donna vista come simbolo della ‘resistenza’ contro le storture del mondo.

Banale, affermare che “Giorni Usati” è un disco da ‘ascoltare’: meno scontato affermare che, una volta tanto, è un lavoro in cui parole e suoni finiscono per richiedere la stessa attenzione, senza che vi siano protagonisti e ‘spalle’.

PETER TRUFFA, “ART SCHOOL” (LADY LOVELY LABEL)

Un nome ‘da film’ per una vicenda che sul grande schermo potrebbe essere raccontata: ai tempi dei ‘cervelli in fuga’, un esempio di ‘cervello in arrivo’: newyorkese di nascita, dopo aver mosso i primi passi nel mondo musicale nei primi anni 2000, Peter Truffa la sua ‘america’ sembra averla trovata qui da noi, grazie all’incontro ed alla collaborazione con Mr. T-Bone prima e Giuliano Palma & The Blue Beaters poi, fino a giungere a questo suo primo disco solista, confezionato assieme ad un manipolo di collaboratori, tra cui Bunna.

A metà strada tra un Ep e un full length, “Art School” attraverso i suoi sei brani propone un sintetico compendio delle varie declinazioni dei ‘suoni in levare’: dal reggae più classico, allo ska, dal rocksteady alle contaminazioni swing; un breve ma intenso viaggio dalle tinte solari, in cui prevalgono gli episodi più movimentati, ma senza dimenticare la rilassatezza tipica del genere di riferimento.

Peter Truffa canta e si occupa di piano e tastiere assortite, con Andy Stack ‘factotum’ a chitarre, basso e batteria, le percussioni di Larry McDonald, il sax alto di Danilo Pala, Bea Zanin ad imbracciare il violoncello e a contribuire alle voci nell’episodio conclusivo.

Un lavoro che ripropone con efficacia e vitalità gli stilemi tipici del genere, in cui si fa apprezzare l’azzardo della cover – tutto sommato riuscita – di una pietra miliare del rock come “The River” di Springsteen.

Un esordio positivo, che lascia intatta la curiosità per un seguito, magari più ‘corposo’.