Posts Tagged ‘jazz’

TWEE, “MANGO” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

“Mango”: il frutto tropicale e il paese delle Langhe dal quale proviene questo gruppo per ¾ al femminile.

Se vogliamo, più il sole e le spiagge caraibiche che non le brume piemontesi è ciò che troviamo nei dieci pezzi che compongono l’esordio della band piemontese.

Si comincia con una strizzata d’occhio allo swing si prosegue all’insegna di un mix di soul e r’n’b che getta lo sguardo oltreoceano: certo, le Twee non hanno a disposizione il ‘gigantismo produttivo’ che contraddistingue certe produzioni, ma riescono qua e là a colpire nel segno (‘My Name’, ‘No Pain’, ‘Shadow People’) con pezzi che non sfigurerebbero nelle playlist del genere.

Una spruzzata di rock e qualche accennata deriva jazz arricchiscono un lavoro che in più di un’occasione invita a battere il piede e muovere la testa, cantando di esperienze personali e ‘vita vissuta’.

Una leggerezza che non diventa ‘facilità’; una certa attitudine ‘sorniona’, un ammiccamento all’ascoltatore (il cantato al femminile, qua e là caratterizzato da una certa ‘suadenza’ non lascia indifferenti) che non diventa mai sfacciato.

Un angolo di soul e r’n’b tra colline piemontesi per un lavoro assolato e variopinto.

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ELL3, “CAMOUFLAGE EP” (TAINTED MUSIC)

Uno pseudonimo per identificarsi, sei brani – cantati in inglese – per presentarsi: Ell3 viene da Torino e in questo suo primo lavoro riversa i frutti di un’esperienza sonora che ha contraddistinto tutta la sua biografia (nasce e cresce in una famiglia di musicisti), all’insegna della fusione tra il jazz e il soul da un lato, l’elettronica dall’altro.

Accompagnata dalle sapienti mani di Alan Diamond e Davide ‘Enphy’ Cuccu, apprezzate figure della scena torinese, Ell3 dà vita a un lavoro dedicato alla necessità di fingere, di indossare maschere, per rispondere alle convenzioni sociali o rispondere alle necessità imposte da rapporti personali che spesso finiscono per richiedere di mostrarsi per ciò che non si è; si finisce così per allontanarsi dalla propria essenza, finendo magari per rifugiarsi nel sogno, anche se il proprio io finisce per riemergere, magari attraverso la tristezza di uno sguardo (gli occhi come proverbiale ‘specchio dell’anima’) fino a rendere più o meno necessaria una sorta di ‘rinascita’.

Sensibilità jazz e soul unita all’elettronica, dunque: esiti non troppo distanti dal trip hop che di questa fusione fu una delle massime espressioni negli anni ’80, ma con suggestioni che possono ricondurre alla ‘solitudine urbana’ comunicata da certe colonne sonore, che possono ricordare alla lontana Ryuichi Sakamoto.

Ell3 domina naturalmente la scena, un’interpretazione sinuosa, un’intensità forse tenuta un po’ troppo a bada a favore di un’eleganza formale comunque godibile, umore tendente al malinconico.

Si avverte magari la mancanza di un ‘cambio di passo’ in un lavoro che mantiene sostanzialmente inalterato il suo ‘mood’ dall’inizio alla fine, anche se sei brani costituiscono poco più di un assaggio e sarebbe necessaria una prova più ‘corposa’ per farsi un’idea maggiormente compiuta.

CICCIO ZABINI, “ALBUME” (LIBELLULA MUSIC)

Sostanza strana, l’albume: membrana liquida protettiva che può mutare in materia dalla consistenza nevosa, fragile via di mezzo verso il solido… Poco identificabile, sfuggente: caratteristiche condivise col disco d’esordio di Ciccio Zabini, classe 1982, leccese di nascita, una lunga ‘relazione’ a più riprese con Bologna, una parentesi madrilena prima del ritorno nella città natale, dove finalmente dà forma al voluminoso bagaglio di esperienze accumulate.

Dieci pezzi in cui Zabini dice e non dice, affastellando stralci di pensieri, considerazioni, riflessioni quasi in un flusso di coscienza; personaggi comuni ma portati ai margini dai propri drammi quotidiani; l’incomprensibilità delle relazioni affettive; filastrocche trasfigurate, paesaggi crepuscolari, momenti onirici…

Il tutto interpretato con aria disincantata, un gusto per i giochi di parole, le analogie, le assonanze, fin dal titolo, che rievoca l’ormai desueto termine di ‘album’ per definire i lavori sulla lunga distanza. Non si cede mai all’aperta  malinconia, né all’aperta sguaiatezza; si resta sul filo dell’ironia, così come sul fronte sonoro prevalgono suoni e atmosfere raccolte, all’insegna di attitudini vagamente jazzistiche, frequenti flirt con sonorità iberiche o sudamericane, un insieme sonoro nel quale in cui la consistenza pastosa del contrabbasso tiene costantemente a bada l’elettricità delle chitarre (sebbene in un paio di episodi si assista a virate, sebbene non totalmente compiute, verso il rock o il country), ma la cui impronta è definita in modo più deciso dai fiati e il cui elemento distintivo finisce per essere il flauto, tra parentesi di dinamismo quasi frenetico e momenti più rarefatti, all’insegna di una nebbiosità impressionista, dai tratti obliqui, misteriosi. Si stacca dal resto, quasi come una piccola isola, ‘Il furto di/vino’, brano firmato da Agrippino Costa, divenuto poeta per sopravvivere a vent’anni di carcere.L’attitudine cantautorale di Zabini ricorda tanti senza ricondurre pienamente a nessuno: il primo della lista, per affinità vocale e un certo gusto nell’uso delle parole è De André, ovviamente con tutti i debiti distinguo.

“Albume” assolve pienamente alla sua funzione di disco d’esordio di un artista che ha già accumulato una solida esperienza; uno stile affinato all’insegna di una giocosità sfuggente che è il punto di forza del lavoro, ma che a tratti sembra un filo troppo insistita, come se l’autore finisse per avvolgersi in un ‘albume’ fatto di allusioni e suggerimenti accennati, forse per evitare di confrontarsi troppo direttamente con la durezza di una realtà che il disco lascia intravedere solo in controluce.

SALAMONE, “PERICOLI E BALLATE (LIBELLULA DISCHI)

Vincenzo Salamone, o semplicemente Salamone, giunge alla seconda prova sulla lunga distanza dopo i più che discreti riscontri dell’esordio “Il Palliativo”.

Dieci brani e l’impressione che il cantautore siciliano abbia voluto ampliare gli orizzonti; partendo certo dalla natia Palermo e dalle sue contraddizioni, cui è dedicata la title-track, ma successivamente eccolo dipingere le atmosfere della Parigi di fine ‘800, raccontare una storia di ‘tradimento per solitudine’ in tempi di guerra, omaggiare Neruda e nel frattempo ritornare sulle coste del Mediterraneo, luoghi di speranze e tragedie o a tratteggiare personaggi ‘al limite’, per carattere e sensibilità destinati a perire di fronte al cinismo dell’oggi, parentesi dedicata alla ricerca spirituale come via per una vita più semplice, meno appesantita dalla troppa materialità contemporanea.

Un disco il cantautore siciliano appare volersi cimentare in uno stile sonoro più variegato: non mancano i colori sgargianti del disco precedente, con quell’impressione da sgangherata banda di Paese che, pur godibile, aveva portato una certa idea di già sentito; si approfondisce per certi versi il rapporto col jazz, con tendenze swing e qualche atmosfera di maggiore raccoglimento; si fanno maggiormente marcate certe impressioni cantautorali, con l’ombra di Rino Gaetano a continuare a far capolino di tanto in tanto, ma forse con la ricerca di uno stile più autonomo; si fa largo una certa predilezione per atmosfere acustiche, come nella lunga ballata finale dominata dall’armonica.

Salamone affronta insomma la proverbiale difficoltà della seconda prova accettando la sfida, cercando di non ripetersi; provando a percorrere strade ‘laterali’, che non perdono di vista i riferimenti della ‘via maestra’, ma che consentono di scorgere panorami diversi, anche accettando il rischio, talvolta, di non giungere compiutamente alla meta.

Il cantautore palermitano appare insomma almeno in parte volersi mettere in gioco e “Pericoli e ballate” si lascia apprezzare soprattutto per questo.

ALDO BETTO WITH BLAKE C.S. FRANCHETTO & YOUSSEF AIT BOUAZZA , “SAVANA FUNK”(BRUTTURE MODERNE / AUDIOGLOBE / LIBELLULA PRESS)

A circa un anno di distanza dal lavoro d’esordio, “Musica Analoga”, secondo disco per il trio capitanato da Aldo Betto, chitarrista dalla carriera ventennale.

“Savana funk” è un titolo che già di suo suggerisce qualcosa: un incontro di mondi, una mescolanza di sapori: ed è proprio questa la ‘ragion d’essere’ delle dodici composizioni – interamente strumentali – che danno vita al disco: il continuo incrociarsi e accavallarsi di suggestioni, in uno sgargiante melting pot sonoro.

Il Jazz è il punto d’incontro per i ritmi ammiccanti del funk, con tanto di chitarre con effetto wah, wah; le assolate distese desertiche, quelle della frontiera americana o degli immensi paesaggi africani; le radici del gospel e l’estro dell’avanguardia; una spruzzata di ritmi hip hop, una manciata di ambient, una passata di rock.

Guida la variegata tinta delle chitarre di Betto, pronto a passare dalla briglia sciolta delle parentesi più ‘seventies’ a momenti all’insegna di una compostezza dall’espressione quasi ‘grave’. I bassi di Franchetto elevano la temperatura, il calore avvolgente dell’ensemble, con suoni dalla corposità quasi tangibile; la batteria di Youssef Ait Bouazza è il perfetto complemento all’insieme sonoro. Un manipolo di ospiti arricchisce la pietanza, a partire dai synth, tastiere e piano di Nicola Peruch, per arrivare alle percussioni del maliano Kalifa Kone: il trio che diviene formazione aperta, gli spazi sonori che si fanno più ampi: Nord America, Europa, Africa.

Un disco che vive su una prima parte più ‘irrequieta’, mentre sul finale lascia spazio a una maggiore ‘riflessività’, reclamando fin dalle prime note l’attenzione dell’ascoltatore,  distogliendolo da ogni altra occupazione.

STATO BRADO, “COSA ADESSO SIAMO” (NEW MODEL LABEL)

Seconda prova sulla lunga distanza per i livornesi Stato Brado, che raggiungono il traguardo a circa quattro anni dall’esordio, avendo nel frattempo pubblicato un EP.

“Cosa adesso siamo”: un ‘punto della situazione’, si potrebbe dire, affidato alla galleria dei protagonisti dei dieci brani presenti, spesso – anche se non sempre – fotografati in momenti particolari della propria esistenza: c’è chi è allergico alle responsabilità e sogna una fuga ‘definitiva’; chi quella fuga l’ha tentata, non avendo il coraggio di portarla fino in fondo e se ne sta tornando a casa, con più dubbi di prima; il chiamato alle armi che decide di opporsi a un destino già scritto.

Chi di spezzare le catene di un’esistenza apparentemente ‘normale’ non ha saputo immaginarlo, fino ad arrivare al ‘punto di rottura’ che l’ha portato nella cronaca nera dei giornali; lo scommettitore incallito che a uscire dalla sua situazione non ci pensa nemmeno, alla continua ricerca dell’emozione della vittoria.

Aleggia un’atmosfera di rimpianto, il filo conduttore di un tempo che passa senza fare sconti, al quale può resistere solo chi sa prendere realmente in mano le redini della propria esistenza; ma di fronte al quale l’uomo comune il più delle volte desiste. Un’amarezza che trova il suo compimento nel brano finale: l’attesa di una ‘svolta’ che non arriva mai che porta a perdere di vista le vere occasioni che capitano lungo il cammino, apparentemente trascurabili.

Gli Stato Brado sfruttano la loro consistenza ‘bandistica’ – sono in sette – per dare vita a un lavoro che se nelle parole induce a una riflessione agra, nei suoni spesso e volentieri si colora di toni luminosi e sgargianti, mentre il cantato volge spesso e volentieri il tutto verso l’ironia, il sarcasmo: non è un caso se nel lavoro trova spazio anche una dedica a Ivan Graziani, uno che del continuo contrasto tra la riflessione e lo sguardo ironico ha fatto un’arte.

Folk semiacustico e tradizione popolare, momenti di raccoglimento cantautorale e accenni da marching band jazzistica nel lavoro di un gruppo già rodato che fa pensare, con un sorriso.

LUCA BURGIO & MAISON PIGALLE, “VIZI, PECCATI E DEBOLEZZE” (NEW MODEL LABEL)

Il nome dato alla band di accompagnamento, ‘Maison Pigalle’, e il titolo del disco suggeriscono già molto riguardo le ambientazioni del lavoro di esordio di Luca Burgio, agrigentino di nascita, poi a Madrid e in seguito stabilitosi a Palermo.
Atmosfere notturne, bassifondi e ‘localacci’ frequentati da individui ‘poco raccomandabili’, ma poi in fondo nemmeno tanto peggiori di quelli che animano il mondo ‘di giorno’… Tutto innaffiato con l’immancabile – quasi proverbiale – ampia dose di alcool…

Nove canzoni, in cui spezie rock e pop vanno ad arricchire una ricetta frutto per la gran parte di ingredienti presi dalla dispensa del folk, delle tradizioni popolari, a cavallo tra Italia e Spagna, dalle sagre paesane al tango, con una spruzzata di jazz, tradotti in un insieme sonoro in cui si mescolano mandolino e contrabbasso, fisarmonica, e percussioni varie, l’irrinunciabile chitarra.

L’esito appare ambivalente: nella forma, più ineccepibile: Luca Burgio e i suoi compari ci sanno fare, costruiscono efficacemente microstorie, caratteri, suggestioni, con un effetto sonoro a cavallo tra la banda di paese, la musica da strada, i piccoli gruppi da club cui si aggiunge un cantato ‘caratteristico e caratteriale’, talvolta perfino un po’ sopra le righe; all’opposto si ha però l’impressione che il disco si inserisca in un filone che, specie negli ultimi anni, è stato ampiamente percorso ed esplorato, senza aggiungere molto a quanto già detto da altri.