Posts Tagged ‘jazz’

LOU SERIOL, “OCCITAN” (AUTOPRODOTTO / EGEA MUSIC)

Venticinque anni e passa di attività alle spalle, i Lou Seriol sono appena alla quarta uscita discografica: non ‘facile’, del resto, la scelta di esprimersi in occitano, lingua antica che, pur poco usata, sembra aver trovato nella musica uno dei principali canali di diffusione e mezzi per la propria sopravvivenza.

I dodici brani che compongono “Occitan” non si limitano però non solo e non tanto alla sola tradizione, al folk e alla canzone popolare, ma anzi, lanciano lo sguardo oltre, facendo tesoro di decenni di esperienze, e mostrando soprattutto le proprie influenze caraibiche, tra reggae e ska, dub e calypso, flirt col dancefloor, escursioni in territori blues e funk, qualche accenno rock, parentesi da jazz band: la formazione – base è di cinque elementi, ma nutritissimo il numero degli ospiti, con una strumentazione allargata ad includere archi e fiati, armonica e banjo.

L’esito è un disco variopinto, solare, all’insegna del più classico dei contrasti con la bramosità dei territori al confine tra Italia e Francia, che usa una lingua antica per parlare di questioni più che mai attuali, di libertà, giustizia e immigrazione e che in chiusura offre una rilettura arrembante di un classico come ‘Anarchy in the U.K.’

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GIAN MARCO BASTA, “QUANTO BASTA VOL. 3” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Terzo lavoro per il bolognese Gian Marco Basta, cantautore, o meglio ‘cantattore’: agli inizi, due raccolte di poesie, recitati nei locali della città, in seguito la partecipazione a laboratori teatrali di Dario Fo e Franca e nel frattempo l’avvio dell’attività musicale.

Un narratore, soprattutto, la cui vena emerge più che mai in questi dieci brani: storie immaginate, racconti in prima persona, personaggi bizzarri, proverbialmente tragicomici.

Amori non dichiarati alle casse di un supermercato, la ‘nostalgia del culatello’ di un seguace della moda vegana (omaggiando la sigla di “Mork & Mindy”), peripli disperati nelle sale slot, complicazioni sentimentali, mariti schiavizzati, amicizie tradite (a causa di donne) e poi ritrovate, mitologici personaggi della Riviera…

A Gian Marco Basta piace raccontare, con un’attitudine che ricorda fin da subito Jannacci, storie e racconti accompagnati da suoni variegati, tra accenni jazz, momenti acustici,  tempi di walzer, parentesi ‘da saloon’ e il limite del disco è forse in questo ricorso a una parte sonora un po’ ‘di maniera’, certo finalizzata a dare totale risalto ai testi, ma insomma alla fine poco ‘incisiva’.

SAVANA FUNK, “BRING IN THE NEW” (BRUTTURE MODERNE / AUDIOGLOBE)

Terzo disco per il progetto portato avanti da Aldo Betto (chitarra), Blake C. S. Franchetto (basso) e Youssef Ait Bouazza(batteria e percussioni), con l’apporto – pur se solo in alcuni degli otto pezzi presenti – della voce di Chris Costa, ed è la novità più importante rispetto a una formula che rimane comunque saldamente ancorata alla sola espressione strumentale.

La proposta resta quella evocata dal nome del progetto: una sorta di ‘funk da spazi aperti’, che parte dal consueto inesausto pulsare del basso, accompagnato da chitarre che, conservando anch’esse un sapore tipicamente seventies, lanciano flirt con l’hard rock, a volte andando a lambire territori prog o space, accennando derive psichedeliche o escursioni in territori blues; resta costante, sotto traccia, l’attitudine jazzistica per le svolte improvvise, né si rinuncia a una corposa componente etnica, tra spezie mediterranee, africane e caraibiche, fino a sfioramenti dub.

Il pasto è insomma ottimo e abbondante, le portate dense di sapori, per un disco che sa rivelare a ogni ascolto dettagli precedentemente sfuggiti.

GLI ARCHIMEDI, “FORVOJAĜI” (NEW MODEL LABEL)

Violino (Andrea Bertino), violoncello (Luca Panicciari) e contrabbasso (Giorgio Boffa), tra gioco, sperimentazione, omaggio alla tradizione e ai classici.

Il trio si inserisce così in un certo filone che negli ultimi anni ha cercato di ‘rinverdire’ certe sonorità classiche, mostrandone la versatilità (l’esempio più famoso è quello dei  2Cellos, assurti quasi al ruolo di rockstar).

La costruzione di un proprio ‘canone’ è in buona parte una necessità derivante dalla scarsità di composizioni dedicate a un trio di questo tipo.

Gli orizzonti si aprono, si comincia un viaggio (il titolo del disco significa proprio questo, in esperanto) che ci porta dall’antichità (un epitaffio del I° secolo) a Chuck Berry, da Monteverdi ad ‘Autumn Leaves’, da ‘La vie en rose’ a Mozart, esplorando le possibilità, anche quelle meno ‘ortodosse’, offerte dagli strumenti.

14 pezzi, oltre un’ora la durata per un lavoro che non si risparmia, a tratti forse un po’ ‘lento’, in qualche frangente un filo troppo orientato a un’impostazione jazz che finisce forse per dilungarsi oltre il dovuto; molto più interessante quando affronta materiale poco, pescando nella tradizione popolare o scegliendo pezzi meno noti, di quando, percorrendo strade decisamente più battute, rischia di cadere nell’esercizio di stile in po’ fine a sé stesso.

Un esperimento comunque affascinante, che può coinvolgere.

ARTURA, “DRONE” (NEW MODEL LABEL / MATTEITE)

Artura (che è la gatta che ‘alberga’ lo studio La Cuccia) è il nuovo progetto di Matteo Dainese, più conosciuto con lo pseudonimo de Il Cane.

L’analogico sposa il digitale, computer e programmazione in un lavoro che vuole sperimentare conservando umanità, pensato soprattutto per l’esecuzione dal vivo, accompagnata da video di spazi aperti e natura incontaminata, girati tra le altre, in Islanda e Ungheria; lo stesso titolo, “Drone” è anche il nome con cui è stato ‘battezzato’ uno strumento di registrazione video, usato nell’occasione.

Le dieci composizioni che ne risultano costituiscono un classico ‘viaggio’ dai contorni onirici, sapori anni ’70, influssi psichedelici, reminiscenze space-rock, suggestioni prog: la struttura – base del gruppo del resto è un trio – accompagnano Dainese Tommaso Casasola e Cristiano Deison – cui si aggiunge una manciata di innesti occasionali, rimandando proprio alla felice stagione del ‘rock progressivo’.

Si viaggia, quindi, con tipici attraversamenti di climi, ambienti e umori, accensioni e dilatazioni, ritmi che si rarefanno o assumono più corpo e ‘sostegno’; un continuo gioco di dialoghi e rimandi tra chitarre ‘reali’ e suoni digitali, una sezione ritmica ‘suonata’ che dà corpo e spessore al tutto, l’intervento episodico e inaspettato di una tromba con esiti ai limiti del jazz-funk.

L’esito affascina, invitando all’ascolto ripetuto, al gusto della ricerca continua del dettaglio sfuggito.

ROPSTEN, “EERIE” (SEAHORSE RECORDINGS)

Nato nel 2011, il quartetto strumentale dei Ropsten, della provincia di Treviso, giunge al traguardo del primo lavoro sulla lunga distanza, dopo aver nel frattempo pubblicato due EP.

Come detto, si tratta di un gruppo dedito esclusivamente a composizioni strumentali, all’insegna di quello che qualche anno fa sarebbe stato etichettato come post-rock: un’etichetta per certi versi ‘di comodo’, un ‘ombrello’ al di sotto del quale col tempo si è finiti per mettere un po’ di tutto.

I Ropsten assemblano sette pezzi che veleggiano in territori largamente psichedelici, tra impressioni oniriche e siderali, momenti che sfiorano panorami d’incubo e frangenti più liquidi e dilatati.

Memori della lezione del ‘kraut rock’ degli anni ’70, ma anche della felice stagione dell’hard rock psichedelico degli Hawkwind, pronti qua e là a inserire momenti di ‘deriva’ dall’impronta quasi jazzistica; sprazzi di minimalismo.

“Eerie” nelle intenzioni manifeste della band vuole essere una riflessione sulle conseguenza della ‘degenerazione tecnologica’, una finestra spalancata su una ‘terra di confine’ tra uomo e macchina, prefigurando un mondo in cui la distinzione tra i due, anche a occhio nudo, si farà sempre più difficile.

Le atmosfere sono del resto il più delle volte plumbee, la sensazione di trovarsi sull’orlo di un baratro, di stare per addentrarsi in territori sconosciuti, per quanto a tratti si lasci comunque spazio a momenti più ariosi.

Un lavoro i cui tratti ‘vintage’ sono ripresi all’insegna di un’efficace modernità.

SNOWAPPLE, “WEXICO” (AUTOPRODOTTO)

Prendete tre ragazze olandesi con trascorsi tra lirica, jazz e gospel; portatele al sole del Messico, facendole incontrare con le sgargianti tinte sonore del luogo: se riuscite a immaginare questo matrimonio sonoro, riuscirete a farvi un’idea delle Snowapple, qui al quarto capitolo della loro vicenda discografica.

Otto pezzi dalla consistenza cangiante, con suoni certo fermamente radicati nella tradizione messicana (qualche suggestione rock,vagamente indie e psichedelica) tra percussioni, qualche ‘corda’ e occasionali fiati facenti alla musica popolare del luogo, ma che si mescolano con un cantato (tra inglese e spagnolo) frutto delle diverse esperienze delle tre, tra cori con qualche accento spiritual, eleganza jazz, spunti da trio vocale anni ’40 e qua e là qualche acuto ‘lirico’.

Il risultato è divertente, coinvolgente, all’insegna di toni accesi, ma senza negarsi qualche episodio più riflessivo, e parentesi quasi esclusivamente cantate ‘a capella’.

Un disco per lo più allegro, i cui ritmi ‘saltellanti’, da orchestrina mariachi e la cui luminosità fanno quasi spontaneamente nascere un sorriso.