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LATLETA, “MIRAGGI” (LABELLASCHEGGIA / LIBELLULA MUSIC)

‘Latleta’ perché i tempi non sono esattamente facili e bisogna avere forza e resistenza; disciplina, anche, nel ‘fare musica’, attività che può dare molto a patto di dare molto, se si può passare il gioco di parole.

Latleta è il nuovo progetto di Claudio Cosimato, già ‘Vittorio Cane’; i ‘Miraggi’ sono oggetti, obbiettivi, relazioni del quotidiano, che magari si rivelano effimeri e a guardarci attraverso rivelano ‘altro’.

Forse non è un caso che, al di là della passione conclamata per synth, tastiere e quant’altro a cavallo dei ’70 e degli ’80, si siano scelte sonorità molto legate a quel periodo, giudicato spesso il trionfo dell’effimero del pop elettronico.

C’è un che di dissonante, in questi dieci pezzi che abbinano sonorità da successo estivo a testi che guardano con aria disincantata ciò che ‘gira intorno’, con toni sommessi, a tratti addirittura quasi annoiati (qua e là si avverte qualche somiglianza con Daniele Silvestri).

Una vaga, costante, sensazione di straniamento che può affascinare.

MONÊTRE, “MONÊTRE” (LIBELLULA MUSIC)

Quintetto con base a La Spezia, i cui elementi vantano già altre esperienze alle spalle (il chitarrista Mauro Costagli ad esempio suonava nei Lo-Fi Sucks!).

Nati dapprima come un trio strumentale, ampliatisi poi a quartetto, per trovare infine anche una ‘dimensione vocale’, grazie all’arrivo di Federica Tassano.

Obbiettivo dichiarato della band in questo esordio è quello di ripercorrere certi sentieri sonori a cavallo dell’inizio degli anni 2000, al cosiddetto ‘post rock’, alle soluzioni sonore di band come Tortoise, Karate e tante altre, magari con un maggiore sguardo verso un indie – pop non troppo ammiccante.

Il risultato sono dieci pezzi dominati dal costante dialogare delle due chitarre che disegnano trame sonore spesso accidentate, non lineari, caracollanti, che a tratti si fanno dissonanti e talvolta flirtano col noise, trovando sull’altro piatto della bilancia la dolcezza, a tratti una tenerezza quasi infantile, della voce di Federica, con un finale che rievoca i Sigur Rós, con la sua lingua ‘inventata’ e le atmosfere rarefatte.

Brani per lo più intimisti, riflessioni su di sé e sulle relazioni interpersonali, un omaggio a chi non c’è più, una parentesi dedicata a chi muore cercando di attraversare il mare

Un disco avvolgente, a tratti emotivamente intenso.

ALEPHANT, “WHOLE” (LIBELLULA MUSIC)

“Whole”, ossia ‘completo’, ‘intero’: una condizione di compiutezza che spesso è arduo anche solo iniziare a cercare, se questo vuol dire abbandonare la certezza e la sicurezza di contesti apparentemente ‘accomodanti’, sotto il profilo sentimentale, lavorativo, esistenziale.

Gli Alephant nascono dalla collaborazione dei fratelli Pierandrea ed Enrico Palumbo col batterista Marco Ferro, tutti con varie esperienze alle spalle tra pop punk e metal, fino a una comparsata sanremese.

Percorsi di vita che hanno portato i due fratelli dalla natia Torino l’uno in Francia, l’altro in California, facendo di “Whole” il frutto di una collaborazione a distanza.

I 10 brani che ne escono devono un qualcosa a un certo filone semiacustico del rock-folk statunitense degli ultimi 10 – 15 anni, a gruppi come The National o Lambchop, con momenti più movimentati che possono ricordare alla lontana i Kings of Leon.

“Whole” ha dalla sua questo respiro internazionale, l’essere il prodotto di musicisti rodato che sanno quello che vogliono e come ottenerli. Un disco solido, dalla forte coerenza interna, privo di cali di tono o di riempitivi. Non mancano certe suggestioni ‘lisergiche’ o l’evocazione dei ‘grandi spazi’, come se proprio certi panorami sterminati e le loro infinite possibilità fossero il luogo d’elezione per raggiungere la propria completezza, evadere da troppe gabbie (magari autoimposte), chiudere i ‘conti in sospeso’; un percorso non facile, tratti doloroso (come nel caso di rotture sentimentali), lungo il quale si rischia anche di perdersi, sporgendosi sull’abisso, prima di raggiungere la meta finale.

LEANDRO, FOSSIMO GIÀ GRANDI (BUNYA RECORDS / LIBELLULA MUSIC)

“Fossimo già grandi”, sembra suggerire il torinese Leandro, classe ’94, ci risparmieremmo un bel po’ di incertezze, insicurezze, dubbi e interrogativi.

Gli otto pezzi che compongono l’esordio sulla lunga distanza (dopo un precedente singolo) del cantautore abbozzano un ‘ritratto generazionale’ di chi oggi, a cavallo tra i venti e i trent’anni, ha ancora più domande che risposte, sotto il profilo esistenziale e anche sentimentale.

Si riflette sulle scelte da prendere, su ciò che scegliendo si deve lasciare, sulle strade da intraprendere, trovando spazio per un brano dedicato ai rapporti tra fratelli (non così frequente) e per una riflessione più ‘sociale’, dedicata alla tendenza diffusa a cercare nemici immaginari, da identificare magari con chi cerca di attraversare il mare e arrivare qui.

Un cantautorato che, pur rievocando inevitabilmente dei precedenti (a me vengono in mente Niccolò Fabi o Riccardo Sinigallia), riesce a mantenere una sua impronta stilistica, accompagnando la voce con una scelta sonora ispirata anche a certe ‘sperimentazioni’ di Radiohead o Sigur Ros, restando legata a territori ‘indie’ e che occasionalmente si addentra in territori più ‘radio friendly’.

SÀRGANO, “T” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Non una ‘T’ in realtà, ma il simbolo della ‘strada senza uscita’, intesa come ‘chiusura’, parola con cui la band originaria delle Marche (il Sàrgano è una varietà autoctona di ulivo), ma oggi sparsa tra il centro e nord Italia, sintetizza un po’ tutte la ‘attitudini esistenziali negative’che ostacolano la propria realizzazione e i rapporti con gli altri.

Undici brani per un disco d’esordio che veleggia tra l’osservazione della realtà – i giovani che partono e quelli che restano, il ruolo degli anziani, il ‘divertimento forzato’ dei periodi di vacanza – alcune riflessioni sullo studio del ‘sé’ e l’uscita dalle proprie ossessioni e il tema ricorrente della gelosia con le sue conseguenze più nefaste.

Lavoro diviso, e un po’ indeciso, tra elettro-pop in stile Subsonica (forse la scelta più convincente, un rock più ruvido e sprazzi di cantautorato.

L’impressione è che di idee ce ne siano, ma manchi ancora qualcosa nella messa in pratica.

PORTOBELLO, “BUONA FORTUNA” (luovo / iCompany / ARTIST FIRST / LIBELLULA MUSIC)

Disco d’esordio per questa band romana, nata come progetto solista del cantante Damiano Morlupi e allargatosi progressivamente fino a contare sei elementi.

“Buona fortuna” appare un auspicio, un modo di lanciare uno sguardo tutto sommato ottimista al futuro, nonostante tutto.

I nove pezzi presenti riportano il consueto campionario d’incertezze di giovani uomini alle soglie della maturità, con uno sguardo nostalgico a un passato rappresentato dai classici amori estivi.

I sentimenti e le connesse gioie, difficoltà e patimenti assortiti sono il filo conduttore di un lavoro all’insegna di un pop / rock condito con una buona dose di elettronica dai riflessi vintage, anni ’80 e dintorni.

Qua e là emergono anche spunti interessanti, forse fin troppo ‘controllati’, tenuti a freno dalla tendenza a dare al tutto una forma fin troppo ‘gradevole’. I Portobello come detto sono in sei, ma le potenzialità di un impianto così ampio vengono in un certo senso ‘annacquate’ dalla scelta di affidare gran parte della grana emotiva dei pezzi all’interpretazione vocale; la scrittura, abbastanza ‘comune’, non aiuta… Certo, l’esito è comunque ‘fresco’, più di un brano può avere qualche potenzialità radiofonica, tuttavia sarebbe stato più interessante ascoltare uno sviluppo di certe idee che restano a livello embrionale, forse limitate dalla voglia di ‘farsi piacere’.

THE SPELL OF DUCKS, “SOUP” EP (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Un paio di singoli all’attivo, assieme a varie apparizioni, anche televisive – MTV, Italia’s Got Talent – i The Spell Of Ducks mettono su disco altrimenti sei brani, all’insegna di un folk – rock che guarda oltreoceano.

Il gruppo del resto è strutturato come una sorta di banda da sagra di Paese: sei componenti, strumentazione che comprende banjo e archi, siamo insomma dalle parti di quelle ‘fiere della Contea’ ritratte da innumerevoli film e serie tv.

Il mood tuttavia non è poi così festoso: non mancano i momenti di allegria, ma prevalgono la riflessione, il senso di raccoglimento dato dalla dimensione acustica, con momenti d’intensità quasi dolente.

La formazione torinese offre una buona assaggio delle proprie capacità, in attesa forse di un lavoro piuttosto corposo.