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ALEX GANASSINI, “RECYCLED SOUNDS” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Un patchwork ottenuto attraverso ‘materiali di recupero’, copia-e-incolla, samples, ma senza accantonare del tutto gli strumenti ‘suonati’, per un disco la cui impostazione quasi totalmente strumentale (ad eccezione di un paio di episodi, tra i quali la cover di ‘DJ’ di Bowie) vuole in un certo senso ‘recuperare’ anche il significato della musica come ‘canale emotivo’ e accompagnamento della vita, rifuggendo da quella sorta di ‘tirannia della parola’, oggi dominante.

Il milanese Alex Ganassini, alle spalle un’esperienza dedita per lo più al rock, ‘sinfonico’ o ‘alternativo’, sempre con progetti solisti, lascia in buona parte certi territori per un lavoro dove il rock è solo uno dei punti di riferimento, per un lavoro dalle molteplici sfumature, reso possibile dal ricorso massiccio alla tecnologia, nel nome di una ‘sostenibilità’ qui appunto simboleggiata dal ‘recupero’ di suoni provenienti da altrove.

I dieci brani che compongono il disco fanno viaggiare l’ascoltatore da ambientazioni siderali e quasi ‘oniriche’ (‘Funk in the orbit’) a luoghi più decisamente – e drammaticamente – vicini (‘Libia’), da atmosfere da festa in spiaggia (‘The Beach’) e ritrovi cittadini (‘Café Milano’) a scenari ‘decadenti’ (‘Gotterdammerung’) fino a una ‘March of the Heroes’, incoraggiamento a non lasciarsi demoralizzare dai tempi difficili.

Venature psichedeliche, sprazzi da dancefloor, digressioni lounge, accenni ‘cosmici’ senza dimenticare il ‘caro, vecchio’ rock, per un disco che può incuriosire.

EMANUELE VIA & DANILO GUIDO, RICCI & DYLAN, BATTISTA, DAVIDE MALAFEDE, NINFEA: SINGOLI

Emanuele Via & Danilo Guido
Afonia
Ghost Production / Libellula Music

Il piano di Emanuele Via e il sax di Danilo Guido per questo intenso strumentale, che accompagna ed è accompagnato dal video curato dal torinese Giorgio Bianco e da Denis Mancuso, calabrese di Acri; proprio le strade del borgo in provincia di Cosenza fanno da sfondo alle note: strade vuote e silenziose, le botteghe degli artigiani, i mestieri che vanno scomparendo.
Una riflessione in musica su una ‘Afonia’ che non è solo l’incubo di chi usa la voce per esprimere la propria arte, ma è anche il silenzio che cala sui rumori prodotti da mestieri antichi in via di estinzione o nelle strade dei tanti piccoli borghi progressivamente abbandonati.
Il ‘convitato di pietra’ è ovviamente la situazione che stiamo vivendo, in cui il ‘silenzio’ è imposto dalle circorstanze (o magari da normative più o meno ‘miopi’): l’attore che si esprime solo, privo della parola, ma ancora di più l’immagine, per certi versi struggente, di una ballerina che si esibisce in un teatro antico davanti a spalti deserti, valgono più delle mille parole che in questo video cedono il passo alla sola musica.

Ricci & Dylan
Saturno e il tuo nome
Believe Music / Visory Records

Reduci entrambi da edizioni più o meno recenti di “X-Factor”, Ruggero Ricci e Dylan (Luppi) uniscono le forze per questo brano che riflette sui sentimenti, le relazioni e i modi di viverli.
Non solo Saturno, in un brano che tira in ballo il Sole, la Luna, la gravità e i palloni aerospaziali, in una metafora utilizza le dimensioni cosmiche per descrivere le complicazioni dei rapporti tra esseri umani su questo piccolo pianeta.
La cifra stilistica, tra reminiscenze soul e r’n’b, è un po’ quella tipica dei ‘talent’, in un filone che ha trovato in Marco Mengoni l’esponente più rappresentativo.
Ascolto magari gradevole: il limite forse non è tanto nella scrittura, quanto in una produzione che finisce per dare l’idea di pezzi che siano un po’ fatti con lo ‘stampino’.

Battista
Lasciamoci Andare

Nuovo singolo, il secondo dopo ‘Solo un filtro’, per questo giovane cantautore (lui stesso cerca di dare il giusto peso al termine) di Tempio Pausania (Sassari).
Titolo abbastanza indicativo di un brano che invita a vivere la vita con la leggerezza e il ‘brivido’ che precede un bacio, forse a esprimere la necessità di momenti di vera ‘libertà’ in un periodo che per tanti motivi non invita certo alla leggerezza.
Brano tipicamente ‘pop’ che non chiede e non pretende nulla più che, appunto, un ascolto leggero e senza troppe ‘disamine’.

Davide Malafede
Fotografia
The Bluestone Records / Believe Digital

Romano, classe ’92, Davide Malafede esordisce con questo singolo, che parte dal passato, riflette sul presente, esorta a guardare al futuro.
Una fotografia un po’ malmessa, ‘ciancicata’ diremmo qui a Roma, magari perché conservata in un portafogli, testimonianza di un passato felice in compagnia degli amici.
Si parte da qui, dall’immagine di accompagnamento, per un pezzo che si sofferma sugli anni che passano, sulle difficoltà di una vita che regala poco, specie a chi nasce privo di ‘privilegi’ e deve conquistarsi tutto, sul percorso fatto e su quello ancora da fare.
Letta così ci si potrebbe aspettare anche un brano ‘tosto’, ‘incavolato’, invece Malafede sceglie la strada della pacatezza, quasi che superata ogni recriminazione, si prendesse semplicemente atto di tutto: di un passato ‘a ostacoli’, di un presente ancora ‘non stabile’, di un futuro incerto per la maggior parte delle persone, che va comunque affrontato, ognuno a suo modo.

Ninfea
Ad occhi aperti
MusicTeam

Terza singola uscita per la sedicenne Ninfea, al secolo Asia Strangis, nata a Lamezia Terme, ma cresciuta fin da piccola in Trentino.
Il brano nasce come reazione e volontà di raccontare le reazione dei coetanei di Asia a questo difficile periodo, in cui le privazioni del contatto umano e della socialità si fanno sentire soprattutto sui più giovani.
Si apre con l’immagine di uno stare “A braccia conserte in una piazza dove tutto è una minaccia” e si chiude con un reiterato “Aiutami, aiutami, aiutami”.
La voce è grintosa e ‘di carattere’ anche se inevitabilmente acerba e ancora con qualche accento infantile, il brano è movimentato e orecchiabile, ma tutto questo non nasconde il suo essere, forse e soprattutto, una richiesta di aiuto.
L’interlocutore è indefinito, ma alcuni passaggi – “Vorrei possedere i tuoi valori” – suggeriscono qualcuno più ‘maturo’, si parla dei propri rimpianti e di una condizione in cui “Non ci sentiamo mai abbastanza / anche quando poi ci basta / Perché sentirsi così grandi / È un’emozione da giganti”: le classiche ‘emozioni forti’ della gioventù, la crescita e alla fine la necessità (che magari spesso resta inespressa) di avere un sostegno, davanti a un mondo che già per un adolescente è complicato, figuriamoci poi in questa situazione.
Restano certo impresse una voce e una verve interpretativa promettenti, ma ancora di più la richiesta d’aiuto che, pur non espressa in modo dolente, è difficile da ignorare, anche da chi non ha figli, nel suo essere specchio di ciò che i più giovani hanno vissuto in più di un anno di limitazioni.

DANIELE CELONA, “LE COSE CHE NON SAI” – SINGOLO (ARTIST FIRST / LIBELLULA MUSIC)

Daniele Celona ha scritto e donato questo brano dopo l’incontro con Ilaria e Alessia Messutti, figlie di Giovanni, malato di Alzheimer, che hanno avviato una raccolta fondi a favore dell’Associazione Alzheimer Piemonte in memoria del padre.

Un brano intenso, per certi versi dolente, che però sembra aprirsi alla speranza, accompagnato da un video altrettanto emozionante, in cui la giovane Alice Di Natale, uscita dal Centro Sperimentale di Cinematografia di Torino, dona movimento ai quadri dipinti dallo stesso Giovanni, che nel corso della malattia ha seguito anche l’arte – terapia, scoprendo il disegno come nuovo modo di comunicazione.

DAGMA SOGNA, “INTERNO 11” (DISCHI SOTTERRANEI / ARTIST FIRST / LIBELLULA MUSIC)

Terzo lavoro (il quarto, considerando un EP) per i liguri Dagma Sogna.

Nove pezzi all’insegna di un rock a tinte hard che non disdegna da un lato di flirtare (e forse qualcosa di più) col metal, complice il risalto dato alle chitarre, efficace accompagnamento a un cantato aggressivo, ma mai sopra le righe; la sezione ritmica chiude il cerchio con puntualità.

Non si disdegna qualche passaggio più pop, in un lavoro con più di un episodio radio – friendly.

Un lavoro sul filo della disillusione – sentimentale o generazionale – i trent’anni sono un momento di bilanci, senza cedere al pessimismo, ma trovando motivi per reagire e cercare un cambiamento, trovando anche spazio per un omaggio ai propri genitori, che nonostante tutto continuano a essere gli ‘eroi’ della propra infanzia.

Un lavoro che convince per attitudine ed energia.

FUSARO, “DI QUEL CHE C’È NON MANCA NIENTE” (LIBELLULA MUSIC / VERTIGO)

Fabrizio Fusaro, cantautore poco più che ventenne originario della provincia torinese, si è già fatto conoscere e apprezzare da qualche anno, arrivando ora al traguardo del primo disco.

“Di quel che c’è non manca niente” era un modo di dire del nonno del cantautore: scelta non casuale, dato che tutto il disco è intriso di una ‘famigliarità’, dell’affetto per persone e luoghi del passato dell’artista, dell’infanzia un po’ più frequentemente, ma non solo.

C’è tutto un immaginario costruito sulla vicenda biografica dell’artista: il nonno appare tra le righe una figura importante (non solo per il titolo: uno dei brani è stato ricavato da certi suoi ritagli di giornale), ma c’è spazio per una dedica al fratello sull’onda dei ricordi d’infanzia e tutta la dimensione domestica, anche rappresentata dalla stessa casa come luogo fisico acquisisce un peso specifio decisivo lungo i nove pezzi presenti; non mancano parentesi dedicate alle relazioni sentimentali, forse (ipotizzo) viste come un percorso lungo il quale costruire una nuova ‘casa’, un nuovo luogo degli affetti.

Il tutto è proposto in uno stile comune a quello di molto giovane cantautorato degli ultimi tempi (con tutti i debiti distinguo, il rappresentante più noto del filone attualmente è forse Diodato): c’è l’amore per le parole, la scelta delle immagini, delle allegorie (non scontato il ricorso in un paio di episodi a metafore sportive che in Italia possono rischiano sempre di essere un’arma a doppio taglio, in genere evitate dai cantautori ‘seri’), in un disco dominato da un’atmosfera un po’ plumbea, a tratti quasi dolente, sul filo della nostalgia, il cantato costantemente dimesso.

Un lavoro intimo, raccolto, nel segno dell’essenzialità dei suoni, con voce e chitarra con synth percussioni e sonorità ‘d’ambiente’ a fare da sostegno, con discrezione.

Viene forse da pensare che un tantino di ‘vivacità’ in più non avrebbe guastato, ma il disco risulta comunque solido e forte comunque di una sua coerenza di carattere e umore.

DELLARABBIA, LUDOVICA LEOTTA: SINGOLI

Dellarabbia

Il Molise non esiste

Sony Music – Numero Tre – Libellula Music

Terzo singolo per questo progetto, animato da sei musicisti, tutti con una solida gavetta alle spalle, che anticipa la prossima uscita del primo ‘full length’, “L’Età della Rabbia”.

Un ironico campionario, anzi ‘scemenzario’ nell’età delle notizie fasulle su Internet, dall’ormai proverbiale riferimento del titolo – il Molise che potrebbe anche non esistere, visto che in pochi sembrano effettivamente avere idea di dove si collochi – all’altrettanto affermata leggenda urbana sul mancato sbarco sulla Luna.

Si riflette col sorriso su un fenomeno comunque pericoloso, attraverso un pop rock con qualche allusione elettronica agli ’80.

Il video, ricorrerà a tecnologie già affermate nel mondo dei videogiochi, ma ancora inutilizzate o quasi nel settore dei videoclip.

Ludovica Leotta

Sant’Agata

Maqueta Records / Rough Machine / Artist First

Omaggio alla Santa protettrice di Catania in forma di canzone popolare, eseguita in dialetto.

Brano scritto a quattro mani dalla stessa Leotta assieme a Fernado Alba, autore anche delle musiche.

Il brano fa parte del primo EP della cantautrice catanese, interamente dedicato alla propria città.

LUCA DELL’OLIO, “QUASARIDIOMA” (LIBELLULA MUSIC)

Sonorità ‘Made in USA’, passate e presenti, nell’esordio del cantautore, comasco di nascita, torinese d’adozione.

Luca dell’Olio si con presenta otto brani in cui forti sono le influenze – sonore e non solo – di tutto un’immaginario che dal folk psichedelico di Crosby, Stills, Nash e Young, arriva fino a noi, con Wilco e simili.

Voce e chitarra per lo più, ma lo stesso dell’Olio è un po’ un ‘factotum’, con un pugno di collaboratori che arricchisce la sostanza sonora del tutto.

Rivoluzioni sognate ma mai realmente realizzate, riflessioni esistenziali, errori di percorso, le immancabili traversie sentimentali.

La California che si trasfigura nella più vicina Sardegna, al sole estivo della quale il disco è stato concepito: colori vividi e un cantato per lo più vivace, con episodi in cui le atmosfere si fanno più rilassate, rarefatte, con accenni quasi ‘spaziali’.

INNOCENTE, “#IOSONO” (CINICO DISINCANTO / PEZZI DISCHI / LIBELLULA MUSIC)

Disco d’esordio per questo giovane cantautore pugliese, classe 1991 e formazione accademica.

#Iosono è la prima tappa di un percorso che finora ha visto il cantautore partecipare a vari progetti, accompagnati da una certa attività dal vivo.

Otto brani dalle tinte variegate: cantautorato e jazz, soprattutto, senza disdegnare una certa attitudine pop e qualche vago accenno rock.

Il pianoforte come strumento d’elezione, con qualche travolgente scorribanda swing e all’opposto episodi più evanescenti, ad accompagnare brani in cui prevale il vissuto personale, anche sentimentale; chiusura affidata alla popolare ‘Bella ci dormi’ per un lavoro convincente.

UHURU REPUBLIC, “WELCOME TO UHURU REPUBLIC” (LA TEMPESTA DISCHI / LIBELLULA MUSIC)

È il 2018 quando l’Ambasciatore italiano in Tanzania Roberto Mengoni coinvolge gli Uhuru Republic – la vocalist Giulietta Passera, FiloQ (a occuparsi dell’elettronica) e la viola di Raffaele Rebaudengo (già con gli Gnu Quartet) – in un progetto che, prima distanza e poi con un periodo trascorso tra Dar Er Salaam e Zanzibar, porterà alla creazione di un vero e proprio collettivo afro-italiano.

Oggi, a testimonianza del percorso compiuto, giungono queste 11 tracce:

‘libertá’ e ‘conoscenza’ sono i significati della parola ‘Uhuru’, che peraltro identifica anche il Kilimangiaro e fin dall’avvio è più che mai evidente, con cori tribali la cui ‘circolarità’ il ripetersi dei beat elettronici.

Il fascino aumenta quando al tutto si aggiungono certe strumentazioni tipiche da un lato e la viola dall’altro, con soluzioni variegate anche sotto il profilo canoro a più voci, tra inglese e lingue africane, cantato e un parlato che si avvicina all’hip hop.

Suggestivo e indicato per tutti quelli a cui piace allargare il proprio sguardo, affidandosi al gusto per le commistioni e i matrimoni tra culture.

GIOSTRE, “GETTONI” (XO PUBLISHING / LIBELLULA MUSIC)

Un parco giochi scalcinato, in mezzo disarmo, tra attrazioni mezze abbandonate, altre perfettamente funzionanti, tra le quali aggirarsi con un pugno di ‘Gettoni’ in saccoccia…

Jacopo Gobber, compositore e sound designer che ha collaborato, tra gli altri, anche con Disney, viene improvvisamente ‘fulminato’ dall’idea di unire canzone d’autore, psichedelia ed elettronica, da quella delle ‘tastierine’ anni ’80 alla techno anni ’90 e qualche accento ‘sguaiato’.

Assieme ad alcuni compagni di strada, Gobber assembla otto pezzi in cui, dietro l’apparente gioco di costruzione di mosaici sonori di varia ispirazione – in qualche caso si arriva ai limiti del ‘Blob’, come con la citazione pavarottiana inserita nell’apripista ‘Turandot’, emerge uno sguardo disincantato, più amaro che cinico, sulla realtà e in particolare certi ‘meccanismi’ nei quali quali ci si trova proprio malgrado, come ad esempio la burocrazia con la quale si è costretti a fare i conti anche in situazioni delicate come la malattia di un parente.

Prevale talvolta il nonsense, il gusto per il calembour, mentre altrove ci si ritrova a riflettere sulla propria identità di musicista e qua e là si fa spazio la riflessione, più o meno esplicita, su certi ‘riti’ come i ritrovi in spiaggia o in piazza.

Il risultato può ricordare certe esperienze di un passato più o meno prossimo: possono venire in mentre a tratti gli Amari (per chi li ricorda), del resto citati esplicitamente in una ‘lista di gradimenti’ che va da Syd Barrett ad Achille Lauro, passando per Flaming Lips e Aphex Twin.

Un disco obliquo, che per la sua natura di ‘patchwork’ sonoro invoglia all’ascolto ripetuto, sempre alla ricerca di ciò che in precedenza era sfuggito.