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GIUSEPPE FIORI, “SPAZI DI VITA SCOMODI” (DISCIPLINE / AUDIOGLOBE)

Dopo aver partecipato al progetto Rezophonic (una ‘All-Star’ benefica che raccoglie nomi del calibro di Caparezza, Roy Paci e Cristina Scabbia, giunta al terzo disco) ed essere entrato a far parte degli Egokid, il ‘bassista e non solo’ Giuseppe Fiori si cimenta nella prima prova solista.

Gli “Spazi di vista scomodi” sono quelli con cui più o meno tutti prima o poi hanno a che fare: le delusioni e insoddisfazioni quotidiane, i rimpianti, il disagio più o meno accentuato derivante da modi, stili, dinamiche di vita ‘subite’ o forse ‘accettate’ fin troppo supinamente, senza dimenticare le piccole / grandi traversie sentimentali; il contrasto, in fondo, tra ciò che si è come si vive e come in fondo si vorrebbe, che spesso produce – come mostra la copertina firmata Roberta Maddalena Bireau – una mente e un’esistenza ‘a compartimenti stagni’ in cui spesso la ‘facciata’ non corrisponde all’interno.

Prima o poi i nodi vengono al pettine, qualcosa si rompe, ed è necessario pervenire a un cambiamento: la soluzione è allora la fuga, mentale o fisica, immaginaria o reale; affidarsi al Caso, abbracciare fino in fondo una scelta – in questo caso quella di suonare, allo stesso tempo giocando (partendo dal duplice significato del verbo inglese ‘to play’); e anche in questo caso, l’amore può costituire uno stimolo, una spinta verso il cambiamento.

Temi per lo più ‘universali’, almeno in questa fase ‘sociale’, in cui il senso di ‘indefinitezza’ riguarda tanti 30 – 40 enni, cresciuti più o meno loro malgrado con una certa idea di futuro… solo che quando il ‘futuro’ è arrivato, quelle ‘idee’ e quei ‘disegni’ si sono rivelati più o meno erronei.

Divagazioni socio – storiche a parte, Giuseppe Fiori dà a questi concetti una veste tendente a un rock abbastanza ‘tradizionale’, a tratti discretamente sanguigno (qua e là con qualche accentazione new wave) cercando qua e là, nello scorrere dei dieci brani presenti, di dare un certo risalto al lato cantautorale della faccenda e senza dimenticare qua e là una certa gradevolezza pop.

Coadiuvato da un manipolo di collaboratori, tra i quali Lele Battista, qui anche in veste di produttore, Andy dei Bluevertigo e il thereminista Gak Sato, già al lavoro con Vinicio Capossela, Giuseppe Fiori assembla un disco lungo il quale a tratti si cerca forse di smussare un po’ troppo certi spigoli, mentre a mostrare maggiore efficacia sono proprio i brani più ‘tirati’

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TWOAS4, “MAREA GLUMA” (LIBELLULA MUSIC / AUDIOGLOBE)

Secondo lavoro per la creatura del cantante e chitarrista Oscar Corsetti accompagnato da Alan Schiaretti e Luminita Ilie.

Si prendono le mosse dal precedente lavoro, “Audrey in Pain English” , e non solo da un punto di vista cronologico: la continuità, anche concettuale, è sancita dalla title – track, versione in rumeno del brano conclusivo del disco precedente.

Un lavoro che rappresenta la componente sonora di un progetto multidisciplinare che include la scrittura, attraverso il racconto incluso nel booklet, una sorta di taccuino di riflessioni e appunti ‘di vita’, forse un po’ difficile da fruire, viste la ridotta dimensione dei caratteri, e la grafica, con una serie di quadri – eseguiti con varie tecniche – che accompagnano quel testo.

Un disco stratificato, per un verso strettamente legato all’attività dal vivo della band, tra rielaborazioni del proprio repertorio, prime esecuzioni in studio di pezzi abitualmente suonati nei live e che per l’altro riprende idee e materiali anche abbastanza remoti.

Disco dalla gestazione in parte complicata – Schiaretti (batteria e tastiere) ha abbandonato il progetto, anche se dopo aver comunque suonato le proprie parti – in parte arricchita dalla partecipazione di alcuni ospiti esterni, a cominciare da Andrea Bergesio ( Ezio Bosso, Eskinzo, Marco Notari) e dal suo apporto essenziale in sede di elaborazione del materiale di partenza passando a Stefano Vivaldi, in passato bassista nei Baustelle, il cantante, musicista e videomaker londinese Jon Roseman (già al lavoro con Dylan, Rolling Stones, Queen).

Undici brani, caratterizzati da un approccio multilingue, tra inglese, italiano e il rumeno di Luminita Ilie, in cui si mescolano new wave e no wave, post punk e art rock; con un cantato che più volte si avvicina al parlato (vengono in mente i ‘soliti’ Massimo Volume e Offlaga Disco Pax) e che nel suo snodarsi trasmette l’impressione di trovarsi, più che di fronte a un semplice disco, a una sorta di installazione, di performance, in questo ricordando a tratti i primi CCCP.

Frustate elettriche, abrasioni, accenni industriali, passando per una cover obliqua di ‘I wanna be your dog degli Stooges’, e sfocando nella rilettura post apocalittica dell’’Ave Maria’ di Gounod.

Un lavoro che richiede attenzione, che tiene l’ascoltatore sulla corda, i cui mutamenti di registro linguistico costituiscono il primo elemento di stimolazione; un lavoro che vive sia nella sua autonoma identità sia nel suo essere parte del più ampio progetto che mescola suoni, parole e grafica.

CIRCOLO LEHMANN, “DOVE NASCONO LE BALENE” (LIBELLULA MUSIC / AUDIOGLOBE)

Nel 2011 il musicista Ghego Zola e lo scrittore Marco Magnone danno vita al primo nucleo del Circolo Lehmann, nome ispirato al “Il signor Lehmann”, libro dello scrittore tedesco Sven Regener; il progetto si caratterizza inizialmente per un mix tra reading, canzone d’autore, improvvisazioni; nel 2013, la mutazione definitiva in band, un trio formato dallo stesso Zola, e in seguito la stabilizzazione nell’attuale formula a cinque membri, che qui arriva all’esordio discografico.

Banalmente, dando seguito al titolo, si potrebbe affermare che le balene nascono nel mare… l’affermazione diventa forse un po’ meno anonima, considerando che il mare appare il filo conduttore di questi undici brani (uno dei quali ‘dono’ dell’amico- collega LoSburla): è un mare che di volta fa da teatro al minimo quotidiano di relazioni sentimentali, usato come metafora della condizione dell’animo umano, ed evocato, come una sorta di ‘altra dimensione’ nel lungo strumentale dedicato a Ulisse.

Insieme a ‘mare’, la seconda parola che forse meglio descrive il disco del Circolo Lehmann è ‘ellisse’: e non è forse un caso, se proprio questo termine è trai primi pronunciati nel disco: nello scorrere dei brani, spesso dedicati ai rapporti sentimentali, tra episodi di serenità e piccoli – grandi scontri quotidiani, si fa spesso strada l’impressione di non detto – accresciuta anche dal frequente ricorso a metafore, quando non ad allegorie – c’è sempre una sorta di spazio ‘bianco’, magari accecante come quello di certe case inondate dal sole, spazio il cui riempimento è lasciato alla libera interpretazione e sensibilità dell’ascoltatore….

Il paesaggio sonoro dipinto dal Circolo Lehmann è più che mai variegato: da momenti di ‘elettricità’, anche intensa, vicina magari allo shoegaze, a dilatazioni dal sapore psichedelico, sconfinamenti quasi ambient ed episodi caratterizzati da un’impronta più spiccatamente cantautorale; una varietà di paesaggi frutto dell’analoga ampiezza della gamma strumentale: chitarra, basso e batteria, con ampi interventi di piano, tastiere e fiati, il contributo occasionale della sezione di archi degli Archimedi, della voce femminile di Susy Amerio, del produttore Andrea Bergesio.

“Dove nascono le balene” è uno di quei dischi che cresce al susseguirsi degli ascolti: rivelando progressivamente nuove sfumature, sia sonore che di senso; un disco evocativo, il cui pregio maggiore è forse quel richiedere uno sforzo in più, un contributo all’ascoltatore, portato in più di un occasione a dare ai brani il proprio significato, al propria lettura emotiva.

BIFOLCHI, “MI FAI SCHIFO MA TI AMO” (LIBELLULA MUSIC / AUDIOGLOBE)

Il secondo lavoro dei toscani Bifolchi giunge a solo un annetto di distanza dall’esordio, segno forse di una certa ‘urgenza’ – creativa e produttiva – di dare forma concreta a spunti e idee maturati nel corso di degli ultimi mesi, trascorsi per lo più esibendosi dal vivo, spesso e volentieri in compagnia di altre band dell’area maremmana / livornese: prova ne sia il cospicuo numero di ospiti che ha collaborato all’esecuzione di questi otto brani.

Disco breve, quindi, come del resto breve era stato anche l’esordio: i Bifolchi non sembrano starci tanto a pensare su, quasi che i personaggi che popolano, le impressioni, le idee, che popolano i loro lavori rischiassero di sfuggire, scappare via tra la folla.

Come il precedente, infatti, anche questo nuovo lavoro presenta personaggi e situazioni che sembrano prese a caso da un marasma circostante: dai novelli sposi del brano di apertura, al protagonista di Palloncino: un emarginato dalla società a causa del proprio fisico, ma che proprio in quello sembra trovare alla fine la forza di librarsi sopra alla cattiveria nei confronti di chi non risponde a determinati modelli; dalla fan degli Afterhours, prototipo di coloro che ‘giocano’ a fare gli indipendenti e gli ‘alternativi’ grazie ai soldi di papà ai sognatori che, nonostante tutto, non si arrendono.

Profili, spunti, caricature, tradotti in una miscela sonora che continua a strizzare l’occhio allo swing e al jazz, ma allo stesso tempo pronta a colorarsi di accenti mariachi e suggestioni circensi, a flirtare col surf e col rockabilly.

Il quartetto assembla un lavoro che, pur mantenendo una certa componente ‘ludica’, sembra caratterizzato da uno sguardo in cui il sarcasmo sembra progressivamente cedere il passo al disincanto, come se dopo tutto l’osservazione della realtà, al di là del ghigno suscitato da certi paradossi, lasci dietro di se un retrogusto amaro, come quello di certe feste di Capodanno – come quella che chiude il disco – dove tutti si sforzano di sorridere in mezzo al caos, celando dentro di se il peso della propria solitudine.

CAPPADONIA, “ORECCHIE DA ELEFANTE” (BRUTTURE MODERNE / AUDIOGLOBE)

Le “Orecchie da Elefante” del titolo del disco, e del brano di apertura sono una metafora dei ‘pesi’, degli impedimenti che ognuno trova sulla strada della propria realizzazione; ostacoli spesso autoimposti, per giustificare timori e paure rispetto al coraggio di prendere delle decisioni lungo il percorso che porta alla propria realizzazione.

Punto di partenza del disco di esordio di questo cantante e polistrumentista che ha già avuto modo di calcare i palchi italiani, lavoro frutto della collaborazione con Alessandro Alosi dei Pan del Diavolo, il quale partecipa all’impresa sia in veste di produttore, che di strumentista, a guidare un nutrito di collaboratori, trai quali spicca Nicola Manzan, nome di punta della scena indie italiana quando si tratta di strumenti ad arco.

Il tema degli ostacoli alla propria realizzazione è dunque al centro del primo dei nove brani il cui filo conduttore è alla fine proprio quello del raggiungimento dei propri obbiettivi e aspirazioni, variamente affrontato: l’inutilità del guadare al passato, la futilità degli oggetti, l’esortazione a non sprecare il proprio tempo, la fiducia nel fatto che, magari attraverso percorsi imperscrutabili, si giunga a comunque alla propria ‘meta’, l’incoraggiamento ad agire, anche se questo vuol dire lasciar libero gli ‘altri’ (anche sotto il profilo affettivo) o sé stessi: accettare i rischi posti dal cambiamento, anche rinunciando a qualche certezza.

Temi declinati attraverso sonorità sempre in bilico tra un indie rock all’insegna di una ruvida elettricità, o più soffuse sonorità di stampo brit pop, lasciando ampi spazi al lato melodico della questione, con un cantato mai sopra le righe (unico appunto sotto questo profilo: certe ‘e larghe’ che a volte sono fin troppo marcate).

Un disco che tradisce certe indecisioni stilistiche, tipiche di ogni esordio (per quanto mi riguarda si fanno preferire gli accenti più accesi rispetto agli episodi pop un filo manieristici), una produzione che cerca forse in modo troppo insistito una certa ‘perfezione’ formale.

Cappadonia mostra insomma discrete potenzialità, ma deve forse ancora trovare la strada giusta per esprimerle compiutamente.

PHOENIX CAN DIE, “AMEN” (BLACK FADING RECORDS / AUDIOGLOBE)

Nati dalla ceneri (e in questo caso il concetto è più che mai adatto, parlando di fenici) dei Rock Destroy Legends, i Phoenix Can Die sono la nuova creatura di Mirco Campioni e Riccardo Franceschini, artisti di stanza a Bologna, noti anche per la loro attività nel mondo tatuaggi.

“Amen” segna una decisa mutazione nelle scelte sonore del duo: dall’alternative rock della precedente esperienza, ci si tuffa nel mare dell’elettronica, dei suoni da club. Nove brani, tra pezzi cantati ed episodi interamente strumentali, in cui i due cercano di tenere la barra dritta, avendo ben presenti i propri punti di riferimento, cercando allo stesso tempo una propria impronta stilistica; ad aiutarli in fase di produzione, Cristiano Santini, già voce dei Disciplinatha e collaboratore di CCCP, CSI e Battiato.

Vengono ovviamente in mente i ‘mostri’ sacri del passato: remoto (Kraftwerk) e più recente (Underwold), tra episodi più tirati e prettamente ‘danzerecci’ e parentesi – a cominciare da Control, primo singolo con tanto di video di accompagnamento – che strizzano l’occhio alla filone dell’elettropop; il tutto arricchito da qualche ‘scoria industriale’. I frequentatori più assidui del genere inquadreranno sicuramente meglio i punti di riferimento ideali del duo, in un lavoro che per i due ha i caratteri dei primi passi in territori finora poco battuti.

L’esito comunque non dispiace, per quanto molti dei pezzi siano più adatti ad un contesto ‘da dancefloor’ più che a un ascolto ‘immobile’ ; un primo disco coi pregi e i difetti tipici di quello che è, considerando il cambio radicale di genere, può essere considerato a tutti gli effetti un esordio: appuntamento a un possibile secondo capitolo per capire se il percorso intrapreso è quello giusto.

CALAVERA, “FUNERALI ALLE HAWAII” (LIBELLULA DISCHI / AUDIOGLOBE)

Quello di Valerio Vittoria è un nome che non risulterà probabilmente nuovo ai più assidui frequentatori della scena musicale ‘indipendente’ siciliana: il chitarrista, classe ’82, può infatti vantare nel suo curriculum la ‘militanza’ nei Matilda May e nei Froben, oltre alle collaborazioni con Colapesce e Alessandro Fiori.

Calavera è il invece il nome scelto per la sua prima esperienza solista, della quale “Funerali alle Hawaii” costituisce l’esordio discografico. Proprio un evento luttuoso, come la dipartita della propria madre, costituisce il fulcro, il punto di partenza su cui si fondano questi nove brani includendo i brevi intro e finale, il cui filo conduttore sembra essere quello di una certa instabilità, di mancanza di sicurezze: come se appunto il venir meno di un punto fermo come la presenza materna portasse l’autore a fare i conti con tutte le proprie insicurezze, le ansie, anche le incertezze dei rapporti sentimentali all’apparenza più consolidati.

Un’esperienza personale, certo, ma che accomunando l’autore alla stragrande maggioranza dei potenziali ascoltatori del disco, diventa presto universale… e non è probabilmente un caso se incipit e finale del lavoro sono dedicati proprio a quelle ‘cose non risolte’ con le quali, specie in occasioni di certi eventi definitivi e traumatici, volenti o nolenti si finisce per fare i conti.

Il cantante e chitarrista svolge queste tematiche attraverso una formula cantautorale che, pur ancorata ai tempi attuali (per certi tratti interpretativi e le grana vocale, può forse venire in mente Zampagliene dei Tiromancino), appare guardare indietro, ma non troppo: in più di un’occasione, soprattutto agli anni ’80, per i suoni, caratterizzati in qualche occasione da striature new wave, ma anche per le parole: la presenza nel lotto della riproposta di “Le case d’Inverno” di Luca Carboni, mostra come Vittoria / Calavera, per  motivi squisitamente anagrafici, si senta naturalmente più vicino a certi autori (spesso tra l’altro un po’ snobbati) dell’epoca ‘del riflusso’, più che alla precedente più consolidata tradizione cantautorale italiana.

“Funerali alle Hawaii” appare un lavoro profondamente autobiografico, la risposta a certe ‘necessità esistenziali’ che divengono evidenti solo in determinati frangenti; ma al di là di questo, il lavoro l’esordio promettente di un autore in possesso delle potenzialità necessarie a proseguire il percorso.