Archive for aprile 2015

RENZI E LA DEMOCRAZIA

Pensando a Renzi, mi viene in mente ciò che Nanni Moretti, in un celebre discorso tenuto a Piazza San Giovanni, disse di Berlusconi: “E’ estraneo alla democrazia, non la capisce e non gli serve”… sottolineerei l’ironia di un leader totalmente antidemocratico alla guida di un Partito Democratico.

 

DECISIONE E DISCUSSIONE

Attenzione, Renzi parte da premesse molto condivisibili: è vero che in Italia c’è da sempre un surplus di dibattito, è vero che spesso qui da noi le discussioni non hanno mai fine e che ne derivano spesso provvedimenti annacquati che perdono gran parte della loro efficacia; è altrettanto vero che il simbolo di tutto questo è la sinistra: in un Paese che anche dopo 70 anni non ha ancora superato il ‘trauma’ dei vent’anni di dittatura, qualsiasi ‘decisionismo’ viene subito bollato come dittatorial-fascista: è successo a Craxi, è successo a Berlusconi, succede ora a Renzi; il problema è che se vediamo che fine hanno fatto Craxi e Berlusconi, forse obbiettare sugli atteggiamenti di Renzi non è così sbagliato… La sinistra da sempre discute, discute, discute e raramente arriva a soluzioni efficaci: non è un caso se in Italia ha governato sempre poco e quando lo ha fatto ha finito per collassare non per l’inefficacia dei propri provvedimenti, quanto per le discussioni interne. Renzi, insomma, ha ragione quando afferma di voler scardinare questo sistema.

 

RENZI: LA SCALATA NON DEMOCRATICA AL POTERE

Il problema non sta nelle premesse, ma nelle conseguenze e nei modi: l’estraneità di Renzi alla democrazia è resa evidente dal percorso che lo ha portato alla Presidenza del Consiglio: è diventato segretario del PD attraverso primarie che al meglio potrebbero definirsi come raffazzonate e approssimative; le primarie sono un ottimo strumento, ma così come sono state portate avanti dal PD in questi anni, sono totalmente prive di qualsiasi affidabilità; in seguito, Renzi è diventato Presidente del Consiglio senza alcuna legittimazione popolare o passaggio elettorale, in virtù di un sistema abberrante come quello italiano che permette a chicchessia di diventare Presidente del Consiglio senza passare attraverso il voto.

Chiaramente, la nomina di Renzi alla Presidenza del Consiglio non ha nulla di incostituzionale: il problema è che uno che ha scalato il potere in questo modo (se vogliamo anche un po’ vigliacchetto, all’insegna dei vari enricostaisereno e via dicendo), dovrebbe magari procedere in modo un filo più cauto e dialogante…
Invece Renzi si comporta come il bullo di classe, sicuro che nessuno abbia il coraggio di andare fino in fondo rompendogli i co***oni… O meglio, gli unici che hanno il coraggio di farlo sono quelli di M5S; gli altri, tutti accodati: NCD che usa obbedir tacendo, Forza Italia che fino a qualche mese fa era pappa e ciccia con lui… e la ‘minoranza interna’.

 

LA SINISTRA DAI LEADER ELETTI E SEGATI A MATTEO RENZI

Ora: la storia della sinistra degli ultimi anni è fatta di segretari ‘acclamati’ che poi dal giorno successivo all’elezioni si sono visti segare la poltrona dalle ‘minoranze interne’ (in virtù del fatto che a sinistra bisogna sempre mettere in discussione la dirigenza, perché ogni parvenza di ‘decisionismo’ è giudicata come fascista e dittatoriale); a forza di tirare la corda però, è arrivato il momento che questo modo di agire (che negli ultimi anni ha danneggiato moltissimo non solo la sinistra, ma tutta l’Italia, vedasi l’ingloriosa fine fatta dai Governi Prodi), ha smesso di funzionare… ha smesso di funzionare, perché il PD non è il PCI, il PDS o i DS, è altro: non un partito di ‘sinistra’, ma un ‘partito del niente’: si è passati dalla pura ideologia alla mancanza di qualsiasi principio; il PD è un partito volto solo ed esclusivamente alla conquista ed alla conservazione del potere, pronto a raccogliere al suo interno chiunque per raggiungere lo scopo: può non piacere; se non vi piace, scrivete a Veltroni, il ‘genio’ che ha inventato ‘sto partito e protestate.
Quindi: il ‘segare la sedia’ funzionava con un partito di sinistra in cui la discussione aveva sempre la meglio sulla decisione; col PD, ‘partito del potere’ il metodo non funziona più, specie se a guidarlo è uno come Renzi, che di sinistra, non ha nulla; Renzi il quale si è portato appresso una pletora di persone uguali a lui, gente che adesso sta al Governo, ai vertici del Partito, o che va nei talk show televisivi, che di sinistra, destra o centro non ha nulla, mossa solo dal desiderio di apparire e di farsi bella a favore di telecamera: il nulla eletto a sistema di potere.

Il fatto è che la ‘minoranza PD’ dovrebbe essere ribattezzata ‘minorati PD’, una massa di ritardati che hanno pensato di poter applicare a Renzi gli stessi metodi del passato, accorgendosi troppo tardi di essere fuori tempo e sostanzialmente finendo per prendersela nel didietro. Il problema poi, è che di minoranza PD non ce n’è una, ma almeno tre o quattro, che non sono riuscite a fare ‘massa critica’; in più, vi è stato un errore di comunicazione: il messaggio che arriva all’opinione pubblica è che la minoranza PD non sia realmente interessata al merito delle questioni, ma rompa il ca**o per il solo gusto di farlo, o magari con l’obbiettivo di ottenere qualche poltrona… certo, va riconosciuto a Speranza di averla mollata, una poltrona, ma ha comunque lasciato un incarico, quello di Presidente del gruppo PD, ‘onorario’ o quasi…

 

RENZI SPACCATUTTO

Tutto ciò ha finito per dare mano libera a Renzi, che ha potuto continuare a comportarsi nel suo solito modo precarivatore, arrogante e prepotente, da bullo di classe… fino a mettere la fiducia sulla legge elettorale. Ora, io non entro nel merito: a me la legge elettorale, così come la riforma del senato, fanno del tutto schifo, perché ritengo, per vari motivi, che siano funzionali non alla migliore selezione della classe politica o al funzionamento delle istituzioni, ma al potere del Presidente del Consiglio, e mi fermo qui. Renzi dice che mettere la fiducia sulla legge elettorale ‘è normale’: ma se in Italia la stessa cosa è avvenuta solo con Mussolini e la cosiddetta ‘Legge truffa’, tanto normale alla fine non è…

Aggiungo: Renzi afferma di voler andare alle elezioni solo nel 2018; la nuova legge elettorale sarebbe stata ugualmente approvata nel giro di pochi mesi, attraverso le ordinarie procedure parlamentari… Perché allora Renzi mette la fiducia? Perché è un prepotente e utilizza una legge importante come quella che regola l’elezione del Parlamento, per sbarazzarsi una volta per tutte dei minorati della minoranza interna. Ora, quale concezione pensate che abbia della democrazia una persona che usa una legge elettorale, per ‘regolare i conti’ col proprio partito? Non una concezione alta, sicuramente: Renzi è estraneo alla democrazia, non la capisce e non gli serve… o meglio, forse la capisce fin troppo bene e se ne serve sostanzialmente per farsi i ca**i suoi.
Il tutto, inserito in un contesto in cui il Governo mette la fiducia un giorno si e l’altro pure con la scusa del ‘non c’è tempo’, esautorando nei fatti il Parlamento, come hanno fatto i Governi Berlusconi, Monti e Letta in precedenza, e allora ci sarebbe da chiedersi che ca**o li paghiamo a fare 10.000 euro e passa al mese i parlamentari: forse per andare nei talk show televisivi?

 

L’ESITO

La legge elettorale passerà comunque e Renzi potrà dire di aver vinto; la stragrande maggioranza dei minorati della minoranza PD alla fine chinerà il capo, come ha sempre fatto; chi non voterà la fiducia, sia pure solo per mostrare un minimo di serietà, dovrebbe dimettersi dal PD e dal gruppo parlamentare (sarebbe gradito che si dimettessero pure da parlamentari, ma questo non accadrà, perché non avrebbero di che campare); di certo, dopo aver annunciato il ‘non voto’ alla fiducia, Bersani, Speranza e Civati non possono continuare a far parte del PD come se niente fosse, pena perdere quell’ultimo brandello di credibilità che gli è rimasta: ormai Bersani sembra l’imitazione di Crozza che imita Bersani; Civati è da anni che dice ‘me ne vado’, ma siccome non sa dove andare, resta lì; Speranza non ho idea di che intenzioni abbia; Letta ha già annunciato di mollare la poltrona di parlamentare, liberandosi le mani rispetto a Governo e parlamento.

In tutti i casi, l’Italia sarà quasi completamente in mano a un bullo arrogante il cui unico scopo è ingrassare il proprio potere, con buona pace degli italiani.
Auguri a tutti.

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MIA MADRE

Margherita si divide tra il capezzale della madre, ricoverata in ospedale e ormai avviata alla fine della vita e il suo lavoro di regista, sul set di un film sul mondo del lavoro, in cui deve fare i conti con gli atteggiamenti divistici e bizzosi di uno dei protagonisti; a fianco a lei il fratello Giovanni, che decide di licenziarsi per dedicare tutto il suo tempo alla madre, il marito – dal quale è separata – e la figlia adolescente.

Nanni Moretti torna allo stile autobiografico che ne ha sancito il successo tra gli anni ’80 e i ’90, stavolta portando sullo schermo un’esperienza tanto dolorosa, quanto ‘comune’: la scomparsa di un genitore dopo un periodo, più o meno lungo, di cure in ospedale. Moretti torna a raccontare un lutto, come già successo ne “La stanza del figlio”, ma se in quel caso la tragedia era caratterizzata, per così dire, da una sorta di ‘innaturale specialità’ – il sopravvivere dei genitori ad un figlio – stavolta ad essere raccontata è una vicenda che per quanto dolorosa è perfettamente ‘normale’.

La difficoltà se vogliamo era proprio quella di evitare che la normalità di quanto raccontato si trasformasse in ‘banalità’ di parole e situazioni; all’opposto c’era il rischio che la propria vicenda personale venisse ‘messa su un piedistallo’ rispetto a quelle di tutto il resto del pubblico… Moretti riesce ad evitare i due rischi opposti mettendo un sorta di ‘diaframma’ tra il vissuto e il raccontato: affida quello che altrimenti sarebbe stato il ‘suo’ ruolo ad un’attrice (utilizzando anche la differenza ‘di genere’ per marcare ancora di più la differenza), in un certo senso sdoppiandosi e riservando per sé una parte più ‘marginale’, quasi come guardandosi allo specchio. Uno stratagemma che consente al regista di raccontare e raccontarsi, ma affievolendo un coinvolgimento che altrimenti sarebbe stato forse eccessivo.

Il risultato è un film per molti versi doloroso, che finisce fatalmente per commuovere lo spettatore che è passato attraverso determinate situazioni, ma anche coloro che, magari non avendole ancora vissuto, pensano che purtroppo sono forse destinati a compiere lo stesso percorso… ad ‘addolcire’ il senso di inevitabilità che aleggia su tutto il film c’è la parte del ‘film nel film’ (altro ‘topos’ della narrativa morettiana), gli incidenti di lavorazione, l’ironia sugli atteggiamenti dispotici dei registi e quella su certi ‘tic’ degli attori hollywoodiani… C’è un concetto ricorrente nel film, in cui la regista dice agli attori di interpretare i loro ruoli, ma lasciando trasparire anche qualcosa di sé stessi in quanto persone reali, il che appare come una ‘frecciatina’ nei confronti dei metodi americani di completa immedesimazione tra attore e personaggio… non a caso, nella storia il protagonista del film è proprio uno di questi attori ‘maniacali’, che arriva a pretendere che certe bottiglie di champagne sul set non siano oggetti di scena, ma bottiglie reali…
E’ un lato del film che, alleggerendo la storia principale, permette a Margherita Buy di dare sfogo al suo consueto campionario ‘nevrotico’ ma, soprattutto, a John Turturro di dare vita ad un personaggio spassosissimo, sempre sopra le righe, esaurito e un filo cialtrone.

Margherita Buy è comunque efficace nel dare vita ad una donna che fa i conti con la prossima scomparsa della madre, mentre Moretti tiene per sè un ruolo se vogliamo di ‘sostegno’, il fratello che aiuta la protagonista a fare i conti ed accettare la situazione. Giulia Lazzarini dà vita in modo efficace al personaggio della madre, afflitta da acciacchi fisici e perdita di lucidità.

Guardando “Mia Madre” si passa dalla risata aperta alle lacrime: estremi emozionali che solo i grandi film sanno dare.

VALLONE, “MULTIVERSI” (MUSITA / AUDIOGLOBE)

Vallone è Raf: attore, calciatore, partigiano e giornalista (non necessariamente in quest’ordine), tante vite vissute in un’unica esistenza, un personaggio quasi ‘mitologico’, un po’ dimenticato, probabilmente. ‘Vallone’ è Paolo Farina, che si imbarca in questo nuovo progetto dopo aver attraversato, nelle retrovie, quarant’anni di storia della canzone italiana, dalla ‘controcultura’ degli anni ’70, al ‘mondo 2.0’ dei tempi attuali.

“Multiversi” appare in effetti quasi un disco ‘fuori tempo’: per certi versi, il lavoro di un ‘sopravvissuto’, magari lo stesso protagonista della sfortunata missione narrata in “Polo Nord”, uno dei dieci brani che compongono il disco… Non che il termine ‘sopravvissuto’ debba per forza assumere una connotazione negativa: si potrebbe anche parlare del disco di un ‘resistente’, che nonostante il passare del tempo resta fedele a certi ‘stilemi’ di un passato più o meno recente: “Multiversi” è un disco che appare connotato di un sapore decisamente retrò, radicato nel cantautorato italiano a cavallo trai ’70 e gli ’80, in cui si mescolano inni al superamento delle barriere (Le montagne sono alte) o dei pregiudizi (Oltre) quasi da età dei ‘figli dei fiori’, ritratti femminili (Camilla cita John Fante), brani in cui si fanno i conti con sconfitte generazionali od aspirazioni frustrate, o semplicemente si ‘tirano le somme’ del percorso compiuto fin qui; rivelando, in controluce, tracce del Celentano più impegnato, del Dalla più autoriale, dell’amore per il blues di Pino Daniele, di certa canzone d’autore italiana che negli anni ’80 rimase forse un po’ sottotraccia schiacciata dall’età ‘del disimpegno’ (vedi alla voce Alberto Fortis), con qualche spora dell’ironia di un Sergio Caputo.

Un disco per molti versi malinconico, spesso amaro, ma che per contrasto sceglie la strada dei suoni caldi di una chitarra (strumento dominante, affiancato da una sezione ritmica composta e da qualche arrangiamento d’archi con compito ‘di sostegno’); che giostra tra rock e blues, con momenti più orientati al folk (omaggiando Bob Dylan) e parentesi ai confini del reggae, ad accompagnare un cantato che si potrebbe definire ‘garbato’, che anche negli episodi più malinconici non cede mai alla tentazioni ’melodrammatiche’ tipiche di certi cantautori dell’ultima generazione; un contrasto che alla fine è il maggior pregio di un disco che guarda al passato senza essere ‘passatista’.

AA.VV., “SOTTO IL CIELO DI FRED – UN TRIBUTO A FRED BUSCAGLIONE” (PREMIO BUSCAGLIONE /LIBELLULA MUSIC / AUDIOGLOBE)

Nato nel 2010, il Premio Buscaglione, “Sotto il cielo di Fred” punta a valorizzare le band emergenti, omaggiando allo stesso tempo il cantautore torinese.

La pubblicazione di un cd – tributo era uno degli obbiettivi degli organizzatori fin dalle prime edizioni: meta finalmente raggiunta, grazie al contributo di dodici rappresentanti del cantautorato dei giorni nostri.

L’interesse di questa compilation risiede nell’essere una fotografia di buona parte di ciò che meglio ha da offrire la scena musicale italiana degli anni ’10 del ventunesimo secolo, dai Perturbazione a Paolo Benvegnù, da Dente a Lo Stato Sociale, da Brunori Sas, a Il Pan del Diavolo, e l’elenco potrebbe proseguire… certo, forse non ci sono proprio tutti – tutti (personalmente, sarei stato curioso di vedere alle prese col caro vecchio Fred gente come Il Teatro degli Orrori, per dirne uno), ma comunque il piatto, come si dice in questi casi, è ottimo e abbondante.

I partecipanti hanno rispettato il materiale di partenza, mettendoci del loro: senza dilungarsi troppo ad elencare i caratteri di ognuno, sarebbe sufficiente citare la versione quasi anni’40 di ‘Juke Box’ presentata dai Sweet Life Society, i ritmi quasi reggaeggianti con cui Lo Stato Sociale ha tradotto ‘Teresa’, gli accenti mariachi con cui gli Etruski from Lakota hanno costellato ‘Porfirio’; si fanno ricordare la lettura carica di nostalgia che Paolo Benvegnù ha dato di ‘Love in Portofino’ e soprattutto il brano più famoso dell’intera discografia di Buscaglione, ‘Eri piccola così’, qui eseguita da Bugo con la sua solita attitudine all’insegna di un disincanto quasi annoiato.

Quando il materiale di partenza è di livello e gli esecutori sono di valore, il risultato non può essere che soddisfacente… al di là degli esiti, l’importanza di “Sotto il cielo di Fred” sta proprio nell’omaggiare un artista fin troppo spesso dimenticato, almeno quando si tratta di elencare i grandi della canzone italiana: forse per il suo essere stato un ‘irregolare’ (sorte condivisa con altri ‘non allineati’, si pensi ad esempio a Ivan Graziani, o Enzo Jannacci) una sorta di ‘unicum’, per il suo costante ricorso all’ironia, talvolta allo sberleffo, per quanto amari, che lo ha distanziato dalla ‘norma’ del cantautore italiano tutto volto ad un’introspezione, spesso cupa.

“Sotto il cielo di Fred” per certi versi finisce quindi per fare in un certo senso ‘giustizia’: e per questo lo si può quasi definire un disco ‘Necessario’.

L’EUROPA E L’IMMIGRAZIONE

La mia sensazione è che di soluzioni realmente praticabili ce ne siano ben poche: continueremo, temo, ad assistere alla partenza sempre più frequente di barconi stracarichi di disperati, che sempre più spesso naufragheranno: le migliaia di morti diverranno, temo la norma.

Il problema di fondo è che come al solito c’è una differenza di attitudine e di ‘visione’ tra l’Europa del sud e quella del centro – nord: con una buona approssimazione, possiamo dire che la reale percezione del problema l’Italia la condivide con la Grecia, la Spagna, il Portogallo, la Francia, certo con diversità di dimensione e di problemi: l’Italia per esempio è la nazione che più di ogni altra è vicina alle coste africane e che per prima deve fare i conti coi naufragi dei barconi; la Grecia, per fare un esempio, deve affrontare il problema degli sbarchi dal Mediterraneo, ma anche l’immigrazione terrestre dal confine con la Turchia.

I Paesi dell’Europa centro-nord-orientale, invece, dell’immigrazione hanno ben poca percezione: certo, in Danimarca per esempio il fenomeno negli ultimi anni si è fatto abbastanza evidente, vista la piccola dimensione territoriale, ma in generale possiamo dire che quando si parla della ‘tragedia dell’immigrazione’, almeno come la intendiamo noi ‘euromeridionali’, gente come i tedeschi o gli olandesi non sanno proprio di cosa si parli: per loro è tutto più facile, basta controllare le frontiere terrestri; ancora migliore la situazione britannica, cui nel suo ‘splendido isolamento’ basta controllare l’Eurotunnel e gli aeroporti, in fondo.

Il punto è che purtroppo, l’impressione non è solo che quei Paesi non abbiano una percezione chiara del problema, ma che detta in parole povere, non gliene freghi un accidente. Credo sia il caso, ancora una volta, di sottolineare come quando qualcosa in Europa vada storto, c’è sempre di mezzo la Germania: non è cattiveria, né nazionalismo, né razzismo: è un dato di fatto che la Germania è stata in mezzo a due Guerre Mondiali, che lo sterminio degli ebrei è avvenuto in Germania, che in anni più recenti quando con poche risorse si poteva salvare la Grecia, questo non è avvenuto perché la Germania si è opposta, e sappiamo tutti com’è andata finire… e sull’immigrazione è la stessa storia: perché finora non si è riusciti a dare una soluzione realmente ‘europea’ alla questione dell’immigrazione, soprattutto quella dalle coste africane? Perché i tedeschi hanno fatto gli ‘gnorri’, hanno detto ‘si, si, poi vediamo’, hanno tergiversato e procrastinato… perché, in fondo, non gliene frega niente, pensano che in fondo la geografia è quella che è, e che il problema dei disperati africani che arrivano sui barconi è dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo: perché pensano, non so se a torto o a ragione, che se loro fossero al posto riuscirebbero a gestire il problema, perché lo sono tedeschi ‘sistematici’ e noi gli italiani, gli spagnoli, i greci a cui piace starsene al sole senza fare un ca**o… magari è anche così, ma a noi piace starcene al sole e godercelo, loro il sole non ce l’hanno e hanno sterminato gli ebrei.

Quindi, siccome in Europa non si muove foglia, che Germania (rappresentata dalla signora a cui però piace tanto venire in vacanza ad Ischia a da quell’altro in sedia a rotelle)  non voglia, siccome alla Germania dell’immigrazione dal Mediterraneo non gliene frega un ca**o, il problema dovremo risolverlo noi… il ‘come’, è tutto da vedere; io credo che purtroppo l’unica strada sarà quella percorsa fin qui: cercare di accogliere alla meglio, rassegnandoci all’idea che arriveremo ad avere centinaia, se non migliaia di morti annegati al giorno; a un certo punto potranno succedere due cose:
1) la voce, forse, si diffonderà, e tanti di quei poveracci smetteranno di pensare che l’Europa sia il bengodi.
2) la situazione si farà talmente tesa e problematica dal punto di vista sociale, che i Paesi ‘di confine’, faranno saltare tutto, apriranno completamente le frontiere in uscita e ammasseranno gli immigrati ai confini con Austria, Germania e quanti altri facendo si che il problema diventi effettivamente di tutti.

L’alternativa a questo stato di cose è risolvere il problema alla radice: non con fantasiose soluzioni di ipotetici ‘blocchi navali’, evocate da Salvini, che dice sempre il ‘cosa’, ma non il ‘come’: bisognerebbe capire il ‘blocco navale’ in cosa consista: nel far tornare indietro i barconi? E come? O nell’affondarli, magari? E con quali soldi pattugliare migliaia di chilometri di coste africane? Forse con il lauto stipendio di Salvini che, pagato da parlamentare europeo (10 – 15.000 euro al mese) sta sempre a parlare della qualsiasi in Italia?

L’unica soluzione realistica sarebbe sbarcare in Libia e occuparne, militarmente e civilmente le coste, impedendo che migliaia di persone tentino la fortuna per mare rischiando la vita; fare si che in Libia prima e nei Paesi di provenienza dei disperati, si diffonda un benessere minimo che li dissuada dal partire; abbattere certi regimi sanguinari, come in Eritrea, stabilendo condizioni minime di cività… ma mi rendo conto che si tratta di utopie e pie illusioni… e allora, teniamoci l’immigrazione, agiamo per quanto possiamo, rassegnamoci ai morti… del resto l’uomo è per sua natura un ‘migrante’, questi fenomeni ci sono sempre stati e sempre ci saranno; il nostro è soprattutto l’errore di prospettiva di chi vive in una società sostanzialmente ‘stanziale’, ma il mondo e la storia umana alla fine di ‘stanziale’ hanno ben poco.

BIFOLCHI, “DIARIO DI UN VECCHIO PORCO” (CORNIA DISCHI)

Il ‘vecchio porco’ di Bukovski si prende la scena e il titolo del disco d’esordio del quartetto toscano dei Bifolchi, che già dal nome tradiscono le intenzioni sarcastiche del proprio lavoro… una galleria di personaggi snodata su nove brani, tra farmacisti poco onesti (metafora delle case farmaceutiche), passioni amorose venate di follia, rimpiante da dietro le sbarre, vissute arrangiandosi nei tempi difficili che corrono, o a dispetto delle opinioni altrui; il chiacchiericcio paesano a base di frasi fatte e maldicenze, improbabili scorciatoie verso la ricchezza e le classiche ‘rivoluzioni da salotto’, sempre rimandate a causa di qualche partita da vedere con la parabola…

Un breve (poco più di mezz’ora), sguardo gettato sul mondo circostante, ricorrendo a rock, country, una spruzzata di jazz, frequenti suggestioni centro-sudamericane, una generale impressione da ‘sagra Paesana’, come se alla fine i personaggi che popolano il disco si incontrassero in una di quelle classiche feste che specie in estate si moltiplicano nella provincia…

I Bifolchi assemblano un disco dai suoni solari, i ritmi vivaci, gli accenti spesso sarcastici, quasi cinici, con un retrogusto talvolta malinconico, in altri casi vagamente irato, interpretato con una certa ‘teatralità’; piacevole, in fondo anche se alla fine sembra ‘non sfondare’, privo di quel ‘quid’ che gli consenta di distinguersi rispetto a una formula non nuova: le idee insomma ci sono, ma si fa sentire la mancanza di un’impronta stilistica più marcata.

FALLEN, “SECRETS OF THE MOON” (PSYCHONAVIGATION)

Torna The Child of A Creek, o meglio, allo stesso tempo, arriva Fallen: la scelta di usare un nome diverso dettata dall’esigenza di differenziare questo lavoro dai precedenti, forse l’apertura di una nuovo capitolo nella propria biografia musicale.

Una nuova fase, sebbene non completamente slegata da quanto ascoltato in precedenza: come nel recente “Hidden tales and other lullabies”, anche qui troviamo sei lunghe composizioni, interamente strumentali, dalle atmosfere suggestivamente oniriche; nelle intenzioni dichiarate, un lavoro che affonda le proprie radici nei ricordi di un passato più o meno distante, con un misto di rimpianto, malinconia, nostalgia.

Il punto di riferimento esplicito è l’ormai lunga tradizione delle sperimentazioni elettroniche, della musica ‘ambient’ e del minimalismo, dai Tangerine Dream a Brian Eno, passando per Klaus Schulze, ma nel corso del lavoro si fanno largo atmosfere gotiche che possono ricordare i suoni di Dead Can Dance e simili, con l’aggiunta di qualche sprazzo industriale; alla strumentazione elettronica e alle chitarre si affiancano piano ed oboe, all’insegna di una contemporaneità colorata di tinte classiche, in un insieme strumentale completato da arrangiamenti di archi e spesso scarne, dagli accenti quasi tribali.

L’esito è quello consueto per i lavori di questo tipo: “Secrets of the moon” finisce ben presto per mollare gli ormeggi, l’ancoraggio alle intenzioni ed al ‘vissuto’ dell’autore, per lasciarsi galleggiare nell’immaginario dell’ascoltatore, pronto ad accogliere le impressioni ed il ‘senso’ che i suoni lasciano scaturire in ognuno.