Archive for settembre 2012

KARDIA, “NO” (KILLER POOL)

A qualche anno di distanza dal primo ‘disco importante’, tornano i romani Kardia, con almeno un paio di importanti novità: la prima è una modifica alla formazione, che da quattro li vede ora ridotti a un trio; la seconda è un cambio di direzione dal punto di vista solistico: niente di radicale, diciamo che se l’itinerario percorso resta il medesimo, cè una lieve correzione di rotta.

Fuor di metafora, negli undici pezzi che compongono “No” i Kardia rimangono ancorati alle sonorità tipiche degli anni ’80, corroborando la loro formula con una bella dose di elettronica, quasi del tutto assente nel precedente lavoro.

L’impressione, passato qualche anno, è di trovare un gruppo maggiormente convinto dei propri mezzi, che è riuscito a focalizzare meglio il proprio stile. I riferimenti sono quelli consueti: lo sguardo rivolto oltremanica, ma senza dimenticare certi epigoni nostrani (con un cantato memore del Federico Fiumani – epoca Diaframma); qua e là qualche ‘tentazione’ pop, ma senza che questo voglia dire ‘farla facile’, anzi.

Testi, nei quali si continua a prediligere l’italiano (eccetto che in un episodio, cantato in inglese), all’insegna di un certo malessere, disillusione, tra l’osservazione disincantato e talvolta amaro alla società e l’espressione del proprio disagio interiore, all’insegna di una scrittura convincente. Il meccanismo non funziona forse fino in fondo, a tratti si fa largo una vaga sensazione di ripetitività, tuttavia nonostante qualche punto debole più o meno inevitabile, “No” rappresenta comunque per i Kardia un ulteriore passo in avanti.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY

/RUN, “THE STANDARD MODEL (SCRIBBLEMEDIA)

L’esordio, a quanto mi risulta, rimasto l’unica produzione del progetto /Run, usciva nel 2010: per quegli strani percorsi compiuti da questi lavori, appartenenti a una discografia che più che indipendente è definibile come ‘sotterranea’, finisce tra le mani di LT solo oggi: c’è da chiedersi nel frattempo quali strade abbiano preso i suoi artefici…

Peraltro, si tratta di una collaborazione padre – figlio, abbastanza singolare, non solo per il mondo musicale Aidan e Robert Fantinatto (quest’ultimo di professione videomaker), origini palesemente italiane, città di provenienza Toronto, esplorano in questo “Standard Model” le vie, ampiamente percorse, dell’elettronica: se non altro, per una volta parliamo di un progetto canadese che non si dedichi al ‘solito’ indie rock, molto di moda negli ultimi anni.

Il titolo, ascoltate le dodici tracce presenti, sembra far trasparire la volontà di omaggiare il passato, più che di azzardare qualche nuova suggestione: il lavoro appare infatti sospeso tra l’impeto sperimentale della felice stagione dell’elettronica tedesca (leggi, ovviamente, alla voce Karaftwerk) e i suoi sviluppi se vogliamo più ‘popolari’, raggiunti attraverso la musica da film composta da autori come Vangelis.

Il risultato, pur non offrendo spunti di sostanziale originalità, risulta comunque apprezzabile, tra brevi parentesi e brani un pò più articolati, che non si dilungano mai, dando vita ad un disco dinamico, che cambia spesso scenario e che quindi non mette mai alla prova la ‘resistenza’, o la pazienza dell’ascoltatore.

Semmai vi dovesse capitare tra le mani (l’impressione è che visto il tempo passato e il fatto che il progetto non sembra poi essersi ulteriormente sviluppato la cosa sia un pò ‘ardua’), un ascolto è tutto sommato suggerito.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY

NICOLAS J. RONCEA, “OLD TOYS” (I DISCHI DEL MINOLLO)

Più conosciuto – forse – come leader di Fuh e La Monade Stanca, Nicolas J. Roncea da qualche anno ha affiancato ai suoi progetti di gruppo anche una carriera solista: tuttavia, dopo un esordio (“News form Belgium”) interamente consacrato ad un’intima dimensione acustica, in “Old Toys” sembra piuttosto voler ritrovare lo ‘spirito di gruppo’, sebbene declinato in modo diverso rispetto a quanto accade nelle band con cui abitualmente lavora.

Affiancato da un manipolo di ospiti (tra gli altri, spiccano Luca Ferrari dei Verdena, Carmelo Pipitone e Mattia Boschi dei Marta sui Tubi, Gigi Giancursi dei Perturbazione e Ru Catania degli Africa Unite), Roncea confeziona dodici brani, all’insegna di atmosfere che in larga parte restano raccolte, riflessive (pur non disdegnando schegge rumorose e abrasioni varie), ma che sotto il profilo sonoro si arricchiscono sovente di effetti col risultato di una decisa profondità.

Un lavoro che così risulta sospeso tra indie e folk, improntato a una vena cantautorale, espressa attraverso una scrittura (in inglese) mai banale, spesso sospesa, all’insegna di pensieri talvolta quasi affastellate, riflessioni, soliloqui, dialoghi immaginati rivolti di volta in volta al proprio amore, agli amici, anche ai famigliari, in cui si aprono spazi ellittici, senza che mai tutto venga espresso fino in fondo, lasciando spazio all’allusione, al non detto.

Un lavoro che insomma rivela un autore maturo nelle idee e nella scrittura, che appare avere tanto da dire, anche al di fuori delle proprie band di riferimento.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY

SALLUSTI

La vicenda di Sallusti: verrebbe quasi da dire che alla fine ‘chi semina vento’, raccoglie tempesta. Il personaggio, lo dico esplicitamente, mi è odioso, con quell’atteggiamento da ‘so tutto io’, che, beninteso, condivide con la gran parte dei giornalisti, in particolare quelli che si occupano di politica e in particolare quelli che vanno in televisione (vedi alle voci: Belpietro, Sechi per il centrodestra, o Giannini, Menichini, Damilano, Telese per il centrosinistra). Ora. Lungi da me mettere in dubbio la necessità che la ‘libertà di espressione’ in Italia debba essere tutelata (per quanto mi riguarda chiunque ha diritto di dire la sua: non arrivo magari al concetto ‘voltairiano’ del ‘sacrificio per la difesa del diritto altrui a diffondere le proprie idee, ma insomma,  credo che quello di esprimersi sia un diritto sacrosanto). La domanda è se la libertà di espressione si possa spingere fino all’insulto gratuito, alla diffamazione.  Sallusti è stato condannato perché ‘responsabile’ in quanto Direttore del ‘Giornale’ per un articolo in cui la si buttava giù pesante contro un giudice, in un controverso caso di aborto riguardante una minorenne.  Il punto è che c’è una legge che afferma che per tale reato si può andare anche in galera, legge che nel caso di Sallusti è stata applicata per quanto poi ‘sospesa’. Io non vedo cosa ci sia da scandalizzarsi: forse il problema è che c’è una legge che dice che per il reato di diffamazione si può anche andare in galera. Ok, discutiamone, ma come al solito in Italia si parla di certe cose solo ex-post: ne abbiamo avuto un esempio fresco, fresco: nessuno ha mai detto nulla contro lo scandaloso fiume di denaro pubblico che scorre verso le Regioni; il problema si pone quando si scopre (ma che combinazione!!!)  che i destinatari di tali soldi ci fanno quello che pare  a loro.  Lo stesso dicasi per il caso Sallusti: c’è una legge – probabilmente ingiusta – della quale però ci si accorge solo quando ad andarci di mezzo è il direttore di un giornale ‘di punta’… Vorrei capire se la reazione sarebbe la stessa se la legge fosse stata applicata a un semplice cronista di una testata locale: il solito ‘doppipesismo’ all’italiana, per il quale nessuno ha nulla da dire contro certe leggi fino a quando queste non vanno a toccare qualche ‘pezzo grosso’. Va tutto bene quindi: l’indignazione, le proteste, le urla a difesa della libertà di espressione (ma, continuo a domandare,  anche della libertà di insultare?), però tutta la faccenda lascia la solita impressione di un’Italia dove ad essere tutelati sono solo alcuni, in cui le ‘alzate di scudi’ arrivano solo quando ad essere coinvolto è il rappresentante di una delle tante ‘caste’ che popolano la nostra nazione…

FIORITO, POLVERINI, ETC… E I ‘GIORNALISTI’?

Devo dire la verità: mentre tutti s’indignano, io sinceramente non riesco a stupirmi: sarà che ormai, più vicino ai 40 che ai 30, ne ho viste parecchie, sarà che ho la memoria ‘lunga’, ma davvero, che c’è da stupirsi? Insomma: un fiume di soldi pubblici ai politici, che ci fanno quello che gli pare… e la novità, scusare, dove sarebbe? Tutti a chiedersi il ‘perché’… La questione non è generazionale, o di classe politica, la questione è meramente ‘culturale’: in Italia, da tempo immemore, quello del ‘fare politica’ è considerato un mestiere come un altro, un modo per ‘guadagnarsi’ (con maggiore o minore sforzo) la pagnotta’, o per fare soldi. Finché sarà così, dubito che le dichiarazioni d’intenti, puramente d’occasione, troveranno reale applicazione: ci sarà sempre qualche scappatoia, in virtù della quale il flusso di soldi riprenderà come e anche peggio di prima. Ripartire da zero non significa sostituire alcuni nomi con altri. Ripartire da zero significa cominciare a guardare alla  ‘politica’ come ‘servizio alla cittadinanza’ limitato nel tempo. Servizio alla cittadinanza. In questo quadro, sono senz’altro buone le proposte di chi, come Grillo, ma anche Renzi, dice: due mandati e poi a casa: si presta il proprio servizio come consigliere municipale, sindaco, Parlamentare, per un massimo di dieci anni e poi si torna a fare ciò che si faceva prima; dopodiché, a cascata, viene il discorso del trattamento economico, adeguato ad un’esistenza dignitosa per sé e la propria famiglia, ma nulla più. Qualcuno dirà che chi sa di poter avere l’occasione di ‘fare i soldi con la politica’ per poco tempo, cercherà di farne ancora di più. Probabile, se le cose restano così: se, cioè, si intende la politica come un mestiere come un altro e non come servizio pubblico. Se non cambia il concetto di fondo, se l’onestà non viene insegnata fin dalla scuola, se i furbi continuano a farla franca e i retti a passare per co***oni, le cose cambieranno molto poco, a prescindere dalla presunta ‘pulizia’ di cui tanti si riempono la bocca…  Un’ultima osservazione: non si può non notare come da tutta questa vicenda siano stati palesemente assenti i cosiddetti ‘giornalisti’, che si sono mossi con grande ritardo: se è vero, in una certa misura, che l’ex Presidente Polverini ‘non poteva non sapere’, non fosse altro che ‘per sentito dire’, dell’utilizzo disinvolto e fantasioso dei soldi pubblici da parte di certi consiglieri, lo stesso discorso può essere fatto per i giornalisti: il Giannini che ieri come al solito con tutta la sua protervia attaccava la Polverini, dove stava in tutti questi anni? Non veniteci a dire che i ‘giornalisti’ non ne sapevano niente, perché è a tutti noto che la stragrande maggioranza del giornalismo italiano è avvinghiato e colluso col potere politico… Quindi l’esistenza di certi ‘verminai’ credo fosse arcinota a gran parte del mondo del giornalismo italiano, in questo caso laziale, che naturalmente si è ben guardato dall’aprire bocca, almeno fino all’ultimo, quando l’osso ‘da spolpare’ gli è stato offerto da un piatto d’argento. Ma il giornalismo d’inchiesta, quello che non guarda in faccia a nessuno, in questo caso, che fine ha fatto? Possibile che nessuno sapesse dello stile di vita ostentato da certi consiglieri, oltre che di certe feste in stile antica Roma… Uffici stampa dei politici e giornalisti sono pappa e ciccia, pranzano insieme, si scambiano informazioni: possibile che in tutti questi anni nessuno sapesse niente? Sinceramente, mi sembra difficile da credere…

NOTIC NASTIC, “FULL SCREEN” (RANDOM NOIZE MUSICK)

Di loro non si conosce un granché: formazione di varia provenienza, a cavallo tra Berlino e New York, immagine del gruppo affidata alla carismatica cantante. Fullscreen è il loro secondo disco, elettronica dalla varie ascendenze, a fare da scenario sonoro a un’interpretazione vocale di carattere, ma senza andare mai troppo sopra le righe.

Il mix è efficace e riuscito: i Notic Nastic mostrano di aver imparato a menadito la lezione dell’elettronica teutonica dei pieni anni ’70 filtrata magari attraverso la new wave inglese degli ’80, senza per questo ignorare il cosiddetto ‘elettroclash’, molto di moda pochi anni orsono. Le origini non mentono, e così è abbastanza facile pensare che in questi 12 brani si abbia talvolta l’impressione di assistere a un flirt tra elettronica berlinese e no-wave newyorkese.

Brani più sornioni e parentesi maggiormente improntate allo sperimentalismo: la singer dà la sua impronta, senza raggiungere magari l’istrionismo di una Peaches, il tutto con testi interessanti, improntati al richiamo a ‘scuotersi’ rispetto a una realtà che vuole più o meno tutti controllati, che prendono di mira i consueti ‘miti’ del mondo moderno (soldi-televisione-successo), mentre a gettare il sasso sono personaggi borderline (Illuminati Bitch in questo caso acquisisce quasi l’aspetto di un manifesto).Nessuna sorpresa sotto il profilo della pura originalità, ma più che efficaci nella ripresa di alcuni filoni e nella riproposizione con uno stile già discretamente formato.

IN COLLABORAZIONE CON: LOSINGTODAY

GASPARAZZO, OBBIETTIVO SENSIBILE (AUTONOMIX / VENUS)

Terzo lavoro da studio per gli emiliani Gasparazzo (nati nel 2003, una fugace notorietà datagli dal passaggio di Siesta, tratto dal loro disco d’esordio, nella trasmissione di Radio2 Caterpillar): da studio, ma con un’attitudine spiccatamente ‘live’, visto che la band l’ha registrato in presa diretta, in parte lasciando spazio all’improvvisazione, o decidendo sul momento quali accorgimenti usare, utilizzando come location una fabbrica abbandonata.

Un dettaglio, quest’ultimo, che potrebbe far pensare a un disco in un certo senso plumbeo, claustrofobico: e invece, “Obbiettivo sensibile” è un disco più che mai ‘solare’, che risente delle molteplici influenze della band che si muove tra tradizionali sonorità del rock italiano ‘mainstream’ (potrebbero per certi versi venire in mente i Negrita), il funk, spore jazz, qualche abrasione vagamente indie, accenni punk e spezie etniche: mediterranee, ma soprattutto africane, complice il consolidato rapporto del gruppo con la Costa d’Avorio.

Il risultato è un disco sicuramente variegato, in cui una scrittura più che discreta varia tra la critica al vizio sempre più radicato al gioco d’azzardo, al tratteggio di figure storiche:  la fotografa Tina Modotti, il poco conosciuto Dietrich Bonhoeffer, esempio di resistenza tedesca al nazismo, le Madri di Plaza De Mayo ; da brani dedicati ai paesaggi o alla fatica del lavoro dei campi al racconto di episodi di vita vissuta (la title track è dedicata a un’esibizione estemporanea alla Stazione Termini conclusasi con l’intervento della polizia), senza tralasciare momenti di introspezione, (nella classica forma della ballata) e trovando il tempo di inserire anche una cover, quella di “Tornerai”, ‘hit’ degli anni ’30.

Pur nell’indubbia gradevolezza dei suoni, “Obbiettivo sensibile” è un disco che alla fine si lascia piacere soprattutto per le idee espresse lungo i tredici brani: sulla lunga distanza si avverte infatti un pò di dispersione, certo nella natura di mosaico sonoro dalle molteplici influenze dello stile della band, ma insomma alla fine si ha spesso l’impressione di trovarsi a brani che galleggiano su una superficie di rock – pop ‘generico’, nei quali si sente spesso l’assenza di una personalità più marcata.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY

FONONAZIONAL, “UNA SERA” (AUTOPRODOTTO)

Nati nel 2004, un primo disco (di cover) alle spalle, i Fononazional hanno tutti una solida carriera alle spalle, avendo suonato, o cantato, a fianco di un gran numero di esponenti del pop e della canzone d’autore italiana: nei curricula dei quattro leggiamo nomi come Eros Ramazzotti e Laura Pausini, Irene Grandi e Tullio De Piscopo, Mario Biondi, Cristiano De Andrè e Franco Battiato.

In “Una sera” il gruppo mescola jazz, canzone d’autore italiana e pop tricolore (nel senso migliore del termine): a fianco di brani originali, scritti per lo più dal pianista Mario Bianchi e dalla vocalist (e flautista) Paola Atzeni, troviamo alcune riproposizioni di pietre miliari del ‘songbook’ italiano: da Estate di Martino a L’importante è finire, da La collina dei ciliegi della premiata ditta Mogol – Battisti a Figlio Unico di Riccardo del Turco, fino a cimentarsi nellainnumerevoli volte riproposta Nel blu dipinto di blu, scelta che proprio per la ‘consutuedinarietà’ del brano, risulta per certi versi coraggiosa.

Il titolo del disco riassume molto di quanto l’ascoltatore troverà al suo interno: testi ruotati per la gran parte attorno a riflessioni su questioni sentimentali o sul ‘se’ (episodicamente, nella title – track, ci si concede una pausa maggiormente immaginifica), si accompagnano a suggestioni da club, da serata tranquilla, pausa rispetto al caos della giornata, atmosfere compassate.

La forma – canzone è arricchita dalle escursioni improvvisative tipiche del jazz, che pur ‘mollando gli ormeggi e prendendo il largo’ in alcune parentesi, restano sempre fedeli a una certa compostezza formale (di certo non si prendono mai derive esplicitamente free).

L’esito se vogliamo è ambivalente: godibilissimo dal punto di vita formale – complice l’impressione di grande professionalità ed esperienza trasmessa dalla band, oltre che l’interpretazione, sofisticata senza essere snob, della cantante – il disco lascia per certi versi la sensazione di essere quasi troppo ‘perfetto’, privo di sbavature, eccessivamente attento alla forma e per questo privato di un filo di immediatezza.

I Fononazional superano comunque agevolmente l’ostacolo della prima prova marcatamente autonoma, lasciando spalancate le porte all’ulteriore prosecuzione del cammino.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY

REDRICK SULTAN, “TROLLING FOR ANSWERS” (AUTOPRODOTTO)

L’espressione ‘collettivo canadese’ da qualche anno è ormai diventata usuale, quando si parla di ‘rock alternativo /indipendente / usate voi l’aggettivo che più vi aggrada’: nella categoria rientrano anche i Redrick Sultan, la cui formazione – base è un quartetto, che in occasione di questo secondo lavoro sulla lunga distanza viene accompagnato di volta in volta nei diciassette brani che compongono il disco da una ventina circa di ospiti.

Forse più che in altre occasioni un numero così elevato di partecipanti risponde pienamente alle esigenze della band, venendo utilizzato nella maniera più efficace: “Trolling for answers” è una pazzesca cavalcata che attraversa, con disarmante nonchalance, i generi più vari: il funk e il free jazz, il folk e Frank Zappa, il ‘Canterbury sound’ e i ritmi ‘in levare’; il minimalismo da colonna sonora in stile Philip Glass o Michael Nyman e la musica Klezmer, la musica da camera e l’hip hop (mescolato a coretti anni ’30 o a orchestrazioni jazz dai profumi lounge). A impressionare, oltre alla indiscutibile capacità dei Redrick Sultan di attraversare i generi, è l’impressione di compattezza data dal lavoro nella sua complessità: lungi dall’essere un semplice campionario di ‘esercizi di stile’, il disco della band di Vancouver riesce a mantenere una grande coerenza di insieme, riuscendo a mantenere nella gran parte degli episodi una sorta di ‘marchio di fabbrica stilistico’ che cementa il lavoro, impedendogli di perdersi trai rigagnoli delle tante suggestioni musicali che si susseguono al suo interno. Colori sgargianti (con qualche digressione crepuscolare), una buona dose d’ironia e, sullo sfondo, la costante impressione di essere di fronte a una band che si diverte e vuole divertire: per chi non li conosceva, una bellissima sorpresa, un ascolto ricchissimo e a tratti entusiasmante.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY

SPORT, SALUTISMO, ETC…

‎”Medico: Dovrebbe fare un po’ di sport.
Andreotti: Tutti i miei amici che facevano sport sono morti.
Medico: È un caso.
Andreotti: Io non ci credo al caso, io credo alla volontà di Dio” (Da “Il Divo”)

E se avesse ragione lui? Non è che tutto sport, questa smania di raggiungere il ‘risultato’, nell’illusione alle soglie dei 40 anni, di essere ‘atleti di livello’, quando alla fine non finiamo per essere altro che patetiche parodie dei ‘veri atleti’, ci faccia più male che bene? Questa fissazione patologica del ‘superare i nostri limiti’, quando in realtà sottoponiamo cuore, polmoni, muscoli, ossa e tendini ad uno ‘sforzo supplementare’ del quale forse non c’è manco tutto ‘sto bisogno? In fin dei conti a che serve? Ma dove vogliamo correre / nuotare? Alla fine basta qualche sana passeggiata ogni settimana, ed evitare di mangiare porcherie… Che poi, porcherie… ma insomma, se ci fanno ‘godere’, perché no? Tutto questo ‘salutismo’ comincia veramente a scassare la minchia, come se l’unico obbiettivo fosse vivere più a lungo possibile… ma per cosa? Eeeeeeh, Tizio è campato fino a 110 anni. Complimenti. Je danno ‘na medaglia?