Archive for ottobre 2018

SAMUELE GHIDOTTI, “L’INERNO DOPO LA DOMENICA” (LIBELLULA MUSIC)

Secondo lavoro per Samuele Ghidotti, già voce e ‘penna’ dei Venua.

“L’Inferno dopo la domenica”, ovvero quello che, in piccole o grandi dosi ognuno affronta nel corso dello svolgersi del proprio quotidiano (sempre che la domenica sia questo ‘Paradiso’, dopo tutto); ritratto spesso amaro di una società frammentata dalle disparità sociali e spesso violenta, di una generazione (quella a cavallo tra i 30 e i 40) alla deriva, con l’amore – pur complicato – a fare da ‘zattera’ a cui aggrapparsi.

Otto brani, per un lavoro che forse è esagerato definire ‘plumbeo’, ma sul quale aleggia una certa qual pesantezza, da temporale imminente. I suoni sono obliqui, spesso scarni, minimali, tappeti sintetici, effetti di sottofondo; atmosfere ‘liquide’ dalle quali ogni tanto emergono chitarre o archi a consolidare la grana emotiva dei brani.

“L’Inferno dopo la Domenica” è un lavoro dai ritmi calmi, dilatati, che rallenta a osservare una realtà circostante con occhio scettico quando non rassegnato, ma di fronte alla quale l’unica reazione non può essere l’immobilismo.

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IL CORPO DOCENTI, “SCIVOLI” EP (TEMPURA DISCHI / LIBELLULA MUSIC)

Esordio su disco per questo trio milanese, attivo da circa un annetto.

Cinque brani, cantati in italiano, dominati dalla tipica ‘urgenza espressiva’ dei musicisti giovani, lavoro in cui dominano emotività e stati d’animo, piccoli / grandi travagli esistenziali, la sensazione frequente di trovarsi ‘ fuori posto’, forse perché il proprio ‘posto nel mondo’ lo si sta ancora cercando… non senza l’immancabile contorno di complicazioni sentimentali.

Il Corpo Docente (scelta originale, anche se è un po’ un periodo in cui si fa a gara a trovare il nome più singolare) dichiarano di avere come riferimento il rock alternativo italiano, ma se escludiamo forse qualche vago rimando ai Verdena, sembrano piuttosto trarre la linfa da oltreoceano, da certe sonorità di matrice hardcore, sviluppate in modo meno ‘iracondo’.

Per essere un esordio, e cinque brani non sono sufficienti a farsi un’idea compiuta, ha comunque una sua efficacia, mostrando interessanti potenzialità.

ROSGOS, “CANZONI NELLA NOTTE” (NEW MODEL LABEL / MELA VERDE RECORDS)

Ancora una volta, la notte come ‘dimensione’ della riflessione; ancora, una volta, l’amore come ‘centro di gravità’ attorno al quale si affastellano pensieri, riflessioni, rimpianti, recriminazioni… e anche qualche momento di felicità…

Tutto questo – e poco altro, in realtà – in RosGos, progetto solista di Maurizio Vaiano, già voce dei Jenny’s Joke.

Dieci brani che sotto più punti di vista appaiono ineccepibili, a cominciare suoni, dove il mood notturno che percorre tutto il lavoro è affidato in gran parte al pianoforte, attorniato da una sezione ritmica essenziale, quando non scarna, e talvolta da chitarre, mai troppo invasive.

La scrittura è spesso frammentata, talvolta un filo ellittica, all’insegna di un susseguirsi di considerazioni e pensieri che forse guardano più al flusso di coscienza, che a discorsi organici; del resto quando ci sono di mezzo i sentimenti, la logica non è così frequente…

“Canzoni nella notte” è dunque un lavoro che si lascia ascoltare; ma, al di là delle intenzioni dell’autore, che l’ha usato come sorta di seduta di autoanalisi per chiudere certi conti in sospeso, appare mancare di qualcosa.

Come se al di là della gradevole ‘confezione’, tra cantautorato e un filo di ‘indie’, non riuscisse fino in fondo a lasciare il segno, come se mancasse, nei suoni e nelle parole, un maggiore lasciarsi andare, sotto forma di qualche abrasione e un filo di rabbia in più.

 

ME, PÉK E BARBA, “VINCANTI” (NEW MODEL LABEL)

“Vincanti”, ovvero: i ‘canti del vino’: il sesto disco di quella che più che una band è una vera e propria ‘banda’ – i componenti sono una dozzina, senza contare gli ospiti – è dedicata alla bevanda ‘regina’ della storia degli uomini (almeno, quelli affacciati sul Mediterraneo), oggetto di molteplici celebrazioni, da Archiloco a Piero Ciampi.

Una celebrazione in 14 brani, ripercorrendo idealmente l’eterno ciclo del vino, dai filari ai bar o alle enoteche, offrendo naturalmente il pretesto per parlare d’altro: la convivialità, la capacità del vino di far cadere certe ‘maschere’, la vite come esempio di resistenza…

Il vino, insomma, come metafora di un modo di vita più ‘genuina’ e ‘vera’, meno condizionata.

Me, Pék e Barba lo fanno ovviamente in modo allegro, scanzonato e non poteva essere altrimenti, come in quelle feste di Paese che celebrano la vendemmia, ma non senza un retrogusto malinconico, come il calore del sole di ottobre, mitigato dai primi freddi (o almeno, così era prima del riscaldamento globale che rende ottobre più simile a luglio).

Si ricorre talvolta al dialetto (da nord a sud), a ricordare come il vino sia un prodotto soprattutto locale, ma che finisce per essere reso globale dalla somiglianza delle tradizioni che lo circondano…

Un disco impregnato di folk e canzone popolare, tra fisarmonica, banjo, ghironda, bouzouki e l’aggiunta di armonica, archi, mandolino; memore della lezione di Modena City Ramblers e Gang (Mario Severini ha scritto l’introduzione al booklet); folto il numero degli ospiti, a cominciare da Omar Pedrini e Puccia degli Apres La Classe.

Più che un disco, una festa.

P.S. La ‘Legge del Contrappasso’: quasi del tutto astemio, ma con un padre che il vino lo fa pure ‘per diletto’, che mi ritrovo a recensire un disco sul vino…

ANDY FREDMAN, “PIECES OF PAPER” EP (SEAHORSE RECORDINGS)

Andy Fredman‘ è in realtà Andrea Cavedagna, bolognese classe ’75, qui all’esordio solista dopo varie altre esperienze.

Sei brani che guardano al di là della manica, finendo per gettare lo sguardo oltreoceano, all’insegna di un pop che conserva immediatezza, senza cedere eccessivamente alla ‘facilità’; i riferimenti possono essere tanti, i Beatles e i Beach Boys, qualcosa di Van Morrison, il cantautorato americano di Tom Waits.

‘Andy Fredman’ trasferisce questi ‘pezzi di carta’ nel ‘mondo dei suoni’ affidandosi ai ‘maestri’ e facendosi aiutare da un nutrito gruppo di compagni di strada, tra cui un quartetto d’archi, oltre che da piano e organo, in aggiunta ai canonici chitarra-basso-batteria e ad altri interventi episodici, come quello di una tromba.

Disco che, per quanto fin troppo ancorato ai modelli di riferimento, riesce comunque ad essere gradevole, in attesa di una più ‘decisiva’ prova sulla lunga distanza.

 

DANIELE CASTELLANI, “ARRIVEDERCI EMILIA” (NEW MODEL LABEL)

Dopo alcune esperienze in un paio di band, Daniele Castellani emiliano di Scandiano (RE) si cimenta col suo primo disco solista.

Sette pezzi (tra cui uno strumentale) scelti tra la produzione non troppo ampia di un autore che “scrive solo quando ha qualcosa da dire”, in cui prevale l’elemento biografico, tra ricordi d’infanzia, riflessioni su momenti di crescita, il progressivo mutamento del paesaggio (fisico, ma forse anche umano), le immancabili traversie sentimentali…

Lo sguardo appare disincantato, velato di un’ironia che sfiora il cinismo, sotto traccia forse un filo di rabbia, l’ombra di certi rimpianti e recriminazioni, con modi che a tratti possono ricordare Ivan Graziani.

Interessante l’aspetto sonoro della faccenda, all’insegna di un rock che cercando di evitare certe scelte ‘scontate’ (dopo tutto, siamo sempre in Emilia), finisce per rifugiarsi negli anni ’70 e nei primi ’80, tra vaghi richiami prog, allusioni psichedeliche, accenni reggae.

MONOBJO, “DIANA’S MIRROR” (HELIOPOLIS)

La musica strumentale, nonostante una tradizione secolare che va dai classici alle colonne sonore, non sembra granché apprezzata in Italia attualmente, a parte qualche eccezione, piuttosto isolata.

Monobjo sulla musica ‘senza parole’ ha deciso di costruire la sua carriera, dopo gli esordi, parecchi anni fa, in più canonici gruppi di estrazione metal.

Sono passati quasi quattro anno dal precedente “The Magic Of Big Top” e Monobjo torna col suo lavoro probabilmente più ambizioso, che mescola le suggestioni infantili del lago di Nemi con le sue navi romane (autentici palazzi galleggianti) e i miti della zona ripresi da Frazer nel suo ‘Ramo d’oro’.

Viene così costruito un racconto, inserito nel libretto di accompagnamento del cd e che può essere quindi seguito lungo lo svolgersi del disco, dai contorni fantasy, che appare riprendere certe suggestioni dei ciclo arturiano, portandole a due passi da Roma e attingendo alle tradizioni locali e alla mitologia latina.

Le dodici composizioni presenti diventano così colonna sonora del racconto: il clima è, ovviamente, fiabesco, evanescente: domina il piano, cui si aggiungono archi ed effetti di sfondo. Le suggestioni sonore sono molteplici: ci sono, ovviamente la musica classica, con certi effetti ‘impressionisti’ e la musica da film; c’è una continua sensazione di sospensione, con accenni ambient; ci sono riferimenti alla musica medievale, con modi che, coi debiti distinguo, possono ricordare i Dead Can Dance.

Ogni disco ha una sua importanza per chi lo lo crea; per Monobjo “Diana’s Mirror” riveste un valore particolare, frutto di quattro anni di lavoro nella consapevolezza del proverbiale ‘nemo profeta in patria’, delle difficoltà di farsi ascoltare qui e della necessità di guardare oltreconfine, a un pubblico più aperto.