Posts Tagged ‘impressionismo’

CICCIO ZABINI, “ALBUME” (LIBELLULA MUSIC)

Sostanza strana, l’albume: membrana liquida protettiva che può mutare in materia dalla consistenza nevosa, fragile via di mezzo verso il solido… Poco identificabile, sfuggente: caratteristiche condivise col disco d’esordio di Ciccio Zabini, classe 1982, leccese di nascita, una lunga ‘relazione’ a più riprese con Bologna, una parentesi madrilena prima del ritorno nella città natale, dove finalmente dà forma al voluminoso bagaglio di esperienze accumulate.

Dieci pezzi in cui Zabini dice e non dice, affastellando stralci di pensieri, considerazioni, riflessioni quasi in un flusso di coscienza; personaggi comuni ma portati ai margini dai propri drammi quotidiani; l’incomprensibilità delle relazioni affettive; filastrocche trasfigurate, paesaggi crepuscolari, momenti onirici…

Il tutto interpretato con aria disincantata, un gusto per i giochi di parole, le analogie, le assonanze, fin dal titolo, che rievoca l’ormai desueto termine di ‘album’ per definire i lavori sulla lunga distanza. Non si cede mai all’aperta  malinconia, né all’aperta sguaiatezza; si resta sul filo dell’ironia, così come sul fronte sonoro prevalgono suoni e atmosfere raccolte, all’insegna di attitudini vagamente jazzistiche, frequenti flirt con sonorità iberiche o sudamericane, un insieme sonoro nel quale in cui la consistenza pastosa del contrabbasso tiene costantemente a bada l’elettricità delle chitarre (sebbene in un paio di episodi si assista a virate, sebbene non totalmente compiute, verso il rock o il country), ma la cui impronta è definita in modo più deciso dai fiati e il cui elemento distintivo finisce per essere il flauto, tra parentesi di dinamismo quasi frenetico e momenti più rarefatti, all’insegna di una nebbiosità impressionista, dai tratti obliqui, misteriosi. Si stacca dal resto, quasi come una piccola isola, ‘Il furto di/vino’, brano firmato da Agrippino Costa, divenuto poeta per sopravvivere a vent’anni di carcere.L’attitudine cantautorale di Zabini ricorda tanti senza ricondurre pienamente a nessuno: il primo della lista, per affinità vocale e un certo gusto nell’uso delle parole è De André, ovviamente con tutti i debiti distinguo.

“Albume” assolve pienamente alla sua funzione di disco d’esordio di un artista che ha già accumulato una solida esperienza; uno stile affinato all’insegna di una giocosità sfuggente che è il punto di forza del lavoro, ma che a tratti sembra un filo troppo insistita, come se l’autore finisse per avvolgersi in un ‘albume’ fatto di allusioni e suggerimenti accennati, forse per evitare di confrontarsi troppo direttamente con la durezza di una realtà che il disco lascia intravedere solo in controluce.

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MUSEE D’ORSAY – CAPOLAVORI

Roma, Complesso del Vittoriano, fino all’8 giugno

Eccezionale. L’aggettivo, abbastanza abusato, appare per una volta più che adeguato. L’esposizione dedicata alla collezione del museo parigino, noto soprattutto per la collezione impressionista, è di quelle imperdibili, per gli artisti esposti, ma anche soprattutto per le opere scelte, alcune delle quali vere e proprie perle poco conosciute.

La mostra viene aperta da una sezione introduttiva che mostra l’evoluzione del museo, da stazione in stato di abbandono trasformata in area espositiva anche grazie al contributo dell’architetto Gae Aulenti, fino alle ultime modifiche, per restare al passo coi tempi.

Il percorso vero e proprio si snoda all’insegna di un’evoluzione storica abbastanza consueta e con essa lo sviluppo ‘ideale’ del movimento impressionista, sfociando poi nelle sue più immediate derivazioni (puntinismo e simbolismo, coi primi accenni di espressionismo e pittura astratta); l’apertura è dedicata al ‘ciò che c’era prima’, con alcuni esempi di pittura ‘accademica’ trai quali svetta la Diane di Delaunay… poi ecco irrompere l’impressionismo, con l’uso della luce e il ricorso a soggetti tratti dal quotidiano: i paesaggi campagnoli di Pissarro e i boschi innevati di Sisley, le barche a vela di Monet ma anche quelle di Van Rysselberghe, che sembrano quasi sfumare nelle pennellate puntinate del mare.

Successivamente, ecco le opere a tema cittadino, per il ritratto o per la ripresa di scene di vita reale: colpiscono, su tutti, le ballerine di Degas, le “Bretoni con l’ombrello” di Bernard e “Il circo” di Seurat con la sua riduzione all’essenziale. La ritrattistica è il terreno in cui l’impressionismo lascia spazio alle complicazioni ‘espressioniste’, in cui il ritratto ‘esteriore’ il mezzo per cominciare a riflettere sull’interiorità: ed ecco allora la figura “A letto” di Vuillard, che sembra quasi sfumare e perdere d’identità tra le lenzuola, ma soprattutto la donna ritratta di spalle in “Hvile” di Vilhelm Hammershoi.

L’ultima sala è quella che riserva le sorprese più belle: non solo per ospitare un Van Gogh, un Gauguin e il bellissimo tramonto di Vetheuil di Monet; ma soprattutto per il potente simbolismo dei “Jeux d’eau” di Bonnard, l’argine di “Les Andelys di Signac” e, ultima opera esposta, le “Iles d’or” di Henri – Edmond Cross, in cui lo studio impressionista sulla luce finisce per affacciarsi sul grande mare della pittura astratta. La ‘ciliegina sulla torta’ di una mostra imperdibile.

Elie Delaunay, “Diane”

 

Edouard Vuillard, “A letto”

 

Vilhelm Hammershoi, “Hvile”

 

Pierre Bonnard, “Jeux d’eau”

 

Claude Monet, “Tramonto a Vétheuil”

 

Pual Signac, “Les Andelys”

 

Theo Van Rysselberghe, “Vele ed estuario”

 

Henri – Edmond Cross, “Les iles d’or”

K-CONJOG, “DASEIN” (ABANDON BUILDING RECORDS)

Costruire un disco partendo dal filosofo Martin Heidegger denota, se non altro, una certa dose di coraggio… attenzione, non che Fabrizio Somma, alias K-Conjog, scelga di enucleare nel suo disco le idee dell’autore di ‘Essere e tempo’: l’idea è piuttosto un ‘filo conduttore ideale’ che resta in gran parte nella testa dell’autore e che forse l’ha guidato nella realizzazione del lavoro, la cui unica traccia evidente alla fine resta nel titolo, “Dasein” (ovvero l’esistenza, concetto centrale della filosofia heideggeriana)…

Se avete avuto la pazienza di leggere fin qui, non vi siete stufati o non siete stati presi dall’impulso irresistibile di andarvi a rileggere Heidegger (lettura più impegnativa e stimolante di questa recensione), vi interesserà sapere che “Dasein”, è il quarto lavoro di Somma / K-Conjog, che rinnova la collaborazione dell’autore con l’etichetta americana Abandon Buildings.

Le dodici tracce (sette a comporre il ‘nocciolo’ del disco, cui si aggiungono cinque remix), completamente strumentali (eccetto che per qualche episodico vocalizzo e per la traccia conclusiva, l’unica ad avere un testo cantato) che compongono Dasein vanno ad assemblare un lavoro che si addentra negli ampi spazi dell’elettronica in salsa ambient, riportando un campionario abbastanza consueto delle varie declinazioni del genere: da episodi in cui predomina la rarefazione a composizioni che riflettono l’ispirazione ‘classica’ dell’impressionismo à la Erik Satie, da capitoli all’insegna del minimalismo a parentesi dalla forte connotazione ‘cinematografica’.

Un Ep per numero di brani, ma la cui lunga durata gli fa assumere tutti i crimi di un vero e proprio full length, nel corso del quale tappeti ed effetti elettronici che offrono la classica sensazione eterea, attenuando il rischio di sfociare in composizione fin troppo monolitiche, anche attraverso l’utilizzo di piano e di archi (questi ultimi curati da Nicola Manzan, sempre più autentico jolly della scena indipendente italica quando si tratta di impugnare l’archetto).

Il risultato è un lavoro indicato per gli appassionati, ma che potrà risultare gradito (magari se preso a piccole dose) anche a chi, pur non frequentando assiduamente il genere, è disposto a sperimentare nuovi territori sonori.

MODIGLIANI SOUTINE E GLI ARTISTI MALEDETTI

La Collezione Netter

Roma, Fondazione Roma Museo – Palazzo Cipolla, fino al 6 aprile

Ancor prima dei quadri, quello che stupisce di questa esposizione è la qualità della’scenografia’; non ci sarebbe magari da stupirsi più di tanto, forse: non è la prima volta, del resto: senza nulla togliere agli altri, c’è da sottolineare come le mostre allestite presso la Fondazione Roma Museo abbiano sempre un occhio particolare per l’allestimento, quell’attenzione al ‘particolare’ che finisce per dare allo spettatore quel ‘quid in più’ rispetto ad altre situazioni. Entrando nella mostra dedicata alla scena parigina del primo ‘900 si viene introdotti in un ambiente raccolto, quasi in penombra, con una luce vagamente crepuscolare che mette ancora più in risalto le luci e i colori,  spesso sgargianti, delle opere esposte.

Le donne dallo sguardo enigmatico e i tratti quasi metafisici di Modigliani e i panorami vertiginosi di Soutine, dove lo scenario sembra quasi dilavare, precipitare nel vuoto, ma non solo; l’epopea artistica di Suzanne Valadon e le luci quasi abbaglianti di suo figlio Maurice Utrillo; i quadri di Maurice de Vlaminck, sui cui aleggia un’ombra di inquietudine, i colori brillanti di Derain, e ancora opere di Henry Hayden, Isaa Antcher, Moise Kiesling e altri offrono un quadro d’insieme di una scena che risentiva delle molteplici influenze degli anni precedenti, tra Impressionismo ed Espressionismo, coi primi cenni di astrattismo e surrealismo, tra enigmi ed inquietudini.

Una mostra che affascina e non annoia, grazie alla grande varietà e alternanza di soggetti e stili, che tiene costantemente viva l’attenzione; il prezzo del biglietto include l’audioguida gratuita, che assieme alle riflessioni su alcune delle opere esposte, raccoglie alcuni aneddoti raccontati dalla voce di Corrado Augias… personalmente comunque la sconsiglierei, non tanto per Augias, quanto per il fatto che girare con una cuffia nelle orecchie, l’audoiguida in mano e fare attenzione alle spiegazioni, fatalmente finisce per distrarre l’attenzione dalla osservazione e dalla suggestione dei quadri.

GEMME DELL’IMPRESSIONISMO

Dipinti della National Galley of Art di Washington

Roma, Ara Pacis, fino al 23 febbraio

Restano ancora circa un paio di settimane per fare una visita a questa mostra, basata sulla collezione accumulata da Andrew Mellon, uno di quei classici personaggi americani con la ‘vita da film’: un genio della finanza che arrivò a ricoprire anche alte cariche statali e che dedicò parte della sua fortuna alla raccolta di opere d’arte, per poi donare il suo patrimonio al popolo americano, attraverso la creazione di un grande museo; attività questa poi proseguita dai figli.

La mostra allestita presso l’Ara Pacis è svolta all’insegna di moduli abbastanza consueti: cinque le sezioni – Pittura ‘En  plein air’, ritratti, quadri con soggetti femminili, natura morte e un ultimo segmento dedicato in particolare a Bonnard e Vuillardi – in cui i ‘grandi’ ci sono più o meno tutti: Van Gogh, Renoir, Monet, Manet, Seurat, Cezanne, Pissarro, Sisley, Gauguin fino alla pittrice Berthe Morisot e a Tolouse – Lautrec; certo, con vario ‘peso’ (di Van Gogh per esempio c’è una sola opera, di Renoir due), ma che comunque offrono una panoramica pressoché completa del movimento. Abbondanti  gli apparati redazionali, con una esaustiva galleria di biografie degli autori esposti ed un interessante sezione dedicata al rapporto tra il progresso scientifico e tecnologico, nella scienza del colore e nei materiali utilizzati, con l’esplosione del movimento.

L’unico limite – opinione personale – è che forse la parte più interessante, quella della pittura ‘all’aria aperta’, dove l’Impressionismo svolge tutte le sue potenzialità, si esaurisce fin troppo presto, nella parte iniziale dell’esposizione, per lasciare ben presto lo spazio a ritratti e nature morte, che, con tutto il rispetto, non sono propriamente la mia ‘passione’; in ogni caso, visto il livello dei nomi esposti, la mostra merita una visita, e dopo tutto, “I vendemmiatori” di Renoir e il “Paesaggio marino di Gravelines” di Seurat da soli valgono il prezzo del biglietto.

Renoir, “I vendemmiatori”

Seurat, “Paesaggio marino (Gravelines)

FRANCIS M. GRI, “GHOST DREAMERS TOWN” (KRYSALISOUND)

Avevamo lasciato Francis M. Gri con “9th Crysalis”, affascinante primo lavoro per per il progetto Revglow; lo ritroviamo ora per questa nuova avventura solista, nel segno di quell’impronta sperimentale che ne ha sempre caratterizzato lo stile.

La città dei sognatori fantasma: quella che, nel breve racconto che allegato al disco lo introduce, è quella in cui il protagonista si ritrova a girare; una città improvvisamente abbandonata da tutti, alla ricerca di un modo di ‘un’altra vita’, come canterebbe Battiato.

Nove tracce, interamente strumentali, nel segno di un’efficace mix di acustica ed elettronica pronto di volta in volta a cambiare veste: da avvolgenti battiti ipnotici a tessiture chitarristiche dalla consistenza setosa, da rarefazioni che sfiorano l’ambient a momenti all’insegna di una saturazione che rasenta lo shoegaze, da suggestioni sognanti ad accennate derive psichedeliche, fino a parentesi in cui a prendere le redini della situazione è un piano dai tratti impressionisti.

Un viaggio che affascina, a tratti seduce, spesso avvolge l’ascoltatore in modo quasi rassicurante, per un disco efficace in cui Francis M. Gri mostra nuovamente di avere parecchie frecce ancora da scoccare.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY

THE STAR PILLOW, “FATTORE AMBIENTALE” (TAVERNA)

Terza prova per il progetto Star Pillow, portato avanti da Paolo Monti e Federico Gerini: “Fattore Ambientale” è uno di quei dischi che potrebbero definirsi ‘cinematografici’, in cui più di altri i suoni appaiono indicati ad evocare le sequenze di film immaginari che ognuno può costruirsi nel corso dell’ascolto. L’aspetto ‘visivo’ delle dieci composizioni del resto viene citato tra le principali ragioni d’essere del lavoro dagli stessi autori.  Troneggia la title track che oltrepassa i ventisei minuti di durata, nel segno di dilatazioni – nomen omen – ambientali che rimandano (naturalmente) a Brian Eno. Attorno, a mò di ancelle, le altre composizioni, tra vaghi rimandi all’impressionismo di Satie o Debussy e parentesi minimaliste, ovviamente con influenze derivanti dal filone delle sonorizzazioni da cinema (viene in mente a volte Michel Nyman).

“Fattore Ambientale” si fa sinuosamente strada nell’attenzione dell’ascoltatore, affascinando, in qualche occasione mettendolo alla prova, ma difficilmente lasciandolo indifferente: un disco dal quale farsi avvolgere e che può rivelare più di una sorpresa.

LOSINGTODAY