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IL CORPO DOCENTI, “SCIVOLI” EP (TEMPURA DISCHI / LIBELLULA MUSIC)

Esordio su disco per questo trio milanese, attivo da circa un annetto.

Cinque brani, cantati in italiano, dominati dalla tipica ‘urgenza espressiva’ dei musicisti giovani, lavoro in cui dominano emotività e stati d’animo, piccoli / grandi travagli esistenziali, la sensazione frequente di trovarsi ‘ fuori posto’, forse perché il proprio ‘posto nel mondo’ lo si sta ancora cercando… non senza l’immancabile contorno di complicazioni sentimentali.

Il Corpo Docente (scelta originale, anche se è un po’ un periodo in cui si fa a gara a trovare il nome più singolare) dichiarano di avere come riferimento il rock alternativo italiano, ma se escludiamo forse qualche vago rimando ai Verdena, sembrano piuttosto trarre la linfa da oltreoceano, da certe sonorità di matrice hardcore, sviluppate in modo meno ‘iracondo’.

Per essere un esordio, e cinque brani non sono sufficienti a farsi un’idea compiuta, ha comunque una sua efficacia, mostrando interessanti potenzialità.

JUNKFOOD, “THE COLD SUMMER OF THE DEAD” (TROVAROBATO PARADE / BLINDE PROTEUS)

Secondo lavoro per i Junkfood, quartetto di stanza a Bologna che già con l’esordio di “Transience” aveva attirato l’attenzione e riscosso un certo successo di pubblico e critica

La band  prosegue la propria evoluzione stilistica con un concept album che prendendo le mosse dal famoso verso di Pascoli – “E’ l’estate fredda dei morti” (da Novembre) – dipinge un’atmosfera sospesa, come appunto quella della cosiddetta estate di San Martino, caratterizzata da un tepore già innaturale per il periodo, che in se nasconde già le ombre e i primi freddi autunnali.

I quattro danno forma sonora a queste impressioni attraverso otto composizioni, interamente strumentali, che ondeggiano tra rumorismo (il disco è ‘compreso’ tra un intro e una conclusione all’insegna di una ‘cacofonia ventosa), schegge urticanti, momenti di dilatazione. Lungo i poco meno di quaranta minuti del lavoro (prodotto da Tommaso Colliva, già collaboratore di Muse, Calibro 35, Verdena e Afterhours), l’ascoltatore viene gettato in una variegata congerie di suggestioni sonore: jazz d’avanguardia, post hardcore, psichedelia su cui appare aleggiare costantemente l’ombra delle sperimentazioni di Robert Fripp.

Una sezione ritmica che a volte prende le redini dei pezzi con un lavoro percussivo incessante accompagnato da un basso rutilante; chitarre spesso tese, abrase, talvolta lancinanti, fiati che, specie quando il disco si fa più dilatato, gettano sui brani ombre inquietanti: la formula degli Junkfood coinvolge e affascina, destinata agli amanti della sperimentazione o coloro che vengono spinti dalla semplice curiosità ad affacciarsi su territori sempre nuovi, tra discese nell’incubo e scalate verso vastità siderali.

NICOLAS J. RONCEA, “OLD TOYS” (I DISCHI DEL MINOLLO)

Più conosciuto – forse – come leader di Fuh e La Monade Stanca, Nicolas J. Roncea da qualche anno ha affiancato ai suoi progetti di gruppo anche una carriera solista: tuttavia, dopo un esordio (“News form Belgium”) interamente consacrato ad un’intima dimensione acustica, in “Old Toys” sembra piuttosto voler ritrovare lo ‘spirito di gruppo’, sebbene declinato in modo diverso rispetto a quanto accade nelle band con cui abitualmente lavora.

Affiancato da un manipolo di ospiti (tra gli altri, spiccano Luca Ferrari dei Verdena, Carmelo Pipitone e Mattia Boschi dei Marta sui Tubi, Gigi Giancursi dei Perturbazione e Ru Catania degli Africa Unite), Roncea confeziona dodici brani, all’insegna di atmosfere che in larga parte restano raccolte, riflessive (pur non disdegnando schegge rumorose e abrasioni varie), ma che sotto il profilo sonoro si arricchiscono sovente di effetti col risultato di una decisa profondità.

Un lavoro che così risulta sospeso tra indie e folk, improntato a una vena cantautorale, espressa attraverso una scrittura (in inglese) mai banale, spesso sospesa, all’insegna di pensieri talvolta quasi affastellate, riflessioni, soliloqui, dialoghi immaginati rivolti di volta in volta al proprio amore, agli amici, anche ai famigliari, in cui si aprono spazi ellittici, senza che mai tutto venga espresso fino in fondo, lasciando spazio all’allusione, al non detto.

Un lavoro che insomma rivela un autore maturo nelle idee e nella scrittura, che appare avere tanto da dire, anche al di fuori delle proprie band di riferimento.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY

INSOONER, “CAIMANI” (FOREARS RECORDS)

I varesini Insooner giungono al primo ‘disco importante’ della loro carriera: dopo un precedente lavoro, autoprodotto, il trio lombardo si affida alle mani di Daniele Landi, facendosi dare una mano in fase di esecuzione da  Nicola Manzan, pluricelebrato violinista che, oltre ad avere al suo attivo un’ampia gamma di partecipazione a varie produzioni ‘alternative’ (Offlaga Disco Pax, Paolo Benvegnù, Baustelle tra gli altri), col suo progetto Bologna Violenta ha offerto alcune tra le prove più felici di ‘caos organizzato’ in salsa tricolore degli ultimi anni.

Partiamo da questo: la presenza di Manzan dovrebbe essere, in un certo senso, garanzia di qualità; e in effetti gli Insooner dimostrano di saperci fare, pur con tutte le incertezze – e le ingenuità – che caratterizzano un gruppo agli esordi, pur se sotto la supervisione di un produttore di livello.

Le otto tracce di “Caimani” sono ascrivibili al filone del rock alternativo italiano che ha preso come stella polare le sonorità ruvide e frastagliate degli anni ’90: è la stessa band di Varese a citare, tra le influenze principali, i Verdena.

Radici che l’ascolto conferma in toto: la formula degli Insooner si rifà molto a quel tipico modo di svolgere i pezzi, avviandoli magari come una tipica (per quanto ruvida), forma canzone, per farli deviare in escursioni soniche dal sapore vagamente psichedelico.

Un procedimento che la band mostra di aver bene assorbito, tentando di restituirlo con adeguata autonomia stilistica: il risultato è per certi versi soddisfacente, sebbene il disco negli ultimi pezzi mostri un pò la corda, come se la band avesse già mostrato tutto ciò che aveva da offrire. A sostenere la componente sonora, una scrittura che mostra in nuce delle discrete potenzialità, sebbene per certi versi un pò acerba.

Quello degli Insooner è insomma il tipico disco di una band che ha compiuto ancora meno strada di quanta (è augurabile) ne abbia ancora davanti a sé, lasciando la curiosità per vedere se riusciranno ad inquadrare ulteriormente il proprio stile in un eventuale seguito.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY