Posts Tagged ‘Modena City Ramblers’

ME, PÉK E BARBA, “VINCANTI” (NEW MODEL LABEL)

“Vincanti”, ovvero: i ‘canti del vino’: il sesto disco di quella che più che una band è una vera e propria ‘banda’ – i componenti sono una dozzina, senza contare gli ospiti – è dedicata alla bevanda ‘regina’ della storia degli uomini (almeno, quelli affacciati sul Mediterraneo), oggetto di molteplici celebrazioni, da Archiloco a Piero Ciampi.

Una celebrazione in 14 brani, ripercorrendo idealmente l’eterno ciclo del vino, dai filari ai bar o alle enoteche, offrendo naturalmente il pretesto per parlare d’altro: la convivialità, la capacità del vino di far cadere certe ‘maschere’, la vite come esempio di resistenza…

Il vino, insomma, come metafora di un modo di vita più ‘genuina’ e ‘vera’, meno condizionata.

Me, Pék e Barba lo fanno ovviamente in modo allegro, scanzonato e non poteva essere altrimenti, come in quelle feste di Paese che celebrano la vendemmia, ma non senza un retrogusto malinconico, come il calore del sole di ottobre, mitigato dai primi freddi (o almeno, così era prima del riscaldamento globale che rende ottobre più simile a luglio).

Si ricorre talvolta al dialetto (da nord a sud), a ricordare come il vino sia un prodotto soprattutto locale, ma che finisce per essere reso globale dalla somiglianza delle tradizioni che lo circondano…

Un disco impregnato di folk e canzone popolare, tra fisarmonica, banjo, ghironda, bouzouki e l’aggiunta di armonica, archi, mandolino; memore della lezione di Modena City Ramblers e Gang (Mario Severini ha scritto l’introduzione al booklet); folto il numero degli ospiti, a cominciare da Omar Pedrini e Puccia degli Apres La Classe.

Più che un disco, una festa.

P.S. La ‘Legge del Contrappasso’: quasi del tutto astemio, ma con un padre che il vino lo fa pure ‘per diletto’, che mi ritrovo a recensire un disco sul vino…

CINQUE UOMINI SULLA CASSA DEL MORTO, “BLU” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Viviamo tempi, per molti, oggettivamente complicati, pieni di incertezze, di dubbi, mancanza di certezze e timori, se non vera e propria paura, per il futuro.

Talvolta però è il caso di non fermarsi all’analisi, o di non cedere a pensieri ‘plumbei’, ma – se non altro per evitare di deprimersi oltre il dovuto – viene il momento per sani momenti di leggerezza, spensieratezza, ottimismo.

Il compito stavolta se lo assumono i friulani Cinque Uomini sulla Cassa del Morto, che in tre anni di hanno accumulato un discreto patrimonio di esperienze, arrivando ad aprire i concerti di Franz Ferdinand e Tre Allegri Ragazzi Morti e tra i finalisti del Premio Fabrizio De André.

Blu, è proverbialmente il coloroe della malinconia, ma in questo caso è piuttosto quello del cielo: l’invito, appare quello di cercare di essere leggeri, uscire dai propri gusci di paura (e forse di autocommiserazione), per poter ‘volare’, vedere magari tutto dall’alto, acquisire nuovi punti di vista, trovando così nuove soluzioni.

Lasciare il proprio ‘nido’, consapevoli che difficoltà e sofferenze saranno il prezzo inevitabile per trovare una propria strada e superare così certe situazioni di ‘stallo esistenziale’ in cui si finisce per trovarsi.

Un messaggio snodato su nove brani, registrati in un capannone abbandonato e poi rifiniti tra Cividale, Ferrara e Los Angeles, per un lavoro in cui la band ripercorre a suo modo le strade di certo rock folk di matrice irlandese e non solo, in cui a violini, banjo e ukulele è affidata gran parte dell’impronta stilistica del lavoro.

Domina, appunto, la solarità, fino alla scelta – in fin dei conti coraggiosa – di presentare una ‘Canzone del Sorriso’ che, posta al centro del disco, non a caso finisce per rappresentarne il baricentro.

I Cinque Uomini sulla Cassa del Morto ripercorrono con efficacia strade già ampiamente battute, anche a casa nostra (inevitabile citare i ‘soliti’ Modena City Ramblers, anche se qui con esiti meno ‘combattivi’), ma lo fanno con un piglio e un’attitudine apprezzabili, potendo regalare un momento di solarità in certe giornate uggiose, non solo dal punto di vista climatico.

LOU TAPAGE, “FINISTERRE” (LT RECORDS /AUDIOGLOBE)

Quinto lavoro per i Lou Tapage, band di stanza a Cuneo che ha dedicato la propria esperienza artistica alla riscoperta delle sonorità occitane; in “Finisterre” il sestetto compie un ulteriore passo in avanti, azzardato, per certi versi, scegliendo per la prima volta di usare, a fianco di occitano e del francese, l’italiano, con esiti a cavallo tra la grinta dei Modena City Ramblers e la migliore tradizione del cantautorato italiano.

La cifra stilistica che in “Finisterre” finisce però per coinvolgere maggiormente e l’insieme sonoro: l’insieme di antico e moderno tipico del genere, (chitarre, bassi e batterie affiancati a violini, flauti e cornamuse), trova momenti di autentico ‘calor bianco’, in cui la band non si tira indietro e si lancia a briglie sciolte, finendo spesso per flirtare con l’hard-rock, quando addirittura non cospargendo alcuni episodi di spezie metal.

Un insieme sonoro che fa da scenario a storie a cavallo tra sapori antichi e favole moderne, allegorie della morte e sogni di fuga, parentesi di sfrenata vitalità e momenti di quiete.

I Lou Tapage proseguono così il loro viaggio, cominciato ormai oltre tredici anni fa: lo fanno utilizzato pienamente la sgargiante e variegata gamma di colori a loro disposizione, per un disco che riuscirà gradito agli appassionati e potrà rappresentare un più che gradevole diversivo a chi non frequenta abitualmente queste sonorità.

 

FEV, “NEBBIA BASSA” (BLACK FADING)

Fare del rock (senza altri prefissi o specificazioni) in Italia oggi non è per niente facile, visto che ormai quando si parla di ‘rock italiano’, si finisce puntualmente per andare a scontrarsi con  i soliti due nomi di ‘quelli che riempono gli stadi’ e si punzecchiano sui social network… Un sostanziale duopolio che rende la vita assai complicata per chi voglia suonare del rock in Italia, distanziandosi magari dai quegli ingombranti ‘modelli’… Eppure, in Italia di rock band che si distinguano da quelle proposte c’è un gran bisogno: non è un caso se l’esordio dei bolognesi FEV (acronimo di Falce E Vinello) – che con i ‘soliti noti’ condividono solo l’area di provenienza – si fregi della partecipazione di un nugolo di ospiti, che hanno fatto la storia del rock (anche con derivazioni punk e combat folk) italiano: fa in effetti abbastanza impressione vedere partecipare al lavoro di una band esordiente Banda Bassotti, Modena City Ramblers, Gang, Steno dei Nabat, Cisco, Daniele Biacchessi (che partecipa in un reading dedicato alla Strage della Stazione di Bologna, ma anche impugnando l’armonica). Un elenco di ospiti che già da solo rappresenta una garanzia della solidità – e soprattutto dell’onestà – di ciò che di va ad ascoltare.

“Nebbia bassa” è infatti un disco di rock, variamente declinato: tra spezie ‘hard’ qualche vago profumo punk o combat folk, ma in generale, puro e semplice rock, di quello che accosta l’intensa grana emotiva del cantato alla pronta esplosione delle chitarre, con la sezione ritmica a fare da muro portante. Soprattutto, però, l’esordio dei FEV è un disco impegnato (senza che questo voglia dire pedante, o retorico), che parla dei bombardamenti su Bologna e della Resistenza, di Giuseppe Di Vittorio (trai ‘padri’ del sindacalismo italiano) e dei movimenti del ’77,  della Strage della Stazione, del revisionismo storico (all’insegna dei ‘morti tutti uguali’) e di Federico Aldrovandi.

Arricchito da interventi scritti (di Patrizia Moretti, madre di Aldrovandi, di Paolo Bolognesi, Presidente dell’Associazione trai familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, e dell’ex segretario generale della CGIL Guglielmo Epifani) che se ce ne fosse bisogno, danno ulteriore conferma dell’onestà e della valenza ‘civile’ del progetto.

I FEV sono insomma il rock italiano che si (ri)scopre capace di alzare lo sguardo, di smettere di guardarsi le scarpe o l’ombelico (e magari di ammirarsi, con compiacimento) allo specchio, per guardarsi invece attorno, conservare la memoria del passato per capire meglio il presente: un disco del quale c’era veramente bisogno.

LOSINGTODAY

ANTONINO DI CARA, “NOVELLE DELL’ALTROVE” (GARAGE RECORDS)

Al secondo lavoro da studio, Antonino Di Cara da Vittorio Veneto prosegue col suo personale percorso di ricerca che con gli anni l’ha portato ad addentrarsi nei territori della musica popolare italiana.

Imbracciando la fisarmonica (chitarre, percussioni, occasionalmente un violino – altro strumento popolare – a fare da accompagnamento), Di Cara propone una rilettura del genere che, pur caratterizzata da una certa personalità, non può fare a meno di richiamare alla mente i tanti precedenti, a partire da Branduardi, per finire (anche se con modi meno accesi) ai Modena Ciry Ramblers.

Negli otto pezzi presenti, Di Cara presenta una serie di ritratti, figure ora vestite di un alone di fantasia, ora più vividamente collegate alla realtà di tutti i giorni.

“Novelle dell’altrove” è un disco che scorre via abbastanza veloce, senza grandi sussulti, ma nemmeno con veri e propri passaggi a vuoto; a tratti si avverte a tuttavia la mancanza di qualche coloritura sonora in più – il binomio dominante voce fisarmonica, cui il resto della strumentazione fa sostanzialmente da mero accompagnamento alla lunga mostra un pò la corda.

Un lavoro che tuttavia dà una discreta prova delle qualità del cantautore veneto, per il quale si può ora sperare in un ulteriore passo in avanti.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY