Posts Tagged ‘colonne sonore’

MARVO MD, “MULTIVERSE 2: METROPOLIS” (THEDUSTREALM MUSIC)

Marvo MD, alias il romano Marco Lombardi: un primo EP uscito un paio di anni fa, seguito da un pugno di singoli e, in questo 2021, dal progetto ‘Multiverse’: la prima parte pubblicata in aprile, la seconda ora.

Il titolo a dire la verità sarebbe perfetto o quasi per una ‘saga’ di Superman; in realtà, qui i supereroi c’entrano poco, e le tre tracce che compongono il lavoro, all’insegna di un’elettronica dal respiro etnico che flirta volentieri con la dance, sono un breve e ampio giro del mondo.

Si parte con ‘Osaka’, che per le sue nuance, può riecheggiare Sakamoto, ma anche certe colonne sonore degli ‘anime’, si prosegue con la mediorientale Mokha (il titolo riprende il nome di una città dello Yemen), si conclude con eThekwini, pezzo ispirato alle origini dell’uomo e che come tale riporta un respiro africano.

Nonostante la brevità complessiva, tre tracce che si lasciano apprezzare soprattutto per il lavoro e la scelta delle sonorità percussive, oltre che di effetti che di volta ci portano in territori cyber, nel pezzo di apertura, sci-fi, come nella seconda traccia, o vagamente onirici, nella composizione conclusiva, in cui l’uso di cori tribali rappresenta l’unico inserimento di un elemento vocale.

ALEX SAVELLI – IVANO ZANOTTI, “ITALIAN KIDD” (RADICI MUSIC RECORDS)

Un ‘discone’, sotto vari punti di vista, a cominciare dal fatto che non accade tutti i giorni di trovarsi di fronte a 15 pezzi che superano ampiamente l’ora di durata.

Non è pero solo questione ‘numerica’: Alex Savelli e Ivano Zanotti, qui al primo episodio della loro collaborazione, mettono insieme un disco di sano, arrembante e direi anche ‘necessario’ rock italiano.

Come già avvenuto in un precedente progetto dello stesso Savelli, l’idea è stata di aprire il progetto a un ampio nuemro di collaboratori, in questo cantanti: 11 per la precisione (e vabbé, si torna sui numeri), provenienti da gruppi poco o per nulla conosciuti, a fare una sorta di ‘punto della situazione’, per quanto ovviamente non esaustivo, di come si faccia ‘rock’ oggi in Italia.

Il ‘rock’, intendiamoci, più o meno ‘classico’, certo pronto a colorarsi qua e là di tinte vagamente ‘indie’ o ‘alternative’, ma qui diciamocela tutta, le chitarre (curate da Savelli, polistrumentista con collaborazioni che vanno da Francesco Guccini a Paul Chain, passando per Ares Tavolazzi, e che qui è anche autore di tutti i brani) sono le protagoniste, che abbiano le tinte più spiccatamente ‘hard’ e vagamente metal, un po’ à la AC/DC, sia che sforino in territori vagamente grunge, o che assumano tinte psichedeliche (‘The Sheperd’ i nove minuti) passando per momenti funk, fino a suggestioni cinematografiche, con parentesi che sembrano rimandare a certe colonne sonore dei film ‘di genere’ degli anni ’70 (‘Spears’). Il pezzo conclusivo, ‘Noi siamo soli’, l’unico in italiano, appare come una sorta di versione ‘nera’ e decadente di certi episodi del repertorio dei nostri anni ’60.

Un caleidoscopio, una ‘mezza maratona’ che trova il tempo anche per momenti più compassati, in uno scenario che mantiene elevati tensione e decibel.

La batteria di Zanotti (di nuovo: uno che ha calcato in lungo e in largo i palchi, a fianco di Ligabue e Vasco Rossi, ma anche di Alan Sorrenti e Loredana Bertè) fa da adeguato e inesausto contraltare / sostegno / abbinamento.

Le voci – tre delle quali femminili – fanno il resto, con le loro singolo personalità e grane emotive.

I ‘fenomeni del momento’ hanno certo contribuito a fare – almeno in parte – riaccendere i riflettori sul rock italiano; dischi come questo mostrano che al di là dei successi sanremesi ed eurofestivalieri, il rock in Italia è vivo e lotta insieme a noi.

FALLEN, “OF MEMORIES AND HOPES” (ROHS! RECORDS)

Secondo lavoro dell’anno per Fallen.

Otto composizioni per otto giorni, che vogliono raccontare la pausa di riflessione di una persona che fa i conti col passato, riflettendo su cosa volere dal futuro.

Il discorso sonoro (come in tutta la produzione dell’autore, anche qui si parla di composizioni strumentali) continua ad essere radicato in sonorità dilatate e suggestioni ‘d’ambiente’, con piano, sintetizzatori e chitarre a tessere trame imbastire su tappeti e inserti presi dalla ‘realtà’; resta salda la matrice impressionista.

La varietà sonora va comunque arricchendosi, dando vita a pezzi meno ‘monolitici’, con accenti da colonna sonora e qualche accenno ‘dream pop’ sparso qua e là.

EMANUELE VIA & CHARLIE T, “RESINA” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Emanuele Via, pianista, è noto per essere uno degli Eugenio In Via Di Gioia, giunti recentemente a calcare il palco di Sanremo; i componenti del quartetto Charlie T. (violino, violoncello, contrabbasso, arpa), vantano già varie esperienze.

“Resina” è il primo risultato dell’incontro tra i cinque, dedicato interamente (otto composizioni, per ognuna il nome di un albero) al legno, come ‘materiale’, dal quale nascono gli strumenti suonati da ognuno, ma anche come ‘materia’, sostanza, elemento che ha accompagnato la vita dei musicisti e per questo capace di evocare ricordi, fin dall’infanzia.

Evocativo e suggestivo, certo; ma soprattutto, un lavoro che sembra cercare, spesso riuscendoci, di essere ‘pop’. Senza fraintendimenti: non siamo di fronte a uno di quei tentativi smaccati di rendere la ‘musica colta’ genere di ‘vasto consumo’; piuttosto, sembra quasi si voglia ricordare come in fondo, per un bel pezzo di storia, prima dell’avvento della tecnologia, l’unico modo di fruire della musica fosse dal vivo, nel salotto di casa, forse più spesso che nelle sale da concerto.

Sono composizioni strumentali, certo, ma se il piano fa spesso da cornice e sostegno, sono gli archi a esprimersi in un dialogo e confronto continuo, facendo rapidamente dimenticare l’assenza della voce.

È certo un disco immerso nella ‘contemporaneità’ che può ricordare artisti come Beirut od Owen Pallett, ovviamente senza dimenticare i riferimenti di fondo, dalle inevitabili fonti classiche alla musica da film.

Eppure, su ogni considerazione stilistica, appare prevalere l’immagine di cinque musicisti che s’incontrano per il piacere di suonare ed ascoltarsi, di fronte a un pubblico che una volta sarebbe stato di ‘pochi intimi’ ma che oggi è ovviamente molto più vasto in potenzialità.

 

LIBET, “IL PRIMO RITRATTO” (AUTOPRODOTTO)

Esordio per il progetto dei torinesi Marco Natale (chitarra, basso, elettronica) e Alan Spanu (voce, pianoforte, sintetizzatori).

Otto i pezzi, all’insegna di una formula che mescola elementi cantautorali e suoni esplicitamente riferiti a Radiohead, ma anche a esperienze meno note al ‘grande pubblico’, come quella di Aphex Twin.

Un disco dalla consistenza evanescente, in cui le parole sembrano talvolta perdersi, tra riverberi ed echi, evocando talvolta certi panorami fantascientifici (personalmente, mi è venuto in mente “Blade Runner”), o ‘spazi aperti’, a sfiorare territori onirici.

Un utilizzo dell’elettronica frastagliato, con ‘battiti’ sincopati, un andamento irregolare, a volte quasi ‘tortuoso’, che talvolta oltrepassa il confine del ‘rumorismo’, tra crepitii e scariche elettriche, in cui la voce e gli altri strumenti sembrano quasi perdere consistenza.

I testi sono altrettanto sfuggenti, sprazzi di pensieri, frammenti di conversazioni, parentesi di flusso di coscienza, come se tutto provenisse fa un ‘altrove’ difficilmente distinguibile.

Un lavoro a tratti ellittico, che fa della suggestione la sua cifra principale, con un effetto avvolgente che può affascinare.

FALLEN, “THE WORLD OUTSIDE” (ORGANIC INDUSTRIES)

Prolifico polistrumentista (una media di due lavori l’anno), Fallen apre il 2020 con otto composizioni che, pur evocando ‘il mondo fuori’, è frutto di un processo quanto mai ‘intimista’: una settimana passata in una casa di montagna, i contatti con l’esterno – ‘reali’ e ‘virtuali’, ridotti al minimo indispensabile.

Non è del resto una novità: il compositore predilige i momenti di solitudine, isolamento, silenzio, che offrono spazi per la riflessione e il contatto con le proprie emozioni.

Stavolta, l’autoisolamento ha portato a riguardarsi alle spalle, dall’infanzia alla vita adulta, in un processo che, nelle parole dell’autore, consente a cuore e anima di ritrovare una reale ‘casa’, sia pure solo a momenti, essendo più impossibile nascondersi e isolarsi da una realtà crudele.

Sintetizzatori, piano e piano elettrico, chitarre, tessono trame evanescenti, elemento consueto delle produzioni di Fallen, stagliandosi sullo sfondo di tappeti ed effetti sonori liquidi e dilatati.

Ambient,suggestioni siderali, impressioni ‘cinematografiche’ (con qualche rimando a Vangelis) si mescolano in un lavoro che si affida, come nello stile del compositore, soprattutto all’evocatività, ascolto ideale per i momenti di quiete che talvolta ci vengono offerti da una realtà circostante spesso frenetica.

Uno spazio per le emozioni in un mondo troppo spesso emotivamente dispendioso.

FALLEN, “WHEN THE LIGHT WENT OUT” (ROHS! RECORDS)

Nuovo lavoro per Fallen, già attivo in passato col nome di The Child Of A Creek.

Le sei composizioni, che proseguono il discorso dei precedenti dischi, sono stavolta ispirate dalla paura del cambiamento, dalla tendenza umana a scegliere la via più facile…

Il titolo del disco offre un’idea dei contenuti di un lavoro che, come i precedenti si fonda su atmosfere notturne, silenziose, sospese.

Il campionario sonoro, tra piano, tastiere, elettronica, rumori di ‘ambiente’, dà vita a composizioni attitudine quasi ‘cinematografica’ (viene in mente, a tratti, Vangelis), che guardano allo stesso tempo ai ‘padri nobili’ dell’impressionismo classico.

Evocativo.

FRANCESCO MASCIO, “WU WAY” (NEW MODEL LABEL / FILIBUSTA RECORDS)

Classe ’81, laziale di Cassino, Francesco Mascio ha già compiuto un bel pezzo di strada assieme alle sue chitarre, accompagnando jazzisti del calibro di Tony Monaco, Fabrizio Bosso e Flavio Boltro e nel contempo portando avanti un’attività solista che ha già qualche sviluppo discografico all’attivo.

Il titolo del più recente, “Wu Way” è ispirato al concetto taoista di ‘Wu Wey’, una sorta di ‘inazione costruttiva’, volta alla riflessione e all’autoconsapevolezza.

Nove composizioni per chitarra solista, acustica ed elettrica (senza sovraincisioni, si sottolinea), a cavallo tra oriente e occidente, tra sonorità vicine a quelle del sitar (in episodi la cui matrice indiana è rafforzata dall’accompagnamento di percussioni caratteristiche) e sviluppi più vicini al jazz o alla musica da film.

Il mood è, prevedibilmente, improntato alla tranquillità, alla riflessione, con episodi che, se non ‘psichedelici’ in senso stretto, avvolgono comunque l’ascoltatore in atmosfere oniriche. Non mancano comunque capitoli più vivaci, in cui si fa più marcata l’impronta del jazz elettrico.

I pochi ospiti – Sanjay Kansa Banik alle percussioni, Gabriele Coen al sax soprano, Susanna Stivali nell’unico episodio in cui è presente la voce, pur con un’attitudine ‘strumentale’ – contribuiscono episodicamente ad arricchire un percorso sonoro esplicitamente mirato a stimolare riflessione e interiorità, ma che qua e là si colora di toni più vividi, perché in fondo ogni tanto c’è bisogno di ‘sgranchirsi’…

MONOBJO, “DIANA’S MIRROR” (HELIOPOLIS)

La musica strumentale, nonostante una tradizione secolare che va dai classici alle colonne sonore, non sembra granché apprezzata in Italia attualmente, a parte qualche eccezione, piuttosto isolata.

Monobjo sulla musica ‘senza parole’ ha deciso di costruire la sua carriera, dopo gli esordi, parecchi anni fa, in più canonici gruppi di estrazione metal.

Sono passati quasi quattro anno dal precedente “The Magic Of Big Top” e Monobjo torna col suo lavoro probabilmente più ambizioso, che mescola le suggestioni infantili del lago di Nemi con le sue navi romane (autentici palazzi galleggianti) e i miti della zona ripresi da Frazer nel suo ‘Ramo d’oro’.

Viene così costruito un racconto, inserito nel libretto di accompagnamento del cd e che può essere quindi seguito lungo lo svolgersi del disco, dai contorni fantasy, che appare riprendere certe suggestioni dei ciclo arturiano, portandole a due passi da Roma e attingendo alle tradizioni locali e alla mitologia latina.

Le dodici composizioni presenti diventano così colonna sonora del racconto: il clima è, ovviamente, fiabesco, evanescente: domina il piano, cui si aggiungono archi ed effetti di sfondo. Le suggestioni sonore sono molteplici: ci sono, ovviamente la musica classica, con certi effetti ‘impressionisti’ e la musica da film; c’è una continua sensazione di sospensione, con accenni ambient; ci sono riferimenti alla musica medievale, con modi che, coi debiti distinguo, possono ricordare i Dead Can Dance.

Ogni disco ha una sua importanza per chi lo lo crea; per Monobjo “Diana’s Mirror” riveste un valore particolare, frutto di quattro anni di lavoro nella consapevolezza del proverbiale ‘nemo profeta in patria’, delle difficoltà di farsi ascoltare qui e della necessità di guardare oltreconfine, a un pubblico più aperto.

ALBERTO NEMO, “6 X 0” (DIMORA RECORDS / NEW MODEL LABEL)

Come suggerisce il titolo, sei brani compongono il secondo lavoro del cantante / compositore veneto Alberto Nemo.

Siamo in territori al confine tra musica elettronica, colonne sonore, classica contemporanea: composizioni ‘palindrome’, composte in un verso e registrate all’incontrario, sull’esempio di quanto a suo tempo ideato da Jocelyn Pook per la colonna sonora di “Eyes Wide Shut”.

Un lavoro dal sapore sperimentale, con suggestioni ‘avanguardistiche’, accompagnato dal cantato ‘lirico’ e dolente di Nemo, che si staglia su tappeti ‘ambientali’ che possono evocare fabbriche abbandonate, cattedrali gotiche da archeologia post-industriale.

Un ‘esercizio di ascolto’ che offre un’esperienza diversa dal ‘consueto’; la brevità del lavoro (una ventina di minuti) e delle singole composizioni evitano l’effetto ‘prova di resistenza’ offrendo un’esperienza che, se avvicinata con curiosità, può affascinare.