Posts Tagged ‘colonne sonore’

FALLEN, “WHEN THE LIGHT WENT OUT” (ROHS! RECORDS)

Nuovo lavoro per Fallen, già attivo in passato col nome di The Child Of A Creek.

Le sei composizioni, che proseguono il discorso dei precedenti dischi, sono stavolta ispirate dalla paura del cambiamento, dalla tendenza umana a scegliere la via più facile…

Il titolo del disco offre un’idea dei contenuti di un lavoro che, come i precedenti si fonda su atmosfere notturne, silenziose, sospese.

Il campionario sonoro, tra piano, tastiere, elettronica, rumori di ‘ambiente’, dà vita a composizioni attitudine quasi ‘cinematografica’ (viene in mente, a tratti, Vangelis), che guardano allo stesso tempo ai ‘padri nobili’ dell’impressionismo classico.

Evocativo.

FRANCESCO MASCIO, “WU WAY” (NEW MODEL LABEL / FILIBUSTA RECORDS)

Classe ’81, laziale di Cassino, Francesco Mascio ha già compiuto un bel pezzo di strada assieme alle sue chitarre, accompagnando jazzisti del calibro di Tony Monaco, Fabrizio Bosso e Flavio Boltro e nel contempo portando avanti un’attività solista che ha già qualche sviluppo discografico all’attivo.

Il titolo del più recente, “Wu Way” è ispirato al concetto taoista di ‘Wu Wey’, una sorta di ‘inazione costruttiva’, volta alla riflessione e all’autoconsapevolezza.

Nove composizioni per chitarra solista, acustica ed elettrica (senza sovraincisioni, si sottolinea), a cavallo tra oriente e occidente, tra sonorità vicine a quelle del sitar (in episodi la cui matrice indiana è rafforzata dall’accompagnamento di percussioni caratteristiche) e sviluppi più vicini al jazz o alla musica da film.

Il mood è, prevedibilmente, improntato alla tranquillità, alla riflessione, con episodi che, se non ‘psichedelici’ in senso stretto, avvolgono comunque l’ascoltatore in atmosfere oniriche. Non mancano comunque capitoli più vivaci, in cui si fa più marcata l’impronta del jazz elettrico.

I pochi ospiti – Sanjay Kansa Banik alle percussioni, Gabriele Coen al sax soprano, Susanna Stivali nell’unico episodio in cui è presente la voce, pur con un’attitudine ‘strumentale’ – contribuiscono episodicamente ad arricchire un percorso sonoro esplicitamente mirato a stimolare riflessione e interiorità, ma che qua e là si colora di toni più vividi, perché in fondo ogni tanto c’è bisogno di ‘sgranchirsi’…

MONOBJO, “DIANA’S MIRROR” (HELIOPOLIS)

La musica strumentale, nonostante una tradizione secolare che va dai classici alle colonne sonore, non sembra granché apprezzata in Italia attualmente, a parte qualche eccezione, piuttosto isolata.

Monobjo sulla musica ‘senza parole’ ha deciso di costruire la sua carriera, dopo gli esordi, parecchi anni fa, in più canonici gruppi di estrazione metal.

Sono passati quasi quattro anno dal precedente “The Magic Of Big Top” e Monobjo torna col suo lavoro probabilmente più ambizioso, che mescola le suggestioni infantili del lago di Nemi con le sue navi romane (autentici palazzi galleggianti) e i miti della zona ripresi da Frazer nel suo ‘Ramo d’oro’.

Viene così costruito un racconto, inserito nel libretto di accompagnamento del cd e che può essere quindi seguito lungo lo svolgersi del disco, dai contorni fantasy, che appare riprendere certe suggestioni dei ciclo arturiano, portandole a due passi da Roma e attingendo alle tradizioni locali e alla mitologia latina.

Le dodici composizioni presenti diventano così colonna sonora del racconto: il clima è, ovviamente, fiabesco, evanescente: domina il piano, cui si aggiungono archi ed effetti di sfondo. Le suggestioni sonore sono molteplici: ci sono, ovviamente la musica classica, con certi effetti ‘impressionisti’ e la musica da film; c’è una continua sensazione di sospensione, con accenni ambient; ci sono riferimenti alla musica medievale, con modi che, coi debiti distinguo, possono ricordare i Dead Can Dance.

Ogni disco ha una sua importanza per chi lo lo crea; per Monobjo “Diana’s Mirror” riveste un valore particolare, frutto di quattro anni di lavoro nella consapevolezza del proverbiale ‘nemo profeta in patria’, delle difficoltà di farsi ascoltare qui e della necessità di guardare oltreconfine, a un pubblico più aperto.

ALBERTO NEMO, “6 X 0” (DIMORA RECORDS / NEW MODEL LABEL)

Come suggerisce il titolo, sei brani compongono il secondo lavoro del cantante / compositore veneto Alberto Nemo.

Siamo in territori al confine tra musica elettronica, colonne sonore, classica contemporanea: composizioni ‘palindrome’, composte in un verso e registrate all’incontrario, sull’esempio di quanto a suo tempo ideato da Jocelyn Pook per la colonna sonora di “Eyes Wide Shut”.

Un lavoro dal sapore sperimentale, con suggestioni ‘avanguardistiche’, accompagnato dal cantato ‘lirico’ e dolente di Nemo, che si staglia su tappeti ‘ambientali’ che possono evocare fabbriche abbandonate, cattedrali gotiche da archeologia post-industriale.

Un ‘esercizio di ascolto’ che offre un’esperienza diversa dal ‘consueto’; la brevità del lavoro (una ventina di minuti) e delle singole composizioni evitano l’effetto ‘prova di resistenza’ offrendo un’esperienza che, se avvicinata con curiosità, può affascinare.

PIN CUSHION QUEEN, “SETTINGS_3 EP” (AUTOPRODOTTO)

Terzo e ultimo Ep della serie “Settings”, a sua volta inserita in una trilogia avviata qualche anno fa con “Characters” e destinata a proseguire con “Stories”.

Il progetto è sempre quello curato da Micciola, Calandrino e Zanardi: come il titolo suggerisce, l’oggetto dei tre EP (gli altri due sono usciti nel corso del 2016), sono le ambientazioni, i ‘set’, se vogliamo usare un termine cinematografico, richiamando una dimensione che appare più che mai vicina e congeniale alla band di stanza a Bologna.

Tre pezzi (altrettanti ne conteneva ciascuno dei due precedenti capitoli) caratterizzati infatti da un grande impatto evocativo, climi e atmosfere che riconducono ad atmosfere da fantascienza anni ’60, tra viaggi interplanetari e futuri postapocalittici, i film di Antonio Margheriti e Luigi Cozzi e le sonorizzazioni che li accompagnavano: tra dilatazioni dai tratti psichedelici a saturazioni dal respiro industriale; brani ‘cantati’, nei quali l’elemento vocale tende a fondersi con quello sonoro, senza mai prendere il sopravvento.

Un terzo capitolo che appare avere una personalità più spiccata rispetto agli altri due – o forse è solo l’impressione data dal fatto di essere l’ascolto più ‘fresco’ – che permette di dare uno sguardo d’insieme al progetto, nel complesso efficace e cui forse la scelta – o la necessità – di un’uscita così dilazionata, ha tolto un po’ di ‘forza’.

“HYRIS CORP. LTD.” (NEW MODEL LABEL)

Lui si fa chiamare Bljak Randalls, anche se in realtà si chiama Dario Stoppa (provenienza: Venezia), polistrumentista qui all’esordio, coadiuvato dal batterista Matteo Anelli e da Paolo Messere (Seahorse Recordings, Blessed Child Opera) in sede di produzione.
Quattordici composizioni interamente strumentali, per un lavoro che si colloca in una di quei ‘territori di confine’ tra il progressive ‘storico’, le sue contaminazioni più o meno recenti (‘metalliche’ in particolare, frutto dei trascorsi del nostro), la musica da film e certe esperienze ai confini dell’avanguardia, vedi alla voce: math rock.
Un disco dove, per stessa ammissione di Randalls / Stoppa di matematica ce n’è molta: un ‘concept’ in cui il filo conduttore non è tanto tematico, quanto strutturale, originato da un pacchetto di regole, appunto matematiche, applicate alla composizione e alla commistione dei vari strumenti.
Il risultato è un lavoro che finisce per ondeggiare costantemente tra ‘ragione e sentimento’: in cui si alternano intensità emotiva, sia attraverso momenti che evocano l’introspezione, sia in aperture più ‘energiche’, e parentesi in cui sembra prendere il sopravvento una razionalità dai contorni ‘cerebrali’… che poi se vogliamo è la cifra storica del prog, sempre diviso tra l’urgenza di comunicare emozioni e la necessità di mostrare che il rock può essere qualcosa in più rispetto al semplice imbracciare degli strumenti.
L’esordio di Hyris Corp Ltd., non riesce forse a risolvere pienamente il dilemma, sembrando a tratti un po’ ‘slegato’, effetto d’altro canto prevedibile, se si pensa i pezzi in questione sono stati composti nell’arco di un decennio… alla fine, anche considerando quando affermato dallo stesso autore, si tratta di un lavoro sperimentale, il cui significato, più che nell’effetto dell’ascolto finale, risiede nel lavoro di ricerca compositiva / strutturale, nei ‘canoni’ e nelle ‘regole’ che sono state poste alla base della gestazione del disco.
Discorso non facile per i non addetti ai lavori, ai quali non resta che prendere il disco com’è, lasciandosi attrarre (o respingere) dal susseguirsi delle suggestioni evocate dai suoni.
Un lavoro che può risultare comunque intrigante, specie per gli ascoltatori più curiosi.

BRUNO BELLISSIMO, “BRUNO BELLISSIMO” (LOCALE INTERNAZIONALE)

Musica ‘prodotta’ e strumenti ‘reali’: la dance da una parte, il funk e lo swing dall’altra: un esperimento certo già effettuato, un matrimonio non sempre riuscito.

Stavolta si cimenta nell’impresa l’italo-canadese Bruno Bellissimo, qui all’esordio sulla lunga distanza, non a caso anche per lui una curriculum più o meno equamente diviso tra la carriera di DJ e producer e quella di polistrumentista, recentemente visto come bassista nel tour di Colapesce.

Nove composizioni, nelle quali Bellissimo ha proceduto per ‘sottrazione’, andando se vogliamo a raggiungere il ‘nocciolo ritmico’ della questione: lo swing appunto, chiamando poi Gaetano Santoro (collaboratore di lungo corso di Roy Paci) al sax e il fratello gemello Bonito alle percussioni, condendo il tutto con chitarre, tastiere e una manciata di campionamenti vocali presi qua e là, più o meno a caso.

L’esito è intrigante: i rimi sono piacevoli, invitano muovere la testa su e giù o a battere il piede; il suono – e questo forse è il miglio pregio del disco – è caldo e avvolgente; pur conservando la ripetitività ipnotica tipica della musica da dancefloor, il rischio della noia (almeno per gli ascoltatori non abituali di questi lidi sonori) è in gran parte evitato.

Il gioco dei rimandi e delle suggestioni sarà certo più facile per i più avvezzi al genere; qua e là emergono appaiono emergere sprazzi dell’epoca d’oro delle sonorizzazioni cinematografiche italiane degli anni ’60 e ’70.

Il matrimonio tra ‘suonato’ e ‘prodotto’ appare insomma stavolta riuscito, per un lavoro che potrebbe riuscire gradevole anche ai non appassionati del genere.