Posts Tagged ‘cantautorato’

SAMUELE GHIDOTTI, “L’INERNO DOPO LA DOMENICA” (LIBELLULA MUSIC)

Secondo lavoro per Samuele Ghidotti, già voce e ‘penna’ dei Venua.

“L’Inferno dopo la domenica”, ovvero quello che, in piccole o grandi dosi ognuno affronta nel corso dello svolgersi del proprio quotidiano (sempre che la domenica sia questo ‘Paradiso’, dopo tutto); ritratto spesso amaro di una società frammentata dalle disparità sociali e spesso violenta, di una generazione (quella a cavallo tra i 30 e i 40) alla deriva, con l’amore – pur complicato – a fare da ‘zattera’ a cui aggrapparsi.

Otto brani, per un lavoro che forse è esagerato definire ‘plumbeo’, ma sul quale aleggia una certa qual pesantezza, da temporale imminente. I suoni sono obliqui, spesso scarni, minimali, tappeti sintetici, effetti di sottofondo; atmosfere ‘liquide’ dalle quali ogni tanto emergono chitarre o archi a consolidare la grana emotiva dei brani.

“L’Inferno dopo la Domenica” è un lavoro dai ritmi calmi, dilatati, che rallenta a osservare una realtà circostante con occhio scettico quando non rassegnato, ma di fronte alla quale l’unica reazione non può essere l’immobilismo.

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ROSGOS, “CANZONI NELLA NOTTE” (NEW MODEL LABEL / MELA VERDE RECORDS)

Ancora una volta, la notte come ‘dimensione’ della riflessione; ancora, una volta, l’amore come ‘centro di gravità’ attorno al quale si affastellano pensieri, riflessioni, rimpianti, recriminazioni… e anche qualche momento di felicità…

Tutto questo – e poco altro, in realtà – in RosGos, progetto solista di Maurizio Vaiano, già voce dei Jenny’s Joke.

Dieci brani che sotto più punti di vista appaiono ineccepibili, a cominciare suoni, dove il mood notturno che percorre tutto il lavoro è affidato in gran parte al pianoforte, attorniato da una sezione ritmica essenziale, quando non scarna, e talvolta da chitarre, mai troppo invasive.

La scrittura è spesso frammentata, talvolta un filo ellittica, all’insegna di un susseguirsi di considerazioni e pensieri che forse guardano più al flusso di coscienza, che a discorsi organici; del resto quando ci sono di mezzo i sentimenti, la logica non è così frequente…

“Canzoni nella notte” è dunque un lavoro che si lascia ascoltare; ma, al di là delle intenzioni dell’autore, che l’ha usato come sorta di seduta di autoanalisi per chiudere certi conti in sospeso, appare mancare di qualcosa.

Come se al di là della gradevole ‘confezione’, tra cantautorato e un filo di ‘indie’, non riuscisse fino in fondo a lasciare il segno, come se mancasse, nei suoni e nelle parole, un maggiore lasciarsi andare, sotto forma di qualche abrasione e un filo di rabbia in più.

 

ANDY FREDMAN, “PIECES OF PAPER” EP (SEAHORSE RECORDINGS)

Andy Fredman‘ è in realtà Andrea Cavedagna, bolognese classe ’75, qui all’esordio solista dopo varie altre esperienze.

Sei brani che guardano al di là della manica, finendo per gettare lo sguardo oltreoceano, all’insegna di un pop che conserva immediatezza, senza cedere eccessivamente alla ‘facilità’; i riferimenti possono essere tanti, i Beatles e i Beach Boys, qualcosa di Van Morrison, il cantautorato americano di Tom Waits.

‘Andy Fredman’ trasferisce questi ‘pezzi di carta’ nel ‘mondo dei suoni’ affidandosi ai ‘maestri’ e facendosi aiutare da un nutrito gruppo di compagni di strada, tra cui un quartetto d’archi, oltre che da piano e organo, in aggiunta ai canonici chitarra-basso-batteria e ad altri interventi episodici, come quello di una tromba.

Disco che, per quanto fin troppo ancorato ai modelli di riferimento, riesce comunque ad essere gradevole, in attesa di una più ‘decisiva’ prova sulla lunga distanza.

 

DANIELE CASTELLANI, “ARRIVEDERCI EMILIA” (NEW MODEL LABEL)

Dopo alcune esperienze in un paio di band, Daniele Castellani emiliano di Scandiano (RE) si cimenta col suo primo disco solista.

Sette pezzi (tra cui uno strumentale) scelti tra la produzione non troppo ampia di un autore che “scrive solo quando ha qualcosa da dire”, in cui prevale l’elemento biografico, tra ricordi d’infanzia, riflessioni su momenti di crescita, il progressivo mutamento del paesaggio (fisico, ma forse anche umano), le immancabili traversie sentimentali…

Lo sguardo appare disincantato, velato di un’ironia che sfiora il cinismo, sotto traccia forse un filo di rabbia, l’ombra di certi rimpianti e recriminazioni, con modi che a tratti possono ricordare Ivan Graziani.

Interessante l’aspetto sonoro della faccenda, all’insegna di un rock che cercando di evitare certe scelte ‘scontate’ (dopo tutto, siamo sempre in Emilia), finisce per rifugiarsi negli anni ’70 e nei primi ’80, tra vaghi richiami prog, allusioni psichedeliche, accenni reggae.

GIAN MARCO BASTA, “QUANTO BASTA VOL. 3” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Terzo lavoro per il bolognese Gian Marco Basta, cantautore, o meglio ‘cantattore’: agli inizi, due raccolte di poesie, recitati nei locali della città, in seguito la partecipazione a laboratori teatrali di Dario Fo e Franca e nel frattempo l’avvio dell’attività musicale.

Un narratore, soprattutto, la cui vena emerge più che mai in questi dieci brani: storie immaginate, racconti in prima persona, personaggi bizzarri, proverbialmente tragicomici.

Amori non dichiarati alle casse di un supermercato, la ‘nostalgia del culatello’ di un seguace della moda vegana (omaggiando la sigla di “Mork & Mindy”), peripli disperati nelle sale slot, complicazioni sentimentali, mariti schiavizzati, amicizie tradite (a causa di donne) e poi ritrovate, mitologici personaggi della Riviera…

A Gian Marco Basta piace raccontare, con un’attitudine che ricorda fin da subito Jannacci, storie e racconti accompagnati da suoni variegati, tra accenni jazz, momenti acustici,  tempi di walzer, parentesi ‘da saloon’ e il limite del disco è forse in questo ricorso a una parte sonora un po’ ‘di maniera’, certo finalizzata a dare totale risalto ai testi, ma insomma alla fine poco ‘incisiva’.

TOSCHES, “FINDING MYSELF EP” (SEAHORSE RECORDINGS)

Esordio per il torinese Nicolò Vignolo, alias ‘Tosches’, formazione da chitarrista classico, riferimenti che vanno da De Gregori ai Dire Straits, ma un esito che appare più vicino a certi ultimi sviluppi della tradizione cantautorale / folk americana.

Cinque pezzi, impianto semiacustico, voce e chitarra a farla da padrone, con piano e qualche tastiera a fare da rinforzo col consueto contorno di sezione ritmica.

Suggestioni da camere di motel isolati lungo autostrade che corrono in spazi sterminati, si riflette su sé stessi o si parla di affetti, citando sul finale i Pink Floyd di ‘Wish You Were Here’.

Niente di nuovo, ma il materiale è maneggiato con sicurezza, la lezione è stata appresa bene e per essere un saggio / assaggio della proposta di un ventitreenne, il tutto risulta assai convincente, soprattutto in prospettiva.

“CHRIS AGNOLETTO” (INLOOP MUSIC)

La necessità di comunicare è alla base di ogni forma d’arte; talvolta, questa necessità diventa un’urgenza, quasi un’ansia, che finisce per travolgere tutto, con esiti imprevedibili.

L’esordio solista di Chris Agnoletto, un passato ‘metal’, esperienze nei Motorbreath e nei Mantra, un’attività parallela di poeta e scrittore con un libro pubblicato all’attivo, appartiene a quest’ultima categoria.

Non è facile parlare di un disco che, più di altri, appare privo di filtri, interamente votato appunto all’ansia di ‘dire tutto’; che non sia un disco ‘come gli altri’ lo si capisce subito: balzano all’occhio la durata insolita – 70 minuti – e il numero di brani, 14 (contando la conclusiva, poco più di un ‘outro’) per una media di cinque minuti a pezzo.

L’ascolto conferma che Agnoletto si è voluto prendere tutto il tempo, sia nel complesso del disco, che nei singoli brani, per snocciolare tutto ciò che gli ‘rodeva’ dentro: siamo di fronte quasi a uno sfogatoio: dall’incipit ‘Sono ancora qui’ (cui si aggiunge, più avanti, ‘Sopravvivere controvento’ ) presa di posizione e affermazione orgogliosa della propria coerenza, fino alla chiusura di ‘Your life is in your hands’ sorta di inno – esortazione a mantenere sempre il controllo della propria vita, passando per vari attacchi al mondo circostante, alla superficialità dei ‘valori’ imposti dalla società (titoli come ‘Basta così’ e ‘Il mondo è morto’ non hanno bisogno di troppe spiegazioni), ma inserendo anche omaggi commossi a chi non c’è più (‘Canzone per un amico’) o il racconto di una storia d’amore (‘Carlo e Sara’) che finisce per essere una sorta di oasi all’interno del caos.

Il tutto esposto con un cantato spesso ‘gridato’, che assume i contorni di una declamazione; una vocalità centrale cui fanno da contorno sonorità che tradiscono ascendenze new wave, con qualche reminiscenza metal, suoni curati da Alberto Masetto, principale compagno di strada dell’autore.

Non è un lavoro ‘facile’: più che per l’ascoltatore, che messo alla prova dalla complessiva lunghezza ‘extra large’, ma anche da quella dei singoli pezzi, può sempre interrompere l’ascolto, soprattutto per lo stesso Agnoletto: si sarebbe forse potuto accontentare di quale brano in meno, cercando magari più sintesi, per assemblare se vogliamo un lavoro più ‘conciliante’; ha scelto invece la strada più difficile e priva di compromessi (e probabilmente non poteva essere altrimenti, visto che lui stesso nel lavoro afferma orgogliosamente il suo evitarli, i compromessi), con un disco spiazzante, a tratti quasi ‘respingente’; un’interpretazione ‘invasiva’ che può sembrare addirittura arrogante.

Un lavoro che ‘pretende’ di essere ascoltato, al punto di assumersi il rischio che chi sta ‘dall’altra parte’, si stufi e passi oltre. Resta da chiedersi se il rischio corso non sia stato troppo elevato e se non si sarebbe potuta cercare una migliore ‘sintesi’: intesa come brevità di esposizione, ma anche come via di mezzo tra ‘urgenza espressiva’ e ‘senso della misura’, senza che ciò avesse per forza voluto dire accettare dei compromessi.