Posts Tagged ‘cantautorato’

TEO HO, “I GATTI DI LENIN” (NEW MODEL LABEL)

Matteo Bosco: poeta e cantante di strada, tra il Friuli e Milano; una carriera tutta vissuta nella dimensione ‘live’, che ora giunge al primo capitolo discografico.

Immediato nella forma sonora: dieci pezzi per voce, chitarra, spesso armonica e poco altro, all’insegna di una produzione essenziale, quasi del tutto priva di aggiunte.

Criptico nella scrittura, come ci si può almeno in parte aspettare da chi le parole le ‘maneggia’ da una vita: testi in cui prevalgono le metafore, le allegorie, il flusso di coscienza, un susseguirsi di immagini apparentemente sconnesse.

Emerge tra le righe l’esperienza di chi si definisce soprattutto come un osservatore: personaggi ai margini, la paura dell’altro, del ‘diverso’ il rischio delle ‘guerre tra poveri’; sparuti i riferimenti diretti alla realtà, tra il G8 di Genova e Bobby Sands.

De Gregori è un riferimento manifesto e dichiarato; per estensione si guarda a Dylan e lo sguardo agli ‘ultimi’ non può non ricondurre a De André. Canzone popolare, folk, un pizzico di blues.

“I gatti di Lenin” è il classico disco ‘prendere o lasciare’ di un autore che non si preoccupa di risultare comprensibile a tutti i costi, né di risultare gradevole nell’esecuzione:il cantato è spesso gridato, a tratti quasi sguaiato, l’atteggiamento vagamente irridente, conservando l’attitudine ‘stradaiola’.

Non un disco ‘facile’: questo essere ‘senza filtri’ potrebbe essere interpretato come pura ‘emergenza espressiva’ e, all’opposto, come ‘arroganza’: ‘prendere o lasciare’, appunto; resta comunque una certa curiosità per i possibili sviluppi, comunque non scontati, vista l’indole dell’autore, più incline all’esecuzione pubblica che non alle sale di registrazione

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IL SOLITO DANDY, “BUONA FELICITA'” (VINA RECORDS)

Una storia d’amore che nasce, si sviluppa e inevitabilmente si conclude, il tutto all’ombra delle strade e delle piazze torinesi.

Fabrizio Longobardi ha un passato punk, ma ha deciso di abbandonare quei lidi sonori e di darsi una nuova identità, quella de ‘Il Solito Dandy‘, giungendo a questo disco d’esordio.

Nove brani all’insegna di un pop nelle intenzioni radicato nei ’90, ma che negli esiti, almeno ai più ‘grandicelli’, non può non ricordare gli ’80, anche e soprattutto a causa delle onnipresenti tastiere, vero carattere distintivo dei suoni proposti dal ‘dandy’.

Atmosfere dominate da un filo di tristezza tra parentesi ‘accorate’, momenti di maggiore rabbia – a tratti di frustrazione – come in ogni storia d’amore che si rispetti, in particolare quelle più ‘vive’ e travagliate, tra omaggi a star del cinema (‘Owen Wilson’), metafore pubblicitarie (‘Dentifricio per cuori sensibili’), luoghi – simbolo (‘Vittorio Emanuele’).

“Il Solito Dandy” mette insieme un lavoro forse a tratti limitato da un filo di monotonia dei suoni, ma la cui scrittura appare sulla buona strada per trovare un’impronta autonoma e originale.

SINTOH, “CIAO SONO CIAO” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Sintoh‘ nasce, come sottolinea lui ‘da qualche parte’, nel 1987; il giorno e il 16 maggio, data condivisa con gente come Baglioni, Pausini, Fiorello e Camerini.

Ha importanza? Beh, forse, perchè a dirla tutta gli otto brani che compongo questo disco di esordio, traguardo raggiunto dopo la consueta gavetta, compresa di una pausa oltremanica e qualche sparuto Ep con band precedenti progetti, sembrano porsi proprio a metà strada tra la tradizione pop italiana e il filone degli ‘irregolari’.

A parlare di pop del resto è lo stesso Sintoh, che allo stesso modo sottolinea il modo fortemente spontaneo, immediato, col quale “Ciao sono ciao” è nato e si è sviluppato.

Il risultato è uno di quei classici sguardi a volo di uccello, tra un filo di malinconia e rimpianto per ciò che è stato, le incertezze di un presente instabile, come quello di molti attuali trentenni, le incognite sul futuro, senza dimenticare gli immancabili aspetti sentimentali da un lato e social(i) dall’altro.

Un pop che vuole essere piacevole senza ammiccare troppo, che non rinuncia alle chitarre e allo stesso tempo ricorre ai synth, senza esagerare in un verso o nell’altro, che ricorre episodicamente una tromba.

Lo sguardo ironico e disincanto, talvolta un po’ amaro, a descrivere un classico ‘sentirsi fuori posto’, la voglia di riscatto, l’osservazione di una realtà in cui si parla tanto e si ascolta poco.

A dire la verità, ed è una considerazione da prendere con le molle, potrebbe, con tutti i distinguo del caso, venire in mente un Max Pezzali degli esordi, che a trent’anni di distanza ha sostituito le sale giochi con le consolle casalinghe e che è per forza di cose meno ‘leggero’, ritrovandosi anzìché nei promettentissimi ’90, negli anni ’10 dominati da crisi economiche a raffica.

Lo sguardo è quindi più disincantato, ma l’attitudine a descrivere stadi d’animo e quotidianità, senza per forza dover ricorrere ai ‘massimi sistemi’, risulta per certi versi analogo.

Un esordio che può piacere.

DANIELE MAGGIOLI, “LA CASA DI CARLA” (HOOLLAPEPPA MUSIC / LIBELLULA MUSIC)

I territori meno ‘battuti’ della scena musicale italiana offrono spesso l’occasione di imbattersi in casi singolari; prendete ad esempio Daniele Maggioli, classe ’77, attivo in quel di Rimini: sconosciuto ai più e nonostante questo giunto al quinto lavoro solista, cui se ne aggiungono altri sei coi “Duo Bucolico”; qualcuno dirà che oggi ‘farsi un disco’ è molto più facile di un tempo, ma il caso di Maggioli è comunque emblematico di un mondo musicale che anche in Italia va ben oltre i soliti ‘tre o quattro noti’, se si è un minimo curiosi di non fermarsi a ciò che si trova accendendo la radio.

Le cinque tracce di “La casa di Carla” nascono come colonna sonora dello spettacolo teatrale “Approssimazioni”, dedicato alle complicazioni dei rapporti di coppia, all’incomunicabilità, al ricordo, spesso travisato dalle emozioni, dei rapporti finiti.

“La casa di Carla” però vuole essere anche il ritratto di una città e dei rapporti sociali che la animano: l’esito è un lavoro a due facce, che ondeggia tra un intensità drammatica, e una giocosità dai tratti ironici.

Si evocano spazi urbani desolati, architetture cadenti, forse metafora di storie finite, e repentinamente ci si ritrova in mezzo a chiassosi aperitivi, di fronte a ‘donne fatali’ per lo più rifatte; si passa dalla ‘title track’, in cui la città che per una ‘runner’ diviene estensione del proprio spazio domestico, a una metafora gastronomico carnale, sfociando in un finale in cui il ricordo e la mancanza si traducono in toni quasi epici.

Daniele Maggioli è capace di giostrare tra intensità e ironia; accompagnato da un manipolo di compagni di strada costruisce scenari sonori cui il piano offre profondità e sostegno, sottofondi sintetici contribuiscono in quanto a suggestione, mentre nei capitoli più ‘leggeri’ l’attitudine vagamente orchestrale lascia spazio a toni banda di paese, magari con l’intervento occasionale di un ukulele.

Un pugno di brani, più che sufficiente a mettere in luce le capacità di un autore già maturo.

EUGENIO RODONDI, “D’UN TRATTO” (PHONARCHIA DISCHI)

Terzo lavoro sulla lunga distanza per il torinese, classe 1988, Eugenio Rodondi.

Storie d’amore, essenzialmente, in questi nove brani: si comincia dalla fine di un’estate, metafora di una storia, che conclusa la prima, travolgente, fase dell’innamoramento, deve trovare una sua strada; si prosegue, così, tra rilfessioni, incertezze, storie vissute o solo immaginate, momenti di dubbio, amori in corso d’opera o conclusi, fino a ritornare all’estate, con un temporale, momento ‘di rottura’ e nuovo inizio.

Un cantautorato che può ricordare tanti illustri predecessori senza ricondurre direttamente a nessuno, mentre la produzione di Nicola Baronti conferisce profumi anni ’70, qua è là con riferimenti espliciti (leggi, tra le altre, alla voce: Beach Boys), tra parentesi acustiche e un’elettricità a tratti ruvida, con vaghi accenni noise, una spruzzata di elettronica.

Interpretazione sempre vagamente disincantata, a tratti un filo dolente, ma senza rinunciare a un filo d’ironia.

Un lavoro che, pur conservando un certo dinamismo tra brano e brano, finisce per risultare un po’ monolitico, facendosi forse sentire la mancanza di qualche variazione in più rispetto alla tematica sentimentale.

CRISTINA RENZETTI, “DIECI LUNE” (BRUTTURE MODERNE / LIBELLULA MUSIC)

“Dieci Lune”, ovvero: la durata della gravidanza, periodo scandito dall’attesa, dal rallentamento dei tempi, da una sorta di ‘bolla’, di ‘sospensione’, un presente dilatato che nell’attesa di un futuro in cui cambierà tutto o quasi, consente di riflettere sul passato; se di mestiere si fa l’artista, si ha il privilegio da un lato di poter tradurre le proprie emozioni attraverso la propria arte, dall’altro di far vivere anche alla propria arte questo eccezionale periodo della vita.

Cristina Renzetti,  poi,  è una che di ‘periodi’, di fasi della vita, se ne intende: terzana di nascita, bolognese d’adozione e brasiliana per vocazione, avendo trovato proprio in quella terra la propria realizzazione, per una carriera ormai decennale, tra collaborazioni, dischi solisti – due, cantanti in portoghese, prima di questo – partecipazioni a colonne sonore e vari progetti, tra cui un suggestivo omaggio a Tom Jobim nella chiesa di Santa Croce di Umbertide.

Si giunge così a “Dieci Lune”, primo lavoro cantato in italiano, frutto della collaborazione col contrabbassista Enzo Pietropaoli, figura di spicco della scena jazz italiana. Dieci brani, uno per ‘luna’, facile immaginare; così come viene altrettanto spontaneo il rimando tra la maternità vissuta dalla cantautrice e il ritorno alla propria ‘lingua – madre’.

Non che poi questo sia un disco dedicato alla maternità (una solo pezzo dedicato esplicitamente all’attesa): piuttosto, come accennato prima, è un lavoro in cui sembrano affastellarsi una serie di riflessioni, ricordi, sul cammino fin qui compiuto: come se si volesse in un certo modo ‘fare ordine’ prima che la ‘svolta’ e l’inizio di una fase veramente nuova dell’esistenza impediscano a lungo di provvedere.

Storie d’amore, riprese nella tenerezza del loro sbocciare, nella durezza di un momento ‘critico’ o nella sofferenza della conclusione; storie ‘di famiglia’, come i difficili rapporti tra sorelle; storie, più semplicemente, di ‘vita’: riflessioni sul proprio rapporto coi ‘massimi sistemi’, il mondo dei filosofi e degli intellettuali; gli amori pronti ad accogliere e chissà perché, lasciati andare via; il ‘pendolarismo studentesco’ come metafora del periodo della vita in cui si vorrebbe – ma ancora non troppo – lasciare il ‘nido’, a cui magari si ritorna dopo tempo, per farsi avvolgere dal calore dei ricordi.

La vita come continua ricerca di qualcosa che irrimediabilmente sfugge, ricerca che può improvvisamente rivelarsi vuota e fine a sé stessa, portando a fermarsi, tornare indietro e avviare un viaggio non fisico, ma, in maniera più complicata, interiore.

Il jazz e il Brasile naturalmente dominano, sulle tracce dei classici della Bossa Nova e soprattutto delle voci femminili, in atmosfere sostanzialmente raccolte, il calore domestico come la dimensione più accogliente dove, appunto, vivere ‘l’attesa’; accompagnata con eleganza da un manipolo di musicisti (chitarre e una sezione ritmica dai modi discreti, occasionalmente una tromba e il contrabbasso di Pietropaoli).

Cristina Renzetti tesse tele – vocali e per chitarra – tenui, a tratti rarefatte ed evanescenti, senza negarsi qualche parentesi più ritmata: la penombra casalinga è certo avvolgente e rassicurante, ma ogni tanto è bene aprire le finestre, far filtrare aria e luminosità: una dose, quanto basta, di pop e, non poteva essere altrimenti, l’ombra del cantautorato italiano, più o meno recente (qualche analogia con l’omonima Cristina Donà).

Un disco delicato e soffuso, dal quale lasciarsi abbracciare.

 

GIANCARLO FRIGIERI, “LA PRIMA COSA CHE TI VIENE IN MENTE” (NEW MODEL LABEL)

 

Giunge all’ottavo capitolo la biografia discografica di Giancarlo Frigieri, già attivo con i Julie’s Haircut.

“La prima cosa che ti viene in mente” è titolo non casuale: la volontà, nelle parole dello stesso cantautore era quella di dare vita a un disco immediato, istintivo, con poche ‘costruzioni’ e ‘ripensamenti’, specie sotto il profilo sonoro.

Il risultato, va da sé, è un disco all’insegna dell’essenzialità, per lo più giocato sulla ‘cellula’ chitarra – voce, cui si aggiunge una sezione ritmica che agisce con discrezione, a tratti quasi sotto traccia: compagni di strada i soli Cesare Anceschi e Simone Gazzetti.

Un cantautorato dalle tinte fortemente folk, che rimanda spesso e volentieri alle melodie popolari, con echi dei canti dei braccianti, che però non disdegna qua e là di dare spazio a venature più marcatamente rock.

“La prima cosa che ti viene in mente”scrive un ulteriore paragrafo nella già ampia ‘biografia dei tempi correnti’ che i cantautori italiani – specie quelli meno conosciuti – stanno ormai scrivendo da qualche anno: a cominciare dal pezzo che dà il titolo all’intero disco, ritratto dell’ossessione del giocatore d’azzardo la cui mente va sempre lì, alla prossima giocata, al nuovo pretesto da trovare per entrare in un bar e infilare gli spiccioli nella fessura di una slot machine.

Brano che, posto a metà dei dieci che compongono il disco, ne costituisce così una sorta di ‘fulcro’, attorno al quale ruota il resto dei temi affrontati: le fabbriche che chiudono, l’incertezza per il futuro e la conseguenze ostilità nei confronti dell’altro, i diritti negati, la fine degli ideali… e l’amore, che inevitabilmente finisce per essere una sorta di salvagente cui aggrapparsi: forse non casuale che in più di un episodio si abbandonino certe riflessioni social / esistenziali per tornare a parlare di rapporti sentimentali, non sempre tutti rose e fiori; più in generale, e in ‘Rischiatutti’ Frigieri lo dichiara esplicitamente, c’è sempre una luce a patto di cercarla e a patto di conservare quell’umanità che spesso, paradossalmente ma non troppo, ci rende impauriti di fronte alla prospettiva della ‘vera felicità’.

Un lavoro che può convincere, nonostante a tratti, forse proprio per il suo essere disco ‘istintivo’, trasmetta una vaga sensazione di ‘incompiutezza’, come se mancasse qualcosa, specie sotto il profilo strumentale, come se la scelta di ‘togliere’ riducendosi all’essenziale avesse privato qualche brano di parte delle proprie potenzialità.