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PIVIRAMA, “SENZA RETE” (NEW MODEL LABEL)

17 anni di attività e una biografia sonora che con “Senza Rete” giunge al quarto capitolo: per la cantautrice siciliana Raffaella Daino un punto di svolta importante, con la decisione di esprimersi per la prima volta in italiano.

Dieci pezzi, all’insegna di un rock / pop ora più sinuoso e suadente, ora dalla consistenza più ruvida e tagliente: Daino canta e talvolta imbraccia la chitarra un nutrito gruppo di compagni di strada si occupa del resto, a partire dal frequente utilizzo di tastiere e drum machine all’insegna di una componente elettronica che appare conferire un deciso e maggiore appeal ai pezzi.

Raffaella Daino racconta di sé, ma non solo: all’introspezione si affiancano ritratti di individui che hanno compiuto scelte determinanti o che hanno ‘scelto di non scegliere’, lasciandosi più o meno trasportare dalla casualità o all’opposto rimanendo bloccati nella loro incapacità di decidere.

Non solo un ‘guardarsi dentro’, o magari qualche evasione immaginifica, ma anche il marchio, spesso violento della realtà: la fuga di una donna da un compagno violento, ma soprattutto il tema delle migrazioni, la fuga verso un domani migliore che si interrompe in un campo profughi o bloccata – letteralmente – da nuovi muri.

Un disco che colpisce forse soprattutto per questo affiancare sonorità spesso e volentieri ‘leggère’, e un’interpretazione spesso all’insegna della dolcezza (senza essere sdolcinata) alla frequente serietà dei temi trattati: insomma, a prima vista quasi un disco pop / rock come tanti, magari con qualche ascendenza ‘rilevante’ (floydiano l’incipit di ‘Sassi di vetro’ in apertura del disco), ma poi quando ci si ferma ad ascoltare l’esito improvvisamente cambia.

Raffaella Daino vince insomma la sfida del passaggio all’italiano scelta che, ci si può augurare, le consentirà di raggiungere un pubblico più ampio.

MARCO KRON, “SFERE” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Milanese, classe 1983, dagli inizi degli ’00 in poi Marco Kron ha compiuto un canonico percorso fatto di registrazioni casalinghe a varie prove in gruppo, prima di fondare i Redwest e pubblicare con loro l’esordio “Crimson Renegade” l’anno scorso; nel contempo, Kron ha proseguito una strada più personale, giungendo ora all’esordio da solista.

Sei brani che mescolano, in maniera per certi versi abbastanza eterogenea, idee sonore e pensieri assortiti: siamo in territori a cavallo tra rock e pop, elettricità ed elettronica (con qualche ‘azzardo dance’), il tentativo di dare al tutto una certa impronta ‘autoriale’, e forse non poteva essere altrimenti, trattandosi di un lavoro decisamente personale.

Autobiografia e ‘massimi sistemi’: l’alienazione dei rapporti umani all’epoca dei social network, l’amicizia e la spiritualità, storie di quotidiana marginalità – ‘La dirimpettaia’, proprio per questo tratteggiare un personaggio ‘comune’, appare l’episodio più convincente – fino agli interrogativi derivanti dall’improvviso irrompere dell’inevitabile in una quotidianità apparentemente cristallizzata.

Idee trasmesse con riflessività mista a una certa dose di leggerezza, portata qua e là una spruzzata di ironia, mentre sottotraccia si avverte l’incontro – e forse per certi versi il ‘conflitto’ – tra i ‘sentimenti’ espressi attraverso la musica e la ‘ragione’ derivante dagli studi e dall’attività di matematico di Kron: il titolo del disco – “Sfere” – è del resto dedicato a una delle figure geometriche e matematiche più affascinanti e d’altra parte spesso la ‘sfera’ metafora dell’autosufficienza e della solitudine…

L’esordio di Marco Kron appare dunque proporre un autore dalle discrete potenzialità, sebbene si risolva più che altro in una serie di ‘esercizi di stile’, che appaiono ancora mancare di una più decisa impronta stilistica, e del resto lo stesso autore ammette che inizialmente i pezzi non erano stati pensati per una pubblicazione, spinta poi dai riscontri presso amici e conoscenti; l’attesa è dunque per un prossimo episodio, che fin dall’inizio nasca con l’idea di un progetto compiuto.

KAMAL, “ABORIGENI ITALIANI” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA DISCHI)

Dalla Val Camonica all’Australia, passando per la Spagna e l’Inghilterra: un’esistenza decisamente movimentata, quella di Carlo Bonomelli, classe 1982, giunto al secondo capitolo lunga distanza della propria biografia musicale, a quattro anni circa dal precedente “La bacchetta magica e altre storie…”, i due lavori intervallati da un paio di EP; nel frattempo, la ‘canonica’ attività dal vivo, sul palco, tra gli altri, con Bugo, Mannarino e Marco Giuradei, qui anche co-produttore.

Una ‘raccolta’, nella quale sono stati raggruppati brani risalenti al 2007 – 2009 e pezzi più recenti, posteriori al ritorno dai tre anni trascorsi in Australia, nel 2013.
Il titolo, oltre a rimandando direttamente a quell’esperienza, sembrerebbe evocare un parallelo: come se nei complicati ‘tempi moderni’ gli italiani col loro campionario di luoghi più o meno comuni fossero condannati all’estinzione in un mondo sempre più globalizzato… intendiamoci, non siamo di fronte a rivendicazioni più o meno ‘sovraniste’ o leghiste – nulla di esplicitamente ‘politico’ – ma forse nei continui rimandi, specie sonori, al corpus tradizionale della musica popolare italiana – dalle canzoni da osteria o balera, ai cori degli alpini, passando per la canzone popolare più largamente intesa e per la sua più o meno diretta discendenza cantautorale – si avverte una sorta di malinconia, di ‘nostalgia’, in parte forse di mantenere ‘vivi’ certi riferimenti storici, anche sonori, ad esempio col frequente uso del violino e l’intervento della fisarmonica.

Kamal – nome d’arte scelto dopo un viaggio in Nepal e abbracciato definitivamente nel 2017, essendo nel frattempo diventato il suo soprannome nel quotidiano – di certo non si risparmia: 17 brani e circa 70 minuti di durata sono decisamente una rarità, specie per artisti che militano nelle retrovie, che spesso scelgono strade molto più ‘brevi’ per offrire saggi più rapidi e ‘immediati’ della propria proposta. Bonomelli / Kamal invece spariglia, offrendo un disco di durata extra – large, la cui ‘prodigalità’ è apprezzabile, ma che porta con sé il rischio del cali d’attenzione, del disorientamento: la ‘sfida’ di un disco così corposo tende a trasformarsi in una sorta di ‘prova di resistenza’.

Il disco offre comunque una certa varietà di stili e umori: oltre al campionario ‘tradizionale’ di cui sopra, la proposta sonora di Kamal / Bonomelli contiene riferimenti alla musica d’oltreoceano, dal country western al folk e suggestioni più ‘moderne’, rock e varie derivazioni, all’insegna di un variegato ensemble strumentale, cui ha contribuito il manipolo di ospiti intervenuti a sostegno del cantautore.
Varietà anche nelle tematiche affrontate: tra autobiografia e scenari immaginati, vicende sentimentali più o meno fugaci o complicate e donne fatali; riflessioni sociali, dal valore del tempo libero all’ossessione per i farmaci, i luoghi comuni legati alle ‘nazioni’ (nel caso specifico, la Svizzera)… il tutto all’insegna di un tono costantemente ironico, tra ironia e disincanto, che mostra spesso il gusto per il gioco di parole.

Diciassette brani sono certo tanti, ed è naturale che vi sia qualche passaggio a vuoto, episodi meno riusciti rispetto a brani più efficaci, col rischio che le potenzialità e le doti del cantautore ne escano in una certa misura indebolite, un filo annacquate, pur restando comunque apprezzabile lo sforzo di offrire all’ascoltatore un pasto decisamente abbondante.

CICCIO ZABINI, “ALBUME” (LIBELLULA MUSIC)

Sostanza strana, l’albume: membrana liquida protettiva che può mutare in materia dalla consistenza nevosa, fragile via di mezzo verso il solido… Poco identificabile, sfuggente: caratteristiche condivise col disco d’esordio di Ciccio Zabini, classe 1982, leccese di nascita, una lunga ‘relazione’ a più riprese con Bologna, una parentesi madrilena prima del ritorno nella città natale, dove finalmente dà forma al voluminoso bagaglio di esperienze accumulate.

Dieci pezzi in cui Zabini dice e non dice, affastellando stralci di pensieri, considerazioni, riflessioni quasi in un flusso di coscienza; personaggi comuni ma portati ai margini dai propri drammi quotidiani; l’incomprensibilità delle relazioni affettive; filastrocche trasfigurate, paesaggi crepuscolari, momenti onirici…

Il tutto interpretato con aria disincantata, un gusto per i giochi di parole, le analogie, le assonanze, fin dal titolo, che rievoca l’ormai desueto termine di ‘album’ per definire i lavori sulla lunga distanza. Non si cede mai all’aperta  malinconia, né all’aperta sguaiatezza; si resta sul filo dell’ironia, così come sul fronte sonoro prevalgono suoni e atmosfere raccolte, all’insegna di attitudini vagamente jazzistiche, frequenti flirt con sonorità iberiche o sudamericane, un insieme sonoro nel quale in cui la consistenza pastosa del contrabbasso tiene costantemente a bada l’elettricità delle chitarre (sebbene in un paio di episodi si assista a virate, sebbene non totalmente compiute, verso il rock o il country), ma la cui impronta è definita in modo più deciso dai fiati e il cui elemento distintivo finisce per essere il flauto, tra parentesi di dinamismo quasi frenetico e momenti più rarefatti, all’insegna di una nebbiosità impressionista, dai tratti obliqui, misteriosi. Si stacca dal resto, quasi come una piccola isola, ‘Il furto di/vino’, brano firmato da Agrippino Costa, divenuto poeta per sopravvivere a vent’anni di carcere.L’attitudine cantautorale di Zabini ricorda tanti senza ricondurre pienamente a nessuno: il primo della lista, per affinità vocale e un certo gusto nell’uso delle parole è De André, ovviamente con tutti i debiti distinguo.

“Albume” assolve pienamente alla sua funzione di disco d’esordio di un artista che ha già accumulato una solida esperienza; uno stile affinato all’insegna di una giocosità sfuggente che è il punto di forza del lavoro, ma che a tratti sembra un filo troppo insistita, come se l’autore finisse per avvolgersi in un ‘albume’ fatto di allusioni e suggerimenti accennati, forse per evitare di confrontarsi troppo direttamente con la durezza di una realtà che il disco lascia intravedere solo in controluce.

SALAMONE, “PERICOLI E BALLATE (LIBELLULA DISCHI)

Vincenzo Salamone, o semplicemente Salamone, giunge alla seconda prova sulla lunga distanza dopo i più che discreti riscontri dell’esordio “Il Palliativo”.

Dieci brani e l’impressione che il cantautore siciliano abbia voluto ampliare gli orizzonti; partendo certo dalla natia Palermo e dalle sue contraddizioni, cui è dedicata la title-track, ma successivamente eccolo dipingere le atmosfere della Parigi di fine ‘800, raccontare una storia di ‘tradimento per solitudine’ in tempi di guerra, omaggiare Neruda e nel frattempo ritornare sulle coste del Mediterraneo, luoghi di speranze e tragedie o a tratteggiare personaggi ‘al limite’, per carattere e sensibilità destinati a perire di fronte al cinismo dell’oggi, parentesi dedicata alla ricerca spirituale come via per una vita più semplice, meno appesantita dalla troppa materialità contemporanea.

Un disco il cantautore siciliano appare volersi cimentare in uno stile sonoro più variegato: non mancano i colori sgargianti del disco precedente, con quell’impressione da sgangherata banda di Paese che, pur godibile, aveva portato una certa idea di già sentito; si approfondisce per certi versi il rapporto col jazz, con tendenze swing e qualche atmosfera di maggiore raccoglimento; si fanno maggiormente marcate certe impressioni cantautorali, con l’ombra di Rino Gaetano a continuare a far capolino di tanto in tanto, ma forse con la ricerca di uno stile più autonomo; si fa largo una certa predilezione per atmosfere acustiche, come nella lunga ballata finale dominata dall’armonica.

Salamone affronta insomma la proverbiale difficoltà della seconda prova accettando la sfida, cercando di non ripetersi; provando a percorrere strade ‘laterali’, che non perdono di vista i riferimenti della ‘via maestra’, ma che consentono di scorgere panorami diversi, anche accettando il rischio, talvolta, di non giungere compiutamente alla meta.

Il cantautore palermitano appare insomma almeno in parte volersi mettere in gioco e “Pericoli e ballate” si lascia apprezzare soprattutto per questo.

GIUSEPPE FIORI, “SPAZI DI VITA SCOMODI” (DISCIPLINE / AUDIOGLOBE)

Dopo aver partecipato al progetto Rezophonic (una ‘All-Star’ benefica che raccoglie nomi del calibro di Caparezza, Roy Paci e Cristina Scabbia, giunta al terzo disco) ed essere entrato a far parte degli Egokid, il ‘bassista e non solo’ Giuseppe Fiori si cimenta nella prima prova solista.

Gli “Spazi di vista scomodi” sono quelli con cui più o meno tutti prima o poi hanno a che fare: le delusioni e insoddisfazioni quotidiane, i rimpianti, il disagio più o meno accentuato derivante da modi, stili, dinamiche di vita ‘subite’ o forse ‘accettate’ fin troppo supinamente, senza dimenticare le piccole / grandi traversie sentimentali; il contrasto, in fondo, tra ciò che si è come si vive e come in fondo si vorrebbe, che spesso produce – come mostra la copertina firmata Roberta Maddalena Bireau – una mente e un’esistenza ‘a compartimenti stagni’ in cui spesso la ‘facciata’ non corrisponde all’interno.

Prima o poi i nodi vengono al pettine, qualcosa si rompe, ed è necessario pervenire a un cambiamento: la soluzione è allora la fuga, mentale o fisica, immaginaria o reale; affidarsi al Caso, abbracciare fino in fondo una scelta – in questo caso quella di suonare, allo stesso tempo giocando (partendo dal duplice significato del verbo inglese ‘to play’); e anche in questo caso, l’amore può costituire uno stimolo, una spinta verso il cambiamento.

Temi per lo più ‘universali’, almeno in questa fase ‘sociale’, in cui il senso di ‘indefinitezza’ riguarda tanti 30 – 40 enni, cresciuti più o meno loro malgrado con una certa idea di futuro… solo che quando il ‘futuro’ è arrivato, quelle ‘idee’ e quei ‘disegni’ si sono rivelati più o meno erronei.

Divagazioni socio – storiche a parte, Giuseppe Fiori dà a questi concetti una veste tendente a un rock abbastanza ‘tradizionale’, a tratti discretamente sanguigno (qua e là con qualche accentazione new wave) cercando qua e là, nello scorrere dei dieci brani presenti, di dare un certo risalto al lato cantautorale della faccenda e senza dimenticare qua e là una certa gradevolezza pop.

Coadiuvato da un manipolo di collaboratori, tra i quali Lele Battista, qui anche in veste di produttore, Andy dei Bluevertigo e il thereminista Gak Sato, già al lavoro con Vinicio Capossela, Giuseppe Fiori assembla un disco lungo il quale a tratti si cerca forse di smussare un po’ troppo certi spigoli, mentre a mostrare maggiore efficacia sono proprio i brani più ‘tirati’

UMAAN, “UMAAN”(AUTOPRODOTTO / LIBELLULA DISCHI)

Nato dall’incontro tra Marco “Ciuski” Barberis – già collaboratore di Ustmamò e Cristina Donà tra gli altri – con Sandro Corino, Valerio Longo e Diego Mariia, già precedentemente compagni di strada nei Julierave, il progetto Umaan giunge al traguardo dell’esordio discografico.

Undici brani all’insegna di un rock di matrice elettronica, dominata dai synth, debitore esplicito della lezione dei Depeche Mode, condito con i prevedibili ‘innesti’ portati dal filone italiano del genere: si avvertono qua e là ‘spore’ dei già citati Ustmamò o i Subsonica.

Lavoro che percorre sentieri che lo portano verso territori cyber, che non disdegna di concedersi momenti più dilatati e riflessivi o, all’opposto, di strizzare l’occhio al dancefloor, con episodi quasi ‘ballabili’. Una dimensione sonora alla quale si accompagna una scrittura dai tratti cantautorali.

Nome del progetto e titolo del disco già suggeriscono l’idea attorno alla quale gira “Umaan”: al cuore c’è il contrasto tra le sonorità elettroniche, che a tratti evocano panorami quasi algidi, di fredda automazione e l’idea di un ritorno all’umano, alla ricerca della propria essenzialità, spogliata delle complicazioni, spesso artificiose – e artificiali – dei rapporti umani di inizio terzo millennio.

L’idea ricorrente, che emerge dalle righe di presentazione dei singoli brani, di trovare il modo di guardare sé stessi ‘dall’esterno’ (attraverso lo sguardo proprio o altrui) per, in qualche modo, ritrovarsi e trovare il modo di superare i propri ostacoli esistenziali o le paranoie che portano a bloccare il proprio percorso di vita; senza dimenticare il lato sentimentale della questione, visto di volta come rassicurante, ma anche come leggermente ossessivo.

La scrittura talvolta forse risulta non del tutto ‘compiuta’, come se fosse stata lasciata ‘in sospeso’ per seguire l’analoga atmosfera di sospensione dei suoni e nel procedere del lavoro si avverte un po’ di ‘stanchezza’, ma nel complesso l’esordio Umaan appare abbastanza efficace.