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MALVAX, “NIENTE DI CHE” (IRMA RECORDS / LIBELLULA MUSIC)

“Niente di che” in realtà è un titolo un filo rischioso per un disco d’esordio: insomma, non è che lasci immaginare granché di eccezionale… I Malvax da Pavullo del Frignano (Modena) arrivano all’importante traguardo dopo cinque anni di attività la solita gavetta a base di partecipazioni a concorsi ed esibizioni a fianco di realtà già affermate (Lo Stato Sociale, Ermal Meta); lo fanno proponendo nove brani all’insegna di una canonica ‘poetica del quotidiano’, concentrata per lo più su difficoltà sentimentali a base di mancanza di comunicazione e desideri frustrati.

Abbondano le ‘ballad’, i ritmi lenti, i modi composti e mai sopra le righe: pop / rock con qualche ambizione cantautorale, possono venire in mente gli Ex-Otago, per certi versi (e più alla lontana) i Negrita, proprio per il gusto per le ballate.

Insomma, nel complesso è un disco che si lascia ascoltare: forse c’è un pizzico di attenzione di troppo alla gradevolezza della ‘confezione’, manca magari un ‘colpo di coda’…

‘Niente di che’, quindi? Non proprio, però il rischio di confondersi tra tanti altri c’è.

SUZ, “LACEWORK” (IRMA RECORDS / SELF)

Suz, al secolo: Susanna La Polla; bolognese di nascita, ‘bristoliana’ di adozione, almeno sotto il profilo sonoro. Bristol, ovvero: trip hop, e fa una discreta impressione pensare al fatto che la prima ‘ondata’ di quel genere, alfieri Portishead e Massive Attack, risalga ormai a quasi vent’anni fa.

Eppure, l’onda lunga, non si è mai esaurita: anzi, le ‘risacche’, per quanto non debordanti, restano si ripetono con costanza.

Suz, qui al terzo lavoro sulla lunga distanza, fa dunque parte della categoria: un esordio da vocalist e corista con il ragamuffer italico Papa Ricky, poi varie collaborazioni, fino ad avviare la carriera solista sul finire degli anni ’00 del ventunesimo secolo.

“Lacework”, parola inglese per definire un tessuto finemente lavorato,un pizzo o un merletto, come quelli riprodotti nell’artwork di digipak e booklet: dieci brani dove ritroviamo tutti gli elementi tipici del genere, a partire dalle sonorità rarefatte e le atmosfere dilatate, sospese in una dimensione vagamente onirica; tappeti sonori che tessono fondali, incorniciano e avvolgono il cantato protagonista indiscusso di tutto il lavoro, ad interpretare testi in cui ricorrono suggestioni atmosferiche e ‘ambientali’ (Wall of Mist, Still Water) e riferimenti alla mitologia classica (Anthemusa, Lethe).

I dieci brani di “Lacework” (una quarantina di minuti la durata complessiva) si snodano all’insegna di umori in cui si alternano riflessione e sottile malinconia, pur senza negarsi episodi all’insegna di una maggiore solarità; la cifra stilistica del disco è quella di un’eleganza composta, dai modi spesso sofisticati, quasi da jazz club, similitudine non casuale, dato che tra le sue varie esperienze la cantautrice bolognese conta proprio un quintetto jazz; non appare casuale, in questo senso, il brano dedicato a Billie Holiday posto proprio in apertura del disco.

Il limite del disco risiede forse un po’ troppo insistita di una certa perfezione formale, di una raffinatezza estetica che, per quanto godibile e, finisce per essere a tratti un filo algida, privando il disco di un tantino di impatto emotivo.

PICCOLI ANIMALI SENZA ESPRESSIONE, “CERCO CASA VISTA MARTE” (IRMA RECORDS)

Secondo lavoro per il progetto di Andrea Fusario, già trai membri fondatori dei Virginiana Miller, nei quali ha suonato il basso nei primi due dischi (Gelaterie sconsacrate ed Italia Mobile).

Il titolo sintetizza una sorta di ossimoro: la ricerca di una stabilità ‘casalinga’, che sia però il risultato di una fuga dal presente, verso altri mondi e altri luoghi: il filo conduttore dei dieci pezzi che compongono il disco appare del resto essere una continua critica a certi aspetti deleteri della realtà circostante, sui quali viene gettato uno sguardo spesso e volentieri ironico, un filo sarcastico.

La crisi economica (‘Eurozero’) forse non è nemmeno l’aspetto più deleterio della situazione, se paragonata con la mania imperante per i farmaci (‘Istant Pharma’) o la diffusione di certe professioni ai limiti, e oltre, del paradosso, come il ‘Life Coaching’… e allora la salvezza corre verso altri mondi (‘Mission to Mars’), affidata al sogno di tecnologie che permettano fughe istantanee (‘Teletrasporto’), o finisce per essere ricercata nei primi amori (‘L’amore ai tempi del Liceo’) o nella tenerezza del quotidiano domestico (‘Ninna nanna per Rita’).

Fusario assembla una serie di brani all’insegna di un pop elegante, che si accompagna volentieri a qualche sferzata elettrica con ascendenze new wave, ovvero un po’ lo stesso marchio di fabbrica che contraddistingueva la sua precedente esperienza coi Virginiana Miller; ad accompagnare Fusario, i sodali Edoardo Bacchelli e Gianluca Pelleschi, il nuovo arrivato Luca Brunelli Felicetti, che dietro alla batteria dona al disco maggiore calore rispetto all’ampio ricorso all’elettronica dell’episodio precedente; tra gli ospiti, Antonio Bardi, ex compagno di strada nei Virginiana, e soprattutto Robin Guthrie, già chitarrista dei leggendari Cocteau Twins nell’eterea ‘Sarà di nuovo estate’.

Un disco che riesce a coniugare contenuti di un certo peso ad una costante leggerezza di atmosfere, che si lascia piacevolmente ascoltare dall’inizio alla fine.

JOHANN SEBASTIAN PUNK, “MORE LOVELY AND MORE TEMPERATE” (S.R.I. PRODUCTIONS, IRMA RECORDS, AUDIOGLOBE)

Di Johann Sebastian Punk si sa poco: l’unica cosa certa è che gravita in quel di Bologna, accompagnato nelle esibizioni dal vivo da tre individui dai nomi altrettanto fantasiosi : Johnny Scotch, Albrecht Kaufmann, Pino Potenziometri; tutto il resto potrebbe essere vero o semplicemente inventato, per creare una di quelle ‘mitologie da negozio di dischi’ che talvolta si possono incrociare nelle strade meno battute della musica italiana: dalla nascita in quel di Stratford Upon Avon (che lo accomunerebbe a Shakespeare) all’infanzia e la giovinezza trascorse sull’isola di Mann…  ma alla fine  non è manco detto sia inglese, nonostante in inglese canti, e per quello che ne potremmo sapere, potrebbe addirittura chiamarsi sul serio Johann Sebastian Punk (e chi può dirlo?).

In realtà poi non bisogna manco sforzarsi a cercare più di tanto per scoprire che il nostro risponde al nome di Massimiliano Raffa, e con Bach e Shakespeare c’entra poco, essendo siciliano… comunque, alla fine, tutto questo importa poco, forse è meglio parlare di musica.

Musica, quella di Raffa / Punk o come lo si voglia chiamare, che gli ha conquistato i favori di Enrico Ruggeri, che l’ha scelto per accompagnarlo nel concerto del trentennale di carriera al MEI e di Beatrice Antolini, eroina della scena ‘indipendente’ italiana, che ha contribuito a produrgli il disco. Lavoro di quelli poco identificabili, poco classificabili, che mescola pop con un lieve retrogusto di bossanova, cantautorato folk vagamente obliquo, intermezzi quasi prog, episodi dal sapore orchestrale, sprazzi sperimentali tra psichedelia e rumorismo elettronico.

Di ‘punk’, oltre a un brano intitolato ‘Yess, I miss the Ramones’ (il più movimentato del disco) c’è sopratutto un attitudine, poco votata al compromesso; di Johann Sebastian (Bach) ci sono continue ‘spore’, sparse qua e là, tra tastiere dal sapore clavicembalistico e un lieve costante affacciarsi su territori classici;

c’è molto di anni ’60 e ’70, con brani che rievocano certi esperimenti beatlesiani, più che il gusto per il ‘riempimento sonoro’ dei Beach Boys, c’è la stagione felice del folk inglese di quegli anni; ma c’è anche l’indie-pop scanzonato degli ultimi anni e qualche escursioni in territori elettronici.

Tastiere ed effetti vari costruiscono effetti sempre cangianti, prendendo spesso le redini del gioco: non mancano le chitarre, più spesso acustiche, talvolta adeguatamente elettrificate; fanno capolino dei fiati, con delicatezza o smodata vivacità; domina il cantato del protagonista, all’insegna di un’interpretazione spesso e volentieri teatrale, talvolta forse alla ricerca fin troppo insistita di un effetto ‘teatrale’.

Alla fine però prevale la positiva impressione di un disco – e di un autore – inaspettato: di quelli da cui non si sa bene cosa aspettarsi nello scorrere delle undici tracce (dieci, escludendo il breve intro) disco, che anzi, riesce a rivelare sorprese e particolari precedentemente sfuggiti; un ascolto stimolante e in fondo divertente, un bel gioco che una volta tanto non dura poco.