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THE MAGNETIC SOUND OF HOBOCOMBO PRESENTS: “MOONDOG MASK” (TROVAROBATO)

Premessa: Moondog è stato un precursore; di più, quasi un veggente, un profeta della popular music degli ultimi 40 anni; si chiamava Louis Thomas Hardin, era un personaggio che si potrebbe definire ‘bizzarro’, cieco, musicista di strada per scelta, fino ad indossare solo vestiti confezionati da lui: lo si poteva avvistare, vestito ‘alla moda vichinga’, con tanto di elmo cornuto; oltre ai vestiti, ‘confezionava’ pure strumenti musicali, che usava poi nelle rare occasioni in cui qualche produttore si ricordava di lui e lo portava in studio… Moondog è stato uno sperimentatore; uno che ha fuso classica, jazz, musica popolare e folk delle origini, fino ad essere trai primi a inserire nei suoi dischi sonorità ‘d’ambiente’: rumori del traffico, vociare delle persone, etc…  Il classico personaggio che, più o meno misconosciuto in vita, ha visto la sua opera riscoperta progressivamente, quando ci si è accorti di come tante sue ‘intuizioni’ siano diventate oggi ‘pane quotidiano’.

Un salto in avanti: gli Hobocombo sono un trio, formato da Francesca Baccolini, Rocco Marchi  (Mariposa) ed Andrea Belfi (quest’ultimo il più noto dei tre, almeno ai frequentatori di certo sottobosco sonoro italico, avendo collaborato con Rosolina Mar, Mike Watt e David Grubbs), che si è dedicato anima e corpo ad omaggiare Moondog; nel loro primo disco, ne riprendevano l’opera; questo secondo lavoro ai lavori dell’autore,  si affiancano composizioni originali.

“Moondog Mask” è un disco densissimo, pieno di ‘cose’: ci sono il jazz e i ritmi tribali, dilatazioni ambient e abrasioni, minimalismo blues ‘storto’ e sonorizzazioni da film anni ’60, fino all’omaggio a Robert Wyatt, altro grande sperimentatore, con la ripresa della sua Timor East. I tre strumentisti arricchiscono, affiancano e sovrappongono alle loro esecuzioni stralci e brandelli di registrazioni, prelevate su e giù dal flusso temporale dell’ultimo mezzo secolo: da canti popolari sardi a brandelli di registrazioni dal vivo, in un disco all’insegna di una molteplicità di suggestioni sonore: sono tre, ma si fanno orchestra, ricorrendo anche all’utilizzo degli strumenti creati da Moondog.

E’ un disco forse non per tutti, destinato e riservato non tanto agli amanti dell’avanguardia o della sperimentazione quanto ai curiosi di esperienze nuove e di linguaggi musicali diversi da quelli dominanti; in tutti i casi, un disco che se ne sta lì, sornione, pronto a riservare nuove sorprese ad ogni ascolto.

BOXER THE COEUR, “NOVEMBER UNIFORM” (TROVAROBATO)

Boxeur The Coeur, ovvero: il nuovo progetto di Paolo Iocca, che va ad aggiungersi a un curriculum che nel corso degli anni ha incluso, tra gli altri, Franklin Delano e Blake/e/e/e per arrivare all’attuale ‘militanza’ negli …A Toys Orchestra.

Ad aiutarlo in questa avventura, un nutrito gruppo di ospiti, tra iquali spiccano Iosonouncane e Shannon Field, che di November Uniform è anche co-produttore. Il risultato è un affascinante insieme di elettricità, acustica ed elettronica, che non si preoccupa di svariare in lungo e in largo attraverso un’ampia varietà di suggestioni: il filo conduttore potrebbe essere quello di una certa inclinazione alla psichedelia, tendenza ad atmosfere rarefatte (talvolta algide), evidente fin dall’incipit nel quale si intravede un retrogusto à la Flaming Lips; sull’alto piatto della bilancia, il frequente ricorso all’elettronica propone esiti vicini ai ’90 (Essay on holography, leggi alla voce: Primal Scream,), ma che in qualche frangente sembrano ricondurre a suggestioni risalenti ai teutonici seventies. Sprazzi orchestrali (coinvolgente, pur se un tantino ammiccante A minimal anthem), momenti che vertono verso un synth-pop più ‘easy’, il frequente uso del piano a conferire maggiore intensità emotiva ai brani.

Un disco che si lascia ascoltare, agile nella sua brevità (trentacinque minuti circa la durata), efficace nel tenere sulla corda l’ascoltatore nei suoi frequenti cambi d’umore.

LOSINGTODAY

HONEYBIRD AND THE BIRDIES, “YOU SHOULD REPRODUCE” (TROVAROBATO)

Col loro primo disco, Honeybird e i suoi ‘birdies’ avevano ottenuto i giudizi entusiasti degli addetti ai lavori, per la loro effervescente formula che vedeva mischiati nel frullatore gli ingredienti più vari, dando vita a una pietanza certo spumeggiante, ma forse per certi versi un pò priva di ‘orientamento’. Questo secondo lavoro segue la falsariga del precedente, forse focalizzandosi in modo maggiore, ma riuscendo a mantenere intatto l’effetto-sorpresa.

Dieci pezzi che ancora una volta radicati saldamente in un pop leggero e frizzante, dai sapori spesso sudamericani, o colorato di colori funk, talvolta orientato ad una lieve psichedelia, prendendosi talvolta una licenza hip hop, senza privarsi di qualche momento maggiormente riflessivo e magari anche di qualche episodio lievemete pià piacione, ma sempre pronto a svolte imprevedibili che lo portano a improvvise ‘esplosioni’, tra dissonanze e rumorismi, fino all’arrembante e caotica title track posta in chiusura.

Il tutto, ricorrendo ad una gamma di strumenti ampissima e variegata, all’insegna della multietnicità, tra ukulele, berimbau, organetti, pianole e synth, oltre ai classici bassi, batterie e chitarre, che fanno da contorno al solito plurilinguismo della band, che si spinge, come nel precedente episodio, fino a un pezzo in dialetto catanese.

E in questa sua solarità sgargiante, “You shoud reproduce” trova il suo lato migliore, in una varietà che consente di scoprire qualcosa di nuovo ad ogni ascolto, lasciando intatto il gusto della sorpresa.

LOSINGTODAY