Posts Tagged ‘post hardcore’

EXSPECTANS VER, “IN LIMINE” (SEAHORSE RECORDINGS)

Disco d’esordio per i senesi Exspectans Ver. Cinque pezzi (inclusa la traccia di apertura, praticamente un intro), meno di venti minuti la durata, per quello che si presenta sostanzialmente come un ‘assaggio’ delle idee e delle capacità del gruppo.

Siamo dalle parti di quello che qualche annetto fa fu ribattezzato post-hardcore, che vide come alfieri i Fugazi e tra i principali esponenti gli At The Drive In.

L’attitudine, la grinta, i suoni pesanti dell’hardcore, inseriti in un contesto più ‘pensato’, alla ricerca di soluzioni più complesse, ritmi a tratti quasi sincopati, che procedono a strappi un occhio al lato melodico della questione.

Il quartetto mostra di aver imparato la lezione: l’esito è gradevole nei suoni, accompagnati da una vocalità che giostra tra un mood ‘arrabbiato’ e momenti di tranquillità un filo dolente.

La brevità del tutto non può portare a un’impressione compiuta e d’altra parte il gruppo sembra ancora troppo vicino a certi modelli di riferimento, ma la strada sembrerebbe quella giusta.

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CARA CALMA, “SULLE PUNTE PER SEMBRARE GRANDI” (CLOUDHEAD RECORDS / PHONARCHIA DISCHI / LIBELLULA MUSIC)

Contraddizioni, travagli, frustrazioni nel passaggio all’età adulta a inizio 21°secolo: Cara Calma può sembrare un nome conciliante, ma assume quasi l’aspetto di un’invocazione, in mezzo a tempi di precarietà, sociale ed interiore.

Il quartetto di Brescia assembla nel proprio esordio m nove brani che compongono il classico ritratto di una generazione di trentenni apparentemente ferma in mezzo al guado, a tratti troppo tentata a guardarsi indietro e a vivere un’eterna adolescenza, incapace di costruire progetti a lungo termine, limitata da conti eternamente in rosso e da un contesto che non aiuta.

I suoni sono aggressivi, talvolta arrembanti, all’insegna di un ‘hard rock contemporaneo’ tra elementi post-hardcore e spezie metalliche, che non si ritrae dal dare spazio alla melodia, trovando momenti di quiete.

Produce Qqru degli Zen Circus; partecipano Nicola Manzan, ormai un’istituzione quando si tratta di violini e archi assortiti nella scena ‘alternativa’ italiana, Gianluca Bartolo de Il Pan del Diavolo e la cantautrice Ambra Marie.

CRNG, “QUALCOSA A CUI CREDERE” (NEW MODEL LABEL)

Secondo lavoro sulla lunga distanza per il quartetto fiorentino dei CRNG , che starebbe per ‘carnage’, ma intendiamoci: qui niente ‘splatter’ o sangue a fiumi…

Disco dalla lunga gestazione, iniziata addirittura prima dell’esordio, su cui ha inciso tutto ciò che è venuto dopo, soddisfazioni, delusioni, sogni realizzati, speranze rimaste in sospeso; in mezzo, una sorta di ritiro tra le montagne abruzzesi, per focalizzare meglio il tutto.

La formula è tutto sommato confermata: un rock arrembante che mescola spezie di varia provenienza, cercando magari di mollare maggiormente gli ormeggi, abbandonare i ‘rassicuranti’ lidi dei propri riferimenti – soprattutto ‘eighty’ – e cercare un’impronta stilistica maggiormente autonoma. Non che certi accenti new wave, post punk e a tratti post hardcore siano del tutto assenti, anzi; ma in questo caso si avverte la volontà di farsene meno ‘trainare’, di ‘maneggiarli’ meglio.

Undici brani: più frequenti certe ‘tirate’, compatte e decise, all’insegna dei classici ‘tre minuti o poco più’, ideali per qualche passaggio radiofonico, ma spazio anche per episodi un po’ articolati, che si prendono più tempo e danno l’idea che il gruppo quanto meno provi ad esplorare terreni un po’ meno ‘agevoli’.

Tentativi di ‘avanzamento’ che si riflettono anche sulla scrittura – nuovamente, in italiano – con testi che appaiono maggiormente improntati alla riflessione, pur conservando a tratti una certa immediatezza ‘viscerale’, pilotata da una certa ‘ansia di comunicazione’.

Molta introspezione, tra incognite e indecisioni sul futuro, la ricerca del proprio ‘posto nel mondo’ – indicativo il titolo del disco – è più che mai indicativo, che inevitabilmente coinvolge anche le relazioni personali e sentimentali.

I CRNG appaiono insomma a metà del guado: decisi a dare alla propria proposta una maggiore ‘identità’ e a dotarsi degli strumenti tecnici e creativi necessari allo scopo; un percorso ben avviato, ma con della strada ancora da fare.

THE INCREDULOUS EYES, “RED SHOT” (AUTOPRODOTTO)

Protagonisti della scena indipendente abruzzese a cavallo tra gli anni ’90 e gli ’00 con la loro creatura Bebe Rebozo, i fratelli Claudio e Danilo di Nicola hanno in seguito proseguito il loro cammino sonoro, continuando nell’esplorazione di territori poco agevoli, all’insegna di sperimentazioni rumoristico – psichedeliche.

Prima o poi nella vita di un’artista viene la voglia di cimentarsi con qualcosa di diverso: senza snaturarsi, sia chiaro, ma comunque cercando di allontanarsi almeno un po’ dal porto in cui si è buttata l’ancora: mollare gli ormeggi, insomma, andare a vedere se, al di là del promontorio più vicino, ci sia qualcosa di interessante da vedere.

Gli Incredulous Eyes nascono un po’ così, dalla necessità di vedere se per caso, mettendo tra parentesi lo sperimentalismo e spostando un po’ il focus dalla propria identità noise, si potesse magari combinare qualcosa avvicinandosi maggiormente alla forma – canzone, alla ballad e, mettendo da parte un po’ di diffidenza, anche al ‘pop’. Ecco allora “Here’s Tempo”, primo capitolo del progetto, che vede coinvolto anche Andrea Stasi al basso e, dopo tre anni passati tra scrittura e attività dal vivo, il successore “Red Shot”.

Curioso notare come il significato delle parole cambi a seconda del contesto: prendiamo ad esempio il ‘pop’: per i fratelli Di Nicola, gli Incredulous Eyes hanno rappresentato un avvicinamento alla canzone – pop… il fatto è che poi se al termine si dà il significato comune di ‘brani di facile consumo atti a dominare le classifiche’, “Red Shot” è tutto fuorché un disco – pop, anzi: qualcuno potrebbe venire seriamente urtato da questi tredici brani dominati da chitarre sferraglianti, ritmiche sincopate e un cantato che spesso e volentieri non la manda a dire… pensando: se questo per loro è avvicinarsi alla pop song, figurarsi cosa facevano prima…

Insomma, è interessate notare come per il progetto dei Di Nicola e Stasi, mutare in un certo senso pelle abbia dato vita ad un formula sonora che ricorda da vicino certo post-hardcore newyorkese degli anni ’90 (leggi alla voce: Fugazi), con una spolverata dello sperimentalismo dei Tortoise e l’ombra lunga di Lou Reed ad aleggiare lungo tutto il lavoro; suggestioni blues, in controluce, qua e là la tentazione della deriva psichedelica.

Efficace nella sua compattezza – i pezzi raramente superano i quattro minuti: in questo si: l’attitudine pop è pienamente rispettata – “Red shot” offre all’ascoltatore una quarantina di minuti di ascolto avvolgente e a tratti trascinante: magari tutto il pop fosse così…

 

 

SCIMMIASAKI, “COLLASSO” (VINA RECORDS)

Non si risparmiano, gli Scimmiasaki: senza fronzoli né perdite di tempo, all’insegna di un sound debitore di certo indie italico degli ultimi anni (leggi alla voce: Marta sui Tubi), ma anche di certe suggestioni d’oltreoceano, post-hardcore, emo e punk che dir si voglia.

Cinque brani per questo secondo EP, nel quale ha messo le mani Andrea “Giamba” di Giambattista (uno che di certe sonorità se ne intende, avendo già lavorato con Management del Dolore Post-Operatorio).

Durezza e compattezza di suoni, abrasioni e ‘muri sonori’ a go-go, ma senza disdegnare un certo appeal: per certi versi, a metà strada tra pop e punk, senza che a questo si debba dare una connotazione negativa.

Il “Collasso” del titolo – tradotto in copertina da un volto femminile che ha tutta l’aria di starsene a letto, non avendo alcuna voglia di alzarsi, per un misto di paura ed indolenza, opera di Riccardo Torti (già disegnatore di Dylan Dog) – è, forse, l’unico risultato delle contraddizioni irrisolvibili tra ciò che richiedono il ‘mondo’ e le ‘convenzioni sociali’ e le proprie emozioni, specie quelle più vive e viscerali.

Il filo conduttore che sembra apparire in controluce nello scorrere dei brani, è quello della verità, su sé stessi e sui rapporti con gli altri, spesso sepolta sotto la patina del vivere comune, magari volutamente ignorata, la cui ricerca richiede di mettersi in discussione, percorrere sentieri scabri e impervi, o che spesso ci colpisce improvvisamente, come un’illuminazione, con tutte le conseguenze positive e negative del caso.

Il trio viterbese assembla un lavoro che forse è tutto sommato troppo breve, lasciando l’idea del potenziale ancora in espresso, o comunque di essere una band pronta a mettersi alla prova sulla lunga distanza.

LESIGARETTE!!, “2+2=8” (AUTOPRODOTTO /ZIMBALAM)

2+2=8: la vita non è una scienza esatta e quando si trova un momento per fare i conti, raramente questi tornano. Spesso costretti a fare i conti con situazioni spiacevoli – riti, etichette, consuetudini – anche in quel mondo musicale spesso visto dall’esterno come il classico ‘paradiso di libertà artistica’, con vite stressanti attraverso le quali ci si deve barcamenare come dei funamboli, col rischio di vivere esistenze ai limiti – ed oltre – la nevrosi, la via per la salvezza risiede nei rari momenti in cui ci si riesce a tagliare attimi di serenità (magari al mare), in aneliti naturalistici (vivere come un albero), o più semplicemente nel fare definitivamente i conti con sé stessi, cercando magari approcci differenti, più rilassati e ironici all’esistenza.

Jacopo dell’Abate e Lorenzo Lemme la strada dell’ironia l’hanno scelta fin da quando hanno battezzato il proprio progetto musicale: il secondo frega le sigarette al primo, che tra l’altro vuole smettere, l’esclamazione è la prevedibile conseguenza: LeSigarette!! Il duo romano, voci, chitarra e batteria, dà vita ad un disco essenziale quanto virulento: nevrotico come la vita quotidiana, all’insegna di un post-hardcore dai ritmi frastagliati, che procede continuamente a strattoni, tra episodi debordanti e parentesi più dilatate, ascendenze funk e momenti dalla consistenza metallica. Essenziale nella strumentazione, arrembante negli esiti: sono in due e fanno casino per quattro…

Un lavoro ironico, che prende di mira le piccole – grandi psicopatologie della vita quotidiana, dando la sua personale lettura del classico tema del quanto tempo si perda appresso a futilità, quanto ci si roda il fegato appresso a problemi tutto sommato superflui… la migliore arma di difesa è prendere atto di quanto tutto ciò sia inutile e farci una risata sopra, magari sbraitando dietro ad un microfono e maltrattando gli strumenti.

PUNKILLONIS, “ECLISSI” (PICK UP RECORDS / LIBELLULA DISCHI)

A cinque anni di distanza dal precedente “Eurasia”, esce il terzo disco dei cagliaritani Punkillonis, prosecuzione di una biografia musicale partita nel 2000… “Eclissi”: un’immagine sempre suggestiva, che si presta naturalmente ad essere una metafora dei tempi attuali, dei quali non c’è granché per cui essere soddisfatti… almeno, c’è da pensare che l’eclissi prima o poi finirà, aprendo la strada a tempi migliori. La situazione, al momento, non è rosea, e il problema di fondo sembra essere una perdita d’identità: o almeno, è questo il filo conduttore che ricorre nel corso delle sedici tracce assemblate dal quartetto sardo, rinnovatosi per metà rispetto al precedente lavoro.

Le certezze vengono meno: ‘Non è vero’ è un elenco di verità presunte, supposte o consolidate, gli individui spogliati di ogni convinzione, pronti magari a riceverne di nuove, anche se alla fine ‘Ci prendon per il culo’… si perde così la propria identità e se ne cercano di nuove a cui aggrapparsi, magari attraverso il proprio essere ‘occidentali’, o rifugiandosi nella sicurezza dell’opinione dominante, affidandosi ad effimere mode musicali o, al disordinato ‘Overflow’ di idee e tecnologie, anch’esse destinate ad evaporare, buone solo per riempire esistenze altrimenti vuote, in quello che alla fine è solo un ‘Vecchio stil novo’ destinato a ripetersi nelle sue modalità, cambiando solo l’oggetto accentratore del proprio quotidiano.

Oppure si cerca la strada dell’identificazione politica, nella difesa ormai delle ideologie delle ‘Falci e martelle’ ormai defunte.. o all’opposto, si sceglie una ‘non identità’, andando ‘Dove gira il vento’, in quella che sembra una riedizione 2.0 del gaberiano ‘Qualunquista’. Lungo questo percorso, la formazione cagliaritana si prende lo spazio per alcune derive: siano esse sentimentali (alla fine il ‘cuore’ appare essere sempre un’ancora di salvezza), denunce al nucleare, o in maniera sarcastica, un provocatorio inno alla droga…

Un disco sarcastico, amaro, a tratti quasi dolente, pur nella sua inesausta foga strumentale: Punkillonis dovrebbe già suggerire molto dei suoni con cui la band cagliaritana ha scelto di esprimersi: c’è il punk, certo, quello ‘storico’ e quello filtrato dalla ‘scuola italiana’ (leggi CCCP); c’è il gusto per un cantato che a volte si fa quasi spoken word (strada recentemente percorsa dagli Offlaga Disco Pax o dal Teatro degli Orrori), c’è la volontà di non fossilizzarsi, deviando dal tracciato con escursioni più orientate all’indie od a terreni post-hardcore. Un lavoro che soddisfa, nei suoni e – soprattutto – nelle parole. Per chi vuole, il disco è ascoltabile qui.

JUNKFOOD, “THE COLD SUMMER OF THE DEAD” (TROVAROBATO PARADE / BLINDE PROTEUS)

Secondo lavoro per i Junkfood, quartetto di stanza a Bologna che già con l’esordio di “Transience” aveva attirato l’attenzione e riscosso un certo successo di pubblico e critica

La band  prosegue la propria evoluzione stilistica con un concept album che prendendo le mosse dal famoso verso di Pascoli – “E’ l’estate fredda dei morti” (da Novembre) – dipinge un’atmosfera sospesa, come appunto quella della cosiddetta estate di San Martino, caratterizzata da un tepore già innaturale per il periodo, che in se nasconde già le ombre e i primi freddi autunnali.

I quattro danno forma sonora a queste impressioni attraverso otto composizioni, interamente strumentali, che ondeggiano tra rumorismo (il disco è ‘compreso’ tra un intro e una conclusione all’insegna di una ‘cacofonia ventosa), schegge urticanti, momenti di dilatazione. Lungo i poco meno di quaranta minuti del lavoro (prodotto da Tommaso Colliva, già collaboratore di Muse, Calibro 35, Verdena e Afterhours), l’ascoltatore viene gettato in una variegata congerie di suggestioni sonore: jazz d’avanguardia, post hardcore, psichedelia su cui appare aleggiare costantemente l’ombra delle sperimentazioni di Robert Fripp.

Una sezione ritmica che a volte prende le redini dei pezzi con un lavoro percussivo incessante accompagnato da un basso rutilante; chitarre spesso tese, abrase, talvolta lancinanti, fiati che, specie quando il disco si fa più dilatato, gettano sui brani ombre inquietanti: la formula degli Junkfood coinvolge e affascina, destinata agli amanti della sperimentazione o coloro che vengono spinti dalla semplice curiosità ad affacciarsi su territori sempre nuovi, tra discese nell’incubo e scalate verso vastità siderali.

TITOR, “ROCK IS BACK” (INRI)

Nato nel 2007 dalla collaborazione di vari musicisti della scena torinese, tutti con varie esperienze alle spalle ( tra gli altri  I Treni all’Alba, Distruzione, Dead Elephant, Sickhead), dopo aver pubblicato un Ep e partecipato ad un disco – tributo ad Ivan Graziani pubblicato da XL nell’estate dello scorso anno, il progetto Titor giunge finalmente all’esordio sulla lunga distanza.

“Rock is back”: titolo ‘programmatico’ e forse un filo pretenzioso per un disco che si affida completamente alla sua indiscutibile potenza d’impatto: sgombriamo il campo da equivoci, evitiamo dispendiose lungaggini: il quartetto (coadiuvato in un episodio da Nitto dei Linea 77) inanella nove brani (inclusa la riproposizione di Motocross di Graziani in una lettura riuscitissima proprio per il suo travolgere il pezzo originario pompandone all’estremo la virulenza) all’insegna di un’attacco sonoro inesausto e senza requie; poco più di 35 minuti a base di sonorità, aspre, grevi, sature e urticanti, che traggono linfa dalla più nobile tradizione punk, hardcore (e post), condendo il tutto con una ‘muscolarità’ metallica.

Un cantato adirato, che sbraita dal microfono liriche abbastanza ‘consuete’ per il genere, tra la classica rivendicazione della propria diversità e il prendere di mira gli aspetti più deleteri della società, all’insegna di una rabbia corroborata da un sarcasmo sul filo del cinismo; la accompagnano chitarre che non si stancano di frustare i timpani dell’ascoltatore, mentre la sezione ritmica procede dritta, spedita, incurante di qualsiasi ostacolo si trovi sul proprio percorso.

Il titolo appare pretenzioso, la copertina lascia obbiettivamente a desiderare (il torso nudo lascia forse immaginare qualcosa di molto più glamour… forse il contrasto è voluto), i testi obbiettivamente non riportano una sconvolgente originalità, eppure… il disco fa si che su tutto questo si possa agevolmente sorvolare: l’ira sonora e volare che Titor sparge ad ampie badilate basta e avanza.

THE INCREDULOUS EYES, “HERE’S THE TEMPO” (AUTOPRODOTTO)

Partito nel 2007 il progetto Incredulous Eyes, tra alterne vicende, si trasforma in una band vera e propria, nella forma di un trio.

Il trio abbruzzese, composto dai fratelli Claudio e Danilo di Nicola e da Andrea Stazi, sforna dodici tracce (più una breve ‘traccia fantasma in chiusura’), all’insegna di sonorità a cavallo tra post-rock e post hardcore.

Tra momenti di maggiore calma, dominati da arpeggi chitarristici a volte un pò tortuosi e momenti caratterizzati da un maggior ‘lasciarsi andare’ ad atmosfere più sature e sferraglianti, il trio abruzzese confeziona un disco che, pur nel riproporre stilemi non certamente nuovi, appare dotato di una sua efficacia.

Qua e là si prova la strada dell’arricchimento sonoro, aggiungendo occasionalmente un piano, o una tromba dagli effetti vagamente ‘zorniani’, in apprezzabili tentativi di conferire maggiore varietà al disco, così come allorché, in una singola occasione, si ricorre all’introduzione di una voce femminile, a ‘spezzare’ il costante ricorso alla vocalità maschile.

“Here’s the tempo” appare essere il classico disco in cui una band tenta di ‘riallacciare’ le fila di un discorso discografico lasciato in sospeso da un pò: le potenzialità appaiono esserci, ma forse manca un’impronta stilistica più marcata.