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LE PICCOLE MORTI, “VOL.1” (NEW MODEL LABEL / AUDIOGLOBE)

Attivi in fase embrionale dal 2010, due dischi sfornati a nome Old Scatchiness, i cinque componenti de Le Piccole Morti aprono una nuova fase della loro biografia sonora con questi cinque brani.

Definiscono la loro proposta ‘Noir Rock’, che nei fatti finisce per essere un nuovo modo di catalogare ciò che si radica nel filone dell’alternativo italiano più o meno recente, dai primi Litfiba agli Afterhours, passando per i Timoria: ricorre un’atmosfera plumbea, dai tratti decadenti con qualche suggestione gotica, a definire rapporti sentimentali e con sé stessi sempre travagliati. Si gioca la carta del ‘non detto’, con testi che accennano al flusso di coscienza, un affastellarsi di pensieri.

Si parte con la wave, si prosegue con ardori che sfiorano il metal, si conclude con una vena cantautorale che ricorda gli Afterhours. I tentativi di ‘articolare’, inserendo qualche elemento jazz restano soprattutto nelle intenzioni, o in certe atmosfere notturne.

Musicisti rodati, e si sente, avvertendosi anche la necessità di una maggiore focalizzazione stilistica.

SANREMO VA BENE COSÌ

In fondo, Sanremo è sempre stato questo: il Festival della Canzone(tta) italiana. Nonostante tentativi, alquanto modesti, di ampliare il contesto, Sanremo non è mai stata, nelle intenzioni, una rassegna dello ‘stato dell’arte’ della musica italiana, ampliamente intesa. Lo scopo di Sanremo è sempre stato quello di produrre pezzi facili, da vendere, da mandare per radio, da essere fischiettati per strada, sotto la doccia per tre mesi e poi essere presto dimenticati. Ogni tentativo di rendere Sanremo ‘altro’ è miseramente fallito e penso soprattutto alla pretenziosità delle edizioni curate da Fazio, che animato dalla sua solita spocchia, aspetto di più deleterio di un certo pseudo-intellettualismo sinistroide, voleva ammantare Sanremo di chissà quale ‘missione’.

La storia dice che Sanremo è la ‘canzonetta’ e che con la qualità e la profondità nulla ha a che fare; basta solo pensare che quando a Sanremo si è presentato Tenco, che probabilmente sarebbe stato destinato a diventare il più grande, più grande di De André, di Conte, di Battiato, è andata a finire come sappiamo tutti: Sanremo respinge da sempre la qualità, non gli interessa e non gli serve: la rabbia, la tristezza ed all’opposto il ‘cazzeggio intelligente’ lo repellono; Sanremo deve essere sentimentalismo a buon mercato e frasi fatte; Elio e Le Storie Tese non hanno vinto Sanremo (ovvero: l’avevano vinto, ma poi non gli fu permesso nei fatti). Sanremo respinge perfino le ‘interpretazioni’: Mia Martini partecipò varie volte, sempre con esibizioni molto intense, troppo intense: venne pure lei buttata nelle retrovie.

Insomma, Sanremo è il disimpegno e la facilità: tutto il resto, fuori, please; negli anni si è cercato di dare spazio alla musica ‘altra’, a Sanremo si sono presentati Subsonica, Marlene Kuntz, Afterhours, Marta sui tubi, Perturbazione: tutti con pochi o nessun risultato, in fondo. Inutile continuare a pensare, a pretendere, che Sanremo possa o debba, essere qualcosa di diverso dalla canzonetta di sottofondo da bar, parrucchiere, o supermercato. Sanremo è sempre stato solo quello: per alcuni ‘la bella canzone italiana’, per altri, il pattume sonoro che sovrasta tutto, riducendo chi vuole fare ‘altro’ nelle riserve. Poche le eccezioni: senza scomodare il ‘solito’ Modugno (che poi oltre alle consuete lodi fu anche una prova della ‘vocazione commerciale’ della musica sanremese), ricordo la discreta ‘Uomini soli’ dei Pooh, uno dei loro punti più alti in quanto a scrittura, le vittorie degli Avion Travel e di Elisa, più recentemente quella di Vecchioni, ma poi nulla o poco altro: di pezzi veramente di peso, di valore, a Sanremo ne sono certo stati presentati, in media è forse possibile reperirne uno o due ad edizione, ma guarda caso, hanno sempre goduto di gloria postuma, non certo nell’ambito del Festival in sè, che della profondità e della qualità, se n’è sempre ampiamente fregato, dando puntualmente la precedenza alla leggerezza, alla superficialità, all’orecchiabilità fine a sé stessa.

E allora, ben venga la fine di ogni ipocrisia Faziosa, ben venga la conduzione popolare di Conti, che si tira appresso il solito codazzo di amici fiorentini, ben vengano Tiziano Ferro, Al Bano e Romina e perfino Biagio Antonacci ‘elevato’ al ruolo di ‘superospite’. Bentornato al Sanremo puro, vero, originale, fatto di paccottiglia sonora da due soldi da dare in pasto ad un pubblico di analfabeti musicali, per i quali il concetto di ‘buona musica’ viene definito dal numero di copie vendute, scaricate o di passaggi in radio. Sanremo è Sanremo: nient’altro che questo.

CESARE MALFATTI, “UNA MIA DISTRAZIONE +2”, (ADESIVADISCOGRAFICA)

Quello di Cesare Malfatti è nome ben conosciuti a chi frequenta abitualmente i sentieri della musica indipendente italiana: uno che ha militato negli Afterhours e che ha contribuito alla nascita dei La Crus, in un’attività proseguita con un fiume di collaborazioni, progetti produzioni, che forse non poteva far altro che sfociare nella carriera solista, giunta al secondo capitolo.

“Una mia distrazione”, come il precedente veniva inizialmente pubblicata con una spiccata attitudine ‘do it yourself’, con un packaging fatto a mano e copie inviate per posta… ma stavolta il riscontro ottenuto ha convinto l’autore a provare la via della distribuzione ufficiale, aggiungendo peraltro due brani al lotto (da qui il ‘+2’).

Ottima idea, quella di tentare la strada di un più ampio pubblico, perché il disco merita: volendo, siamo dalle parti del cantautorato / pop / indie / di classe, marchio di fabbrica dei La Crus; ma qui tutto è sviluppato in maniera diversa, si potrebbe quasi dire sofisticata. Convince la confezione sonora: un elegante mix spesso inclinato verso sonorità jazz, in cui trova comunque spazio il retaggio indie-rock dell’autore e la lezione della migliore tradizione cantautorale italiana, con un pizzico di bossanova.

Un disco che parte dal dialogo costante tra la voce di Malfatti e il piano di Antonio Zambrini, cui si aggiungono la chitarra suonata dallo stesso vantante e la sezione ritmica formata da una batteria delicata (Riccardo Frisari), quanto decisa al momento del bisogno cui si accompagna calore diffuso dal contrabbasso (Matteo Zucconi) in un ensemble completato dagli ariosi interventi degli archi (Vincenzo di Silvestro) e dall’occasionale partecipazione della seconda voce di Stefania Giarlotta.

Cesare Malfatti ha dato consistenza sonora agli otto brani firmati da Luca Lezziero e ai tre scritti da Vincenzo Costantino Cinaski: dominano le tematiche sentimentali, ma non solo: spazio alla paternità, ad episodi più raccolti, o semplici stralci di pensiero; l’interpretazione è all’insegna della discrezione, con una vocalità a spesso sottovoce, sospirata, sussurrata, quasi che l’autore sia voluto andare in controtendenza rispetto alla solita abitudine cantautorale che vele la voce svettare e dominare il resto, in maniera spesso invadente: qui l’elemento vocale si mescola a volte quasi impastandosi, col resto dei suoni, finendo per attrarre ancora di più l’attenzione dell’ascoltatore, a cui serve un filo di concentrazione in più del solito, per seguire il filo del discorso vocale del disco.

In un lavoro composto per lo più di ballate e all’insegna di una tranquillità ovattata, ma non priva di sprazzi di colore, Malfatti mostra tutte le capacità affinate in anni di attività.

Per chi vuole, il disco è ascoltabile qui.

KOZMINSKI, “IL PRIMO GIORNO SULLA TERRA” (NEW MODEL LABEL)

Di stanza a Milano (ma di varia provenienza), i Kozminski giungono alla seconda prova sulla lunga distanza dopo i buoni riscontri dell’esordio di ormai quasi cinque anni fa, forti di una collaborazione ormai consolidata con Amerigo Verardi (Afterhours, Baustelle, Virginiana Miller), per un lavoro alla cui gestazione ha partecipato, tra gli altri, anche Giuliano Dottori (Amor Fou).

Credenziali che sembrano offrire già in partenza una marcia in più alla band, che in effetti apre il lavoro all’insegna di un tirato pezzo di matrice post-punk… premessa di un disco che, nel suo scorrere, si muove all’insegna di una certa varietà di coordinate: restano, costanti, certe reminiscenze eighties, ma si sentono anche l’influenza del rock ‘alternativo’ (o indipendente, o chiamatelo voi come volete) e in parte del cantautorato italiano, in aggiunta, se si vuole, a quelle che sembrerebbero apparire lievi influenze dei Coldplay (negli episodi più accorati) o dei Muse (in certi frangenti in cui la band sembra essere sul punto di addentrarsi in territori siderali). Testi (cantati in italiano) in cui il quotidiano, i sentimenti, la riflessione su se  sono filtrati attraverso lenti talvolta oniriche o lievemente immaginifiche, procedendo per immagini, frammenti di pensiero, stralci di flusso di coscienza, come se l’osservazione della realtà avvenisse sempre con un leggero  ‘scarto’, di lato o in controluce, a rivelarne aspetti non immediatamente evidenti.

Gli undici brani presenti ci mostrano innanzitutto un quintetto che ha già raggiunto una certa perizia, capace di impostare brani che riescono ad ‘attirare’, pur senza volersi far piacere a tutti i costi; tuttavia, nel procedere del disco, si ha l’impressione che non tutto funzioni fino in fondo: è come se, singolarmente presti, i pezzi avessero comunque una loro efficacia, ma nell’insieme mancasse qualcosa.

Si sente, forse, l’assenza di un’impronta stilistica più marcata: nel succedersi delle tracce,  la band rimanesse sempre in bilico tra le proprie influenze, senza abbracciarne direttamente nessuna… che se vogliamo sarebbe anche un pregio, ma che stavolta porta ad esiti che non convincono fino alla fine.

JUNKFOOD, “THE COLD SUMMER OF THE DEAD” (TROVAROBATO PARADE / BLINDE PROTEUS)

Secondo lavoro per i Junkfood, quartetto di stanza a Bologna che già con l’esordio di “Transience” aveva attirato l’attenzione e riscosso un certo successo di pubblico e critica

La band  prosegue la propria evoluzione stilistica con un concept album che prendendo le mosse dal famoso verso di Pascoli – “E’ l’estate fredda dei morti” (da Novembre) – dipinge un’atmosfera sospesa, come appunto quella della cosiddetta estate di San Martino, caratterizzata da un tepore già innaturale per il periodo, che in se nasconde già le ombre e i primi freddi autunnali.

I quattro danno forma sonora a queste impressioni attraverso otto composizioni, interamente strumentali, che ondeggiano tra rumorismo (il disco è ‘compreso’ tra un intro e una conclusione all’insegna di una ‘cacofonia ventosa), schegge urticanti, momenti di dilatazione. Lungo i poco meno di quaranta minuti del lavoro (prodotto da Tommaso Colliva, già collaboratore di Muse, Calibro 35, Verdena e Afterhours), l’ascoltatore viene gettato in una variegata congerie di suggestioni sonore: jazz d’avanguardia, post hardcore, psichedelia su cui appare aleggiare costantemente l’ombra delle sperimentazioni di Robert Fripp.

Una sezione ritmica che a volte prende le redini dei pezzi con un lavoro percussivo incessante accompagnato da un basso rutilante; chitarre spesso tese, abrase, talvolta lancinanti, fiati che, specie quando il disco si fa più dilatato, gettano sui brani ombre inquietanti: la formula degli Junkfood coinvolge e affascina, destinata agli amanti della sperimentazione o coloro che vengono spinti dalla semplice curiosità ad affacciarsi su territori sempre nuovi, tra discese nell’incubo e scalate verso vastità siderali.

LUCA GEMMA, “SUPERNATURALE” (NOVUNQUE)

Quarto lavoro da studio per l’ex Rossomaltese che per l’occasione raduna un manipolo di amici (Patrizia Laquidara, Mattia Boschi dei Marta Sui Tubi, l’ex Karma e Afterhours Andrea Viti tra gli altri).

Il titolo sintetizza efficacemente il filo conduttore degli undici brani presenti: ‘supernaturale’, attenzione, non come sinonimo di ‘soprannaturale’, ma proprio nel suo significato letterale, la ricerca di qualcosa di estremamente immediato, così privo di filtri e di quelle che con un filo di saccenza si potrebbero definire ‘sovrastrutture’ da apparire semplice, ai limiti del ‘naif’.

Affidandosi spesso alla rima baciata, il cantautore piemotese  lambisce episodicamente i temi dell’essere musicista, dell’industria della canzone e dell’osservazione della poco edificante realtà italiana; la gran parte dei pezzi di “Supernaturale” è però dedicata alla riflessione su sè e, soprattutto, dando ai pezzi una continua coloritura ‘ambientale’, richiamando costantemente il richiamo con la natura, sottolineato tra l’altro dalla copertina e dalla foto interna, che ritrae l’autore seduto su una panchina di legno, all’ombra di un albero, i piedi nuti a toccare il terreno erboso.

Disco semplice nelle forme ma ricco nei suoni, con archi e fiati che in alcune parentesi aggiungono le loro pennellate sonore a quelle più presenti di chitarre, tastiere (utilizzatissimo il moog) varie percussioni, a disegnare brani all’insegna di un pop elegante senza divenire troppo sofisticato, immediato ma non ammiccante. Predomina la dimensione acustica, ritmi lenti e dilatati, pur non mancando qualche frangenti di elettricità un tantino più ruvida, per un lavoro riconducibile certo alla classica tradizione cantautorale italica, ma che di tanto fa tornare alla memoria la leggera stagione del ‘beat’ tricolore. Un disco efficace, che potrebbe far storcere il naso a qualcuno nel sembrare così semplice, ma che fa di questa sua immediatezza, a tratti disarmante, la sua arma vincente.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY

GIANLUCA DE RUBERTIS, “AUTORITRATTI CON OGGETTI” (NIEGAZOWNANA / VENUS)

Dopo l’esperienza con Studio Davoli e dopo il successo commerciale de Il Genio, Gianluca De Rubertis dà vita al suo primo disco solista, dall’attitudine marcatamente cantautorale. Si sia trattato di una ‘necessità fisiologica’, quella di ricercare delle atmosfere più ‘raccolte’, dopo il periodo movimentato trascorso grazie al precedente progetto, o di un naturale sviluppo nella propria carriera, “Autoritratti con oggetti”  permette di scoprire un autore di livello, come da tempo non succedeva. I tredici ‘autoritratti’ sembrano piuttosto dei ritratti del femminile, non a caso nelle foto che corredano il booklet, De Rubertis si fa affiancare, nella maggior parte dei casi, da donne.

Personaggi che in alcuni casi hanno un nome (Lilì, Mariangela), incontrati di sfuggita, guardati dall’esterno, raccontati attraverso i sentimenti dell’autore, magari in occasioni quotidiane ‘minime’, come la cena a un ristorante. Occasionalmente ci si separa dal tema dominante, per abbracciare scenari onirici, surreali (Hotel da Fine).

Una scrittura stimolante, intensa, che a tratti appare ‘automatica’, vagamente surreale, all’insegna del flusso di coscienza e ai confini del nonsense, o spesso orientata al ricerca di connessioni non scontate (specie quando ricorre alla rima baciata, memore della lezione di De Andrè) all’affiancamento di immagini non troppo contigue. Aleggiano spesso il sottinteso, il non detto, gli accenni, le allusioni (Paolo Conte dietro l’angolo)  in atmosfere ora all’insegna dell’ironia, o del leggero disincanto, in altri frangenti più orientate a ombre crepuscolari, ma senza mai sforare nella malinconia: piuttosto si potrebbe parlare di melancolia, quella strana sensazione di tristezza dolciastra: “non è gioia né amarezza, cos’è?”: un verso di Valzer della Sera appare sintetizzare alla perfezione il tenore ‘umorale’ del disco.

Oltre che stare dietro al microfono (in alcuni episodi affiancato da voci femminili come quella di Lucia Manca, fresca di esordio discografico) De Rubertis si occupa del piano, spesso del basso, occasionalmente di altri strumenti; lo accompagna un manipolo di ospiti – tra gli altri, Roberto dell’Era e Rodrigo D’Erasmo degli Afterhours – ad erigere panorami sonori che appaiono ispirati ora al cantautorato classico italiano, ora al pop sofisticato francese à là Gainsbourg, ora a riprendere vagamente certe atmosfere circensi ‘caposelliane’, o a citare occasionalmente il giocoso cantautorato ‘jazzato’ di Jannacci e, prima di lui, Buscaglione. Non mancano episodi di ispirazione classica, attraverso l’utilizzo di dense orchestrazioni, o all’insegna di più essenziali strumentazioni da notturno.

Il bagaglio di esperienze accumulate nel corso degli anni non fa certamente di De Rubertis un novellino: “Autoritratti con oggetti” riesce a trasmettere con efficacia tutto il ‘mestiere’ affinato da un autore che appare dotato di un’impronta stilistica già quasi completamente compiuta: un lavoro con cui l’artista impone la propria ‘penna’ come una delle più interessanti dell’ultima generazione del cantautorato tricolore.

LOSINGTODAY