Posts Tagged ‘hip hop’

ALEA AND THE SIT, “GENERATION” (AREA LIVE / LIBELLULA MUSIC)

La cantautrice Alea, al secolo Alessandra Zuccaro, da Brindisi e il trio lucano dei The Sit si incontrano circa quattro anni fa, aprendo una collaborazione che giunge al secondo capitolo discografico.

“Generation” è un titolo che gioca dice tutto o quasi: il ritratto di una generazione, non più giovanissima, non ancora matura, con poche certezze e punti di riferimento, forse costretta più delle precedenti a cercare dentro di sé stimoli, motivazioni, ‘ragioni’; il rischio è quello di chiudersi nel proprio campionario di certezze incrollabili, la via di uscita quella di aprirsi al mondo, se si è artisti, come in questo caso, dare libero sfogo alla propria creatività.

Alea si mette così in gioco, in un lavoro che pur rispecchiando ampiamente i suoi studi da cantante jazz, si apre ad altri mondi sonori: dall’hip hop, con la collaborazione di Big Simon dei Krikka Reggae (‘DaDaism’, che apre il disco) alle musiche del ‘sud del mondo’ con quella del percussionista senegalese Meissa Ndaye, (‘Joye’) mentre l’apporto dei The Sit offre una continua colorazione, tra trascinanti ritmi funk e suggestioni della gloriosa stagione del jazz elettrico – anche italiano – degli anni ’70 (‘The Wait’). Non mancano parentesi tranquille, più da jazz club.

Alea si muove con eleganza lungo le undici tracce (la conclusiva un radio edit dell’opener DaDaism), con una decisa preferenza per l’inglese (pur non mancando episodi in italiano e brani ‘misti’), facendo sfoggio di tecnica, spesso ricorrendo al ‘vocalese’, ma cercando di non perdere di vista il lato emotivo della questione.

FASE 39, “IMPERFETTO” EP (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

A qualche anno di distanza dall’esordio, fortemente imbastito su sonorità elettroniche, i torinesi Fase 39 tornano con questi cinque brani, che segnano un parziale di rotte sonore.

Nato dalla collaborazione col cantautore Daniele Libassi, il disco si muove tra spunti autobiografici e qualche momento d’introspezione e più ampie riflessioni sul ‘mondo circostante’ a partire dalla deriva dei ‘social’.

Sotto il profilo sonoro, pur non perdendo di vista i loro trascorsi ‘elettronici’, la band introduce elementi pop, momenti di essenzialità semiacustica, qualche accenno hip hop ed r’n’b nel quadro di una proposta dai forti tratti cantautorali.

Un disco che si lascia ascoltare, con la title track ad essere il brano più convincente del lotto.

ALDO BETTO WITH BLAKE C.S. FRANCHETTO & YOUSSEF AIT BOUAZZA , “SAVANA FUNK”(BRUTTURE MODERNE / AUDIOGLOBE / LIBELLULA PRESS)

A circa un anno di distanza dal lavoro d’esordio, “Musica Analoga”, secondo disco per il trio capitanato da Aldo Betto, chitarrista dalla carriera ventennale.

“Savana funk” è un titolo che già di suo suggerisce qualcosa: un incontro di mondi, una mescolanza di sapori: ed è proprio questa la ‘ragion d’essere’ delle dodici composizioni – interamente strumentali – che danno vita al disco: il continuo incrociarsi e accavallarsi di suggestioni, in uno sgargiante melting pot sonoro.

Il Jazz è il punto d’incontro per i ritmi ammiccanti del funk, con tanto di chitarre con effetto wah, wah; le assolate distese desertiche, quelle della frontiera americana o degli immensi paesaggi africani; le radici del gospel e l’estro dell’avanguardia; una spruzzata di ritmi hip hop, una manciata di ambient, una passata di rock.

Guida la variegata tinta delle chitarre di Betto, pronto a passare dalla briglia sciolta delle parentesi più ‘seventies’ a momenti all’insegna di una compostezza dall’espressione quasi ‘grave’. I bassi di Franchetto elevano la temperatura, il calore avvolgente dell’ensemble, con suoni dalla corposità quasi tangibile; la batteria di Youssef Ait Bouazza è il perfetto complemento all’insieme sonoro. Un manipolo di ospiti arricchisce la pietanza, a partire dai synth, tastiere e piano di Nicola Peruch, per arrivare alle percussioni del maliano Kalifa Kone: il trio che diviene formazione aperta, gli spazi sonori che si fanno più ampi: Nord America, Europa, Africa.

Un disco che vive su una prima parte più ‘irrequieta’, mentre sul finale lascia spazio a una maggiore ‘riflessività’, reclamando fin dalle prime note l’attenzione dell’ascoltatore,  distogliendolo da ogni altra occupazione.

LOSBURLA, “STUPEFACENTE!” (INRI / ALABIANCA)

Secondo disco per Roberto Sburlati alias Losburla, chiamato alla prova del secondo disco che, come diceva qualcuno, è sempre il più difficile; opera ancora più complicata, se si vuole, dato che c’era in un certo senso da rispondere alle attese createsi col primo lavoro, ottimamente accolto dalla critica.

E forse l’unico modo per alleggerire la pressione di un riscontro almeno in parte inaspettato, era quello di affidarsi alle proprie sicurezze, almeno in parte di ritrarsi in sé stessi, riducendosi all’essenziale, nelle parole (marcando magari l’impronta autobiografica) e nei suoni, agendo in larga parte per sottrazione, con l’aiuto in fase di produzione di Carmelo Pipitone dei Marta sui Tubi, col quale qui viene inaugurata la collaborazione.

Undici pezzi, che veleggiano dall’insospettabile title track messa in apertura, un parlato su base elettronica che sfiora l’hip hop e il brano dal vivo che chiude il disco, una cover dei poco conosciuti Truzzi Broders; nel corso della navigazione, si toccano lidi new wave e fiordi stoner, la tradizione cantautorale stella polare di una rotta che attraversa in ugual misura acque rock e pop, mari mossi dall’elettricità, tranquilli specchi d’acqua acustici.

Il cantautore, astigiano di nascita, ma da tempo trapiantato a Torino, racconta sogni, riflette sul proprio essere musicista, sugli errori compiuti che alla fine non si sono rivelati tali, su ciò che si vuole e non vuole essere; si sofferma sui ‘massimi sistemi’: essere / apparire, la smania che spinge tanti alla ricerca compulsiva del riempimento di ogni spazio / tempo disponibile, la Storia e la memoria; trova lo spazio per una parentesi sentimentale e per una dedica – commiato da chi se n’è andato.

L’umore ondeggia costantemente tra malinconia e ironia, all’insegna un certo disincanto: a tratti ci si figura un Rino Gaetano cresciuto tra le nebbie delle Langhe e all’ombra delle Alpi.

Losburla riesce così a superare la difficile prova del secondo lavoro, giocando per lo più la carta delle atmosfere raccolte, ma pronto – come testimonia più di un brano – a riaprirsi al mondo esterno.

DUE VENTI CONTRO, “IN FONDO” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Due Venti Contro Torinese, classe 1988, Giacomo Reinero alias Due Venti Contro ha ottenuto un discreto riscontro col disco d’esordio, “Va bene così”, uscito un paio di anni fa, che gli ha permesso di calcare i palchi di supporto, tra gli altri, a Gazzé e Dente.

Qualcuno diversi anni fa cantava che “il secondo disco è sempre più importante nella carriera di un artista”: Reinero / Due Venti Contro non sfugge alla ‘regola’, non potendo più contare sul ‘beneficio d’inventario’ e il credito che si dà ad ogni esordio e dovendo dimostrare quali e quante carte si hanno a disposizione.

Si può dire che il cantautore superi la prova, offrendo nove brani discretamente equilibrati, influenzati da riferimenti variegati, tra pop, rock, qualche lontano rimando hip hop o reggae, in un lavoro che appare ancora dominato dall’urgenza comunicativa tipica di ogni (semi)esordiente: Due Venti Contro va decisamente dritto al punto, con una scrittura essenziale e diretta che a tratti cede forse a qualche ingenuità.

Testi all’insegna di una tipica ‘poetica’ del quotidiano, in cui ricorre la ‘frattura’ tra ciò che si vorrebbe essere e ciò che si è, tra le proprie aspirazioni e le necessità imposte dalla vita di tutti i giorni, tra i sogni e, come in uno dei titoli, i B-sogni. La difficoltà del realizzarsi compiutamente, facendo della musica la propria professione e nell’attesa il dover fare i conti con attività lavorative più ‘terra-terra’. Non mancano riflessioni sui sentimenti e parentesi di ‘critica sociale’, ad una società dove la comunicazione è sempre più pervasiva, divenendo un ronzio indistinto che finisce per impedire ogni comunicabilità.

Reinero / Due Venti Contro esprime tutto questo in modi sempre trattenuti, senza andare sopra le righe, cadere nelle trappole del melodramma o delle grida. L’esito è un lavoro composto, in cui tra le righe sembra emergere una vaga tendenza al non prendersi troppo sul serio, a smussare gli angoli magari con un pizzico di ironia (controluce sembra apparire l’ombra di Max Gazzé).

“In fondo” alla fine appare riuscito soprattutto nel suo efficace equilibrio d’insieme, più che nelle singole parti dove forse si intravede ancora la necessità di dare alla proprio stile un’impronta personale più marcata, soprattutto sotto il profilo sonoro. Resta insomma ancora della strada da fare, ma sembrano esserci tutte le potenzialità per poter proseguire il percorso.

LUCIO LEONI (BU CHO), “LOREM IPSUM” (BARACCA E BURATTINI / LIBELLULA DISCHI)

Romano (e in questo caso la provenienza ha un peso decisivo) Lucio Leoni, nome d’arte Bu Cho (in romanesco si leggerebbe bucio, con la ‘c’ ovviamente strascicata) Lucio Leoni ha superato abbondantemente la trentina; dopo aver mollato e ripreso la passione per la musica, aver dato vita nei primi 2000 agli Yugo In Incognito – band cui per un breve periodo arrise una certa notorietà nel circuito live capitolino – essere passato attraverso successive esperienze senza gli stessi esiti, giunge a provare la carta solista.

Il primo lavoro, pubblicato per Baracca e Burattini, non raggiunge il risultato sperato, forse per l’idea un filo troppo vintage di distribuirlo su musicassetta… e così arriviamo a “Lorem Ipsum”.

Affastellarsi di pensieri, accavalarsi di idee, spesso un flusso di coscienza sull’onda del ricordo, tra rimpianto ed ironia, o sulla malinconia del presente; disco parlato più che cantato, ai confini tra rap ed esplicito spoken word, accompagnato da beat insistiti, effetti rarefatti, vaghi rumorismi.

Una voce che negli episodi più raccolti e sofferti sembra provenire da un luogo indefinito, una giornata piovosa o un banco di nebbia, più diretta e priva di filtri quando il registro si fa più ironico e sarcastico.

Nove pezzi, tra dediche alla luna, stralci sentimentali, stornelli 2.0… Spiccano i ricordi di scuola, tra incubo e sorriso di ‘Prima Campanella’, la nostalgia per una città più paesana e più umana di ‘Na Bucia’ e soprattutto ‘A me mi’, autentico inno generazionale.

“Lorem Ipsum” sembra a tratti il lavoro di uno stornellatore contemporaneo, caratterizzato da quel modo disincantato, a volte sarcastico di guardare al mondo che fa parte del patrimonio genetico dei romani, eredità secolare che ha i suoi trisavoli nel Belli e in Trilussa ed è arrivata fino a noi attraverso Petrolini, Sordi, Proietti, fino a Remo Remotti.

Patrimonio ancora oggi comune a buona parte della cittadinanza, anche se – per inciso – destinato progressivamente ad annacquarsi a causa delle spinte della globalizzazione e di una città che appare destinata a riscoprire un’identità multietnica già vissuta svariati secoli addietro.

Fortunatamente c’è ancora chi a quell’impronta comune riesce anche a tradurla in musica e suoni, riproponendola in chiave contemporanea.

Troppo presto – e forse troppo poco – per definire Lucio Leoni l’erede di una tradizione, ma per il momento ritrovare certi climi, certe atmosfere, una certa attitudine basta e avanza.

DOTVIBES, “SHINE A LIGHT” (AUTOPRODOTTO)

Gruppo proveniente dai dintorni di Torino (Biella, Pinerolo), i Dotvibes sono in circolazione dal 2005: da allora, hanno dato alle stampe un primo Ep, “Drop the love Bomb”,nel 2009, tagliando in seguito l’importante traguardo del primo lavoro sulla lunga distanza, “Inside this bubble” (che vedeva la collaborazione, tra gli altri, di Bunna degli Africa Unite e Peter Truffa dei Bluebeaters).

A qualche anno di distanza, la band piemontese torna con una nuova produzione: un Ep (scaricabile gratuitamente dal sito Internet della band: http://www.dotvibes.it) di sei tracce (quattro delle quali inedite) che prosegue il sentiero intrapreso nei precedenti lavori, all’impresa di un suono che, mantenendo le proprie solide radici in Giamaica, cerca di ‘contaminarsi’, aprendosi ad altri generi.

Il quintetto, che nel 2008 ha tra l’altro vinto l’Italian Reggae Contest, organizzato da Rototom Sunsplash, propone una formula che non può non risentire della ‘scuola torinese’, riuscendo però a darle uno stile sufficientemente autonomo: elettronica (tra accenti che sfiorano il dancefloor e più consuete suggestioni dub) e flirt con l’hip hop si alternano o si mescolano, arricchendo la base reggae, offrendo un pugno di brani che, va da sé, definire ‘solari’ ed ‘estivi’ è quasi banale, ma dopotutto in estate siamo e i suoni dei Dotvibes sono più che mai adatti al clima.

L’inglese è la lingua prediletta, ma non si disdegna l’italiano (‘Non mi volto mai’ è l’unico esempio, e finisce per essere uno degli episodi migliori del disco, assieme ad ‘I’m here’, dalle tinte vagamente cyber), affidando i testi alla vocalità femminile di Estelle che, priva di qualsivoglia ammiccamento, finisce per rivelare una sensualità tutta particolare.

Il disco, frutto dell’ormai costante collaborazione con Paolo Baldini degli Africa Unite, è stato anticipato dal singolo Now Think About It, il cui video è stato trasmesso anche da MTV.