Archive for febbraio 2014

THE MAGNETIC SOUND OF HOBOCOMBO PRESENTS: “MOONDOG MASK” (TROVAROBATO)

Premessa: Moondog è stato un precursore; di più, quasi un veggente, un profeta della popular music degli ultimi 40 anni; si chiamava Louis Thomas Hardin, era un personaggio che si potrebbe definire ‘bizzarro’, cieco, musicista di strada per scelta, fino ad indossare solo vestiti confezionati da lui: lo si poteva avvistare, vestito ‘alla moda vichinga’, con tanto di elmo cornuto; oltre ai vestiti, ‘confezionava’ pure strumenti musicali, che usava poi nelle rare occasioni in cui qualche produttore si ricordava di lui e lo portava in studio… Moondog è stato uno sperimentatore; uno che ha fuso classica, jazz, musica popolare e folk delle origini, fino ad essere trai primi a inserire nei suoi dischi sonorità ‘d’ambiente’: rumori del traffico, vociare delle persone, etc…  Il classico personaggio che, più o meno misconosciuto in vita, ha visto la sua opera riscoperta progressivamente, quando ci si è accorti di come tante sue ‘intuizioni’ siano diventate oggi ‘pane quotidiano’.

Un salto in avanti: gli Hobocombo sono un trio, formato da Francesca Baccolini, Rocco Marchi  (Mariposa) ed Andrea Belfi (quest’ultimo il più noto dei tre, almeno ai frequentatori di certo sottobosco sonoro italico, avendo collaborato con Rosolina Mar, Mike Watt e David Grubbs), che si è dedicato anima e corpo ad omaggiare Moondog; nel loro primo disco, ne riprendevano l’opera; questo secondo lavoro ai lavori dell’autore,  si affiancano composizioni originali.

“Moondog Mask” è un disco densissimo, pieno di ‘cose’: ci sono il jazz e i ritmi tribali, dilatazioni ambient e abrasioni, minimalismo blues ‘storto’ e sonorizzazioni da film anni ’60, fino all’omaggio a Robert Wyatt, altro grande sperimentatore, con la ripresa della sua Timor East. I tre strumentisti arricchiscono, affiancano e sovrappongono alle loro esecuzioni stralci e brandelli di registrazioni, prelevate su e giù dal flusso temporale dell’ultimo mezzo secolo: da canti popolari sardi a brandelli di registrazioni dal vivo, in un disco all’insegna di una molteplicità di suggestioni sonore: sono tre, ma si fanno orchestra, ricorrendo anche all’utilizzo degli strumenti creati da Moondog.

E’ un disco forse non per tutti, destinato e riservato non tanto agli amanti dell’avanguardia o della sperimentazione quanto ai curiosi di esperienze nuove e di linguaggi musicali diversi da quelli dominanti; in tutti i casi, un disco che se ne sta lì, sornione, pronto a riservare nuove sorprese ad ogni ascolto.

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LE ESPULSIONI DAL MOVIMENTO CINQUE STELLE: CONSIDERAZIONI A LATERE

1) Considerate il momento storico in tutto ciò accade;

2) Considerate come, nonostante la popolarità di Renzi, il centrodestra sia in testa nei sondaggi;

3) Considerate come, nonostante ciò che ci dicono, anche il nuovo progetto di legge elettorale, dà un certo peso alle alleanze;

4) Considerate come l’esperienza abbia insegnato come le coalizioni prendano più voti dei grandi partiti ‘accorpati’;

5) Considerate come, in forza di quanto esposto al punto 4, il centrodestra italiano si è ampiamente attrezzato: Forza Italia, NCD, FDI,  più probabilmente Lega e Casini; e infatti i sondaggi gli danno ragione;

6) Considerate come il PD al momento possa contare sulla sola alleanza – ipotetica – con SEL, più, forse Scelta Civica.

Ne consegue che il PD ha la stretta necessità, in vista delle elezioni che si terranno probabilmente  a primavera 2015, di avere un qualche ‘terzo pilastro’ nella propria alleanza; in questo quadro si inscrive la ‘diaspora’ dal MoVimento Cinque Stelle, che ovviamente era in preparazione da tempo, organizzata sottobanco con tutta probabilità da Civati e dallo stesso Renzi, al fine di creare una sorta di nuovo ‘gruppo’ (e più in là, partito), capace di ‘attrarre’ sia l’elettorato del PD civatiano e deluso dal modo in cui Renzi è arrivato al Governo, sia l’elettorato deluso dal MoVimento Cinque Stelle; non è per niente un caso che tutto ciò succeda quando Renzi sale al Governo e quando Civati esprime tutto il suo malumore. Dietrologia? Forse, ma la tempistica è sospetta. Mi pare evidente che si sia aspettato il ‘casus belli’, che i quattro espulsi per mesi abbiano continuato a ‘tirare la corda’ , con distinguo, contestazioni, prese di distanza fino a farla spezzare, creando poi a catena tutta la situazione attuale, ben sapendo che se fossero stati ‘cacciati’, la cosa non sarebbe finita lì.

Tutto ciò va derubricato come ‘strategia politica’ e in fondo in tutto ciò non c’è nulla di male (Berlusconi ha creato la scissione con Fratelli d’Italia con lo stesso fine: fare in modo che i voti dell’elettorato di destra deluso da lui, restino comunque nell’orbita della coalizione); in tutto questo, non c’è peraltro nulla di male in fondo; l’unica cosa su cui avrei da ridire è anche ancora una volta tutto ciò viene propagandato come ‘mancanza di democrazia’ all’interno del MoVimento, quando hanno votato 40.000 persone, con lo stesso metodo attraverso cui ad esempio Grillo e Casaleggio sono stati smentiti più volte in passato dalla base; ora: non è che se la base vota contro Grillo e Casaleggio è libera e se invece vota come la pensano loro, allora non c’è democrazia… attenzione, peraltro, a riempirsi la bocca con la parola ‘democrazia’, visto e considerato che i fatti mostrano come in Italia a potersi definire realmente ‘democratici’ sono in pochi: di certo non il PD, che ha deciso di cambiare il Governo dell’Italia attraverso il voto di meno di 200 persone.

LE ESPULSIONI DAL MOVIMENTO CINQUE STELLE

Brevi considerazioni:

1) Non posso dire che la cosa mi faccia piacere.

2) gli ‘espulsi’ adesso stanno meglio di prima, perché potranno fare ciò che vogliono del lauto stipendio da Parlamentare (che nonostante tutte le ciance di PD, FI, e soci non è stato ancora tagliato).

3) noto come ci sia gente che per questo si dimette da Parlamentare, rinunciando ai privilegi (altri cambiano semplicemente gruppo, tenendosi i soldi)

4) L’espulsione è stata sancita da una consultazione online cui hanno partecipato oltre 40.000 persone. Tante? Poche? Di sicuro, più di quelle che nel PD hanno deciso di mandare a casa Letta. Poi, potete dire quello che vi pare, sommergetemi di puntualizzazioni, distinguo, frecciate, sarcasmo e ironia… però il problema di fondo resta: proponetemi voi un’alternativa valida, perché io ad ora ancora non ne vedo.

LEGITTIMO BRIGANTAGGIO, “PENSIERI SPORCHI” (CINICO DISINCANTO/AUDIOGLOBE)

I Legittimo Brigantaggio sono una classica storia da ‘retrovie musicali’ italiane: non una particolarmente originale rispetto a tante altre, ma, appunto una delle ‘tante’: una delle tante band che, mosse dalla passione e poco altro, forse destinate a restare sconosciute alla grande massa, hanno comunque trovato una loro strada, un loro pubblico, un loro modo per portare avanti la loro biografia musicale.

E così, con una carriera ormai ultradecennale alle spalle, eccoli arrivare al loro quarto capitolo discografico (lo potete ascoltare qui): nota personale, il terzo che mi succede di recensire: il tempo passa, ogni tanto i Legittimo Brigantaggio tornano; non che ciò costituisca un evento memorabile, intendiamoci, ma è una di quelle situazioni in cui  fa piacere, constatare che ‘toh, hanno fatto un nuovo disco, sono riusciti ad andare avanti’.

Non sono dei fenomeni, i Legittimo Brigantaggio (ma d’altronde, oggi per quante band si può dare la definizione?), ma quello che fanno, hanno imparato a farlo bene, progredendo, peraltro, nel loro stile: così il combat folk di un paio di dischi fa, si era andata sovrapponendo una più forte impronta rock, corroborata dall’elettronica, nel successivo… e oggi la band cambia ancora lievemente formula, buttandosi senza freni su chitarre arrembanti e ritmi che trascinano.

E’un paradosso – e in altri casi forse sarebbe più un limite che una virtù – ma quello che forse è il disco più ‘generico’ del quintetto pontino, alla fine risulta anche il più compiuto: un rock ‘all’italiana’ che riesce a coinvolgere lo spettatore, con brani all’insegna di un appeal che non si fa mai smaccato ammiccamento: facciamo rock, non disprezziamo una certa piacevolezza pop, ma non puntiamo a voler piacere a tutti i costi.

Il risultato è un disco nell’insieme equilibratissimo, in cui i ritmi sono costantemente sostenuti, trovando però il tempo per qualche episodio più tranquillo, in cui c’è più di un capitolo spiccatamente ‘radio friendly’, ma che manca, soprattutto, di sostanziali passaggi a vuoto.

Un struttura strumentale ‘consueta’ (chitarra, basso, batteria) in cui trovano spazio banjo e fisarmonica a non rinunciare a qualche coloritura folk, ricorrendo all’elettronica in modo sottile, quasi sotto traccia, accompagnata da una vocalità efficace sia negli episodi più ardenti che nelle parentesi più tranquille; partecipano Andrea Satta dei Tétes de Bois e, in forma di estratti teatrali, Antonio Rezza.

“I pensieri sporchi” del titolo sono quelli di una società che consuma e, appunto, sporca spesso con noncuranza l’ambiente che la circonda: un disco in cui il ‘file rouge’ stavolta in un certo senso verde, nel segno di una lotta contro le ‘cattive abitudini’ che dall’ambiente fanno presto a passare ai rapporti interpersonali: e la via di fuga al mondo difficile che gira intorno è come al solito quella dei sogni, dell’immaginazione, degli affetti e dell’amore, in una sorta di ecologia esistenziale.

ANNI 70 ARTE A ROMA

Roma, Palazzo delle Esposizioni, fino al 2 marzo

Il titolo spiega più o meno tutto: uno sguardo d’insieme gettato, sulle dinamiche artistiche della Capitale in un decennio forse troppo spesso ricordato, specie proprio qui a Roma, per l’atmosfera plumbea e opprimente, le tensioni sociali, il terrorismo e la Banda della Magliana, etc… E allora l’obbiettivo – raggiunto – di questa esposizione è quella di raccontarci un’altra Roma, vitale e dinamica nell’esplorare percorsi e linguaggi artistici.

La mostra in corso al Palazzo delle Esposizioni parte da quatto grandi mostre che nel corso di quegli anni a loro volta misero in luce le avanguardie artistiche che in quel periodo animavano Roma, delle quali vengono peraltro riprese alcune opere; lo spettatore è ‘accolto’ dall’installazione di Gino De Dominicis, intitolata “Il tempo, lo spazio, lo sbaglio”: gli scheletri di un pattinatore e del suo cane…

Il percorso espositivo si articola nelle consuete sezioni, ma stavolta si tratta dichiaratamente di ‘tracce’ appena delineate, di una ‘sistemazione’ puramente indicativa di un materiale quanto mai eterogeneo. Due tele di De Chirico, esposte nella prima sala, rappresentano le uniche opere che, allo spettatore non appassionato offrono un ‘appiglio’ a qualcosa di ‘noto’; subito però il percorso diventa un autentico ‘turbine’, un gorgo di immagini, suggestioni, ‘trovate’, a volte provocazioni… e lo spettatore prova l’impressione spiazzate di essersi trovato al posto dei personaggi di Alberto Sordi e della moglie nel celeberrimo episodio che li vedeva aggirarsi, perplessi e un pò intimoriti, nelle sale della Biennale di Venezia.

Piroghe, circoli di sassi, oggetti ai quali al visitatore è chiesto di assegnare una funzione ed un nome, schede tratte da manuali di patologia forense, monoliti torreggianti, omaggi all’arte classica, autoritratti che citano Caravaggio, Boccette di veleno che illustrano ‘esperimenti suicidi’… l’elenco potrebbe continuare, così come potrei dilungarmi su una lista dei nomi presenti: oltre ai già citati, potrei menzionare Burri, Capogrossi, Accardi (scomparsa proprio qualche giorno fa), Richard Long o Giosetta Fioroni; qualche nome finirebbe per sfuggire, facendo del torto a qualcuno…

Tutto molto affascinante, a tratti suggestivo o spiazzante, opere di fronte alle quali si rimane affascinati, talvolta si ride, in qualche caso sorgono perplessità o si prova un filo di ribrezzo (come nel caso delle schede forensi di cui sopra)… il limite dell’esposizione emerge allorché, uscendo, ci si chiede: “si, ma cosa mi è rimasto?”: perché forse, nell’obbiettivo, anche lodevole, di essere il più possibile esaustivi (tra l’altro ad un prezzo più accessibile rispetto ad altre mostre), tutto questo è… troppo. Il carattere così eterogeneo delle opere esposte costringe lo spettatore ad un continuo mutamento di attenzione, ad essere costantemente sulla corda, ed alla fine il tutto diventa una sorta di ‘esericizio di resistenza’… un filo estenuante, se vogliamo.

Certo, si può affrontare la cosa con disincanto e passeggiare tranquillamente tra le opere, buttando lo sguardo qua e là, ‘navigando dolcemente’ le mare magnum dell’Avanguardia; se però lo scopo di fondo almeno in parte vuole essere ‘dimostrativo’, ‘illustrativo’, beh allora forse l’esperienza si fa un pò dispersiva e il forte rischio, alla fine, è di uscirne con una discreta confusione in testa…

Immortale visione : Paperino Pendolare

SUPERBURP!

Funziona così: l’inconscio è una serie di significati omogenei differenti per forma. Su un piano non consapevole insomma, una bicicletta e una mucca hanno lo stesso valore. È l’idea principale di Matte Blanco.

Adesso si pensi ad un fumetto. Un fumetto letto durante l’infanzia, in un periodo oscillante tra i 7 ed i 10 anni. Se siete in Italia, il vostro fumetto avrà statisticamente il nome di “Topolino”. A quel fumetto date una cadenza settimanale ed una collocazione precisa: il bagno. Ora, se lo avete ben conservato, fate l’analisi delle impronte digitali. Quanti lo hanno tenuto in mano?

Le storie contenute nel settimanale “Topolino” rappresentano non solo una semplice parentesi di intrattenimento, ma quello status simbol in grado di rappresentare molteplici generazioni. Eppure, al di là del momento di svago della lettura “Topolino” è stata una realtà mutevole e fondamentale non solo per la cultura grafica. Negli anni ottanta infatti…

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SALUTI DA SATURNO, “DANCING POLONIA” (GOODFELLAS)

Leggete il nome della band; leggete il titolo del disco; e poi domandatevi se ci sia veramente da stupirsi se all’ascolto ci sia qualcosa di obliquo, di ‘strano’; di sfuggente.

Lui è Mirco Mariani, uno che ha collaborato (alla batteria) per dire, con Enrico Rava e Vinicio Capossela; lo stesso, tra l’altro, che nei ’90 diede vita ai Mazapegul, rimasti nelle orecchie, e nel cuore, di chi ama la musica italiana meno ‘irregimentata’.

In fondo, la musica dei Saluti da Saturno è nient’altro che pop cantautorale; tuttavia c’è sempre uno ‘scarto’, qualcosa che non torna: nella musica, in cui c’è sempre qualche elemento dissonante; nelle parole, dove sembra sempre che ‘manchi’ qualcosa, fine. Un luogo immaginario, il Dancing Polonia, molto ‘cinematografico’, se vogliamo, come cinematografici spesso e volentieri sono i riferimenti del disco, con omaggi all’armeno “Vodka Lemon” firmato da Hiner Saleem o al Kaurismaki di “Miracolo a Le Havre”.

E insomma, ti immagini questo “Dancing” vecchio stile, nel bel mezzo del nulla, forse manco sulla Terra, alla fine, forse proprio su Saturno o in una dimensione ‘tangenziale’, che sfiora appena il nostro mondo. Ti immagini, forse un pò banalmente, ‘sto locale dove avventori vari ed eventuali si ritrovano senza manco sapere come né perché e si raccontano storie; e sullo sfondo del locale, su un palco trasandato, suonano i Saluti da Saturno, con un armamentario di strumenti strani dai nomi strani: Optigan, Mellotron, Ondes Martenot, Theremin, Glassarmonica, Wurlitzer, Ondioline… retaggi di un’archeologia dei suoni che Mariani porta avanti ormai da anni.

E poi ogni tanto qualche avventore si alza e sale sul palco; facce note, a guardarle bene: quelle, ad esempio di Paolo Benvegnù ed Arto Lindsay, per dire. E ascolti i tredici brani, tra un violino, una tromba, un banjo, ti lasci portare dalle parole, da queste immagini spesso bucoliche, dediche famigliari e sentimentali, sequenze di emozioni suscitate da episodi di minima quotidianità, sprazzi di esistenzialismo, storie surreali come l’amore di un custode per la piscina di cui è a guardia o come detto, di ispirazione cinematografica. Il tutto in un’atmosfera sospesa, come se mancasse il famoso ultimo pezzo per rendere il puzzle pienamente comprensibile, che poi uno lo trova una settimana dopo, impolverato sotto al letto.

Cantautorato sbilenco, pop obliquo, brandelli di folk, musica da balera aliena (che forse in sottofondo nel famoso “Ristorante al termine dell’Universo” di Adams, suonano proprio i Saluti da Saturno)… qua è là, certo, l’esperienza con il buon Capossela si fa sentire, ma definire i Saluti da Saturno solo in forza di quella ‘derivazione’ sarebbe ingeneroso, e anche scorretto, alla fine. I Saluti da Saturno sono i Saluti da Saturno: ascoltateveli.

Brano consigliato: Un giorno nuovo