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GLI ETRUSCHI E IL MEDITERRANEO

LA CITTA’ DI CERVETERI

ROMA, PALAZZO DELLE ESPOSIZIONI, FINO AL 20 LUGLIO

Il titolo dice più o meno tutto: nonostante da tempo quello sugli ‘Etruschi, popolo misterioso’ sia divenuto un luogo comune e nonostante le tante scoperte compiute negli ultimi 30 – 40 anni, il loro essere – temporalmente e geograficamente – ‘incassati’ tra la Grecia  e Roma li rende ancora oggi una civiltà sfuggente; eppure gli Etruschi non sono durati poco, anzi: una bella manciata di secoli a dire il vero, nel corso dei quali hanno assunto un ruolo centrale, appunto nei commerci sul Mediterraneo.

La mostra in questione intende proprio dare risalto a questo ruolo, in particolare concentrandosi con gli stretti rapporti che si instaurarono tra civiltà etrusca e greca, concentrandosi in particolare su Cerveteri, della quale viene raccontato lo sviluppo, dai primi insediamenti fino all’occupazione  e incorporazione da parte di Roma.

La mostra si snoda attraverso un campionario di reperti abbastanza canonico: terrecotte, anfore, monili e soprattutto, i reperti ritrovati nei sepolcri della celebre necropoli, con il Sarcofago degli Sposi a fare da pezzo forte dell’intera esposizione.

Per coloro cui piace il ‘genere’, l’esposizione offre senz’altro spunti d’interesse, anche se personalmente vi ho trovato alcuni limiti: il primo è che si tratta, se vogliamo di un’esposizione da livello un filo ‘avanzato’: chi si aspetta un classico ‘giro d’orizzonte’ sulla civiltà etrusca, per intenderci in stile Alberto Angela, con usi, costumi, abitudini alimentari, e via discorrendo, resterà deluso; la mostra in questione più che osservare il quotidiano degli etruschi è più concentrata sul loro ruolo storico – economico nel bacino del Mediterraneo.

Il secondo limite è, se vogliamo, ‘di location’: ha senso organizzare una mostra dedicata agli etruschi in una città dove c’è uno dei musei più importanti a loro dedicati, quello di Villa Giulia? Soprattutto: ha senso organizzare una mostra su Cerveteri a Roma, dalla quale la località può essere facilmente raggiunta in macchina o in treno? Vista così, la mostra assume i contorni di una sorta di ‘invito’ ad approfondire, recandosi sul posto… quasi una sorta di evento promozionale, in fondo.

ANNI 70 ARTE A ROMA

Roma, Palazzo delle Esposizioni, fino al 2 marzo

Il titolo spiega più o meno tutto: uno sguardo d’insieme gettato, sulle dinamiche artistiche della Capitale in un decennio forse troppo spesso ricordato, specie proprio qui a Roma, per l’atmosfera plumbea e opprimente, le tensioni sociali, il terrorismo e la Banda della Magliana, etc… E allora l’obbiettivo – raggiunto – di questa esposizione è quella di raccontarci un’altra Roma, vitale e dinamica nell’esplorare percorsi e linguaggi artistici.

La mostra in corso al Palazzo delle Esposizioni parte da quatto grandi mostre che nel corso di quegli anni a loro volta misero in luce le avanguardie artistiche che in quel periodo animavano Roma, delle quali vengono peraltro riprese alcune opere; lo spettatore è ‘accolto’ dall’installazione di Gino De Dominicis, intitolata “Il tempo, lo spazio, lo sbaglio”: gli scheletri di un pattinatore e del suo cane…

Il percorso espositivo si articola nelle consuete sezioni, ma stavolta si tratta dichiaratamente di ‘tracce’ appena delineate, di una ‘sistemazione’ puramente indicativa di un materiale quanto mai eterogeneo. Due tele di De Chirico, esposte nella prima sala, rappresentano le uniche opere che, allo spettatore non appassionato offrono un ‘appiglio’ a qualcosa di ‘noto’; subito però il percorso diventa un autentico ‘turbine’, un gorgo di immagini, suggestioni, ‘trovate’, a volte provocazioni… e lo spettatore prova l’impressione spiazzate di essersi trovato al posto dei personaggi di Alberto Sordi e della moglie nel celeberrimo episodio che li vedeva aggirarsi, perplessi e un pò intimoriti, nelle sale della Biennale di Venezia.

Piroghe, circoli di sassi, oggetti ai quali al visitatore è chiesto di assegnare una funzione ed un nome, schede tratte da manuali di patologia forense, monoliti torreggianti, omaggi all’arte classica, autoritratti che citano Caravaggio, Boccette di veleno che illustrano ‘esperimenti suicidi’… l’elenco potrebbe continuare, così come potrei dilungarmi su una lista dei nomi presenti: oltre ai già citati, potrei menzionare Burri, Capogrossi, Accardi (scomparsa proprio qualche giorno fa), Richard Long o Giosetta Fioroni; qualche nome finirebbe per sfuggire, facendo del torto a qualcuno…

Tutto molto affascinante, a tratti suggestivo o spiazzante, opere di fronte alle quali si rimane affascinati, talvolta si ride, in qualche caso sorgono perplessità o si prova un filo di ribrezzo (come nel caso delle schede forensi di cui sopra)… il limite dell’esposizione emerge allorché, uscendo, ci si chiede: “si, ma cosa mi è rimasto?”: perché forse, nell’obbiettivo, anche lodevole, di essere il più possibile esaustivi (tra l’altro ad un prezzo più accessibile rispetto ad altre mostre), tutto questo è… troppo. Il carattere così eterogeneo delle opere esposte costringe lo spettatore ad un continuo mutamento di attenzione, ad essere costantemente sulla corda, ed alla fine il tutto diventa una sorta di ‘esericizio di resistenza’… un filo estenuante, se vogliamo.

Certo, si può affrontare la cosa con disincanto e passeggiare tranquillamente tra le opere, buttando lo sguardo qua e là, ‘navigando dolcemente’ le mare magnum dell’Avanguardia; se però lo scopo di fondo almeno in parte vuole essere ‘dimostrativo’, ‘illustrativo’, beh allora forse l’esperienza si fa un pò dispersiva e il forte rischio, alla fine, è di uscirne con una discreta confusione in testa…

EMPIRE STATE

Arte a New York oggi

Roma, Palazzo delle Esposizioni, fino al 21 luglio
“Se, vabbè, questo lo potevo fà pure io”: in questa frase risiede forse tutto il senso dell’arte contemporanea. Si potrà non essere d’accordo, ma è un fatto che l’arte è probabilmente morta quando Duchamp ha preso un pitale e l’ha ribaltato, affermando ‘questa è arte’… no, questo a tutti gli effetti è e resta un pitale ribaltato, spiacenti… Il concetto ce l’hanno ribadito a iosa: non è l’oggetto, ma è ‘l’intenzione artistica’… ancora di più, come suggeriscono tante delle opere in mostra al Palazzo delle Esposizioni in questa mostra dedicata al contemporaneo newyorkese (ma il dato geografico finisce per essere quasi un mero pretesto), non è tanto l’artista, quanto ‘l’occhio di chi guarda’: io, artista, vi mostro un oggetto, più o meno ‘trasformato’, poi sta al vostro gusto, alla vostra sensibilità, dargli o meno un maggiore o minore ‘contenuto’ o ‘significato artisitico’.

A voler essere cattivi, si potrebbe affermare che se poi a dargli un ‘contenuto artistico’ è un esimio gallerista che fa in modo che la tua opera non resti nel tuo giardino di casa, ma finisca esposta in una delle maggiore sedi espositive di Roma (città dove, vale a meno la pena ricordarlo, è possibile vedere gratuitamente le opere di Caravaggio, Bernini, Michelangelo e via dicendo), beh allora è anche meglio…

Se si vuole, questa “Empire State” bisogna prenderla come il solito gioco: personalmente mi sono anche divertito, assistendo tra perplessità e qualche momento di stupore a questa serie di ‘opere d’arte’: la sensazione più bella è stata manco a dirlo, quella di incrociare i sorrisi degli altri visitatori o del personale del Palazzo davanti a questi ‘capolavori’: insomma, tutto, ma non chiedetemi di prenderla sul serio, secondo me c’è da diffidare, e molto, di chi davanti a queste opere assume un atteggiamento serioso e corrucciato… maddeche???? Anzi, il consiglio è di portarci i vostri figli, a questa esposizione, che c’è da scommettere, in molti casi si divertiranno moltissimo, davanti a ‘ste cose che a definirle ‘strambe’, forse gli si fa pure un complimento.

Il catalogo delle ‘declinazioni dell’arte contemporanea’ (che più contemporanea non si può, verrebbe da dire, visto che la gran parte degli artisti esposti, è nata dopo la prima metà degli anni ’70), c’è più o meno tutto: dalla pittura ‘colata’ di Ryan Sullivan agli assemblaggi casuali di oggetti di Uri Aran, dalle video installazioni del web artist Tabor Robak alla riflessione ‘storica’ di Julian Schnabel, da un Paperino trasfigurato e inca**atissimo di Joyce Pensato alle scritte sulle lavagne modello punizione scolastica (incipit dei Simpson, per intenderci) di Adrian Piper, dagli oggetti sparsi qua e là di Darren Bader alla ripresa ‘kitsch’ dell’arte antica di Jeff Koontz, dai manichini pseudopornografici (questi magari ai vostri figli evitateglieli) di Bjarne Melgaard al ‘baldacchino ferroviario con con conchiglie applicate’ firmato Keith Emdier che campeggia nel salone centrale, dagli stendardi appesi al soffitto con stampati sopra nomi di italiani celebri (anvedi aò, ce sta pure Balotelli!!) di Renée Green, fino agli oggetti ‘di risulta’ di Virginia Overton (tra cui un’indimenticabile trave di legno con lampadina – accesa – e un’altrettanto memorabile tubatura trovata non si sa dove a Roma sud, ma non era arte newyorkese?,che riempe in diagonale un’intera parete… che diciamocela tutta, arte o no, sempre ‘na tubatura resta)… In tutto questo, si fanno almeno ricordare i dinosauri in vetroresina di Rob Pruitt e soprattutto una sala interamente arredata da Danny McDonald, in quella che tra videoinstallazioni, manichini acconciati come sciamani del terzo millennio e vari altri complementi d’arredo, sembra quasi una cappella per un qualche culto dei secoli prossimi venturi: se non altro, almeno in questo caso va premiato lo sforzo inventivo e creativo… manco comparabile a quello di andare in giro, trovare una tubatura e piazzarla lì (non me ne voglia la signora Overton, però ci penso: magari quel tubo è costato poche centinaia di euro ed è stato montato e smontato da un valente stagnaro e adesso sta in un museo solo perché una tizia ha deciso che doveva diventare un’opera d’arte: fossi lo stagnaro, un pò me girerebbero).

Alla fine ci ragiono e penso: se tutto può essere arte e se l’arte è non tanto nell’atto di chi crea, ma nell’occhio di chi guarda (ribadisco, meglio se un gallerista), ha ancora senso organizzare queste esposizioni? I Musei forse più che il ‘contemporaneo’ dovrebbero testimoniare la storia e l’evoluzione dell’arte: perché alla fine, se chiunque può decidere cosa può essere arte o meno, entrare in Museo e pagare per vedere opere ‘partorite’ nel 2013, ha poco senso, perché se giro per strada io stesso posso ‘impadronirmi’ di qualsiasi cosa e definirla arte…

SULLA VIA DELLA SETA.

ANTICHI SENTIERI DA ORIENTE A OCCIDENTE

ROMA, PALAZZO DELLE ESPOSIZIONI, FINO AL 10 MARZO 2013
Da Chang’An (l’odierna Xi’An) a Baghdad, passando per l’oasi di Tarfun e Samarcanda: è la rotta seguita da “Sulla Via della Seta”, in corso presso il Palazzo delle Esposizioni: un itinerario storico e geografico, organizzato dal National Museum of Natural History (l’allestimento italiano curato da Luca Molà, Maria Ludovica Rosati e Alexandra Wetzel). Un viaggio storico – geografico, il cui fine è mostrarci come la ‘globalizzazione’ che viviamo nei tempi attuali tra le sue radici nei secoli; ma soprattutto un itinerario visivo, sonoro, addirittura olfattivo.
Le singole tappe costituiscono il punto di partenza per altrettante ‘esperienze’ che guidano il visitatore in una sorta di sintetico ripercorso dei viaggi dei mercanti tra l’alto e il basso MedioEvo, fino alle soglie del Rinascimento. La colossale mappa della prima sala, dà di per se l’idea delle immani distanze coperte da quei viaggiatori, a piedi o spesso a dorso di cammello, ma il meglio arriva nelle successive: così, in quella dedicata alla Cina della dinastia Tang è possibile ascoltare i suoni degli strumenti dell’epoca; in quella successiva, in cui ci si sofferma nella località – oasi di Tarfun, il visitatore potrà letteralmente annusare le essenze esotiche che ancora oggi costituiscono la base di prodotti di profumeria; arrivando a Samarcanda, si potrà riflettere sull’evoluzione dell’uso della carta, oltre che ascoltare alcune antiche fiabe, come se ci si trovasse nel corso di una sosta del lungo viaggio in un caravanserraglio.
Nella sala dedicata a Baghdad e al progresso scientifico degli Abbasidi è addirittura possibile sperimentare un astrolabio.
Le ultime due sezioni, fanno da raccordo e conclusione: la prima all’evoluzione dei trasporti marittimi; la seconda, allestita esclusivamente per l’edizione italiana della mostra, illustra l’impatto dei prodotti provenienti dal lontano oriente, in particolare la seta e i tessuti, sulla ‘moda’ del tempo, fino all’influsso sui paramenti delle immagini sacre.
E’una mostra nel quale quello di ‘perdersi’ è allo stesso tempo il miglior pregio e il peggior difetto: nel primo caso, farsi coinvolgere dalla fascinazione di odori, suoni, ma sopratutto colori (probabilmente il vero e proprio filo conduttore dell’esposizione) è il miglior modo di viverla; sul fronte opposto, consueta caratteristica delle mostre presso il Palazzo delle Esposizioni, la mole di informazioni offerte al visitatore è ottima e abbondante… anche troppo: si rischia alla fine il disorientato, il sovraccarico d’informazione, l’arrivare alla fine essendosi scordati l’inizio.
E’ comunque un’occasione quasi imperdibile per avere un contatto più diretto con quei ‘mondi’ più volte presentati dagli Angela delle loro trasmissioni, un ottimo modo per ‘aprire la mente’ sulla storia e sulla geografia, immedesimandosi per un buon paio d’ore (anche più, per quelli che vogliono ‘leggere tutto’) in quei viaggiatori che tanti secoli fa impiegavano anni a percorrere distanze che oggi possono essere coperte in solo qualche ora.

RADIOROCK.TO

IL GUGGENHEIM

L’avanguardia americana 1945 – 1980

Roma, Palazzo delle Esposizioni, fino al 6 maggio

Questo primo scorcio di 2012 regala ai patiti dell’arte contemporanea un pasto ottimo e abbondante, con le personali dedicate a Mirò e a Dalì (quest’ultima un vero e proprio ‘evento’) e con questa antologica dedicata al Guggenheim.
Qualcuno tra l’altro forse ricorderà che nel 2005 al Guggenheim venne dedicata un’analoga esposizione, alle Scuderie del Quirinale; in quel caso, però si trattava di una mostra organizzata soprattutto per portare in Italia un gran numero di opere, prima mai viste qui da noi.
Stavolta, invece, il percorso espositivo, come dice il sottotitolo, si concentra sulla scena americana dal secondo dopoguerra in poi.
Partendo dalla Scuola di New York e dall’Espressionismo Astratto, al Fotorealismo, passando per il  Minimalismo, la  Pop Art, l’Arte Concettuale, nelle sette sale presenti, il visitatore è posto di fronte ai principali filo dell’avanguardia americana.
Il ‘roster’ è di quelli di primo piano: tra gli altri, nelle prime due sale, dedicate al Surrealismo e alle sue evoluzioni troviamo Rothko (presente anche con alcuni dei suoi lavori a ‘macchia di colore’, più tipici del periodo minimale) e Pollock, con le sue tele sgocciolate e con quelle ugualmente ‘caotiche’, ma un filo meno ‘istintive’: Ocean Greyness è forse una delle opere esposte più conosciute, e senz’altro una delle più inquietanti, superata solo da The Atom One World, di Pousette – Dart).
Da quest’atmosfera un filo plumbea, dominata dai demoni dell’inconscio, si passa al ‘Systemic Painting’, all’insegna di uno studio ‘asettico’ di forme e colori, ma che di colori – sgargianti e luminosi – è un trionfo: Harran II di Frank Stella, domina sul fondo della sala, con la sua magnificenza cromatica; la sezione dedicata alla Pop – Art è ovviamente dominata da toni ironici, tra un Warhol (Orange Disaster 5) e un paio di Lichtenstein (il celeberrimo ‘cane grignante’ di Grrrrrrr e l’altrettanto famoso ‘In’) ci si trova di fronte al monumentale Barge (dieci di metri lunghezza) di Robert Rauschenberg.
Da qui la mostra prende sentieri impervi: con la scultura Minimalista si indaga il rapporto dell’opera d’arte con il contesto in cui è inserita, come nel caso dei tubi al neon di Flavin, o con lo spettatore: le le lastre di rame Carl Andre permettono allo spettatore di camminare sull’opera d’arte (e di mettersela  letteralmente ‘sotto i piedi’), un discorso che prosegue con l’Arte Concettuale, con opere comeWater di  Jospeh Kosuth, che consiste nella semplice stampa della descrizione del termine ricavata da un dizionario, o come l’installazione che testimonia l’opera di Bruce Nauman:  uno  stretto corridoio al termine del quale il visitatore vede sè stesso ripreso da una telecamera.
Dopo questa ‘full immersion’ in queste forme d’arte ‘estrema’, di fronte alle quali finisce per essere lecito porsi la classica domanda: “ma è arte?”, con l’ultima sala si torna a modelli più ‘consueti’, sebbene ugualmente ‘densi’ da un punto di vista concettuale: il Fotorealismo ricostruisce la realtà, appunto tramite la riproduzione il più fedele possibile della tecnologia fotografica, con esiti per certi versi stupefacenti, come nel caso del camion da Kleeman, o della veduta dello stesso Guggenheim riprodotta da Estes.
Una mostra che come tutte quelle del suo genere solleticherà i palati dei più curiosi e predisposti a forme d’arte che prescindono dal mero ‘figurativo’, e che come al solito, per le peculiarità di alcune opere esposte è particolarmente indicata anche a un pubblico di famiglie, visto che gli spettatori più piccoli di fronte a certe opere non potranno certo esibire gli sbadigli che in loro suscita la gran parte dei musei…

IL GUGGENHEIM. L’AVANGUARDIA AMERICANA 1945 – 1980

Roma, Palazzo delle Esposizioni, fino al prossimo 6 maggio

 Matta-Echaurren , “Dark Light”

Still, “Jamais”

Pousette – Dart, “The Atom. One World”.

Marca – Relli, “Warrior”

Pollock, “Ocean Greyness”

Stella, “Harran II”

Warhol, “Orange Disaster # 5”

Lichtenstein, “Grrrrrr”

Kosuth, “Water”

Kleemann, “Big Foot Cross”

 

Estes, “The Solomon Guggenheilm Museum”

HOMO SAPIENS – LA GRANDE STORIA DELLA DIVERSITA’ UMANA

ROMA, PALAZZO DELLE ESPOSIZIONI, FINO AL 12 FEBBRAIO 2012

Una grande e bella esposizione, per capire da dove veniamo e come siamo arrivati qui: nella prima sala, una sorta di anticamera, inserita della savana africana, con tanto di mutamenti climatici, ci accoglie la ricostruzione dello scheletro di Lucy; è solo il primo di una serie di ‘personaggi’ che popoleranno il percorso della mostra, illustrandoci dapprima l’evoluzione dell’uomo, anche attraverso i diversi ‘generi’ (non solo il ‘Sapiens’) che hanno popolato, a volte anche convivendo, il pianeta: un esempio su tutti, quello dell’incontro tra Sapiens e Neanderthal, sul quale peraltro vengono definitivamente smentiti una serie di luoghi comuni sulla sua diciamo ‘inferiorità’ rispetto al suo successore.
La mostra illustra i vari processi di migrazione che hanno condotto l’uomo a popolare l’intero pianeta e in contemporanea la sua evoluzione culturale, la nascita del senso del sacro e del piacere per la ‘bellezza’ fine a sè stessa, l’evoluzione del linguaggio e la nascita della musica, fino alla ‘rivoluzione agricola’.
Si parla poi del rapporto tra l’uomo e il suo ambiente, mettendo in luce come l’impatto degli esseri umani sull’ecosistema affondi le sue radici in decine di migliaia di anni fa, con le prime estinzioni di massa provocate dall’intervento umano.
E’ poi la volta di un focus particolare sull’Italia, analizzandone l’evoluzione dalla preistoria, anche qui focalizzandosi in modo particolare sulle differenze linguistiche e soffermandosi sui processi migratori, prima della conclusione che esalta il concetto del ‘genere umano’ come ‘unità’ a prescindere dalle differenze socio-economico-culturali.
Una mostra esaurientissima, giocata ovviamente sull’enorme mole di materiali esposti (la gran parte dei quali sono però calchi, per quanto ‘ufficiali’, degli originali) e arricchita da un apparato editoriale di primordine.
Forse il limite maggiore dell’esposizione è paradossalmente anche questo: le informazioni sono quasi sovrabbondanti: il visitatore scrupoloso, che non vuole perdersi nulla, rischia di trovarsi spiazzato allorché si accorga che il tempo gli è volato e le cose da vedere sono ancora molte… personalmente ho ritenuto un pò superfluo l’excursus sull’evoluzione della civiltà in Italia, tema che da solo meriterebbe una mostra a sé stante; così come la sezione dell’esposizione dedicata all’evoluzione e alla differenziazione dei linguaggi rischia di essere un pò ostica per lo spettatore medio, così come le considerazioni scientifiche a tratti molto tecniche, che si incontrano lungo il cammino.
L’impressione è che si sia voluta allestire una mostra che oltre al classico target della famiglia con bambini, ma che possa interessare anche chi, già dotato di una buona cultura di base sui temi trattati, voglia ulteriormente approfondire le questioni: il connubio non sempre è riuscito, ma la mostra resta comunque un evento che è consigliabile non perdere.