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TAVECCHIO

Considerazioni sparse rispetto all’ultimo ‘caso’ riguardante il ‘capo’ del calcio italiano, ancora una volta vittima delle sue improvvide dichiarazioni: dopo i calciatori africani, è stata la volta di ebrei ed omosessuali.
1) QUESTIONE CULTURALE

Si può fare dichiarazioni razziste od omofobe, pur non ‘sentendosi’ razzisti ed omofobi? Probabilmente, si; mi spiego: la questione è culturale, soprattutto dell’ambiente in cui si è cresciuti. Tavecchio è razzista e non sa di esserlo, probabilmente… Le sue dichiarazioni ci parlano di una persona che a cuor leggero, se ne esce con certe battute, tanto poi, come lui stesso ha spiegato, ha portato avanti opere di beneficenza per l’Africa o ha appoggiato Israele in sede internazionale; nelle sue dichiarazioni sui gay, lui dice in sintesi, ‘nulla contro di loro, ma mi stiano lontani’.
Insomma: Tavecchio sembrerebbe non essere un razzista – nazista che punta all’obliterazioni di africani, omosessuali, o ebrei… Il suo è quello che potrebbe definirsi un ‘razzismo – paternalismo’, che vede le categorie di cui sopra come inferiori, malate o semplicemente caratterizzate da comportamenti ‘censurabili’ (quando parla di ‘ebreacci’). Insomma, gli africani ‘mangiano le banane’ perché sono sottosviluppati, dai gay ‘bisogna tenersi lontani’, etc… E’ un razzismo che deriva da una certa cultura ‘provinciale’, tipica di quelle comunità locali che vivono in modo ‘autosufficiente’, poco acculturate, poco avvezze all’incontro – e alla comprensione – di tutto ciò che in qualche modo ‘esula’ da una presunta ‘norma’.
Sono sicuro che Tavecchio quando dice certe cose è in perfetta buona fede: lui non si rende conto della gravità di quello che dice, perché sostanzialmente non pensa di essere un razzista: secondo il suo modo di vedere, probabilmente (le mie sono solo congetture), è perfettamente lecito considerare gli africani inferiori o i gay ‘anormali’, non è razzismo…
2) LA QUESTIONE DELL’INCARICO

Lasciamo per un attimo Tavecchio alle sue convinzioni: il problema non è ‘Tavecchio’ in sè… Il problema è che Tavecchio è arrivato a coprire una posizione del genere: ognuno alla fine può avere le sue convinzioni, per quanto sbagliate, fin quando non nuoce al prossimo. Il problema, è del tutto evidente, è che questa persona non può coprire il massimo ruolo di dirigente del calcio italiano: le sue dichiarazioni lo rendono del tutto inadatto al ruolo, fosse anche solo per la mera questione dell’immagine del calcio italiano all’estero, questione che altrimenti sarebbe ‘di secondo piano’, ma che nel mondo iperconnesso di oggi assume un ruolo predominante.
Ora il problema è anche un altro: in qualsiasi altra Nazione del Mondo, Tavecchio sarebbe stato fatto accomodare fuori dalla porta fin dalle dichiarazioni sui calciatori africani ‘che mangiano le banane’; qui, niente di tutto questo: un polverone estivo, e chi s’è visto s’è visto.
A questo punto, il danno è già stato fatto: non ci si può lamentare ora, quando già in precedenza a Tavecchio è stata fatta passar liscia; come minimo, si può pensare che avendola sfangata una volta, Tavecchio si senta autorizzato a parlare a ruota libera; oppure, peggio, Tavecchio sa benissimo di essere un intoccabile e di poter aprire la bocca e dire tutto quello che gli passa per la testa… Insomma: se per il ruolo del massimo esponente del calcio italiano non ci sono alternative a Tavecchio, siamo veramente messi male…

3) PERO’, LE INTERCETTAZIONI…

E’ del tutto evidente che in questa occasione c’è comunque un lato obbiettivamente inaccettabile: che la registrazione di una conversazione privata finisca su un sito Internet, mi pare sia un filo aberrante… Potremmo stare qui a parlare per ore dell’opportunità, dei rilievi penali, etc… Il pubblico ha diritto di sapere? Certo, per carità… ma ormai, diciamocela tutta, chi fosse Tavecchio già lo si era capito: non ci vuole un genio per immaginare che uno che fa certe uscite contro gli africani, abbia analoghi modi di pensare nei confronti di gay, ebrei, probabilmente anche rom e via dicendo… La pubblicazione di quell’intercettazione appare a dire il vero discretamente inutile… Non siamo di fronte a una persona riconosciuta unanimente come benemerita di cui improvvisamente si scopre un lato ‘oscuro’ (a quel punto, per quanto discutibile, la pubblicazione dell’intercettazione sarebbe stata in un certo modo ‘comprensibile’), siamo di fronte a una persona di cui erano già riconosciute alcune caratteristiche…
4) CERTO CHE PURE LUI…

Il fatto è che Tavecchio non sembra aver capito una cosa: se sei un personaggio pubblico, soprattutto se hai il ruolo che hai, all’interno dell’organizzazione del calcio, e soprattutto in Italia, devi evitare… Già t’è successo una volta, insisti? Il fatto di aver detto certe cose in privato non è nemmeno una scusante: in tempi di social network, comunicazione esasperata e quant’altro, sai benissimo (o dovresti saperlo) che anche una telefonata può comprometterti. Insomma, se copri un certo ruolo certe cose ti puoi permettere di pensarle, meno che mai di dirle, non solo in occasioni pubbliche, ma nemmeno al telefono…
Si può dire che Tavecchio non sia stato nemmeno tanto furbo, forse non rendendosi conto di cosa siano oggi la Rete e la comunicazione; oltre a dire certe cose ‘a cuor leggero’ (per i motivi che ho scritto sopra) non si cura nemmeno delle occasioni in cui le dice… Apre bocca e parla a ruota libera senza capire il mondo in cui viviamo.

5) CONCLUSIONE

Alla fine quindi, Tavecchio sembra inadeguato al ruolo non solo per quello che dice e che probabilmente pensa, ma anche perché non si rende conto del fatto che al giorno d’oggi, se hai un certo incarico, anche se certe cose le pensi, non ti puoi permetterle di dirle, mai o quasi; non in pubblico, non quando c’è di mezzo uno strumento di comunicazione elettronica… Puoi dirle solo in privato, ‘de visu’ a persone di cui ti fidi. Insomma anche se sei razzista, abbi l’accortezza di non farlo capire.

La conclusione finale, però, è un’altra: alla fine il problema non è nemmeno Tavecchio; al mondo il razzismo e l’ignoranza ci sono stati, ci sono e sempre ci saranno; il problema è come e per ‘merito’ di chi Tavecchio sia finito lì; ci sono persone che hanno eletto Tavecchio a quella carica; persone che probabilmente già lo conoscevano, e sapevano che sarebbe potuto cadere in certe situazioni… ciò nonostante, lo hanno comunque nominato.

Quindi, ancora peggio di Tavecchio, sono quelli che l’hanno messo dov’è.

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CHE FAI NELLA VITA?

Nella vita scrivo, mi occupo di economia dei Paesi dell’Est; lo ‘stipendio’ è irrisorio… ‘campo’ perché i miei hanno ‘costruito’ qualcosa e c’è una casa in affitto intestata a me che produce i 3/4 del mio reddito. Io, personalmente, non ho costruito nulla di ‘notevole’.

Nel tempo libero (tanto, pure troppo), scrivo: qui sul blog, di musica e d’altro, di cinema per un altro sito. Scrivere è bello, i riscontri fanno piacere e offrono la gratificazione, almeno, di sapere di non essere proprio delle capre. Però, Cristo Santo, sarebbe bello un giorno, che tutto questo potesse avere anche un adeguato riconoscimento economico, perché le gratificazioni fanno bene all’umore, ma non ci si mangia… e poi ti accorgi che lavori o collabori in realtà dove ci sono persone serie, competenti e professionali, e poi magari apri i giornali e ti accorgi di errori, refusi, titoli sbagliati, punteggiatura messa a ca**o di cane e ‘illustri critici’ che vengono pagati profumatamente per enunciare due minchiate su Vasco Rossi (vedi alla voce: Mollica)che nelle recensioni rivelano come va a finire il film (vedi alla voce Gian Luigi Rondi). Il problema in Italia è che più lavori a ca**o e in maniera approssimativa e più in alto vai…

Mi dico che se dopo la Terza Media mi fossi fermato con lo studio, oggi probabilmente starei meglio: tutto ‘sto studio, sta cultura, la stanza piena di fumetti, cd, libri e film non è servita niente. Che posso dire? Di essermi fatto una cultura. A cosa mi è servito? A UN CA**O DI NIENTE.

Perché poi la ‘cultura’ inevitabilmente ti fa venire la puzza al naso, ti fa diventare presuntuoso e guardare con sdegno a un sacco di cose… e se di tuo hai un carattere debole e non hai nemmeno intorno chi ti prende a calci il c**o, poi alla fine ti ritrovi con l’unica prospettiva di campare solo grazie a ciò che è stato costruito da altri… che intendiamoci è pure una fortuna, ma insomma è pure discretamente frustrante.

Ci si accorge  di aver sbagliato, di aver fatto degli errori, di non aver capito ‘come va il mondo’, di aver vissuto anni pensando che ‘prima o poi’, mentre si stava al sicuro e con le spalle coperte, ma insomma, averlo capito prima, o aver avuto qualcuno che fin da subito per crescere anziché la protezione, avesse usato delle sonore ‘mazzate’… Oggi forse sarei di gran lunga più ignorante, ma più soddisfatto, con un lavoro modesto ma sufficiente a campare e a dire, a pochi mesi dai 40, di essersi costruito un minimo futuro.

Invece mi ritrovo qui a recriminare sugli sbagli, sugli errori, sul carattere  e l’indole di m***a che ho e sul fatto di non aver avuto chi, fin dall’inizio, invece che assecondarmi, mi avesse dato subito una ‘raddrizzata’.

Si vive così, perennemente insoddisfatti, cercando improbabili ‘vie di fuga’ o di svolta (ad esempio nelle scommesse, dove dopo aver 60 euro in due mesi, forse è il caso di fermarsi) e incapaci di trovare una via di uscita.

LA CRONACA NERA, L’INFORMAZIONE E LA ‘ERRATA DISTANZA’

E’ ormai diventato abitudinario: a ogni ‘fattaccio’ di cronaca, la stessa storia: vittime e carnefici, alla tv e sulla carta stampata, chiamati col solo nome. Lucia, Carmela, Samuele sono i protagonisti dell’ultimo fatto di cronaca nera. Li conosciamo praticamente solo per nome, come se nel giro di pochi giorni alcuni perfetti sconosciuti fossero diventati parenti o amici. A me tutto questo pare tremendamente errato: mi chiedo dove sia finita la famosa ‘giusta distanza’ che qualche anno fa diede il titolo a un film, che tra l’altro ruotava proprio a un giornalista alle prese con un fatto efferato, se non erro. L’impressione è che il creare un senso di familiarità artificiosa con vittime e carnefici svii in un certo senso l’attenzione: ci troviamo davanti la cronaca, quasi in tempo reale, degli sviluppi sanitari della ragazza sopravvissuta all’aggressione, non risparmiandoci dettagli che inducono alla commozione (la ragazza che chiede notizie della sorella, non sapendo che è stata uccisa), o particolari riguardo il carnefice (il profilo Facebook in cui appariva col nomignolo di ‘tigrotto’), che a ben vedere sono del tutto inessenziali per la comprensione della vicenda. Si crea un meccanismo per cui l’informazione tratta questi casi alla stregua di un qualsiasi programma ‘salottiero’ del pomeriggio. Non ci si fanno domande, non si creano collegamenti. Solo in quest’ultima occasione si comincia a parlare di ‘femminicidio’, un brutto termine che però descrive bene una casistica allarmante;  l’informazione appare interessata a cercare il ‘nocciolo della questione’ non al primo, non al decimo, non al cinquantesimo, ma al centesimo caso di una donna uccisa in Italia nel 2012, al ritmo di una ogni due giorni. Il compito dell’informazione non doveva essere anche quello di fare collegamenti, di porsi domande, di indurre alla riflessione? Possibile che oggi, nel 2012, stampa e telegiornali vadano appresso al cosiddetto ‘infotainment’ girando intorno ai fatti in maniera ossessiva, come insetti attorno a una luce accesa in agosto, senza guardare ai fatti con maggior distanza, inducendo meno ‘partecipazione emotiva’ nel pubblico, ma cercando magari di offrire una maggiore comprensione di un ‘quadro generale’? Infanticidi, femminicidi, altri fatti di cronaca assortiti: tutti trattati come casi singoli, isolati, ‘esclusivi’, dando ‘familiarità’ a vittime e carnefici e puntando tutto sull’emotività, privando le questioni di qualsiasi parvenza di razionalità. L’aggressione di un uomo a due donne, in cui una delle due perde la vita è un fatto doloroso e traumatico, ma dolore e trauma dovrebbero restare confinate nel privato della cerchia famigliare  e parentale delle vittime e anche dell’assassino, visto che è un dolore avere un figlio / amico che si è macchiato di una tale delitto. Il pubblico non dovrebbe esservi coinvolto: al pubblico bisognerebbe cominciare  a presentare anche altri ‘numeri’ (non solo quelli di spread, inflazione, e borsa), bisognerebbe cominciare a parlare di come i maschi, fin da ragazzini vengono educati ai rapporti sentimentali, al rispetto per il partner, a come vivere e soprattutto accettare, il più serenamente possibile, un rifiuto o la fine di un amore. Invece di tutto questo non si parla: far diventare tutti improvvisamente parenti e amici dei protagonisti, giocando tutto sull’emotività, è indubbiamente più facile.

FIORITO, POLVERINI, ETC… E I ‘GIORNALISTI’?

Devo dire la verità: mentre tutti s’indignano, io sinceramente non riesco a stupirmi: sarà che ormai, più vicino ai 40 che ai 30, ne ho viste parecchie, sarà che ho la memoria ‘lunga’, ma davvero, che c’è da stupirsi? Insomma: un fiume di soldi pubblici ai politici, che ci fanno quello che gli pare… e la novità, scusare, dove sarebbe? Tutti a chiedersi il ‘perché’… La questione non è generazionale, o di classe politica, la questione è meramente ‘culturale’: in Italia, da tempo immemore, quello del ‘fare politica’ è considerato un mestiere come un altro, un modo per ‘guadagnarsi’ (con maggiore o minore sforzo) la pagnotta’, o per fare soldi. Finché sarà così, dubito che le dichiarazioni d’intenti, puramente d’occasione, troveranno reale applicazione: ci sarà sempre qualche scappatoia, in virtù della quale il flusso di soldi riprenderà come e anche peggio di prima. Ripartire da zero non significa sostituire alcuni nomi con altri. Ripartire da zero significa cominciare a guardare alla  ‘politica’ come ‘servizio alla cittadinanza’ limitato nel tempo. Servizio alla cittadinanza. In questo quadro, sono senz’altro buone le proposte di chi, come Grillo, ma anche Renzi, dice: due mandati e poi a casa: si presta il proprio servizio come consigliere municipale, sindaco, Parlamentare, per un massimo di dieci anni e poi si torna a fare ciò che si faceva prima; dopodiché, a cascata, viene il discorso del trattamento economico, adeguato ad un’esistenza dignitosa per sé e la propria famiglia, ma nulla più. Qualcuno dirà che chi sa di poter avere l’occasione di ‘fare i soldi con la politica’ per poco tempo, cercherà di farne ancora di più. Probabile, se le cose restano così: se, cioè, si intende la politica come un mestiere come un altro e non come servizio pubblico. Se non cambia il concetto di fondo, se l’onestà non viene insegnata fin dalla scuola, se i furbi continuano a farla franca e i retti a passare per co***oni, le cose cambieranno molto poco, a prescindere dalla presunta ‘pulizia’ di cui tanti si riempono la bocca…  Un’ultima osservazione: non si può non notare come da tutta questa vicenda siano stati palesemente assenti i cosiddetti ‘giornalisti’, che si sono mossi con grande ritardo: se è vero, in una certa misura, che l’ex Presidente Polverini ‘non poteva non sapere’, non fosse altro che ‘per sentito dire’, dell’utilizzo disinvolto e fantasioso dei soldi pubblici da parte di certi consiglieri, lo stesso discorso può essere fatto per i giornalisti: il Giannini che ieri come al solito con tutta la sua protervia attaccava la Polverini, dove stava in tutti questi anni? Non veniteci a dire che i ‘giornalisti’ non ne sapevano niente, perché è a tutti noto che la stragrande maggioranza del giornalismo italiano è avvinghiato e colluso col potere politico… Quindi l’esistenza di certi ‘verminai’ credo fosse arcinota a gran parte del mondo del giornalismo italiano, in questo caso laziale, che naturalmente si è ben guardato dall’aprire bocca, almeno fino all’ultimo, quando l’osso ‘da spolpare’ gli è stato offerto da un piatto d’argento. Ma il giornalismo d’inchiesta, quello che non guarda in faccia a nessuno, in questo caso, che fine ha fatto? Possibile che nessuno sapesse dello stile di vita ostentato da certi consiglieri, oltre che di certe feste in stile antica Roma… Uffici stampa dei politici e giornalisti sono pappa e ciccia, pranzano insieme, si scambiano informazioni: possibile che in tutti questi anni nessuno sapesse niente? Sinceramente, mi sembra difficile da credere…

LAVORO: E’ ORA DI DIRE ‘NO’

Il punto  è proprio questo: siamo arrivati al punto davanti al quale si viene messi davanti al caro vecchio motto “o mangi la minestra, o ti butti dalla finestra”.  Se proprio vogliamo prenderla alla larga, il lavoro – non solo in Italia, ma a livello globale  – non è mai stato svilito come ora negli ultimi 100 – 150 anni. Le uscite da teorie economiche ottocentesche di gente come il sottosegretario Polillo stanno lì a dimostrare la mentalità dell’attuale classe dirigente nei confronti della questione; una bella fetta di responsabilità – è ora di dirla tutta, e fuori dai denti, è anche dei sindacati, che negli ultimi decenni si sono concentrati più sulla tutela di chi il lavoro ce l’ha avuto (i pensionati) che non di chi ce l’ha o ancora lo deve avere; poi vabbè, Cofferati, Epifani, Camusso e compagnia vanno in tv a farsi belli, ma la realtà è quella: se il lavoro negli ultimi anni si è così sviliti è pure colpa loro, e forse è INNANZITUTTO colpa loro, perché poi alla fine l’imprenditore fa il suo interesse, l’etica non va d’accordo col mondo degli affari, per cui se trovi il modo di fare lavorare la gente gratis è tutto di guadagnato… C’è da chiedersi dove fossero i sindacati quando ad esempio,  tra la fine degli anni ’90 e l’inizio dei 2000, si diffuse  a macchia d’olio il fenomeno degli ‘stage’ non retribuiti, con la scusa che ‘facevi esperienza’ e poi quest’esperienza si traduceva nel proverbiale utilizzo della fotocopiatrice… quando non parliamo di attività più degradanti come andare  a prendere il caffè al ‘capo’…  E’ davanti agli occhi di tutti che la causa principale della crisi che stiamo vivendo da anni è proprio nello svilimento del lavoro: se la stragrande maggioranza dei soldi ‘prodotti’ nel mondo deriva da altri soldi e non dalla produzione, ne consegue un circolo vizioso in cui il capitale trova sempre nuove strade di remunerazione e il lavoro diventa sempre più marginale. La mia generazione, quella dei nati a cavallo trai ’70 e gli ’80 è abbastanza fortunata, perché ha avuto genitori che in larga maggioranza hanno cominciato a lavorare relativamente presto, accumulando patrimoni che, pur non essendo stratosferici, consentono magari di guardare al futuro con un minimo di speranza in più. Recentemente, mi è capitato di ascoltare un dibattito in cui c’era una persona che ricordava come, fino agli inizi del ‘900, la ‘maturità’ per un uomo coincidesse con la morte del padre e la successione a lui nella conduzione degli affari famigliari: ecco, l’impressione è che si stia ritornando a quel modello. Oggi, per tanti 30 – 40 enni (specie se figli unici) la ‘salvezza’ è costituita propri da quanto ‘costruito’ dai genitori, in assenza della possibilità di costruire altrettanto con le proprie mani: spesso  – è anche il mio caso – oltre alla casa in cui si vive, si è riusciti a comprarne un’altra, non tanto per abitarci, quanto per affittarla e avere una rendita aggiuntiva in casa… Che tale modello, che attualmente costituisce la ‘salvezza’ di tanti, sia sbagliato, non c’è dubbio: quando Monti è entrato al Governo ha strombazzato che avrebbe fatto pesare la tassazione sulla rendita più che sul lavoro, e via con l’IMU; ragionamento sostanzialmente giusto, solo che se poi è accoppiato con una concezione del lavoro da miniera dell’800, beh, tutto l’impianto va a farsi benedire. La questione di fondo è che il lavoro non viene riconosciuto: a sentire certi datori di lavoro, al giorno d’oggi li si dovrebbe ringraziare in ginocchio solo perché ti danno l’opportunità di lavorare (alla base c’è un pò lo stesso discorso della Fornero, secondo cui quella del lavoro in sè è una conquista…). Nel settore dove ‘lavoro’ (parola grossa, visto l’impegno e la remunerazione) dove lavoro io, l’informazione, si è arrivati a risultati paradossali: se non si ha la botta ‘di sedere’ di riuscire a entrare in quale grande organo, la realtà è che per assommare attraverso varie collaborazioni un reddito decente, bisognerebbe scrivere centinaia di articoli al mese. Tutto questo perché?: perché ovviamente dalla metà degli anni ’90 in poi tutti hanno scoperto di voler fare i giornalisti, ma anche perché non sono stati fissati parametri minimi, con un Ordine autoreferenziale che non ha fatto nulla per arginare la situazione; con l’avvento dei blog, e dei giornali online mascherati da blog per poter sfruttare ancora di più i propri lavoratori,  si è arrivati a situazioni ancora più paradossali: recentemente mi è capitato di rispondere a un annuncio, e di sentirmi dire che i contributi sarebbero stati remunerati (una miseria) sono dopo aver superato al soglia dei 300 ‘mi piace’ su Facebook: rendiamoci conto di dove siamo arrivati. La questione allora diventa come arginare tutto questo: di certo non contando sull’etica degli imprenditori, che fanno il loro interesse e se possono pagano poco o ancora meglio non pagano affatto; sul Governo, come detto non c’è da affare affidamento; i sindacati si sono mostrati inadeguati. La risposta sta allora a ‘noi lavoratori’; la risposta è: NO.  Ci hanno messo in una situazione in cui siamo costretti a dire sempre e comunque SI, con la scusa che ‘se non sei tu, è un altro’: se tutti cominciassero a dire NO: no agli stage non remunerati o compensati con cifre irrisorie, no alle collaborazioni e agli articoli pagati una miseria, no alle collaborazioni collegate ai ‘mi piace’ su Facebook, no  a tutti quei lavori, anche in altri settori, per i quali vengono proposti compensi da fame, con la scusa, ‘o tu, o tanto ce n’è un altro’, allora forse le cose comincerebbero a cambiare sul serio. Mi rendo conto che è difficile dire ‘NO’, perché dietro ad ogni ‘SI’, c’è una sicurezza, per quanto fragile, rispetto all’assoluta mancanza di certezze; ma invito tutti a pensare che è proprio con questo ricatto, con questa autentica violenza psicologica che ci hanno fregato… E quindi il caso che noi si cominci a dire ‘NO’ a prescindere, perché non si può accettare sempre tutto; c’è un limite, ci sono dei principi di fronte ai quali non si può recedere: è venuto il momento dare la precedenza  a quei principi cui troppo spesso anche noi siamo stati disposti a derogare per la semplice  e umanissima paura del futuro: è il momento di dire ‘BASTA’ , è il momento di dire ‘NO’.

IL GIORNALISMO AI TEMPI DI INTERNET

O meglio, al ‘professione giornalistica’ ai tempi della ‘Rete’: la considerazione è amara, e alquanto deprimente: l’avvento di Internet ha danneggiato, forse in modo irreparabile, la professione di giornalista. Se pensiamo a ciò che per il mondo del giornalismo Internet prometteva e a quello che poi in effetti ha mantenuto nei tempi attuali, il bilancio è ampiamente deficitario: pochissime delle ‘magnifiche sorti progressive’ si sono in effetti realizzate, quasi tutte le peggiori si sono invece concretizzate.
La moltiplicazione delle fonti di informazione ha portato ovviamente a un vantaggio per i fruitori, ma nel contempo si è generato un circolo vizioso al ribasso che ha portato a un sostanziale svilimento della ‘professione’: con questo intendiamoci non intendo dire che Internet abbia peggiorato il livello medio della scrittura (anche se poi, qua e là, si assiste a strafalcioni incomparabili); ciò che è peggiorato, e di molto, e la valutazione del lavoro. Il risultato, che credo sia davanti agli occhi di tutti, è che ormai la valutazione economica del giornalismo di ‘informazione’ (che sia ‘generalista’ o ‘settoriale’) su Internet è completamente scollegata dal livello di competenza.
Il problema di fondo, naturalmente, è il solito: non è la ‘rete’, ma come la si usa, unito ovviamente a un sistema italiano ancora fondato sul vetusto ‘Ordine’ che dovrebbe teoricamente sancire le capacità di scrittura giornalistica di un professionista, ma che poi nei fatti è completamente inefficace sotto questo profilo: al giorno d’oggi ci si potrà anche fregiare di un ‘tesserino’, ma ciò non vuol dire certo che si sappia parlare e scrivere in italiano corretto.
Ci si trova davanti a un completo ginepraio: da una parte l’abolizione di ‘sto stramaledetto ‘Ordine’ appare non più rinviabile; dall’altra, ci si trova di fronte a una ‘liberalizzazione’ del settore in cui tutto il manico del coltello sta nelle mani degli ‘editori’: un processo che ha portato non sono allo svilimento professionale del ‘mestiere’, ma in parallelo al suo declassamento economico.
L’ultima ‘genialata’ dagli editori per fare soldi alle spalle dei poveri ‘scribacchini’ è quella dei blog… Si aprono siti di informazione (spesso specifica rispetto a determinati settori) a raffica, travestendoli da ‘blog’: in questo caso si evitano tutti i costi economici e i rischi legali della faccenda, e nel contempo si dà a chi ci scrive una paga ‘da fame’: ormai siamo scesi al di sotto del centesimo (lordo) a parola, il che fatte le debite proporzioni ci porta a un esito allucinante: fatti due conti, per poter sbarcare il lunario si dovrebbero scrivere svariate centinaia di articoli al mese. Tutto questo tra l’altro ha comportato una spirale al ribasso che ha coinvolto anche quegli editori ‘virtuali’ onesti, che si trovano ad aver a che fare con una concorrenza nei fatti sleale, che magari vorrebbero pagare adeguatamente i propri giornalisti, ma che sono costretti di conseguenza ad abbassare i compensi erogati.
Fate voi le proporzioni sul numero medio di articoli scritti da chi lavora su un quotidiano; pensate solo a quanti ‘editorialisti’ della carta stampata in fondo null’altro fanno se non scrivere l’equivale di un post di un blog al giorno, ricevendo per questo paghe che superano di varie decine di volte quelle di un semplice blogger. D’accordo, ci sono  di mezzo ‘il nome’, la ‘carriera’, etc… Ma poi vai in giro in rete e ti accorgi che ci sono decine, centinaia, migliaia di blogger capaci di scrivere cose molto più intelligenti dei vari Serra, Gramellini e compagnia bella. Oltretutto chi scrive sui ‘blog’ di informazione spesso non ha manco la ‘soddisfazione’ di veder pubblicata la propria firma, perché per evitare grane gli editori preferiscono che chi scrive usi uno pseudonimo.
La questione dei siti di informazione ‘mascherati’ da blog pone un altro nodo gordiano: non si possono accomunare i blog a testate informative, perché sarebbe ingiusto nei confronti di chi su un blog ci scrive i cavoli propri; dal lato opposto però appare ormai necessario mettere un argine ai ‘paraventi’ che editano decine di ‘falsi blog’ pagando una miseria chi ci scrive.
Non parliamo poi di tutti quei siti (musicali, cinematografici, letterari) che si fondano sulla pura passione, nei quali nessuno ci fa una lira, ma che spesso e volentieri offrono un’informazione svariate volte più puntuale e attendibile dei quotidiani: per ogni Mereghetti, Morandini, Venegoni, Castaldo & Assante che ricevono profumati stipendi per scrivere i loro ‘pezzetti’ sulle pagine ‘pesanti’ dei quotidiani, ci sono centinaia di persone più competenti che scrivono su Internet per pura passione senza farci una lira.
Purtroppo affermare la necessità di ‘compensi minimi’ è ipotesi poco praticabile; all’opposto c’è il fatto che gli ‘editori online’ spesso se ne fregano della qualità, basandosi sui ‘grandi numeri’: si aprono decine di blog, puntando sul fatto che prima o poi qualcuno ci capita e col sistema dei pagamenti per ‘click’ o per ‘visita’ di soldi ne entrano comunque.
L’idea è insomma che si sia entrati in un processo abbastanza irreversibile, in cui quello del giornalismo è destinato a diventare un mestiere sempre più ‘amatoriale’ e sempre meno ‘remunerato’, in cui la qualità è un aspetto secondario, e in cui tutto è affidato alla fortuna di lavorare per un editore ‘onesto’ (e lascio perdere tutta la questione della dipendenza dell’editoria italiana dalla politica, con la conseguenza che in Italia spesso e volentieri per essere pagati basta scrivere ciò che piace al politico di riferimento di  turno); del resto, anche il giornalismo è una professione ‘intellettuale’ che non produce oggetti ‘fisici’ e che (come avvenuto per altri settori come la musica o il cinema), sta risentendo della svalutazione economica derivante dalla concezione della come ‘universo del tutto, subito e gratis.
Certo, è un peccato che si sia lasciato che le cose siano andate così: la politica è sempre ‘tarda’ nel percepire l’evoluzione della società: così come sarebbe stato necessario mettere mano a una nuova legge sul copyright per far partecipare gli autori al ‘business’ del filesharing gratuito, così sarebbe stato necessario rivedere le caratteristiche della professione giornalisftica per mettere in moto meccanismi che facessero si che la professionalità venisse sempre – e adeguatamente – remunerata su Internet: nemmeno questo è stato fatto e i nefasti risultati sono del tutto evidenti.

NON MI LAMENTO…

Sono stato sempre un privilegiato: figlio unico, sono cresciuto ovviamente in quella che si dice ‘bambagia’. Intendiamoci: non sono stato ‘viziato’, i miei mi hanno educato al valore del denaro, all’oculatezza al ‘non si può avere tutto ciò che si vuole’, ma quando sei figlio unico hai dei vantaggi, a partire dal fatto che più o meno tutto ciò che decidi di fare viene avallato più o meno senza problemi. Così ad esempio ho potuto prendere una facoltà (Economia) forse lievemente al di là dei miei mezzi, laurearmi in ritardo (ma non troppo), ma con una votazione scadente che mi ha chiuso gran parte delle porte aperte a un’evoluzione lavorativa… probabilmente sono stato anche incapace di ‘giocarmi’ le mie carte, se pensiamo che di certe cose di cui si parla oggi (l’utilizzo dei cellulari come mezzi di pagamento, per esempio) già avevo parlato nella mia tesi di Laurea (anno 2002)… La Tesi tra l’altro è stata la maggiore soddisfazione (una delle poche). presa all’Università… ma queste sono altre storie.
Il maggior privilegio, di essere figlio unico è ovviamente quello di essere l’unico ‘destinatario’ del patrimonio famigliare: per me questo ha comportato l’acquisto di un appartamento, dato in affitto in attesa di ‘migliori prospettive’. Intendiamoci, non è una casa di lusso, è un bilocale in una zona semiperiferica di Roma, che garantisce alla mia famiglia un’entrata aggiuntiva… ad oggi è la mia principale fonte di reddito, per quanto una cospicua parte sia destinata al bilancio famigliare. Ciò che prendo io (la metà) serve sostanzialmente a curare tutte le faccende burocratiche (tasse, spese condominiali, etc…) e a darmi un’entrata in più per le mie spese personali.
Ovviamente, la revisione degli estimi e l’aumento esorbitante dell’ICI derivante dalla ‘manovra’ riguarderà pure me: i conti sono stati facili, per me si tutto si risolverà in una drastica riduzione delle ‘spese voluttuarie’: meno libri, meno cd, meno mostre, meno cimena. Si tratta di ‘passioni’, alle quali dispiace rinunciare, ma alla fine non ho granché di cui lamentarmi.
Non sono tra coloro che da un giorno e l’altro si sono sentiti dire che in pensione ci andranno non a Gennaio, ma tra quattro anni (anche se io sono tra coloro che la pensione non la prenderà mai); non guido, e quindi l’aumento della benzina non mi tocca.
Insomma, le mie saranno rinunce tutto sommato marginali, rispetto a tanti altri ‘casi’: anche se si sarebbe potuto fare di più, e mi auguro che ci sia modo di apportare delle correzioni, non mi aspetto niente, ci sono sicuramente altre categorie da tutelare, come i proprietari di prima casa (come mio padre) o i pensionati con gli aumenti bloccati (anche qui mio padre fa parte della categoria).
Tuttavia, forse, e dico solo forse, si sarebbe potuta inserire una piccola ‘esenzione’ anche per le case date in affitto: alla fine, io la casa l’ho data in affitto, e su questo affitto ci pago le tasse, come è giusto; non è un bene ‘voluttuario’, ma un ‘patrimonio’ utilizzato per rimpinguare un reddito famigliare non certo faraonico; forse, e dico forse, si sarebbe potuta stabilire una diversa tassazione… almeno spero che il Comune l’anno prossimo conservi una differenziazione tra case date in affitto o lasciate a disposizione della famiglia…