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CESARE MALFATTI, “UNA CITTA’ ESPOSTA” (ADESIVA DISCOGRAFICA)

Sei capolavori (più uno) della storia dell’arte e sei luoghi scelti per la loro singolarità, o per il loro valore storico – culturale più recente, disseminati nel territorio milanese. I primi li ha scelti Alessandro Cremonesi, nell’ambito del progetto “Milano A Place To Be”, sorta di ‘braccio culturale’ dell’Expo all’interno del tessuto urbano milanese: sei opere, appunto, una per ogni mese di durata dell’Expo; poi, arriva l’idea di mettere in musica il tutto, coinvolgendo Cesare Malfatti (già compagno di avventure di Cremonesi nei La Crus), assieme ad un gruppo di eccellenze del cantautorato italiano contemporaneo.

Tredici brani, eseguiti da Cesare Malfatti partendo dai testi scritti da Paolo Benvegnù, Francesco Bianconi (Baustelle) e Kaballà, Luca Morino, Luca Gemma, Gianluca Massaroni, Luca Lezziero, Vincenzo Costantino Chinaski e lo stesso Alessandro Cremonesi; Cesare Malfatti interpreta e dà forma sonora ai pezzi.

Si potrebbe affermare che “Una città esposta” è un disco ‘discreto’: non nel senso del giudizio, ma in quello dell’approccio: del resto, quando si tratta di mettere in musica opere come il Cenacolo vinciano, la Pietà Rondinini, Il Bacio di Hayez o Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, non si può che farlo ‘in punta di piedi’, un po’ come il visitatore che si trova di fronte a questi capolavori.

Un disco rarefatto, in cui Malfatti più che cantare ‘sussurra’, o ‘sospira’: torna il paragone con lo spettatore che di fronte alle opere non può che esprimersi con un filo di voce, per non rompere ‘l’incanto’ della magnificenza visiva cui si trova di fronte.

Suoni sospesi tra elettricità, elettronica ed acustica: chitarre che ora tessono flebili trame, ora si esprimono attraverso sferzate elettriche, tappeti sintetici minimali con qualche vaga allusione ‘rumoristica’, una sezione ritmica in alcune parentesi composta e che procede quasi per ‘sottrazione’, ma che molto più spesso si snoda flirtando con climi funkeggianti: il contraltare ad un cantato che potrebbe definirsi quasi dimesso è insomma un campionario sonoro per lo più volto al ‘movimento’ o alla luminosità dei toni, pur mantenendo un atteggiamento ‘rispettoso’ e forse un po’ di ‘soggezione’ rispetto alle opere trattate.

Nelle parole di Benvegnù, Il Quarto Stato non può che riaffermare la propria potenza nel continuare ad essere metafora del mondo del lavoro anche oggi, ad un secolo di distanza, dove allo sfruttamento si è aggiunta la dinamica del consumo a tutti i costi; lo stesso ex-Scisma scopre il mondo di passione e sensualità celato dietro al Bacio di Hayez, mentre Francesco Bianconi assieme ai Kaballa restituisce al Concetto spaziale di Fontana la sua potenza iconoclasta e libertaria, per poi viaggiare a ritroso per 2.000 anni e dare voce ai pensieri di Gesù durante l’Ultima Cena; Luca Morino esalta la tenerezza materna della Pietà Rondanini e Alessandro Cremonesi isola nello Sposalizio della Vergine di Raffaello il carattere di evento fatidico, quasi di snodo universale.

A questi sei capisaldi si aggiunge un tuffo nella contemporaneità: quello di L.O.V.E. di Cattelan, meglio conosciuto come il ‘dito che manda affanculo la Borsa”, per Luca Lezziero simbolo di una libertà di espressione – forse – tutta da riconquistare.

E poi ci sono i ‘luoghi’, caratteristici o simbolici: le strade dedicate al figlio di Mozart od Ho Chi Minh; la dedica a Bob Noorda, olandese trapiantato a Milano, quasi dimenticato autore dei marchi Coop, Feltrinelli, Mondadori, Agip, Touring Club Italiano; la memoria del Teatro Continuo di Burri, luogo di incontro e socialità restituito recentemente alla Città, e quella del Tombon de San Marc, un bacino ormai scomparso, a quanto pare luogo prediletto dei suicidi la strenua resistenza della Cascina Campazzo, simbolo di una provincia agricola che rischia di essere soffocata dal cemento (e qui in controluce si può forse leggere una critica allo stesso Expo).

Alla fine , “Una città esposta” diventa una sorta di omaggio alla Milano migliore, quella del passato più o meno remoto, quella degli anni ruggenti delle avanguardie, quella attuale che, con un’immagine un po’ scontata, si può dire rappresenti i paradossi e i controsensi dei primi decenni del millennio.

A dirla tutta, l’Expo milanese ci aveva rotto le scatole già sei mesi prima della sua inaugurazione; ha continuato a scassarci gli zebedei anche successivamente, col suo ampio campionario di ipocrisie legate all’alimentazione e al problema del nutrimento mondiale, mentre i visitatori hanno continuato a mettersi in coda per mangiare da McDonald o al padiglione Italia, come se per mangiare ‘italiano’ si avesse avuto bisogno dell’Expo e di Eataly, come se poi un bel pezzo di pizza bianca con la mortadella assemblata all’alimentari sotto casa oltre a costare di meno, non offra maggiore godimento e non sia poi così dannosa per la salute, specie se gustata dopo essersi fatti qualche chilometro camminando o di corsa).

A parziale indennizzo di questo monumentale attentato ai nostri attributi, arriva l’ultimo lavoro di Cesare Malfatti.

ANNI 70 ARTE A ROMA

Roma, Palazzo delle Esposizioni, fino al 2 marzo

Il titolo spiega più o meno tutto: uno sguardo d’insieme gettato, sulle dinamiche artistiche della Capitale in un decennio forse troppo spesso ricordato, specie proprio qui a Roma, per l’atmosfera plumbea e opprimente, le tensioni sociali, il terrorismo e la Banda della Magliana, etc… E allora l’obbiettivo – raggiunto – di questa esposizione è quella di raccontarci un’altra Roma, vitale e dinamica nell’esplorare percorsi e linguaggi artistici.

La mostra in corso al Palazzo delle Esposizioni parte da quatto grandi mostre che nel corso di quegli anni a loro volta misero in luce le avanguardie artistiche che in quel periodo animavano Roma, delle quali vengono peraltro riprese alcune opere; lo spettatore è ‘accolto’ dall’installazione di Gino De Dominicis, intitolata “Il tempo, lo spazio, lo sbaglio”: gli scheletri di un pattinatore e del suo cane…

Il percorso espositivo si articola nelle consuete sezioni, ma stavolta si tratta dichiaratamente di ‘tracce’ appena delineate, di una ‘sistemazione’ puramente indicativa di un materiale quanto mai eterogeneo. Due tele di De Chirico, esposte nella prima sala, rappresentano le uniche opere che, allo spettatore non appassionato offrono un ‘appiglio’ a qualcosa di ‘noto’; subito però il percorso diventa un autentico ‘turbine’, un gorgo di immagini, suggestioni, ‘trovate’, a volte provocazioni… e lo spettatore prova l’impressione spiazzate di essersi trovato al posto dei personaggi di Alberto Sordi e della moglie nel celeberrimo episodio che li vedeva aggirarsi, perplessi e un pò intimoriti, nelle sale della Biennale di Venezia.

Piroghe, circoli di sassi, oggetti ai quali al visitatore è chiesto di assegnare una funzione ed un nome, schede tratte da manuali di patologia forense, monoliti torreggianti, omaggi all’arte classica, autoritratti che citano Caravaggio, Boccette di veleno che illustrano ‘esperimenti suicidi’… l’elenco potrebbe continuare, così come potrei dilungarmi su una lista dei nomi presenti: oltre ai già citati, potrei menzionare Burri, Capogrossi, Accardi (scomparsa proprio qualche giorno fa), Richard Long o Giosetta Fioroni; qualche nome finirebbe per sfuggire, facendo del torto a qualcuno…

Tutto molto affascinante, a tratti suggestivo o spiazzante, opere di fronte alle quali si rimane affascinati, talvolta si ride, in qualche caso sorgono perplessità o si prova un filo di ribrezzo (come nel caso delle schede forensi di cui sopra)… il limite dell’esposizione emerge allorché, uscendo, ci si chiede: “si, ma cosa mi è rimasto?”: perché forse, nell’obbiettivo, anche lodevole, di essere il più possibile esaustivi (tra l’altro ad un prezzo più accessibile rispetto ad altre mostre), tutto questo è… troppo. Il carattere così eterogeneo delle opere esposte costringe lo spettatore ad un continuo mutamento di attenzione, ad essere costantemente sulla corda, ed alla fine il tutto diventa una sorta di ‘esericizio di resistenza’… un filo estenuante, se vogliamo.

Certo, si può affrontare la cosa con disincanto e passeggiare tranquillamente tra le opere, buttando lo sguardo qua e là, ‘navigando dolcemente’ le mare magnum dell’Avanguardia; se però lo scopo di fondo almeno in parte vuole essere ‘dimostrativo’, ‘illustrativo’, beh allora forse l’esperienza si fa un pò dispersiva e il forte rischio, alla fine, è di uscirne con una discreta confusione in testa…