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IL PRIMO RE

Tremate. Questa è Roma.
Due fratelli guidano la fuga di un branco di disperati dalla prigionia ad Alba, prima di uno scontro che segnerà il primo passo verso la creazione di una città che segnerà la storia… un destino che potrà nascere solo dal sangue di un fratricidio…

Il Primo Re è un film ambizioso e per molti versi ‘difficile’: evitate di dare ascolto a chi sostiene che questo è un film italiano fatto ‘come un film americano’, o altre semplificazioni del genere: non siamo di fronte, per esempio, al “questa è Sparta” di “300”: non andate, insomma, a vedere questo film aspettandovi uno pseudo colossal targato Italia con l’ambizione di imitare quanto succede oltreoceano…

Intendiamoci, ci sono elementi tecnici (il montaggio, le scene di lotta e battaglia) che riecheggiano certi prodotti (potrebbe forse venire in mente, molto alla lontana, “Spartacus”), ma il punto centrale è che Matteo Rovere (che già aveva ottenuto un ottimo riscontro con “Veloce come il vento”) certe cose le conosce, probabilmente le ha pure studiate negli anni della scuola e le ha maneggiate con il rigore di chi ha la piena coscienza di stare parlando della leggenda della nascita della città più importante della Storia, non di chi, con tutto il rispetto, pensa che l’antichità classica sia fatta di corpi scultorei e donne scollacciate.

Nulla di tutto questo: piuttosto, una sorta di tentativo di ‘ricostruzione storica credibile’ di ciò che per molti versi è destinato a restare avvolto nella leggenda, nonostante decenni di studi approfonditi sulle origini di Roma; una ricostruzione storica, sulla quale sono inseriti elementi quasi ultraterreni, e forti rimandi alla tragedia greca.

“Il Primo Re” ci butta in un mondo arcaico, in cui l’uomo sta cercando una via di mezzo tra il lasciarsi governare dagli elementi e imporre su di essi il proprio dominio: è Remo che, protagonista di gran parte del film, si assume il compito e arroga il diritto di essere “Il Primo Re”, ma facendo questo, giunge all’eccesso di negare la presenza di qualsiasi ‘potere superiore’, sfociando in quella ‘ubris’ (l’arroganza contro gli dei) che è uno dei grandi fili conduttori dei miti e delle tragedie classiche; dall’altro lato, è Romolo invece che basa il suo potere anche sul rispertto e l’investitura ‘dall’alto’; e ancora: da una parte la pura forza bruta e militaresca di Remo, volta all’annientamento del nemico; dall’altra, l’atteggiamento già ‘politico’ di Romolo, il qualche intuisce la necessità di incorporare gli sconfitti per aumentare la forza del gruppo, in quella che sarà una delle ragioni del trionfo e della durata millenaria dell’impero romano.
Tutto questo in scenari sospesi, con ambientazioni e panorami che ancora oggi nonostante tutto è possibile andare a cercare e trovare attorno al Tevere e in giro per il Lazio, non lontano dalla metropoli che in duemila e passa anni è sorta attorno a un villaggio di capanne nato per accogliere fuggiaschi, esuli e gente in cerca di un riscatto e forse di una ‘missione’ più grande.

Tutto questo fa di “Il Primo Re” un film ambizioso, ribadisco: non nel senso dell’imitazione dei film americani, ma di una narrazione che finalmente nasca dalla voce di chi per certi versi ha più diritto di altri di raccontare certe vicende; insomma: ma perché noi italiani che ancora oggi studiamo il latino, possiamo aggirarci tra le rovine di Roma e sentire ‘nostre’ certe leggende, dobbiamo farcele sempre raccontare da altri?
Tanto ambizioso il film, da poter risultare in effetti difficile: “Il Primo Re” è un film ‘lento’, come lenti erano i ritmi di quell’epoca arcaica, strettamente legati ai cicli della natura e del clima, spesso scanditi da ritualità anche complesse e spesso spezzati da lotte e scontri ai limiti dell’animalesco (niente o quasi ci viene risparmiato: non sono duelli da ‘cappa e spada’ ma autentiche risse, con tanto di bastonate, occhi cavati e carne strappata a morsi); e soprattutto, la maggiore avvertenza: il film è interamente parlato in una sorta di latino arcaico, con tanto di sottotitoli. Sono due elementi che vanno tenuti ben presenti se si decide di andarlo a vedere, perché in più di due ore di durata potrebbero diventare pesanti, ma sono l’ulteriore segno del fatto che Matteo Rovere non ha ceduto compromessi portando fino in fondo l’idea di un film ambientato in un passato pre-storico, e se penso che a tanti la scelta sembrerà pesante, in fondo il tutto può risultare affascinante e rende ancora più credibile la costruzione.

Le ultime parole sono per i protagonisti: Alessandro Borghi è un Remo che se da un lato rappresenta la forma della pura violenza, dall’altro si pone come una sorta di Prometeo, non più ‘schiavo del fuoco’ ma suo dominatore, che vorrebbe affrancare gli uomini dalla tirannia degli elementi e quindi degli dei; Alessio Lapice è Remo, che invece porta l’idea della necessità di tenere presente un potere superiore e forse, più in fondo, quella che proprio nel rispetto delle ‘usanze’ e delle ‘tradizioni’ si può trovare un ‘terreno comune’, superando il conflitto e aggregandosi per essere più.
Meritevoli di citazione, infine, le musiche di Andrea Ferri, spesso un ‘qualcosa in più’ in quanto a epicità.

TOTTI HA SMESSO. VIVA TOTTI!!!

Raramente mi commuovo per i fatti in sé; a commuovermi è invece la commozione altrui: insomma, a forza di vedere gente in lacrime, ieri pomeriggio i rubinetti li ho aperti un minimo anch’io… dev’essere dipeso da quella storia dei ‘neuroni specchio’ che ci portano a entrare in empatia col prossimo…

E’ stata una bella pagina finale, di un ultimo capitolo scritto indubbiamente male, per colpa di tutti i protagonisti: dello stesso Totti, con la poco tempestiva intervista dello scorso anno, accompagnata da quella – se possibile ancora più deleteria – della sua consorte; un copione proseguito con l’atteggiamento di Spalletti, certo dettato da questioni tecniche, ma abbastanza evidentemente caratterizzato dall’essersela ‘legata al dito’… tutto si sarebbe potuto gestire meglio, con beneficio di tutti, ma si sa, dopo tutto siamo a Roma…

Roma, appunto, e i romani; anzi, i romanisti: pubblico umorale, pronto a innalzare i giocatori sugli altari dell’idolatria e altrettanto rapido ad affossarli nel mare dell’ingratitudine; la vicenda sportiva e umana di Totti può essere riassunta proprio in questo rapporto che per una volta non è esagerato definire ‘di amore’ tra un ragazzo e la sua città; ieri pomeriggio nel silenzio dell’Olimpico è riecheggiato l’urlo di qualcuno che ha esclamato: “Te volemo bene!!!” e le parole conclusive di Totti sono state: “Vi amo”: ecco, per chi fa fatica a capire quello che ieri può essere sembrato uno psicodramma farsesco, di fronte ai tanti fatti, anche recenti, che di lacrime ne hanno fatte versare con molto più profonde e motivate ragioni altrove, quelle due frasi possono chiarire di più il concetto.

Come recitava ieri uno dei tanti striscioni, 25 anni passati nella stessa squadra e con la stessa maglia hanno rappresentato, è vero, per Totti la vittoria di una ‘battaglia’ contro il calcio moderno che raramente conosce un valore che vada oltre quello del denaro; resta però da vedere se tutto questo sia stato il risultato di una ‘battaglia’ realmente combattuta, o non sia derivato piuttosto da una serie di scelte, certo guidate dall’affetto, ma anche dalla necessità di continuare a ‘sentirsi amato’; si è detto tante volte che un Totti al Real Madrid avrebbe potuto vincere Champions League e palloni d’oro, ma la mia impressione è che alla fine Totti abbia scelto di restare, certo per amore dei tifosi e della maglia, ma anche per la profonda necessità di continuare a sentirsi amato, senza mai essere messo in discussione, sempre giustificato anche per quei gesti, che sono periodicamente tornati nel corso di quasi tutta la sua carriera, che continueranno a rappresentare macchie indelebili.
Brevemente: Totti è rimasto a Roma forse perché solo qui poteva essere Er Capitano, perché altrove sarebbe diventato uno dei tanti, specie in quel Real ‘galattico’ fatto di campioni.

‘Er Capitano’, appunto: un ruolo al quale era predestinato, grazie a un talento naturale coltivato con una disciplina ferrea che lo ha portato a 41 anni a poter ancora giocare alla pari con una bella fetta di gente più giovane di lui; ‘Capitano’ quindi, in virtù di una superiorità tecnica che in questi 25 anni a Roma non ha mai avuto seri concorrenti (forse l’unico a contendergli la palma di miglior giocatore della Roma, in questi 25 anni, è stato Batistuta, ma per un lasso di tempo decisamente breve); Totti è stato indiscutibilmente il miglior giocatore della Roma per almeno i primi 23 di questi 25 anni; la fascia è stata quindi ampiamente meritata; eppure, l’impressione è che Totti sia stato un capitano di molti ‘fatti concreti’ – gol, assist, giocate geniali – ma di troppe poche parole: a lui è mancata – opinione personale – la ‘stoffa del leader’; e così alla Roma, in questi anni, è spesso mancato un giocatore che nei momenti difficili scuotesse la squadra con gli sguardi e qualche parola; responsabilità che spesso, anche se non sempre, si è assunta De Rossi, non a caso da almeno un decennio battezzato ‘Capitan Futuro’… quel ‘futuro’, per inciso, è finalmente arrivato, anche se quasi a fine carriera.
Totti insomma sembra essersi fatto scudo delle sue giocate, come se avesse detto: “a regà, io segno e vi faccio segnare, non chiedetemi pure i discorsi…”, atteggiamento in fondo umanissimo e che però forse ha privato la Roma di qualcosa.

La superiorità tecnica di Totti è stata insomma tale da non poterlo mai mettere in discussione, anche se a volte forse sarebbe stato il caso… così come la stessa superiorità ha impedito che fossero stigmatizzati a dovere i ‘gesti’ di cui parlavo sopra: certo si è scusato, certo spesso si è trattato di ‘reazioni’ a continue provocazioni (derivate a loro volte dalla consapevolezza degli avversari che dai e dai a premere certi ‘nervi scoperti’, si sarebbe ottenuto il risultato voluto); a Roma talvolta a Totti si è perdonato troppo e troppo in fretta, ma si sa: l’amore è cieco e impedisce di vedere i difetti dell’amato.

I campioni, anche i Totti, passano; le squadre restano e io, pur unendomi al tributo più che mai dovuto e sentito, da tifoso romanista in fondo mi auguro che come ieri si è chiusa un’epoca – un altro striscione ieri affermava, più o meno “non piangere perché una storia è finita, sorridi perché l’hai vissuta” – che oggi se ne apra un’altra, caratterizzata magari da un’assenza di giocatori simbolo che ci faccia rimpiangere Totti, ma da qualche vittoria ‘pesante’ in più…

Ora è tutto finito: va dato atto a Totti di aver chiuso alla grande, parlando di ‘paura’; a pensarci fa certo paura pensare a una persona che a una quarantina d’anni, più o meno il 40 per cento della propria vita, ha sostanzialmente raggiunto ciò che era il suo obbiettivo; ‘dramma’ se vogliamo che accomuna tutti gli sportivi e che le distingue da scienziati, musicisti, scrittori, che continuano la propria attività per tutta la propria esistenza.
L’impressione è che Totti veramente stia pensando: “e mo’ che faccio?”; una domanda alla quale il probabile ruolo dirigenziale nella Roma non può certo costituire la risposta, se non a livello superficiale: a quella domanda serve rispondere con una ‘ragione di vita’ ben più profonda; credo che Totti ora abbia veramente bisogno di ‘staccare’ per almeno sei mesi.
E’ questa situazione che penso debba generare il maggiore rispetto, la maggiore comprensione, la maggiore empatia per Totti.
Non è il tributo popolare e mediatico di ieri che può fornire il vero sostegno: è piuttosto un più comune ‘appoggio quotidiano’, una volta spenti i riflettori, che accompagni Totti nel percorso, non facile, che lo possa portare a capire, come ha lucidamente ammesso lui stesso, cosa vuole ‘fare da grande’.

LONTANO DA QUI, “LONTANO DA QUI” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Esordio discografico per il trio dei Lontano Da Qui, alias la cantate toscana Elisa Castells e i romani Matteo Uccella e Michele Bellanova, già attivi da qualche anno nella scena live romana e non solo.

Un lavoro all’insegna di un folk in cui a radici locali – il classico stornello romano è dietro l’angolo – profumi mediterranei, spezie iberiche, una spruzzata di sudamerica. Intelaiatura sonora che fa da cornice a una vena cantautorale attraverso cui sono narrate storie da minimo quotidiano e una galleria di personaggi che lungo i dieci brani presenti passa attraverso loschi figuri che popolano lo Stivale, suore alle prese con travagli sentimentali, personaggi ossessionati dall’organizzazione di ogni minuto della propria esistenza, soggetti incatenati ai social e all’opposto, coloro che per caso o scelta si sono ritrovati a vivere ai margini ( ‘Il barbone’ è dedicata al personaggio di Mezza Piotta, scomparso l’anno scorso, che più o meno tutti coloro che negli ultimi trent’anni hanno abitato nei quartieri romani del Portuense e di Monteverde hanno conosciuto bene).

Il risultato, se vogliamo, è quello abbastanza ‘tipico’ di questi casi: un lavoro la cui efficacia nasce soprattutto dal contrasto tra il clima solare creato da suoni a tratti sgargianti e tematiche spesso serie, tra storie che veleggiano tra l’indignazione per un’omertà fin troppo diffusa e quella per l’altrettanto diffusa emarginazione, lasciando però spazio per la leggerezza, l’ironia dissacrante e il sarcasmo nei confronti di fissazioni e ‘dipendenze tecnologiche’.

I due chitarristi capitolini costituiscono il nucleo di un insieme sonoro al quale si aggiungono al quale si aggiungono di volta in volta archi, fiati, pianoforte, nella forma della classica ‘orchestrina’ / banda di paese. Elisa Castells interpreta con personalità (coadiuvata nel succitato ‘Il barbone’ da Rosso Petrolio), una ‘toscanaccia’ influenzata dal disincanto tipico dell’Urbe.

“Lontano da qui” è un lavoro efficace, frutto del lavoro di musicisti esperti – i tre sono del resto tutti diplomati al Conservatorio – che tuttavia rischia di scontare l’appartenenza a un genere ormai decisamente sovraffollato, a Roma e non solo tra ‘orchestre’, ‘orchestracce’, cantautori popolari più o meno indie: le potenzialità ci sono, ma per farsi largo tra la concorrenza servirà una buona dose di personalità e forse un filo di originalità in più.

BUONGIORNO, ROMA!!!

Un grande scrittore americano ha fatto dire a uno dei suoi personaggi: “Da un grande potere derivano grandi responsabilità”. La nostra fiducia vi ha dato un grande potere: ora sta a voi usarlo con responsabilità.

EVVIVA VIRGINIA RAGGI, EVVIVA IL MOVIMENTO 5 STELLE, EVVIVA ROMA.

ROMA, IN SINTESI

Commissario Tronca: non eletto, nominato dal

Prefetto Gabrielli: non eletto, nominato  dal

Presidente del Consiglio Renzi: non eletto.

Qualcuno ha detto

DEMOCRAZIA?

FAMOSE ‘NA CANTATA

(e Proietti per me sarebbe un ottimo sindaco)

 

 

FANTASTICHE!!!

Non posso esimermi, anche se quasi fuori tempo massimo (questo è quello che succede quando non si ha una connessione ‘autonoma’ e quando scrivere un post dal cellulare si rivela un’impresa di ‘quelle che meglio lasciar perdere) dal celebrare l’impresa di Flavia Pennetta e Roberta Vinci.

Cosa sia successo e come sia andata a finire credo lo sappiamo più o meno tutti, visto che l’avvenimento storico è stato la notizia di apertura di quotidiani e notiziari.

GRAZIE, GRAZIE, GRAZIE a Flavia Pennetta e Roberta Vinci per le semifinali spettacolari, le emozioni di un avvenimento che anche a ripensarci ora sembra da fantascienza; GRAZIE  a Flavia per essere stata la seconda italiana a vincere un torneo dello ‘slam’, apice – e a questo punto, stando alle sue dichiarazioni, finale glorioso – di una bella carriera.

L’augurio è che l’impresa rilanci un po’ le sorti del nostro tennis femminile che a questo punto, oltre a Errani, Vinci e (forse) Giorgi, non sembra promettere un grande cambio generazionale, mentre quello maschile sembra al momento affidato al solo Fognini, grande talento offuscato da un carattere fin troppo umorale.

Quanto alle polemiche su Renzi, se è vero che c’è chi urla ai soldi buttati via (ma quando gli pare… parliamo dei soldi buttati via per finanziare i giornali che sbraitano contro Renzi brutto e cattivo che parte e va a vedere la finale?), è altrettanto vero che una presenza ‘istituzionale’, anche di grado elevato, in un’occasione del genere era quasi un atto dovuto; poi si può fare ampia dietrologia sul fatto che Renzi debba mettersi in mostra… Non escluderei, anzi mi sembra molto probabile, che la presenza di Renzi a New York sia stata un messaggio esplicito al CIO riguardo l’attenzione delle istituzioni italiane verso lo sport, con riferimento alla candidatura olimpica di Roma… Certo magari sarebbe meglio qualche pista di atletica in più…

P.S. Un doveroso ringraziamento va anche a Stefano Benzi, Eurosport e DeeJay TV per aver trasmesso in chiaro l’incontro e aver rotto lo ‘schema’ secondo cui i grandi eventi sportivi in televisione sono quasi esclusivamente disponibile a chi ha i soldi per pagarsi l’abbonamento a Sky.

BOSCO, “ERA” (AUTOPRODOTTO)

“Era”: un imperfetto, o forse un sostantivo… Ad ascoltare i dieci brani che compongono l’esordio del quartetto romano, entrambe le definizioni possono calzare: un’era, non tanto storica, quanto di vita personale, la fotografia di un momento, fatto fatalmente non solo del proprio ‘vissuto’ attuale, ma anche di ricordi… e qui si inserisce l’era all’imperfetto… ‘era’, o ‘è stato’ così, fino a più o meno poco tempo fa, ma poi alla fine viene il momento di voltare pagina…

Relazioni sentimentali che si chiudono, cercando di evitare di annegare la sofferenza nella melassa dei ricordi; si coglie l’occasione, magari, per scappare all’estero, prendendo allo stesso modo le distanze da un’Italia in cui a volte l’unico ‘modus vivendi’ sembra essere quello di costruirsi un’oasi di tranquillità fatta di libri, film e tutto ciò che si ama, magari condendo il tutto con i ricordi estivi dell’adolescenza.

Ci si rende conto, o forse semplicemente lo si ammette a sé stessi, di stare ‘crescendo’ e che forse non è più il tempo di giocare a fare gli eterni ‘giovani’ continuando a replicare gli stessi ‘riti’, magari nel corso di estati trascorse troppo in fretta…

Sullo sfondo, Roma: vissuta, come da ogni comune cittadino, col classico rapporto di ‘amore / odio’: inevitabile, a pensarci, visto che alla fine Roma letta al contrario si legge pur sempre Amor.

I Bosco rileggono tematiche tutto sommato ‘consuete’ – i ‘momenti di passaggio’, la fine di un amore, la presa di coscienza del proprio ‘essere adulti’ – in maniera tutto sommato discretamente personale, con sonorità in cui si mescolano allusioni all’elettropop degli anni ’80, alle atmosfere sognanti dei ’90 (vedi alla voce Belle & Sebastien) e magari strizzando l’occhio a più recenti esperienze ‘indie’ di casa nostra: i primi a venire in mente, specie negli episodi in cui voce maschile e femminile si affiancano efficacemente, sono i Baustelle.

Un buon disco di esordio, in cui i riferimenti sonori sono ancora abbastanza ‘scoperti’, ma in cui si avverte che la ricerca di stile e personalità più marcati è già a buon punto.

MARINO E I SUOI BADANTI

Torno, cercando di essere breve, sulle questioni ‘romane’.
Il sindaco Marino nei giorni scorsi ha presentato il nuovo ‘restyling’ della propria giunta, volto, almeno nelle dichiarazioni, a segnare una ‘svolta’ che dovrebbe portare a qualche risultato concreto…
Non è dato di sapere quanto questa nuova fase durerà: l’impressione tuttavia è che almeno un paio dei nuovi nomi messi in giunta siano stati imposti ‘dall’alto’ con la funzione di ‘bombe ad orologeria’ pronte ad esplodere al momento giusto per causare l’ennesima crisi e portare Roma al voto, con l’obbiettivo, che tutti immaginano, di aggiungere la Capitale all’elenco dei ‘feudi’ renziani.
Al di là della strategia politica, le scelte appaiono equamente divise tra ‘positive’ e ‘negative’.

Cominciamo dalle brutte notizie: la scelta peggiore e deleteria è quella del nuovo vice Sindaco ed Assessore al Bilancio, Causi: tutti lo dipingono come un amministratore di ‘esperienza’, uno che conosce bene Roma, sia dal punto di vista amministrativo, avendo curato il bilancio anche con Veltroni, che politico.
L’impressione è che Causi sia stato imposto a Marino come si fai coi badanti per gli anziani: una sorta di deterrente alla ‘mania’ (insopportabile per il PD romano) del sindaco di fare di testa sua… L’impressione è che da ora in poi a Roma non si muoverà foglia che Causi non voglia.
Nonostante tutto, se Causi avesse dato prova senza ombra di dubbio di essere un buon amministratore, la cosa potrebbe anche avere dei lati positivi.
Il problema è che l’amministrazione Veltroni ha lasciato Roma con un buco di bilancio di dimensioni abnormi, uno degli elementi che hanno portato Roma nella situazione in cui è oggi… e chi curava il bilancio all’epoca di Veltroni? Proprio Causi… io non voglio portare il ragionamento su deduzioni sbagliate, le conclusioni tiratele voi.

Ai Trasporti, altro settore nevralgico della città, è stato portato Esposito, quello che ha fatto ‘carriera’ scagliandosi un giorno si e l’altro pure contro i No-Tav in Val di Susa… mi chiedo se il soggetto abbia le reali competenze per affrontare il caos del trasporto pubblico a Roma; in ogni caso, la ‘funzione politica’ di Esposito sembrerebbe essere quella di ‘riferire’ direttamente a Renzi su quello che succede a Roma, onde far capire al Presidente del Consiglio quando sarà il momento più adatto per staccare la spina all’amministrazione Marino.

Le notizie positive sono gli altri due nomi: Marco Rossi Doria, incaricato di curare Istruzione e Periferie, è un nome che ispira fiducia, per vissuto e competenza… certo, bisognerebbe intendersi sui ‘limiti geografici’ del termine ‘Periferie’: se per ‘periferia’ si intende ad esempio tutto ciò che è al di fuori del cosiddetto ‘anello ferroviario’ – chi conosce Roma sa di cosa parlo – parliamo di una superficie di territorio che equivale ai tre quarti del totale, forse qualcosa di più; se intendiamo le più classiche ‘borgate’, l’estensione si riduce, ma parliamo comunque almeno di un milione – un milione e mezzo di abitanti: mi chiedo che cosa preveda l’impegno di Doria per le ‘periferie’.

Ultimo nome quello di Luigina Di Liegro, nipote di Don Luigi, fondatore della Caritas: come lo zio, una vita spesa a favore degli ultimi e di altre ‘periferie’, quelle che Papa Bergoglio ha definito ‘esistenziali’: gli è stato assegnato l’Assessorato al Turismo, scelta non casuale, perché nei prossimi mesi ‘turismo’ a Roma vorrà dire soprattutto ‘Giubileo’, con evidenti implicazioni sotto il profilo dell’associazionismo religioso e delle opere di carità; anche in questo caso il profilo appare elevato, vedremo quali e quanti saranno gli spazi di manovra.

La nuova giunta Marino sembra comunque, sotto molti aspetti, una sorta di ‘Commissariamento politico’ del Comune: di certo Marino avrà meno libertà di prima nel proporre iniziative da molti considerate ‘estemporanee’ (ad esempio le pedonalizzazioni, l’allontamanento dei camion bar dalle aree turistiche, il registro delle unioni omosessuali) e avrà uno spazio di manovra limitato dalla presenza di una personalità ingombrante come quella di Causi e da quella di Esposito, in qualità di referente di Renzi.

L’impressione conclusiva è che a meno di grosse sorprese i prossimi mesi saranno volti a cercare di risolvere le urgenze rappresentate da trasporto pubblico e nettezza urbana, per poi staccare la spina nei primi mesi del 2016 ed andare al voto in primavera.

ROMA, MARINO E LE (IM)POSSIBILI ALTERNATIVE

L’impressione è che difficilmente Roma potrà uscire in tempi brevi dalla situazione dove è finita, o dove è stata fatta finire.
C’è una degenerazione complessiva che ha portato noi cittadini romani dove siamo; negli ultimi vent’anni, chi ha governato Roma se n’è fregato della città e dei suoi abitanti: abbiamo seplicemente assistito ad un susseguirsi di sistemi di potere in cui sono stati occupati posti, distribuite poltrone, incarichi, assunzioni a parenti ed amici, soprattutto nei settori della nettezza urbana e del trasporto pubblico, che non potevano che portare ad un deterioramento dei servizi; nel frattempo, alcuni problemi ‘storici’, come quello dei Rom e dell’integrazione degli immigrati, sono stati lasciati incancrenire, creando ad arte ‘situazioni di emergenza’ per lucrare meglio grazie alle deroghe alle regole.

 

ROMA SPORCA, CITTADINI SPORCHI

Ognuno ha le sue colpe: da Veltroni che continuava a raccontare la favoletta di ‘Roma, città dell’accoglienza’, mentre nelle periferie cresceva l’insofferenza verso gli immigrati, e che invece di risolvere i problemi pensava alle ‘feste del cinema’, ad Alemanno, che sostanzialmente ha lasciato Roma come l’aveva trovata, senza aver risolto un solo problema.
La mancata soluzione dei problemi ha portato ad un generale incattivirsi della popolazione: i romani si lamentano del traffico e della città sporca, ma poi prendono l’automobile pure per andare al cesso e se trovano il cassonetto sotto casa pieno, pur di non farsi venti metri per raggiungere il successivo, buttano la spazzatura dove capita; è stato lanciato il servizio gratuito di raccolta dei rifiuti ingombranti a domicilio, ma televisori, frigori, poltrone, credenze e materassi continuano ad essere lasciati per strada, dove capita. Qualche settimana fa mi è capitato di parlare del problema con altri cittadini: la risposta è stata che “quelli sono gli svuotacantine che lasciano i mobili dove capita”; ecco: la colpa è sempre di qualcun altro…
Posti brutti rendono brutto pure chi li abita, che a sua volta contribuisce al degrado. L’impressione è che a fare schifo non sia solo Roma, ma spesso pure chi la abita; ha ragione da vendere Gassman a dire che i cittadini si devono muovere: la rivoluzione dovrebbe nasce dal basso, ma qui si continua a pretendere che a muoversi debba sempre essere qualcun altro.
Poco distante da casa mia c’è un giardinetto frequentato il giorno da mamme, bambini e anziani; di sera arrivano gruppetti di adolescenti o neo-maggiorenni che bevono e fumano lasciando in giro cicche e talvolta qualche coccio.
Considerazione numero uno: nel quartiere mancano luoghi di aggregazione ‘ad hoc’ per la gioventù.
Considerazione numero due: quei giovani non hanno ricevuto dai genitori un’educazione civica degna di questo nome.

 

MARINO, OBBIETTIVAMENTE

Marino obbiettivamente è una persona onesta.
Marino obbiettivamente non era preparato a governare una città come Roma.
Marino obbiettivamente ha dovuto governare non solo contro l’opposizione, ma anche contro gran parte del suo partito.
Marino obbiettivamente non poteva fare nulla più di ciò che ha fatto finora, visto lo stato in cui ha trovato Roma, gli ostacoli quotidiani messigli davanti anche dal suo partito, e il verminaio scoperchiato dalle inchieste.
Marino obbiettivamente ha chiuso – finalmente!!! – alle automobili private i Fori Imperiali, ha chiuso la megadiscarica di Malagrotta e mi risulta che da quando c’è lui, la cementificazione selvaggia della città si sia arrestata. Inoltre, sta cercando di arginare il fenomeno dell’abusivismo commerciale, dei venditori di souvenir e dei camion bar che affollano i monumenti. Qualche risultato si comincia a vedere, ma resta del lavoro da fare.
Marino obbiettivamente dovrebbe avere la possibilità, come chi l’ha preceduto, di governare Roma per almeno un intero mandato, per poi essere giudicato e riconfermato o mandato via dagli elettori.
Marino obbiettivamente non indagato, è stato attaccato da Renzi il quale invece negli ultimi mesi ha difeso a spada tratta tutta una serie di indagati.
Marino obbiettivamente potrebbe fare due – tre cose per farsi maggiormente ben volere dalla cittadinanza: si potrebbe cominciare col risistemare le strade – groviera, continuando con un po’ di pulizia in più e proseguendo con qualche intervento sul trasporto pubblico (cosa che sembra intenzionato a fare); per governare Roma, non è necessario un programma in dieci punti: la situazione è tale, che basterebbe prenderne tre, ma rispettarli tutti.
Marino obbiettivamente l’ho votato, e se fosse costretto ad andarsene mi dispiacerebbe.

 

VIA MARINO!!! OK. POI?

Si chiedono le dimissioni di Marino: d’accordo, e poi? Insomma, le alternative quali sono?

A destra:

Giorgia Meloni – Giorgia Meloni sta ad Alemanno come Salvini sta a Bossi, vuole presentarsi come una ‘destra nuova e presentabile’, ma alla fine la storia è la stessa, quella di una destra che a Roma ha sempre rosicato perché nonostante sia stata storicamente molto forte, non è mai – o quasi – riuscita a vincere… a sentire loro, quando fossero andati al governo della città, chissà che sarebbe successo; c’è andato Alemanno, e… non è successo niente: l’unico evento degno di nota in cinque anni fu la nevicata che bloccò la città, facendoci ridere dietro da mezza Italia (naturalmente, si assistè al solito scaricabarile, nessuno disposto ad assumersi un minimo di responsabilità); per il resto, niente a Roma è cambiato di una virgola; poi c’è il capitolo ‘penale’, sul quale non mi dilungo perché le inchieste sono in corso, ma quello che è successo a Roma negli ultimi anni ormai è risaputo.
Ora, col massimo rispetto per Giorgia Meloni, mi chiedo perché dovrei pensare che con lei le cose a Roma cambierebbero radicalmente: se Giorgia Meloni diventasse sindaco, ho l’impressione che assisteremmo semplicemente ad un cambio di sistema di potere, magari infarcito di quelli che si sono salvati dalle inchieste e che occuperebbero i posti lasciati liberi da quelli finiti in galera.
Alfio Marchini – Alfio Marchini si pone a metà strada tra il buonismo di Veltroni e una versione all’amatriciana del ‘ghe pensi mi’ berlusconiano, con l’aggiunta del fatto che sembra sia belloccio e riscuota successo presso il pubblico femminile; per il resto, Marchini resta l’erede di una dinastia di palazzinari, quindi c’è da aspettarsi che con lui sindaco, riprendano alla grande le colate di cemento… chissà, magari trasforma il Circo Massimo in un parcheggio e mette una palazzina al posto del Colosseo.
Versante PD: Boh!!!

Il PD non ha al momento un candidato alla possibile successione di Marino; in questo caso il nome non è nemmeno un problema, perché l’obbiettivo di Renzi è semplicemente quello di metterci uno dei suoi, per estendere la sua sfera di potere anche su Roma: chiunque verrà candidato dal PD, sarà un semplice pupazzo che farà le veci di Renzi.
Movimento Cinque Stelle

Sono stato e resto un elettore del MoVimento, ma non è che mi senta tenuto a seguirlo in tutto: continuo a pensare che Marino debba restare fino a fine mandato; detto questo, da elettore del MoVimento penso che M5S sia l’unica realtà che a Roma non rappresenta un sistema di potere fatto di interessi particolari, di combriccole, di gruppetti, etc… é il principale pregio del MoVimento e il principale limite: perché purtroppo a Roma negli ultimi vent’anni (e non solo) si è creata una situazione in cui se non hai un sistema di potere, qualche tipo di conventicola non solo economica, ma (come si è visto) anche più o meno criminale, alle spalle, difficilmente vinci.
Ci sarebbe da sperare in un sussulto d’orgoglio dei romani, ma come ho scritto prima, purtroppo noi romani siamo parte del problema; una possibile vittoria del MoVimento Cinque Stelle significherebbe che noi romani almeno avremmo fatto un piccolo esame di coscienza e che oltre a lamentarci di come vanno le cose, avremmo capito che per migliorare la città, si parte dal basso.

 

L’OPZIONE PIU’ LOGICA: IL COMMISSARIAMENTO

Se si vuole essere un minimo intellettualmente onesti, bisogna ammettere che la soluzione più logica è il commissariamento: chiamare ad esempio uno come Gratteri e dargli carta bianca.
Commissariamento che attenzione, non dovrebbe essere certo una buffonata di tre o quattro mesi: Roma va commissariata per tre o quattro anni, in modo da spezzare il circolo vizioso dell’alternanza tra sistemi di potere volti solo alla tutela di interessi circoscritti e non al bene della città e dei cittadini.
Diciamo che se arrivasse un Commissario, dovrebbe rimanere almeno fino alla primavera 2018, quando è prevista la prossima elezione del sindaco.
Il problema è che i partiti di destra e sinistra vedrebbero il commissariamento solo come un periodo in cui fare campagna elettorale, pochi mesi durante i quali litigarsi l’osso per conquistare gli ultimi brandelli di ‘ciccia’ rimasti da spolpare in città.

 

POSTILLA: MARINO, LA DESTRA E LE FOGNE

Vado per un attimo alle dichiarazioni di un mesetto fa: Marino ha ragione, la destra romana si dovrebbe vergognare del modo ipocrita e strumentale in cui sta affrontando la situazione; non si fermano davanti a niente: con la situazione che sta vivendo Roma, non trovano nulla di meglio che alzare il livello dello scontro, anche con quotidiane campagne di stampa che individuano in Marino il colpevole di tutti i mali di Roma, campagne di stampa che quotidianamente giocano sulla paura dei cittadini per il diverso, accrescendo l’ostilità innanzitutto contro i rom, poi contro gli immigrati, clandestini e non, e in misura minore (ma comunque con una certa ricorrenza) contro gli omosessuali, ‘rei’ di aver ottenuto da Marino il registro delle unioni civili.
La destra si è lamentata per il gergo da anni ’70 delle ‘fogne’, ma alla fine anche il linguaggio della destra a Roma continua ad essere lo stesso di quarant’anni fa: l’odio contro qualsiasi forma di ‘diversità’ (etnica, religiosa, di identità sessuale) di ‘deviazione’ rispetto ad una ‘norma’, ad una presunta ‘normalità’ che spesso assume i contorni ossessivi da patologia psichiatrica.
Dopo aver ‘sistemato’ zingari, africani e froci, magari cominceranno con i portatori di handicap poi con quelli con le orecchie a sventola, che portano gli occhiali, o che sono troppo magri o troppo grassi rispetto al loro concetto di ‘normalità’…
La destra a Roma vuole andare alle elezioni per ricominciare ad occupare poltrone, per realizzare nuovamente la propria ossessione personale di sogno di ‘conquista’ della città, mettendo nei posti chiave i picchiatori di quarant’anni fa che ne frattempo si sono rifatti una ‘verginità’…
La stessa ‘verginità’ che pretendono di avere oggi, chiedendo le dimissioni di Marino e facendo gli gnorri rispetto alle loro pesanti (anche se non esclusive) responsabilità rispetto alla situazione in cui è stata ridotta Roma.
Quindi alla luce di tutto ciò, mi sento di dire che parlando di ‘fogne’, Marino è stato pure troppo politicamente corretto.

 

FINALE

Il punto è che al di là delle ‘parti’, destra e sinistra dovrebbero riconoscere che nella situazione attuale eventuali elezioni non risolverebbero nulla: che PD da una parte e partiti di centro-destra dall’altra sono ancora troppo legati al mastodontico complesso di malaffare che ha dominato Roma negli ultimi per poter realisticamente aspirare al Governo della città.
Se fossero intellettualmente onesti darebbero il via libera ad un commissariamento di un paio d’anni, facendo nel contempo reale pulizia al loro interno (il PD con Barca ci ha provato, ma la sua relazione ha sollevato una caterva di contestazioni e temo che non porterà a nulla), ma purtroppo l’onestà intellettuale è al momento del tutto assente dalle iene della politica romana, che hanno già intravisto la possibilità di spolparsi il poco che resta appiccicato al cadavere.