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GOMORRA – LA SERIE

Ovvero: mamma, da grande voglio fare il camorrista.

Senza girarci troppo intorno: il problema è uno solo e si chiama ‘immedesimazione’.
La serialità televisiva, avendo raschiato il fondo del barile degli ‘eroi positivi’, divenuti materiale di pertinenza quasi esclusiva delle serie ispirate ai supereroi e ai vigilanti dei fumetti, da qualche anno ha ‘scoperto’ il ‘fascino del male’: siamo così passati dall’umanità instancabile dei protagonisti di E.R. al Dr. House, incapace di qualsiasi ipocrisia, che finiva per prendere in giro e mandare a quel paese i propri malati, perché ‘lui curava le malattie e non le persone’; dai detective alla ricerca dell’assassino al serial killer Dexter che, per quanto spinto da una sua morale, sempre un macellaio restava… per arrivare al protagonista di Breaking Bad che, schiantato da una vita ingiusta, decide di reagire dandosi al crimine… eroi negativi che stimolano la nostra parte oscura, e nella quale finiamo più o meno per immedesimarci, guardando questi personaggi fare cose che noi non ci sogneremmo (o non avremmo il coraggio) di fare.

Veniamo a Gomorra: il film aveva un senso, nel suo trasferire sullo schermo ciò che ci era stato raccontato da Saviano nel suo libro; riuscito, quel film, nel riproporre delle atmosfere squallide e dei personaggi al limite, interpretati da attori spesso presi dalla strada… Recentemente più o meno casualmente (ovvero: in mancanza d’altro) ho visto qualche episodio della serie tv, e il confronto col film è impietoso; il film faceva rabbia, perché faceva paura: i protagonisti sembravano veri, reali. La serie ti fa rodere e basta, perché i personaggi sono insopportabili: non in quanto rappresentazione della realtà, ma proprio per come sono stati delineati. Per quanto mi riguarda, siamo a poca distanza dalla macchietta o dalla comicità involontaria; la moglie del boss che va in carcere a trovare il marito e gli mostra l’album di famiglia sembra presa di sana pianta da una sceneggiata di Mario Merola; i giovani protagonisti sono tutti o quasi ‘leccati’, ‘tronisti’ più che ‘avanzi di ‘galera’; talvolta per dargli un ‘tocco di cattiveria’ gli sono state appiccicate delle acconciature demenziali.

Insomma, il paragone con la realtà è analogo a quello di “Romanzo Criminale”: confrontate le foto degli esponenti della Banda della Magliana con le ‘facce da buono’ di Rossi Stuart, Favino o dei protagonisti della serie tv e fatevi due risate…

Il film Gomorra era dominato da un’atmosfera – volutamente – squallida e decadente; la serie è patinata, plastificata; certe battute sono oltre i limiti dello scontato (“se comando io, gli ordini perché li dai tu?”). Le atmosfere ‘VIP’, il sole, le piscine, il mare, le auto, le tute griffate, i bracciali, gli anelli, le catenine, l’arredamento di lusso, gli alberghi a cinque stelle, le belle donne (con tanto di bocce al vento) offrono un’insopportabile quadro del ‘quant’è bello essere un camorrista’; in uno degli episodi, un emissario della camorra in Spagna prima viene lasciato ad affogare, ma poi si scopre che era uno ‘scherzo’, poi viene coinvolto in una ‘roulette russa’ da… mafiosi russi (e qui veramente si finisce nel trash) e ovviamente si salva: manco la soddisfazione di vederlo affogare o di assistere alle sue cervella che decorano un bel muro; nulla di tutto questo: ‘ammazza quanto gli va di c**o ai camorristi!!!

Nell’ultima puntata c’è la classica ‘mattanza d’ordinanza’, presa pari dal Padrino, peraltro con analogo effetto ‘analgesico’: non si innoridisce per il sangue che scorre a fiumi, più che altro si rimane ‘sinistramente affascinati’ dalla metodicità dell’azione.

La fiction televisiva suscita immedesimazione: mettici un poliziotto e il pubblico sognerà ad occhi aperti di avere il fegato di andare a stanare i criminali; mettici un camorrista e il pubblico immaginerà di avere il coraggio di vivere nel lusso coi soldi dello spaccio di droga; è sempre stato così e così sempre sarà: eroi ed antieroi, con poche eccezioni. Ricordo ancora il senso di rabbia ed impotenza con cui uscii dal cinema dopo la visione del film: la sensazione di non aver assistito ad un’opera di completa fantasia, ma ad uno spaccato in parte documentaristico; conclusa la visione di qualche episodio di “Gomorra – La serie”, mi è rimasta la sgradevole impressione di un prodotto che alla finisce per dare un’aura di ‘eroi’ ai protagonisti, cattivi e senza scrupoli quanto si vuole, ma in fondo quanto sò fighi; alcune sequenze ‘forti’ (rapimento, stupro e uccisione di una povera adolescente, eliminazione di un poco più che ragazzino mediante colpo in testa) sembrano essere state inserite tanto per dare un po’ di negatività in più ai protagonisti, ma questo non basta a togliere al prodotto la fastidiosa patina di ‘eroismo negativo’, il ‘fascino della dannazione’, la suggestione della ‘vita violenta’.

La visione di “Gomorra – La serie” induce peraltro qualche considerazione sulla progressiva ‘mutazione’ subita da Saviano (della quale va ringraziato soprattutto l’ineffabile Fabio Fazio), il quale ormai è diventato un ‘brand’, che passa indifferentemente dalle vesti di giornalista d’inchiesta, a quelle di tuttologo televisivo e di autore delle fiction tratte dai suoi libri, uno di quelli su cui tra l’altro in Italia è vietato eccepire in qualsiasi modo, pena essere tacciati di connivenza con la camorra da parte dell’intellighenzia sinistroide dei vari Fazio, Floris, Giannini, Gruber, De Gregorio, Gramellini, Bignardi e compagnia bella.. sia chiaro, non gli si può fare una colpa se i suoi libri vendono e le sue fiction hanno successo, ma a questo punto bisognerebbe pure smettere di dipingerlo come un mezzo martire: che bisognerebbe dire allora dei collaboratori di giustizia costretti a vivere nell’anonimato, lontani dal successo, dalle luci della ribalta, (soprattutto) dai soldi a palate?

Al netto di queste considerazioni, l’irritazione comunicata dalla visione di “Gomorra – La serie” resta: perchè alla fine, a dirla tutta, a questi antieroi patinati si fanno quasi preferire quelli più stereotipati, ma almeno detestabili, che ogni tanto vengono proposti dalla soap di RaiTre “Un posto al sole”.

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HABEMUS GOVERNUM

Dopo ore di attesa, abbiamo finalmente la lista: presto per dare un giudizio, e del resto, molti nomi non so manco chi siano… il che forse non è poi un male; altri sono invece fin troppo conosciuti, e verrebbe da dire ‘purtroppo’. Renzi verrà come ampiamente previsto affiancato da Del Rio come sottosegretario.  Voti ‘a caldo’ alle scelte. Re

Interni – Alfano 5 Come da previsioni

Economia – Padoan: 5 L’ennesimo tecnico ‘gradito’ agli ambienti internazionali dei quali proprio non si sentiva il bisogno.

Cultura – Franceschini: 4 Se c’è un Ministero dove in Italia debba andare un supertecnico, è quello dei Beni Culturali; si preferisce Franceschini, forse perché nel tempo libero scrive libri (che non legge nessuno, o quasi).

Istruzione – Giannini: 6 Sospendo il giudizio; il curriculum a dire il vero è di tutto rispetto. Vedremo.

Sanità – Lorenzin: 4 La sua attività nel corso del Governo Letta è risultata ondivaga ed indecisa, priva di fermezza…

Infrastrutture – Lupi: 5 A me Lupi umanamente sta anche simpatico, ma non so se sia il più adatto, per dire, ad occuparsi delle infrastrutture digitali italiane, alquanto arretrate.

Lavoro – Poletti: 6 Esponente della LegaCoop; scelta interessante.

Sviluppo Economico – Guidi: 6 Industriale ‘figlia d’arte’ (non dirò ‘di papà’ per non essere irriguardoso). Giudizio sospeso in attesa dei fatti.

Esteri – Mogherini: 6 La novità più eclatante; devo dire che mi intriga abbastanza, anche se temo la mancanza di esperienza per un ruolo dove invece di esperienza ce ne vuole parecchia…

Giustizia – Orlando: 5 Un tipico ‘passaggio ministeriale’ da Prima Repubblica: uno che prima stava all’Ambiente, adesso passa alla Giustizia: un personaggio ‘sbiadito’ per non dispiacere nessuno.

Affari Regionali – Lanzetta: 7 L’ex sindaco di Monasterace, vittima di intimidazioni da parte della ‘Ndrangheta, è una scelta  altamente simbolica.

Difesa – Pinotti: 6 Passa da Sottosegretario a Ministro. Giudizio sospeso.

Ambiente – Galletti: 6 Anche lui ‘promosso’.  Aspettiamo e vediamo.

Agricoltura – Martina: 6  Altro caso di promozione, come sopra.

Riforme e Rapporti col Parlamento – Boschi: 6 Come da previsioni. Almeno è carina. Molto, carina.

Semplificazione e Pubblica Amministrazione – Madia: 4 Una che non sapeva manco la differenza tra il Ministero del Lavoro e quello dello Sviluppo si ritrova Ministro. Andiamo bene.

Che devo dire? Speriamo che Renzi li abbia scelti giusti. Adesso sta a lui. Buona fortuna, a loro e soprattutto a noi.

SALLUSTI

La vicenda di Sallusti: verrebbe quasi da dire che alla fine ‘chi semina vento’, raccoglie tempesta. Il personaggio, lo dico esplicitamente, mi è odioso, con quell’atteggiamento da ‘so tutto io’, che, beninteso, condivide con la gran parte dei giornalisti, in particolare quelli che si occupano di politica e in particolare quelli che vanno in televisione (vedi alle voci: Belpietro, Sechi per il centrodestra, o Giannini, Menichini, Damilano, Telese per il centrosinistra). Ora. Lungi da me mettere in dubbio la necessità che la ‘libertà di espressione’ in Italia debba essere tutelata (per quanto mi riguarda chiunque ha diritto di dire la sua: non arrivo magari al concetto ‘voltairiano’ del ‘sacrificio per la difesa del diritto altrui a diffondere le proprie idee, ma insomma,  credo che quello di esprimersi sia un diritto sacrosanto). La domanda è se la libertà di espressione si possa spingere fino all’insulto gratuito, alla diffamazione.  Sallusti è stato condannato perché ‘responsabile’ in quanto Direttore del ‘Giornale’ per un articolo in cui la si buttava giù pesante contro un giudice, in un controverso caso di aborto riguardante una minorenne.  Il punto è che c’è una legge che afferma che per tale reato si può andare anche in galera, legge che nel caso di Sallusti è stata applicata per quanto poi ‘sospesa’. Io non vedo cosa ci sia da scandalizzarsi: forse il problema è che c’è una legge che dice che per il reato di diffamazione si può anche andare in galera. Ok, discutiamone, ma come al solito in Italia si parla di certe cose solo ex-post: ne abbiamo avuto un esempio fresco, fresco: nessuno ha mai detto nulla contro lo scandaloso fiume di denaro pubblico che scorre verso le Regioni; il problema si pone quando si scopre (ma che combinazione!!!)  che i destinatari di tali soldi ci fanno quello che pare  a loro.  Lo stesso dicasi per il caso Sallusti: c’è una legge – probabilmente ingiusta – della quale però ci si accorge solo quando ad andarci di mezzo è il direttore di un giornale ‘di punta’… Vorrei capire se la reazione sarebbe la stessa se la legge fosse stata applicata a un semplice cronista di una testata locale: il solito ‘doppipesismo’ all’italiana, per il quale nessuno ha nulla da dire contro certe leggi fino a quando queste non vanno a toccare qualche ‘pezzo grosso’. Va tutto bene quindi: l’indignazione, le proteste, le urla a difesa della libertà di espressione (ma, continuo a domandare,  anche della libertà di insultare?), però tutta la faccenda lascia la solita impressione di un’Italia dove ad essere tutelati sono solo alcuni, in cui le ‘alzate di scudi’ arrivano solo quando ad essere coinvolto è il rappresentante di una delle tante ‘caste’ che popolano la nostra nazione…

FIORITO, POLVERINI, ETC… E I ‘GIORNALISTI’?

Devo dire la verità: mentre tutti s’indignano, io sinceramente non riesco a stupirmi: sarà che ormai, più vicino ai 40 che ai 30, ne ho viste parecchie, sarà che ho la memoria ‘lunga’, ma davvero, che c’è da stupirsi? Insomma: un fiume di soldi pubblici ai politici, che ci fanno quello che gli pare… e la novità, scusare, dove sarebbe? Tutti a chiedersi il ‘perché’… La questione non è generazionale, o di classe politica, la questione è meramente ‘culturale’: in Italia, da tempo immemore, quello del ‘fare politica’ è considerato un mestiere come un altro, un modo per ‘guadagnarsi’ (con maggiore o minore sforzo) la pagnotta’, o per fare soldi. Finché sarà così, dubito che le dichiarazioni d’intenti, puramente d’occasione, troveranno reale applicazione: ci sarà sempre qualche scappatoia, in virtù della quale il flusso di soldi riprenderà come e anche peggio di prima. Ripartire da zero non significa sostituire alcuni nomi con altri. Ripartire da zero significa cominciare a guardare alla  ‘politica’ come ‘servizio alla cittadinanza’ limitato nel tempo. Servizio alla cittadinanza. In questo quadro, sono senz’altro buone le proposte di chi, come Grillo, ma anche Renzi, dice: due mandati e poi a casa: si presta il proprio servizio come consigliere municipale, sindaco, Parlamentare, per un massimo di dieci anni e poi si torna a fare ciò che si faceva prima; dopodiché, a cascata, viene il discorso del trattamento economico, adeguato ad un’esistenza dignitosa per sé e la propria famiglia, ma nulla più. Qualcuno dirà che chi sa di poter avere l’occasione di ‘fare i soldi con la politica’ per poco tempo, cercherà di farne ancora di più. Probabile, se le cose restano così: se, cioè, si intende la politica come un mestiere come un altro e non come servizio pubblico. Se non cambia il concetto di fondo, se l’onestà non viene insegnata fin dalla scuola, se i furbi continuano a farla franca e i retti a passare per co***oni, le cose cambieranno molto poco, a prescindere dalla presunta ‘pulizia’ di cui tanti si riempono la bocca…  Un’ultima osservazione: non si può non notare come da tutta questa vicenda siano stati palesemente assenti i cosiddetti ‘giornalisti’, che si sono mossi con grande ritardo: se è vero, in una certa misura, che l’ex Presidente Polverini ‘non poteva non sapere’, non fosse altro che ‘per sentito dire’, dell’utilizzo disinvolto e fantasioso dei soldi pubblici da parte di certi consiglieri, lo stesso discorso può essere fatto per i giornalisti: il Giannini che ieri come al solito con tutta la sua protervia attaccava la Polverini, dove stava in tutti questi anni? Non veniteci a dire che i ‘giornalisti’ non ne sapevano niente, perché è a tutti noto che la stragrande maggioranza del giornalismo italiano è avvinghiato e colluso col potere politico… Quindi l’esistenza di certi ‘verminai’ credo fosse arcinota a gran parte del mondo del giornalismo italiano, in questo caso laziale, che naturalmente si è ben guardato dall’aprire bocca, almeno fino all’ultimo, quando l’osso ‘da spolpare’ gli è stato offerto da un piatto d’argento. Ma il giornalismo d’inchiesta, quello che non guarda in faccia a nessuno, in questo caso, che fine ha fatto? Possibile che nessuno sapesse dello stile di vita ostentato da certi consiglieri, oltre che di certe feste in stile antica Roma… Uffici stampa dei politici e giornalisti sono pappa e ciccia, pranzano insieme, si scambiano informazioni: possibile che in tutti questi anni nessuno sapesse niente? Sinceramente, mi sembra difficile da credere…