Posts Tagged ‘blues’

ENZO BECCIA, “PER CHI VIAGGIA LEGGERO” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Un’ordinaria storia di disagio, fuga e ricerca di se’ stessi: dalla Puglia all’India, passando per Milano, tornando per poi di nuovo ripartire, verso dove forse non importa nemmeno granché…

Il cantautore pugliese Enzo Beccia (un corposo curriculum di studi musicali e già qualche disco all’attivo, con vari riconoscimenti), prende le mosse dal breve racconto di Fiorenza Sassi (inserito nel booklet, alternando narrazione e testi delle canzoni), snodando la storia su otto pezzi (incluso lo strumentale in chiusura).

Cantautorato abbinato a sonorità pop mai troppo ammiccanti, rock senza esagerare, una spruzzata di blues, qualche vaga reminiscenza jazz (che larga parte ha avuto nella formazione di Beccia), spezie sudamericane, accenni alla canzone popolare; strumentazione ‘canonica’ con vari inserimenti, tra cui mandolino, fisarmonica, violino.

Indole vagamente disincantata, che non rinuncia a un pizzico d’ironia.

Lavoro che conserva una certa compostezza formale, tanto che qua e là si avverte forse la mancanza di un po’ istintività, di un maggiore lasciarsi andare.

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GIBILTERRA, “ALCUNE PICCOLE VERITA'” (AUTOPRODOTTO)

Gibilterra, ovvero: Riccardo Ruggeri (voce) e Martino Pini (chitarra) i quali, dopo varie singole esperienze in disparati generi, dalla canzone d’autore all’elettronica passando per progressive e jazz-rock, uniscono le forze per un progetto più orientato verso territori cantautorali e ‘pop’

Le ‘piccole verità’ scandagliate dai Gibilterra nei cinque brani che qui si susseguono sono quelle che emergono dal quotidiano, attraverso riflessioni, ammissioni, momenti in cui si fanno i conti coi propri limiti e le proprie debolezze, nei rapporti con sé stessi e con gli altri; si finisce, quasi inevitabilmente, per sfiorare i ‘massimi sistemi’, il paradosso ricorrente di una società in cui la ‘connessione’ è divenuta un bene di prima necessità, mentre la ‘comunicazione’ con l’altro appare sempre più difficile.

Ruggeri e Pini, coadiuvati da Andrea Baccaro alla batteria e Maurino Dellacqua al basso, scelgono la strada di un pop che coniuga ‘agevolezza’ di ascolto con una certa ‘eleganza’ dei suoni, riservando spazi a brevi derive blues o accenni di flamenco, all’insegna di un riuscito incontro/dialogo tra voce e chitarra.

TEO HO, “I GATTI DI LENIN” (NEW MODEL LABEL)

Matteo Bosco: poeta e cantante di strada, tra il Friuli e Milano; una carriera tutta vissuta nella dimensione ‘live’, che ora giunge al primo capitolo discografico.

Immediato nella forma sonora: dieci pezzi per voce, chitarra, spesso armonica e poco altro, all’insegna di una produzione essenziale, quasi del tutto priva di aggiunte.

Criptico nella scrittura, come ci si può almeno in parte aspettare da chi le parole le ‘maneggia’ da una vita: testi in cui prevalgono le metafore, le allegorie, il flusso di coscienza, un susseguirsi di immagini apparentemente sconnesse.

Emerge tra le righe l’esperienza di chi si definisce soprattutto come un osservatore: personaggi ai margini, la paura dell’altro, del ‘diverso’ il rischio delle ‘guerre tra poveri’; sparuti i riferimenti diretti alla realtà, tra il G8 di Genova e Bobby Sands.

De Gregori è un riferimento manifesto e dichiarato; per estensione si guarda a Dylan e lo sguardo agli ‘ultimi’ non può non ricondurre a De André. Canzone popolare, folk, un pizzico di blues.

“I gatti di Lenin” è il classico disco ‘prendere o lasciare’ di un autore che non si preoccupa di risultare comprensibile a tutti i costi, né di risultare gradevole nell’esecuzione:il cantato è spesso gridato, a tratti quasi sguaiato, l’atteggiamento vagamente irridente, conservando l’attitudine ‘stradaiola’.

Non un disco ‘facile’: questo essere ‘senza filtri’ potrebbe essere interpretato come pura ‘emergenza espressiva’ e, all’opposto, come ‘arroganza’: ‘prendere o lasciare’, appunto; resta comunque una certa curiosità per i possibili sviluppi, comunque non scontati, vista l’indole dell’autore, più incline all’esecuzione pubblica che non alle sale di registrazione

RIGO, “CASH MACHINE” (NEW MODEL LABEL)

Antonio ‘Rigo’ Righetti calca i palchi italiani da ormai un quarto di secolo: dai Rocking Chairs ai Gang fino ai megaconcerti di Ligabue a Campovolo: ‘una vita da mediano’, citando il rocker di Reggio Emilia: di quelli che hanno messo il proprio mestiere al servizio della ‘squadra’ restando lontano dalla luce dei riflettori.

Ogni tanto però anche chi non ha raggiunto i vertici della fama  ha l’occasione di ‘dire la sua’: ‘Rigo’ lo fa in queste undici tracce, in cui imbraccia l’acustica – e occasionalmente il basso, sua più recente ‘passionaccia’, (cui sono dedicati due strumentali) – dando vita ad un lavoro saldamente nella tradizione rock / blues d’oltreoceano: da Dylan a Waits, da Cash a Springsteen.

Un lavoro profondamente intimo, in cui Righetti parla di sé, del suo amore per la musica fuori da ogni logica commerciale, con omaggi a figure importanti, a cominciare da quella del padre, senza dimenticare l’amore.

Accompagnato da Mel Previte e Roby Pellati, sodali di una vita, con la partecipazione di ‘Don’ Antonio Gramentieri, altra figura di spicco della chitarra italiana, ‘Rigo’ Righetti inanella rock, blues, country, parentesi a tratti ‘esotiche’ con un mandolino che ricorda un ukulele, per un disco in cui, un lembo dei grandi spazi americani si trasfigura in parte nelle nostre grandi pianure: in maniera certo non nuova, ma con grande efficacia.

FENRIVER, Δ EP – RIVERWEED, FULL MOON EP (NEW MODEL LABEL)

Raramente recensisco Ep: pur essendo talvolta efficaci ‘biglietti da visita’, più spesso finiscono per non esaurire le idee di band o singoli: magari si grida al miracolo per pochi pezzi, quando poi sulla lunga distanza non si regge, o all’opposto ci si accorge che un pugno di brani poco convincenti nascondeva invece ben più spiccate qualità.

Stavolta, tuttavia, mi sono trovato di fronte ai brevi lavori di due gruppi simili come suono e ispirazione e allora ho optato per i classici ‘due piccioni con una fava’.

Iniziamo dai Fenriver, che nel nome e nel titolo del disco, “Δ”, omaggiano le loro origini, appunto quelle del ‘delta’ del Po.

Quattro brani ariosi, arrembanti, con evidenti richiami al rock ‘alternativo’ dei ’90, da quello più conosciuto di Seattle (leggi alla voce: Soundgarden) a quello più di nicchia, con lo stoner rock di Kyuss e simili e ascendenze che ovviamente salgono su fino ai Black Sabbath , ‘padri putativi’ di entrambi, all’insegna di sonorità spesso ‘metalliche’, suggestioni psichedeliche, sprazzi hardcore, riuscendo ad essere efficaci anche quando si sceglie il cantato in italiano. Quattro brani non sono certamente sufficienti a dare la dimensione esatta di una band, si aspetta quindi una prova più ampia per una più compiuta impressione.

I Riverweed – anche qui casualmente c’è di mezzo un fiume – vengono da Sile (provincia di Treviso) e sono in due: Alessandro Cocchetto e Filippo Ceron: elemento distintivo, e non potrebbe essere altrimenti, vista la struttura, ridotta all’essenziale, è un suono compatto, per certi versi scarno: monolitico, talvolta ipnotico, ma allo stesso tempo granitico: la migliore qualità del duo, che riesce a produrre un volume sonoro degno di una formazione a più elementi.

I sei brani di “Full Moon”, cantati in inglese, affondano le radici nell’hard rock lisergico, denso e ruvido degli anni ’60 e ’70, ricordando magari band come i Blue Cheer, un blues trasfigurato attraverso una consistenza scabra e sonorità sabbiose, con una certa quota di acidità.

Il disco ovviamente risente anche di influenze più recenti, ascrivibili a certo indie / alternative rock degli anni ’90 e successivi, con qualche accento noise, climi ‘desertici’.

Lavoro nel complesso convincente, che lascia intatta la curiosità per una prova su una più lunga distanza.

FRANK SINUTRE, “THE BOY WHO BELIEVED HE COULD FLY” (NEW MODEL LABEL)

Frank Sinutre, ovvero: Isi Pavanelli ai synth e Michele K. Menghinez, chitarre e voce, giunti qui al terzo lavoro sulla lunga distanza.

Undici pezzi il cui filo conduttore appare un certo gusto per un funk elettronico dai sapori d’oltralpe: inevitabilmente, specie nei momenti più rarefatti, vengono in mente gli Air, ma per chi se li ricorda si potrebbero citare anche i Phoenix e per certi versi, i Daft Punk.

“The boy who believed he could fly” – titolo dedicato a un personaggio un po’ di fantasia un po’ no, metafora del ‘volere è potere’, della forza immaginifica del sogno, pronto a tradursi in realtà – si muove tra suggestioni funk anni ’70 e rarefazioni ‘contemporanee’; episodi che tentano la via cantautorale, per lo più in inglese, ma con una parentesi in italiano; una insospettabile e brusca deviazione blues e nel finale un’immersione nella sperimentazione, tra ambient e allusioni ‘glitch’, con una composizione di un quarto d’ora che però finisce per essere un filo troppo ‘pesante’.

Il duo dei Frank Sinutre assembla un disco che conserva un discreto appeal senza essere smaccatamente ammiccante, in cui ci si concedono uscite dal binario principale per mostrare di essere in grado di fare altro, anche se in fondo non sempre queste ‘escursioni’ appaiono necessarie.

Un lavoro che comunque col suo clima spesso avvolgente e i battiti talvolta molto suadenti riesce ad a coinvolgere in più di un episodio.

JOHN STRADA, “MONGREL” (NEW MODEL LABEL)

25 anni di carriera alle spalle, John Strada – concedeteci il gioco di parole – di strada ne ha percorsa un bel pezzo… l’avevamo lasciato, un paio di anni fa, col suo “Meticcio”; lo ritroviamo oggi con “Mongrel” che di quel disco prosegue il discorso, fin dal titolo.

L’inesausta spinta a ‘vagabondare’ (e con un nome così, non poteva essere altrimenti), di qua e di là da dall’Oceano, ha portato nuovamente strada in territorio americano, a partecipare al festival benefico “Light of Day”, in quel di Asbury Park, patrocinato da Springsteen.

Esperienza che appare aver marcato indelebilmente tutto il lavoro, su cui forse più che in altre occasioni aleggia, anche in modo un filo troppo ingombrante, l’ombra del ‘Boss’.

Quindici pezzi (includendo le tre bonus tracks), che in alcuni casi riprendono, aggiornandolo, materiale precedentemente pubblicato, all’insegna di rock, blues, country: trascinanti episodi elettrici, ballad ‘strappacore’, momenti giocosi che sfiorano ambientazioni da saloon: nel campionario presentato da Strada e i suoi Wild Innocents non manca praticamente nulla di quanto gli habitué del genere si aspettino.

Suoni pieni, corposi e avvolgenti, frutto di una produzione di livello internazionale, cui si sono aggiunti gli interventi di un manipolo di ‘ospiti’, per un lavoro che si snoda tra ‘inni esistenziali’, racconti, pezzi di vita, fughe, storie d’amore e cuori infranti…

Un disco che non si ‘risparmia’, dato che non è poi così frequente trovarsi di fronte a lavori che sforano l’ora di durata è che è pronto a conquistare l’ascoltatore soprattutto con la sua onestà, con la sua mancanza di filtri, con la sua immediatezza… poco importa – forse – che a tratti le atmosfere e l’interpretazione riconducano in maniera forse un po’ troppo diretta a territori springsteeniani

A ricordaci (se ce ne fosse il bisogno) che, al di là delle ‘etichette’ e delle ‘fanfare mediatiche’, c’è chi in Italia un certo rock continua a saperlo fare, meglio di altri, lontano dai riflettori.