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ROBERTO ZANETTI 4ET, “MOTHER AFRICA” (COMAR23 EDIZIONI MUSICALI)

Scritto durante la ‘clausura collettiva’ dello scorso anno, il settimo disco del pianista e compositore veneto Roberto Zanetti è un progetto covato da tempo: una sorta di ‘excursus’ attraverso la storia del jazz, dalla ‘Madre Africa’, appunto, ai giorni nostri, passando per il blues, altro ‘amore’ dell’autore, fino alle espressioni più moderne.

Accompagnato dai fidati sodali Massimo Chiarella (batteria), Luca Pisani (contrabbasso) e Valerio Pontrandolfo (sax tenore), assieme a Nicolò Sordo, che esegue i due brevi recitati in apertura e chiusura, Roberto Zanetti presenta dodici tracce nel corso delle quali la storia del jazz s’incrocia con quella della presa di coscienza e dell’affermazione degli afroamericani e in particolare delle donne, con brani dedicati a chi ha combattuto per i diritti civili come Rosa Parks, ma anche a chi si è affermata attraverso la musica – Nina Simone – nello sport – Wilma Rudolph – o nella scienza, con un brano intitolato a Katherine Johnson, matematica in forza alla NASA per decenni, la cui figura è stata riscoperta e rivalutata solo negli ultimi anni.

Il disco si snoda, estremamente dinamico, all’insegna di una ricorrente brillantezza swing, ma anche con momenti più compassati, mantenendo una vivacità e una ‘comunicativa’ che, evitando i territori più ‘ardui’ del genere, riesce a conservare il contatto con l’ascoltatore, anche all’interno di composizioni che si snodano oltre i 5 – 6 minuti di durata.

MICHELE ANELLI, “SOTTO IL CIELO DI MEMPHIS” (DELTA RECORDS)

È andato a ‘sciacquare i panni’ nel Tennessee (o meglio, in Alabama, come vedremo)di Michele Anelli, per il suo nuovo lavoro, ennesimo capitolo di una carriera trentennale, cominciata coi Groovers e poi proseguita da solista, affiancando e aggiungendo all’attività di cantante, cantautore e chitarrista, l’attività di scrittore, dando più volte vita a progetti e collaborazioni che appunto mescolavano la parola cantata a quella scritta.

Solo musica e parole invece stavolta per questo “Sotto il cielo di Memphis”, nato appunto in occasione di un viaggio negli States, culminato con una sosta presso Fame Recording Studios di Muscle Shoals, Alabama, dove è stata avviata la produzione del disco.

Otto tracce la base di partenza, ma alcune versioni del disco offrono varie aggiunte, fino ad arrivare a quindici brani.

L’impressione è quella di un viaggio nel tempo: un lavoro che per suoni (a partire dal frequente uso di tastiere vintage) modi, umori, atmosfere, sembra uscito dritto dagli anni ’70.

Le suggestioni sono varie: domina un vissuto personale che può ricordare vagamente un De Gregori (certo con esiti molto meno ‘ellittici’) c’è, volendo, una spruzzata di certo ‘prog’ cantautorale (vedi alla voce Le Orme) e c’è, anche e soprattutto, l’ombra lunga della ‘premiata ditta’ Mogol – Battisti, con i riferimenti da ‘minimo quotidiano’ e un cantato costantemente velato di malinconia e disillusione.

È un lavoro pieno di riflessioni dai toni appunto malinconici, disincantati, spesso in forma di ballate, dai toni in chiaroscuro.

Manca forse, qualche brano ‘killer’: ci si aspetta che prima o poi si dia ‘fuoco alle polveri’, magari accendendo le chitarre, alzando il volume, lasciando un po’ sciolte le briglie e invece tutto resta in penombra, in una dimensione dai tratti evanescenti e talvolta onirici e con toni che spesso fin troppo dimessi.

L’impressione finale è che insomma il lavoro tragga gran parte della sua linfa, più che dagli assolati panorami del Tennessee e dell’Alabama, dalle brume del Lago Maggiore su cui si affaccia Stresa, città di origine del cantautore.

LAINO & BROKEN SEEDS, “SICK TO THE BONE” (OFF LABEL RECORDS)

Secondo disco sulla lunga distanza per questo trio di stanza a Bologna, dedito a un garage blues ‘sporco’ e d’impatto.

Otto brani, ‘costruiti’ in Italia e ‘rifiniti’ oltreoceano, con il contributo di J. D. Foster, uno che ha collaborato, tra gli altri, con Marc Ribot, Lucinda Williamse Vinicio Capossela, all’insegna di chitarre graffianti e sabbiose e un cantato disincantato, a tratti dolente.

I ‘sortilegi e la magia’ (tipici ‘topoi’ del blues) di ‘Spells & magic’ aprono un lavoro che ondeggia tra sprazzi onirici e parentesi utopistiche, ma trova spazio anche per l’osservazione della realtà, con ‘Winanta’, brano ispirato alla vicenda dell’attivista Omar Radi che vede la prartecipazione dello stesso, con lo pseudonimo di Afnorock.

Non mancano ovviamente episodi dedicati alla ‘vita sregolata’ del bluesman, ma anche alla musica come ‘sostanza’ molto più efficace di tanto altro… e che non produce gli stessi danni.

Un lavoro denso, graffiante, ruvido, che certo conserva la malinconia di fondo del blues, ma ne mostra anche la capacità di diventare ‘rovente’.

“MAX ALOISI TRIO” (VINA RECORDS / BELIEVE DIGITAL)

Trent’anni di esperienza alle spalle, passati a suonare in giro per il mondo (anche in location non ‘scontate’, come l’Indonesia), Max Aloisi ha spesso trovato nel trio la forma più adatta a esprimere le proprie idee sonore, come già avvenuto nell’esordio, “Blues Machine”, uscito ormai parecchi anni fa.

Oggi, ecco arrivare il secondo capitolo, che vede Aloisi affiancato dal sodale di lungo corso Alex Paci e dal batterista Lou Thor.

Nove pezzi all’insegna di un rock blues che alterna momenti dai colori sgargianti e l’energia quasi prorompente a parentesi dalla vena psichedelica, i cui argomenti, da riflessioni sulla solitudine personale a sguardi su un mondo che sembra prendere una china sempre più folle, sono più che mai in linea coi tempi attuali, per quanto siano stati scritti prima dell’esplosione della situazione che stiamo vivendo da ormai quasi un anno e mezzo.

L’intento dichiarato, riproporre la validità del ‘caro, vecchio blues’, offrendolo con una veste più ‘attuale’, non disdegnandone il lato ‘ballabile’, è raggiunto attraverso un lavoro vivace, che tiene viva l’attenzione, senza mai ‘sedersi’, ma offrendo una discreta varietà di ‘scenari’ e umori.

INDIGO, FERNANDO ALBA : SINGOLI

Indigo

Cose da risolvere

Keezy

Nuovo singolo per il giovane cantautore nato e cresciuto in Sicilia e in seguito trasferitosi a Torino.

‘Tira e molla’ sentimentali e incertezze annesse finiscono per essere un po’ la sintesi di tutte le ‘cose’ per risolvere le quali in certe fasi è necessario fare chiarezza prima di tutto con sé stessi.

Pop forse un po’ troppo ‘di maniera’, per quanto molto radiofonico, con qualche accenno soul e r’n’b.

Fernando Alba

Abbiamo contagiato il mondo

Maqueta Records /Artist First

L’amore ai tempi della pandemia nel nuovo singolo di Fernando Alba (siciliano di nascita, romano d’adozione, due dischi sulla lunga distanza all’attivo).

Una storia agli inizi che, travolta dagli eventi, sfocia in una convivenza forzata, in un ‘prendersi cura dell’altro’ in parte inaspettato. Il contagio del titolo è però quello dell’amore e dei sentimenti.

Sonorità con qualche ascendenza blues, una tastierina a dare una nota vagamente onirica, un cantato misurato, ma con vivacità. Si fa apprezzare.

MUSTROW, “UN VOLONTARIO DAL PUBBLICO” (LIBELLULA MUSIC)

Romano, classe ’82, Fabio Garzia avvia il progetto MustRow con un primo lavoro in inglese, “Sugar Baby”, passando poi all’italiano col singolo ‘Male(dire)’, uscito lo scorso e compreso in questo ‘nuovo esordio’ sulla lunga distanza.

I dieci brani presenti mescolano svariate influenze, tra rock più o meno ‘duro’ (la passione per la chitarra di Garzia emerge con frequenza, pur se in modo non troppo prepotente), sprazzi blues, una certa tendenza al ‘parlato’.

Il tema ricorrente è quello dei rapporti interpersonali e della volontà / necessità di indossare ‘maschere’, interpretare ‘personaggi’, mettere in scena ‘spettacoli’; non mancano riferimenti, più o meno diretti, alla realtà sociale.

Tutto appare dominato nel bene e nel male da un’urgenza comunicativa che sembra mettere in un certo senso in secondo piano la ‘continuitá’ del disco, che appare un po’ slegato, un insieme di ‘tentativi’ forse alla ricerca di uno stile compiuto. L’interpretazione, a tratti eccessivamente enfatica, non aiuta.

GAPPA, “PASSEGGERI” (PRIVATE STANZE / NEW MODEL LABEL / AUDIOGLOBE)

Psichiatra, cantautore e scrittore, Giuseppe Palmieri, in arte Gappa, ha percorso una strada artistica che lo ha portato a collaborare con Guccini, mentre col progetto Psicantria ha unito i due mondi.

“Passeggeri”, secondo lavoro sulla lunga distanza, è un disco più personale e squisitamente cantautorale.

Si parte col mito platonico de ‘La Caverna’, riflessione sulla libertà e sul coraggio di chi magari sceglie di abbandonare apparenti ‘sicurezze’ per andarsela a conquistare; si chiude con ‘Siddharta’e la sua illuminazione: forse due ‘eccezionalità: chi il viaggio intraprende, chi lo porta a termine: in mezzo, le persone normali, i ‘Passeggeri’ del titolo, con le loro esistenze spesso dominate dall’incertezza e magari dal tentativo di resistere di fronte a ciò cui la vita li mette di fronte, trovando sicurezze nei sentimenti, nell’amicizia, nella famiglia: commuove la dedica di ‘E cammina, cammina, cammina’ con tanto d’intervento della figlia. Esortazioni migliorare il mondo per le generazioni future, una dedica alla natia Modena colpita da terremoto del 2012.

Sprazzi blues e ballate rock, un’impronta per lo più semiacustica, vena cantautorale con echi della tradizione, ma con uno stile discretamente personale.

THE INCREDULOUS EYES, “MAD JOURNEY” (MINOLLO RECORDS / FURTCORE RECORDS)

Oltre un decennio di attività e tre dischi (più un EP) all’attivo, nel segno di collaborazioni extramusicali (come quella col pittore Bartolomeo Casertano), il progetto dei fratelli Claudio e Danilo Di Nicola, accompagnati da Andrea Stazi e Davide Grotta scrive un nuovo capitolo della propria biografia musicale.

Si prendono le mosse da un racconto scritto dallo stesso Danilo, il ‘Mad Journey’ del titolo è un rapimento alieno dai contorni allucinato, per assemblare questi dodici brani che spaziano da momenti di quiete con reminiscenze folk-blues a serratissime sferzate dissonanti, da episodi ‘caracollanti’ con ritmi spezzettati vagamente post-rock a momenti di dilatazione psichedelica.

Un ‘viaggio’ imprevedibile, con ‘svolte’ dopo ogni curva, sviluppi inattesi; un lavoro ‘denso’, variegato, dinamico, che riesce a non stancare, anche rivelando qualcosa di nuovo ad ogni ascolto.

BUZZY LAO, “UNIVERSO / RIFLESSO” (INRI / BUNYA RECORDS / LIBELLULA MUSIC)

Secondo lavoro per Buzzy Lao, alias Alberto Salerno: calabrese di origine, torinese di adozione, formatosi musicalmente a Londra, tornato poi in Italia per focalizzare il proprio stile, all’insegna di un blues che scava fino alle radici tribali, ma che non tralascia di guardare all’oggi.

La chitarra come strumento d’elezione e di studio, anche col ricorso a effetti assortiti, ma senza disdegnare il ricorso, ad esempio, ai synth.

“Universo/Riflesso” è l’antitesi / sintesi usata per riassumere l’incontro conflitto tra dimensione interiore mondo esterno: otto i pezzi, frutto di una lavorazione che ha portato ancora una volta il cantautore e musicista (qui affiancato da un piccolo gruppo di collaboratori, a occuparsi di percussioni e sezione ritmica, synth e programmazione) a ‘cambiare aria’, trasferendosi a Palermo per quella che doveva essere solo una parentesi e si e poi trasformata in un soggiorno molto più lungo del previsto.

Un lavoro che alterna il personale, tra incertezze, smarrimenti, necessità di cambiamento e l’immancabile brano dedicato a una separazione sentimentale e lo sguardo buttato verso l’esterno, alla speranza di chi arriva qui dall’altra parte del mare, e che arriva fino a riflettere sulla condizione femminile al di là del Mediterraneo.

La copertina è in fondo la sintesi più efficace, con la figura dell”autore, solitario sulla ‘Scala dei Turchi’, volto verso l’Africa.

BELZEBOSS, “L’ORA DELL’ACQUARIO” (NEW MODEL LABEL)

Un disco inquieto, con pochi filtri, denso di rabbia, dolore a tratti, malanimo contro la superficialità dilagante.

Lo propone Paolo Capetta, piemontese, qui aiutato da un manipolo di compagni di strada, tra cui Daniela Bonifacio all’accompagnamento vocale e Servio Bona alla viola, ma soprattutto Alberto Nemo, che oltre a contribuire con la ‘quota elettronica’, offre il suo contributo produttivo, e si sente, con una ricorrente ‘grana oscura’ che trova una certa ‘comunanza di intenti’ col mood emotivo del disco.

Non che poi i nove brani di “L’Ora dell’Acquario” siano così ‘oscuri’, o ‘dimessi’, vivendo anzi su una certa vitalità, a tratti aggressivi, come del resto ci si può aspettare da un lavoro di emozioni forti.

Certo, c’è molto blues, assieme a rock a cavallo tra toni ‘hard’, psichedelia, riminiscenze new wave. Domina la voce di Belzeboss / Capeta: stentorea, a tratti debordante, nel narrare di piccole / grandi nevrosi quotidiane.

Un disco che per questo forse non può avere mezze misure: piacere molto o per nulla, come tutti i lavori dalla personalità straripante.