Archive for the ‘sport’ Category

RIO 2016: QUELLO CHE RESTA

L’irruenza giovanile di Fabio Basile – judo.
Il sorriso timido, quasi disarmante, di Niccolò Campriani, e il suo quasi scusarsi con l’avversario dopo la vittoria del secondo oro – tiro a segno.
L’abbraccio tra Diana Bacosi e Chiara Cainero, protagoniste di una finale tutta italiana – tiro a volo.
La concentrazione, la forza ‘calma’, l’intensità agonistica interiore dei ragazzi e delle ragazze del tiro con l’arco.
Le lacrime incredule di Gabriele Rossetti – tiro a volo – e liberatorie dii Elia Viviani – vincitore di un oro nel ciclismo su pista per una Nazione priva o quasi di velodromi dove allenarsi e gareggiare.
I sorrisi di Tania Cagnotto e Francesca Dallapè, dopo le medaglie tanto attese e finalmente arrivate, all’ultima gara.
Le lacrime trattenute di Federica Pellegrini, che vabbè, tanto simpatica non sarà, ma è pure lei una che si è fatta i suoi bravi sedici anni e passa di fatica e in fondo parlare di lei come se la medaglia fosse un ‘obbligo’ è stato anche ingeneroso.
La delusione di Vanessa Ferrari, la migliore ginnasta italiana della storia, per una medaglia sfuggita all’all’ultimo ‘atterraggio’ sulla pedana;
delle ragazze della ritmica, per un terzo posto sfuggito per 0,20 punti;
del pentathleta Riccardo De Luca, autore di una fantastica rimonta, finita sul più bello;
di Frank Chamizo, lotta libera, per un terzo posto che voleva essere qualcosa di più;
dei ragazzi della pallavolo, per un sogno dal quale sono stati svegliati fin troppo bruscamente;
della marciatrice Eleonora Anna Giorgi, che si è vista bloccare una gara per squalifica, il modo più crudele per chi pratica questa disciplina;
di Flavia Tartaglini, prima a una regata dalla fine e poi non arrivata nemmeno sul podio;                      I sorrisi amari del Settebello e del Setterosa, perchè contro quei ‘mostri’, al momento proprio di più non si poteva fare;
quelli di Rossella Fiamingo e Elisa di Francisca, per ciò che stava per essere e non è stato.
La dedica della nuotatrice di fondo Rachele Bruni, capace in due frasi di mostrare come si possa vivere con assoluta naturalezza un amore che in altri contesti diventerebbe un campo di battaglia tra fazioni.
Le testimonianze di quelli, per tutti cito Jeanine Cicognini – badminton, la cui partecipazione si è purtroppo ridotta solo a una comparsata, ma che avrebbero voluto sicuramente ottenere di più.
I saluti finali di Usain Bolt e Michael Phelps: la fine di due ‘regni’ nella storia delle Olimpiadi: ora si aprono due pagine completamente nuove;
l’inizio, invece, della ‘monarchia’ della stupefacente Simone Biles nella ginnastica.
Le inguardabili divise dell’Italia, all’insegna di blu scurissimo (o nero) che non c’entra nulla con lo storico azzurro, e con un ‘7’ dominante, a richiamare lo sponsor, che faceva pensare che la nostra fosse la rappresentativa dell”Armania’ e non dell’Italia: una scelta demenziale, per la quale naturalmente non pagherà nessuno.

Tutto il resto: gioie per medaglie vinte, rosicamenti per quelle mancate, o per quelle arrivate, ma che sarebbero potute essere più pesanti.
Abbiamo assistito ad atlete che durante una gara si fermano per sostenere un’avversaria in difficoltà e a proposte di matrimonio ai piedi del podio.

L’Italia conclude le Olimpiadi con lo stesso risultato di Londra 2012, sia per numero complessivo di medaglie che di ori; la prevalenza degli argenti rispetto ai bronzi segna un lievissimo miglioramento; la posizione nel medagliere, sia per ‘valore’ che per ‘numero di medaglie’ è analoga a quella del 2012.
Il classico risultato su cui si potrebbe discutere a lungo: per me però l’obbiettivo deve essere quello di migliorarsi sempre e l’Italia è rimasta sostanzialmente ferma.

Restiamo lontani dai nostri ‘avversari storici’: la Francia porta a casa 42 medaglie, la Germania 43; il Giappone, che per molti versi è simile a noi (una nazione demograficamente ‘vecchia’, con seri problemi economici, soprattutto di debito pubblico), vince 41 medaglie. La ‘piccola’ Nuova Zelanda (poco più di cinque milioni di abitanti), si porta a casa 18 medaglie; il Canada (fino a poco tempo fa una Nazione da ‘Olimpiadi Invernali’ o poco più) ne vince 22…

I problemi del sistema sportivo italiano sono sempre gli stessi: la sostanziale mancanza di ‘cultura sportiva’: il quotidiano più venduto parla di sport, ma alla fine le prime pagine sono dedicate quasi esclusivamente al calcio e ai motori (sulla cui reale ‘natura sportiva’ ci sarebbe molto da ridire).
Le tanto celebrate superstar italiane dell’NBA alle Olimpiadi manco ci sono arrivate (come del resto i ragazzini viziati del pallone); non si capisce nemmeno perché la pallacanestro qui sia considerata solo ‘roba da maschi’ e le ragazze non riescano mai a qualificarsi: ma che cosa abbiamo noi, meno della Spagna, per dire?

Abbiamo delle ‘eccellenze’, certo, sulle quali bisogna investire per diventare ancora più forti: la scherma, le discipline di ‘tiro’, la pallanuoto, la canoa e il canottaggio che stanno mostrando segni di ‘ripresa’, ma ci sono dei ‘casi’ disarmanti: ma qualcuno ha capito perché qui per dirne due, la pallamano e l’hockey su prato vengono del tutto ignorati, mentre in Francia e Germania, hanno una ben maggiore considerazione?

I ‘talenti’ vengono scoperti sempre o quasi per caso: quanti campioni si sono persi a causa di genitori patiti del ‘pallone’ che li hanno mandati a scuola calcio, fallendo, anzichè provare a fargli fare altro?
Una diffusa visione dello sport come ‘modo per fare soldi’, per cui genitori danno un pallone ai figli nella speranza che diventino i nuovi Totti, o peggio li mettono in sella a una minimoto, pensando che siano i nuovi Valentino Rossi.
Un ruolo poco incisivo, quando non totalmente latitante, della scuola, che dovrebbe individuare la ‘propensione sportiva’ dei ragazzini, ma che nei fatti va poco oltre piazzare una rete in mezzo alle palestre.
La cura delle attitudini sportive dei ragazzini lasciata a famiglie che non hanno alcun sostegno nelle scelte, a parte quello di qualche medico di famiglia illuminato che consiglia l’una o l’altra attività.
Un ‘sistema’ ancora basato sul modello, sempre più sorpassato, dei gruppi sportivi militari; gli scarsi investimenti dei privati.
La mancanza di strutture: certo, siamo pieni di piscine o palestre private, per carità, ma poi le palestre scolastiche e liceali hanno la proverbiale ‘rete da pallavolo’, o poco più; i parchi pubblici sono poco o nulla attrezzati, le piste ciclabili fanno a zig zag nel traffico, mancano gli impianti sportivi ‘specializzati’: che il nostro sport abbia ‘prodotto’ Cagnotto, Dallapè o Elia Viviani, vista la mancanza di strutture adeguate, ha del miracoloso.

Certo, uno potrebbe dire: ammazza, con tutti ‘sti problemi restiamo tra le dieci nazioni con più medaglie al mondo… a me piace pensare: chissà dove saremmo se in Italia avessimo una reale e diffusa ‘cultura sportiva’, con tutto ciò che da questa deriverebbe.

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FANTASTICHE!!!

Non posso esimermi, anche se quasi fuori tempo massimo (questo è quello che succede quando non si ha una connessione ‘autonoma’ e quando scrivere un post dal cellulare si rivela un’impresa di ‘quelle che meglio lasciar perdere) dal celebrare l’impresa di Flavia Pennetta e Roberta Vinci.

Cosa sia successo e come sia andata a finire credo lo sappiamo più o meno tutti, visto che l’avvenimento storico è stato la notizia di apertura di quotidiani e notiziari.

GRAZIE, GRAZIE, GRAZIE a Flavia Pennetta e Roberta Vinci per le semifinali spettacolari, le emozioni di un avvenimento che anche a ripensarci ora sembra da fantascienza; GRAZIE  a Flavia per essere stata la seconda italiana a vincere un torneo dello ‘slam’, apice – e a questo punto, stando alle sue dichiarazioni, finale glorioso – di una bella carriera.

L’augurio è che l’impresa rilanci un po’ le sorti del nostro tennis femminile che a questo punto, oltre a Errani, Vinci e (forse) Giorgi, non sembra promettere un grande cambio generazionale, mentre quello maschile sembra al momento affidato al solo Fognini, grande talento offuscato da un carattere fin troppo umorale.

Quanto alle polemiche su Renzi, se è vero che c’è chi urla ai soldi buttati via (ma quando gli pare… parliamo dei soldi buttati via per finanziare i giornali che sbraitano contro Renzi brutto e cattivo che parte e va a vedere la finale?), è altrettanto vero che una presenza ‘istituzionale’, anche di grado elevato, in un’occasione del genere era quasi un atto dovuto; poi si può fare ampia dietrologia sul fatto che Renzi debba mettersi in mostra… Non escluderei, anzi mi sembra molto probabile, che la presenza di Renzi a New York sia stata un messaggio esplicito al CIO riguardo l’attenzione delle istituzioni italiane verso lo sport, con riferimento alla candidatura olimpica di Roma… Certo magari sarebbe meglio qualche pista di atletica in più…

P.S. Un doveroso ringraziamento va anche a Stefano Benzi, Eurosport e DeeJay TV per aver trasmesso in chiaro l’incontro e aver rotto lo ‘schema’ secondo cui i grandi eventi sportivi in televisione sono quasi esclusivamente disponibile a chi ha i soldi per pagarsi l’abbonamento a Sky.

ORGOGLI ITALICI

La Concordia e Vincenzo Nibali: eventi molto diversi e distanti, accomunati dalla sola coincidenza temporale, eppure… eppure, forse, un filo di orgoglio in questo caso non è fuori luogo.

La conclusione, del traino della Concordia nel porto di Genova e, poche ore dopo, Vincenzo Nibali (cui magari si possono aggiungere la vittoria di Errani /Vinci a Wimbledon e la consueta incetta di medaglie della scherma ai recenti Mondiali) in ‘giallo’ sullo sfondo dell’Arco di Trionfo. Successi italiani; certo, a volerli cercare, i distinguo si trovano sempre: si potrà arguire che tutta l’operazione di raddrizzamento, galleggiamento e trasporto della Concordia non era del tutto italiana e che a capo c’era un sudafricano; vero, come è altrimenti vero che però la partecipazione ‘nostrana’ era ampia e ‘pesante’, a partire da quella dell’ingegner Porcellacchia che abbiamo conosciuto in questi giorni e del Capo della Protezione Civile Gabrielli. Un’operazione, va rimarcato per l’ennesima volta, come mai ce ne sono state in passato: un ‘caso di scuola’, un precedente al quale fare riferimento.

Qualcuno potrà obbiettare che Nibali ha vinto una gara dalla quale i suoi principali concorrenti si sono ritirati per delle cadute: è un dato oggettivo, come oggettivo è il fatto che ne ciclismo si possa cadere e farsi male e come il fatto di evitarlo faccia parte del gioco… e comunque stabilire una connessione diretta – Nibali ha vinto perché gli altri si sono ritirati – è abbastanza inesatto: non avremo mai la controprova e – ricordo – quando Froome e Contador si sono ritirati, Nibali aveva su di loro due minuti e passa di vantaggio: insoma, la gara ce l’aveva già in mano lui.

Credo ci sia ampio motivo di festeggiare, quindi, gioendo per la vittoria sportiva e provando soddisfazione per l’impresa tecnico-ingenieristica portata a termine: certo il relitto della Concordia ci porta alla mente i 33 morti e il comandante Schettino, ma insomma, se guardiamo al mero dato tecnico non si può non essere soddisfatti.

Le due imprese, molto lontane tra loro, ci dicono però, in modi diversi, la stessa cosa: che se noi italiani veniamo messi in condizione di dare il meglio, allora i risultati li raggiungiamo; se vogliamo è una banalità, se non fosse per il fatto che siamo in Italia, dove per tanti motivi da una trentina d’anni a questa parte gli italiani non sono per nulla messi in grado di dare il proprio meglio, anzi: le classi dirigenti hanno sistematicamente lasciato spazio alla mediocrità, sotterrando idee e capacità…

Il discorso sarebbe lungo: forse il problema di fondo è che il limite degli italiani sta proprio nel fatto che quando hanno la possibilità di scegliersi le famose ‘classi dirigenti’, le scelgono male, mandando sistematicamente al Governo gente che favorisce la mediocrità rispetto alla capacità… salvo poi festeggiare nei rari momenti in cui a dispetto di tutto, le capacità emergono comunque; come se in fondo avessimo poca fiducia in noi stessi, ritenendoci tutti dei mediocri e mandando quindi al Governo chi qella mediocrità la favorisce.

In Italia manca totalmente o quasi l’idea del ‘rischio’: si preferisce conservare il ‘poco ma sicuro’ (mi ci metto anche io in mezzo), anziché mettersi in gioco per ottenere il ‘di più ma incerto’… insomma: Vincenzo Nibali è uno che per arrivare a vincere il Tour del France, a 15 anni (15 ANNI!!!) ha lasciato la Sicilia andando a vivere in Toscana: sia lode ai genitori di Vincenzo per essere stati tanto lungimiranti e chiediamoci quante madri avrebbero lasciato che il figlio quindicenne se ne andasse a vivere a centinaia di chilometri di distanza ‘solo perché bravo a correre in bicicletta’… e lo stesso discorso, con le ovvie distinzioni, potrebbe applicarsi a ricercatori, imprenditori, e via discorrendo la differenza sta tutta qui: nella voglia di assumersi dei rischi e di scommettere su sé stessi; un qualcosa che, purtroppo, ancora sembra appartenere ben poco agli italiani; un qualcosa che dovrebbe essere insegnato fin da ragazzini, incoraggiando non solo coloro che ‘forti di carattere’ sono già destinati ad affrontare il mondo di petto, avendo la voglia di ‘osare’, ma soprattutto coloro che, meno ‘ardimentosi’, vedono magari le loro capacità ‘frenata’ da un’indole meno ‘coraggiosa’.

Quello che serve è insomma, un cambio radicale di ‘forma mentis’: famiglie che a vent’anni caccino i figli fuori di casa, spronandoli a seguire le proprie aspirazioni, ovviamente ache grazie al sostegno di classi dirigenti che ‘incoraggino il coraggio’ e smettato di considerare la famiglia come una sorta di ‘sostegno sociale’ che si sostituisca alle loro responsabilità… ma purtroppo a scegliere le classi dirigenti sono quelle stesse famiglie e allora ci si trova di fronte al classico ‘cane che si morde la coda’.

 

 

MARCO PANTANI 2004 – 2014

Il più bel ricordo che ho di Marco Pantani risale al Giro d’Italia del 2000: nell’anno del Giubileo, il giro partiva da Roma con una breve tappa a cronometro che si snodava per le vie del centro… come tanti, andai a curiosare, ma ricordo che la speranza era proprio quella di vedere passare Pantani.  Ricordo distintamente l’onda sonora che accolse il suo passaggio, anche io mi unii al coro con un “vai, Marco!!!”.

Qualche anno dopo,  un sabato sera, ascoltai in tv la notizia della sua morte, in un’anonima camera di albergo, circondato da farmaci.  Ricordo che nei giorni successivi questo collegamento, che Marco Pantani non è morto come uno sportivo; è morto come una rockstar, nella stesso modo, il mix di squallore e di tremenda solitudine tipico di chi ha raggiunto l’apice del successo senza forse avere l’indole o il carattere abbastanza forte per sostenerlo.

Io a Pantani ci ero affezionato: posso forse affermare che con lui mi sono realmente appassionato al ciclismo; nonostante a casa mia le telecronache di Adriano De Zan fossero sempre un’abitudine, fin da quand’ero piccolo, perché l’appassionato di ciclismo in famiglia è mio padre, l’ho sempre seguito ‘di striscio’; ma Pantani, con la sua vicenda costellata di infortuni, col suo aspetto lontanissimo dall’ideale dell’atleta invincibile (la calvizie incipiente, il fisico ossuto, le orecchie a sventola) che un po’ me lo faceva sentire simile a me, mi appassionò, mi portò a tifare per lui, a seguire le tappe aspettando il momento in cui si toglieva il cappellino, scattava e ‘dava la pista’ a chiunque.

Quando in un’estate del 1999, sintonizzandomi su RaiUno, ascoltai il telecronista del giro parlare sbigottito dell’esclusione di Pantani dal Giro , provai delusione, tristezza, incredulità, un pizzico di rassegnazione (della serie: “e ti pareva…”).  Ora, io credo che ci sia la possibilità effettiva che Pantani abbia assunto qualcosa di illecito, ma  bisogna sottolineare cinquecento volte che

PANTANI. NON. E’. STATO. ESCLUSO. DAL. GIRO. D’ITALIA. PER. DOPING.

Il doping di Pantani non è mai stato provato: il suo presunto ricorso a sostanze illecite è stato poi menzionato in seguito, in altre inchieste, da persone la cui credibilità è quanto meno discutibile.

Se vogliamo giocare a ‘innocentisti o colpevolisti’, io sto con i primi; il problema non sta  nemmeno nel vero o presunto doping di Pantani; il problema se vogliamo non è nemmeno dire che ‘siccome lo facevano tutti, alla fine i valori in campo cambiavano poco’… Il problema, è il modo ignobile con cui Pantani è stato trattato, un modo mai più visto né prima né dopo, una gogna, una crocifissione mediatica senza appello e questo ribadisco, senza che ci fosse uno straccio di prova provata che lui avesse barato.

Per questo, in quel giorno del maggio 2000, anche io ero in prima fila a tifare per Pantani, dopo tutto quello che era successo: perché volevo essere lì, lo volevo veder passare  e volevo gridargli il mio incoraggiamento, dopo tutto quello che gli era stato fatto.

Quattro anni dopo, tutto finiva, definitivamente: Pantani aveva avuto la forza per scalare le grandi montagne, la forza di essere il primo italiano a vincere il Tour de France dopo 33 anni, ed è tutt’ora l’ultimo ciclista dimostratosi in grado di vincerlo…  non aveva probabilmente le spalle larghe per reggere la pressione di essere un ‘uomo da copertina’ e soprattutto di sostenere tutto quello che gli hanno buttato addosso… non chiedeva altro se non di correre, di competere, di vincere, gli hanno tolto tutto questo, lanciandogli addosso un’accusa infame e, ripeto, senza prove.

Altri avrebbero retto, non lui, lontano dal modello del ‘superuomo’, ma persona comune che, incapace di reggere tutto questo, è poi caduta nel baratro della depressione e della droga… la storia di un campione che si trasforma in una storia di tremenda solitudine, nessuno di coloro che lo circondavano che abbia potuto, saputo o voluto aiutarlo.

A dieci anni di distanza se ripenso a Pantani, mi vengono in mente le sue espressioni sofferenti all’arrivo, la piccola emozione di vedermelo sfrecciare davanti, la tristezza per la sua morte; e soprattutto, provo la sensazione di un vita finita così, in solitudine in una stanza d’albergo dopo aver subito un’enorme ingiustizia.

CAMPIONATI MONDIALI DI ATLETICA: BILANCIO ITALIANO

…che poi per certi versi uno sarebbe tentato di dire: lasciamo perdere, e invece… invece ci ritroviamo qui a fare sempre le stesse considerazioni… riflettevo qualche attimo fa che il fatto che io alla fine non sia poi manco tanto insoddisfatto denota una certa assuefazione allo stato, decisamente poco salutare, dell’atletica italiana. I Mondiali di Mosca si sono conclusi con la  ‘solita’ medaglia che quanto meno non ci fa tornare a casa a mani vuote, e meno male che il secondo posto di Valeria Straneo nella Maratona era anche poco pronosticato, ci ha regalato una bella gioia… Il punto è che ‘il resto del mondo’ va avanti, mentre l’Italia sembra non riuscire a trovare una sua ‘strada’: certo, non tutto è da buttare: Elisa Rigaudo ha ottenuto l’ennesimo ottimo piazzamento, a salvare il settore marcia, alle prese con la inevitabile transizione del ‘dopo Alex Schwazer’; i velocisti – specie in staffetta – hanno fatto vedere qualcosa di nuovo, il punto è che nelle gare veloci davvero gareggia tutto il mondo e riuscire a competere ad alti livelli non è facile; discorso diverso per i salti: c’era la grande attesa per il triplo, ma qualcosa non ha funzionato se  Donato e  Di Gregorio, entrambi atleti in grado di gareggiare per le medaglie, non sono riusciti ad andare in finale, per scarsa condizione od infortuni improvvisi; il terzo, Schembri, ha discretamente ben figurato arrivando ottavo in finale. Alessia Trost nell’altro è una grande promessa, ma non si poteva certo chiedere a lei di ‘salvare la baracca’ alla prima manifestazione importante; così come nulla c’era da pretendere dal martellista Vizzoni, che a quasi 40 anni ha onorato la sua ennesima partecipazione accedendo alla finale. Il resto, poco o nulla: le prove multiple in Italia sembra che manco si sappia cosa siano; i lanci, non pervenuti; il mezzofondo sembra una tradizione sempre più lontana nel tempo, nei 10.000 e nei 5.000 ci limitiamo a qualche comparsata.  Il problema è che abbiamo accumulato un ritardo enorme, e colmarlo è molto complicato: se si guarda il medagliere di Mosca, ci si accorge che non è più come una volta, non ci sono più Stati Uniti e Russia: c’è ovviamente la Giamaica, di Bolt e non solo, ci sono il Kenia, l’Etiopia, la solita Germania, ma anche la Gran Bretagna, che grazie alle Olimpiadi si è ‘riorganizzata’, e poi il mare degli ‘altri’… ecco, l’Italia dovrebbe almeno cercare di distaccarsi da questi ‘altri’: nessuno chiede medaglie a raffica, ma di cercare di arrivare a quelle tre, quattro, cinque medaglie che possano farci dire di non essere una Nazione di retroguardia nell’atletica mondiale, come al momento, bisogna ammettere, siamo. Soprattutto, riuscire a portare almeno un nostro atleta ad essere ‘il migliore del mondo’, cosa che non succede dalla vittoria di Gibilisco nel salto con l’asta, ormai dieci anni fa. L’impresa è molto complicata, ma non impossibile: c’è da lavorare, c’è da curare quei pochi talenti che abbiamo e cercare di rilanciare le discipline ‘storiche’ (marcia e maratona in primis) così da  poter ottenere qualche soddisfazione in più. L’anno prossimo ci saranno gli Europei, vedremo se almeno gareggiando solo coi ‘concorrenti continentali’ riusciremo a toglierci qualche soddisfazione in più…

MONDIALI DI NUOTO: UN CONSUNTIVO

La bella medaglia di bronzo ottenuta ieri sera da Gregorio Paltrinieri nei 1500 stile libero, ha concluso a Barcellona un Mondiale di Nuoto – e delle discipline acquatiche –   che per l’Italia potrebbe definirsi ‘di transizione’: l’esito non è da buttare via, specie pensando al collasso delle Olimpiadi dello scorso anno, ma nemmeno di quelli da fare urlare al miracolo… tante situazioni diverse che danno l’impressione di un movimento che stia un pò ‘galleggiando’, in attesa di capire (come alcune delle sue ‘punte di diamante’) dove andare. Andiamo con ordine, disciplina per disciplina.

Sincronizzato.  La situazione è la solita descritta tante volte: ottimi tecnici, tanta buona volontà, ma la consapevolezza di un movimento che deve fare i conti con la scarsa popolarità della disciplina; siamo sempre lì, tra le prime del mondo, il podio non lo vediamo più col binocolo come una volta, bastano delle lenti da miope, ma l’impressione è che manchi qualcosa: forse proprio la classica ‘stella di valore assoluto’ che porti lo sport alla popolarità nazionale, come ha fatto Tania Cagnotto coi tuffi, dando al movimento di crescere.

Tuffi. Tania Cagnotto incornicia una prestazione maiuscola, con due argenti (uno dei quali per la miseria di 10 centesimi di punto non è diventato un oro) e un quarto posto: e per fortuna che era arrivata lì senza pressioni, dopo essersi presa un anno quasi ‘sabbatico’ dopo la delusione londinese: la riprova che a volte la ‘pressione’ finisce per fare più male che bene; in attesa di capire se Tania avrà voglia di continuare fino a Rio (3 anni sono lunghi, nello sport), i tuffi italiani non riescono ancora a trovare un ‘erede dichiarato / a’. Maria Marconi è arrivata vicinissima alla medaglia per due volte, senza poi riuscire ad agguantarla; trai maschi, Chiarabini è una promessa. Dovere di cronaca impone di ricordare che in questo Mondiale hanno esordito i Tuffi dalle grandi altezze: italiani  però assenti, in una disciplina che, per la sua spettacolarità, c’è da credere che acquisisca seguito e possa ambire a partecipale alle Olimpiadi.

Pallanuoto. A prima vista, la spedizione è stata un pò deludente: ragazze eliminate – ai rigori  – forse troppo presto rispetto al loro reale valore,  Settebello ai piedi del podio, annichilito dalla sorpresa Montenegro prima e dalla Croazia poi. Il Setterosa è una squadra giovane, in via di rodaggio, che ha dalla sua tutto il tempo per crescere; i maschi, Oro mondiale due anni fa e argento a Londra, si sono comunque mantenuti su standard più che discreti, sebbene le due sconfitte senza appello in semifinale e nella finalina per il bronzo suggeriscano la necessità di qualche correttivo.

Nuoto di fondo. Qualcosa, stavolta, non ha funzionato: è vero, l’unico oro dell’intera spedizione azzurra ai Mondiali è arrivato proprio da questa disciplina, per di più dalla massacrante 25 chilometri, vinta da Martina Grimaldi, ma nelle altre gare gli italiani, solitamente protagonisti, sono rimasti lontani dalla lotta per le medaglie. Una riflessione è d’obbligo.

Nuoto: a impreziosire la spedizione azzurra è stata, manco a dirlo, ancora una volta Federica Pellegrini, col suo argento nei 200 stile libero: sulla medaglia inaspettata in tanti hanno ampiamente parlato; per  Federica appare valere lo stesso discorso di Tania Cagnotto: se si gareggia più liberi da tensioni, forse si ottengono risultati migliori; l’esordio di Pellegrini nel dorso non è stato entusiasmante, ma c’è tempo per lavorarci. A salvare la baracca è poi arrivato il terzo posto di Paltrinieri, che almeno ha dato l’idea che Federica Pellegrini non sia l’unica a sobbarcarsi il peso del nuoto italiano; ottima la prestazione di Rivolta, una bella speranza; per il resto, gli atleti più quotati (Scozzoli, Bianchi) per motivi diversi hanno offerto prestazioni al di sotto della attese; la spedizione azzurra si è caratterizzata per tante qualificazioni sfuggite per un soffio… In prospettiva, comunque, c’è materiale su cui lavorare: Pellegrini e Paltrinieri, Scozzoli e Bianchi (se si riprenderanno), Rivolta (se si confermerà), senza contare la dorsista Arianna Barbieri, qui assente, costituiscono un buon numero di atleti in grado di competere ad alti livelli: i ‘se’ però sono ancora tanti, forse troppi: speriamo che le buone prospettive trovino conferma.

R.I.P. PIETRO MENNEA (1952 – 2013)

…e poi torni a casa e accendi il Televideo, per vedere cos’ha detto Grillo e come stanno andando le cose, eccetera, eccetera… e ti trovi davanti la scritta: “è morto Pietro Mennea” e come succede sempre in questi casi, si fatica a mettere le due cose insieme. Mennea – morto: quante volte ci è successo, specie di fonte a un giovane, o uno sportivo, uno di ‘quelli che l’ultima cosa che ti viene da pensare è che muoiano prima di aver raggiunto la vecchiaia’.

Pietro Mennea è quasi un personaggio mitologico, esponente di un’epoca ‘che non c’è più’, di quando i velocisti bianchi avevano ancora ‘qualcosa da dire’ nel mondo dell’atletica, almeno fino a quando, un paio d’anni fa, il francese Lemaitre ha provato a farsi spazio tra ‘quelli che contano’; ma in questi ultimi trent’anni, l’atletica ‘veloce’ è stata nera (oddio, nera è stata pure l’atletica ‘lenta’, ma questo è un discorso lungo e articolato). Sia come sia, Mennea sembrava uno di quegli eroi appartenenti a un’epoca lontana, difficile da immaginare.

Strano pensare che la mia generazione quell’epoca l’ha vissuta, seppure di striscio: nel 1979, quando fece il record sui 200 metri che ha resistito per 17 anni, quasi un’era geologica, prima di essere battuto da Michael Johnson alle Olimpiadi di Atlanta del 1996, avevo cinque anni; quando vinse la medaglia d’oro, sempre sui 200, alle Olimpiadi ‘monche’ (per il boicottaggio di Stati Uniti & Co.) dei Mosca, ne avevo sei: troppo, troppo piccolo per ricordarmi qualcosa… così per me Mennea è sempre stato qualcosa di ‘precedente’, di ‘antico’: la sua corsa commentata da Rosi per me è più o meno sullo stesso piano di quella di Berruti del 1960: anche se tra le due imprese ci sono vent’anni, per me appartengono a una stessa ‘età dell’oro’, a me totalmente sconosciuta.

Leggere una notizia del genere lascia sempre l’amaro in bocca, specie in chi ama lo sport. In chi lo sport lo pratica più o meno abitualmente, l’amarezza si trasforma in disagio: non importa se sia sportivi a livello agonistico o amatoriale, se si sia patiti della forma fisica o lo si faccia per semplice gratificazione, se sia mossi da un’esasperata voglia di competere, o se lo si faccia con intenti molto più tranquilli… la differenza è tra ‘noi’ e ‘loro’, tra chi fa sport e chi non lo fa. Sono andato in piscina per quasi due decenni, dalla metà degli anni ’90 all’anno scorso: quest’anno mi sono fermato, non so ancora se definitivamente o meno, è che poi a un certo punto senti che oltre un certo limite non puoi andare e, almeno nel mio caso, pensi che forse è il caso di fermarsi prima di diventare una di quelle ‘lumache’ che occupano la vasca e rallentano gli altri, contro quali puntualmente tra te e te inveivi. Al posto del nuoto, quest’anno, cammino il più possibile, aggiungo un pò di pesi la sera: il tono muscolare è diminuito, ma mica poi tanto (la mia costante magrezza mi aiuta, almeno l’aver smesso non ha comportato l’aumento di peso)… Però, ecco, qualcosa cerco di fare e lo ammetto, ho sempre considerato un filo ‘inferiore’ chi di attività fisica non ne fa, fermo restando che ognuno fa le sue scelte. In questo sono sempre stato sostenuto dal martellamento mediatico secondo cui ‘mens sana in corpore sano, bisogna fare attività fisica, etc…’ e poi Pietro Mennea muore a 61 anni e quasi quasi ti convinci che tutta ‘sta storia dello ‘sport che fa bene e che allunga la vita’ sia una panzana, che tutto dipenda da altri fattori, probabilmente genetici, per cui magari un salutista schiatta mentre fa jogging e uno che fuma e ingolla schifezze a tutto spiano magari arriva a cent’anni.
Succedono queste cose, e ti poni delle domande sullo sport e il suo senso, e magari pensi che la salute c’entra poco, che tutto sto martellamento sul ‘vivere bene’ poi si scontra con la glaciale freddezza di un dato di fatto: un campione olimpico dei 200 metri può ammalarsi come chiunque altro, non c’è stile di vita che tenga.
Che fregatura.