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EX MOGLIE, “SPREMUTA DI FEDI NUZIALI PINK EDITION” EP (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Esordio di questo trio milanese, le cui vicissitudini assomigliano quasi a una serie tv, in cui i tre protagonisti s’incontrano perché a vario titolo legati a una fantomatica quarta persona, che diventa quasi l’artefice involontaria del progetto.

In copertina la radiografia di una mano maschile con l’anulare spezzato, la fede ancora al dito: immagine che assieme al nome della band evoca certo un percorso di emancipazione e liberazione femminile, magari da una realtà opprimente e pure pericolosa, ma che nei cinque brani presenti appare sublimarsi in temi universali, umani, più che maschili e femminili: la ricerca della propria ‘originalità’ al di là delle apparenze soprattutto, di una compiutezza che a volte si riesce a raggiungere dopo percorsi accidentati e anche eventi più o meno traumatici.

Il tema sentimentale non manca, e c’è spazio per l’ambiente, con una critica alla poca ricerca di reale consapevolezza.

Elettronica con ascendenze new wave, qualche deriva psichedelica, un doppio cantato in cui alla profondità dai toni ‘gotici’ della componente maschile si affianca e contrappone la forza soul di quello femminile.

Un progetto che vuole essere multidisciplinare, puntando anche sulla componente visuale, che in quella sonora appare essere promettente.

LIBET, “IL PRIMO RITRATTO” (AUTOPRODOTTO)

Esordio per il progetto dei torinesi Marco Natale (chitarra, basso, elettronica) e Alan Spanu (voce, pianoforte, sintetizzatori).

Otto i pezzi, all’insegna di una formula che mescola elementi cantautorali e suoni esplicitamente riferiti a Radiohead, ma anche a esperienze meno note al ‘grande pubblico’, come quella di Aphex Twin.

Un disco dalla consistenza evanescente, in cui le parole sembrano talvolta perdersi, tra riverberi ed echi, evocando talvolta certi panorami fantascientifici (personalmente, mi è venuto in mente “Blade Runner”), o ‘spazi aperti’, a sfiorare territori onirici.

Un utilizzo dell’elettronica frastagliato, con ‘battiti’ sincopati, un andamento irregolare, a volte quasi ‘tortuoso’, che talvolta oltrepassa il confine del ‘rumorismo’, tra crepitii e scariche elettriche, in cui la voce e gli altri strumenti sembrano quasi perdere consistenza.

I testi sono altrettanto sfuggenti, sprazzi di pensieri, frammenti di conversazioni, parentesi di flusso di coscienza, come se tutto provenisse fa un ‘altrove’ difficilmente distinguibile.

Un lavoro a tratti ellittico, che fa della suggestione la sua cifra principale, con un effetto avvolgente che può affascinare.

SIMONA ARMENISE – ARES TAVOLAZZI, “LOTUS SEDIMENTATIONS” (NEW MODEL LABEL)

Secondo capitolo della collaborazione tra la chitarrista barese e il bassista conosciuto universalmente per il suo lavoro con gli Area.

Così come il lavoro precedente “Oru Kami”, targato 2016, anche in questo caso il progetto resta ancorato alla cultura giapponese: il titolo esteso include la traduzione nipponica, “Hasu No Chikuseki”, e in giapponese sono anche i titoli dei singoli brani, mentre il fiore di loto è un forte elemento della cultura del ‘Sol Levante’, come simbolo di e conoscenza interiore.

Non poteva essere altrimenti, del resto, trattandosi di un disco ‘di ricerca’: nove composizioni, interamente strumentali, in cui la Armenise esplora le possibilità espressive della chitarra, attraverso monologhi, dialoghi a due o tre con basso, elettronica e percussioni (curate da Vito Pesole), il ricorso ad accordature inusuali o all’archetto.

L’esito è un disco liquido, che getta l’ascoltatore in una dimensione per lo più onirica, che induce al galleggiamento, a un ascolto ‘da riempire ‘ col proprio senso’.

A cavallo tra ambient, prog, e derive psichedeliche, nel senso di una sperimentazione che non diventa mai esercizio di stile, conservando intatto il rapporto emotivo con chi ascolta, accendendosi improvvisamente sul finale, con colori più accesi e suoni più duri.

BELZEBOSS, “L’ORA DELL’ACQUARIO” (NEW MODEL LABEL)

Un disco inquieto, con pochi filtri, denso di rabbia, dolore a tratti, malanimo contro la superficialità dilagante.

Lo propone Paolo Capetta, piemontese, qui aiutato da un manipolo di compagni di strada, tra cui Daniela Bonifacio all’accompagnamento vocale e Servio Bona alla viola, ma soprattutto Alberto Nemo, che oltre a contribuire con la ‘quota elettronica’, offre il suo contributo produttivo, e si sente, con una ricorrente ‘grana oscura’ che trova una certa ‘comunanza di intenti’ col mood emotivo del disco.

Non che poi i nove brani di “L’Ora dell’Acquario” siano così ‘oscuri’, o ‘dimessi’, vivendo anzi su una certa vitalità, a tratti aggressivi, come del resto ci si può aspettare da un lavoro di emozioni forti.

Certo, c’è molto blues, assieme a rock a cavallo tra toni ‘hard’, psichedelia, riminiscenze new wave. Domina la voce di Belzeboss / Capeta: stentorea, a tratti debordante, nel narrare di piccole / grandi nevrosi quotidiane.

Un disco che per questo forse non può avere mezze misure: piacere molto o per nulla, come tutti i lavori dalla personalità straripante.

ARTURA, “MASSIVE SCRATCH SCENARIO” (MATTEITE / NEW MODEL LABEL)

Secondo lavoro per il progetto portato avanti da Matteo Dainese (alias ‘Il Cane’), qui affiancato da Tommaso Casasola e Cristiano Deison.

Come il precedente, “Drone”, anche in questo caso il titolo preannuncia il filo conduttore del disco: lo ‘scratching’ come frammentazione, un andamento a ‘strappi’, brani che anche quando trovano un’apparente ‘linearitá’ riportano sempre qualche elemento che spezza il ritmo.

Linearità peraltro poco frequente, in composizioni – 10 – perennemente spezzettate, dall’andamento sincopato; oltre, ovviamente, alla ricorrente tecnica dello ‘scratch’, ampio uso di tastiere, anche ‘vintage’, e di strumenti più o meno ‘canonici’, tra chitarra, basso e ukulele; la componente vocale atomizzata in un nugolo di campionamenti plurilingue.

Sperimentale, ma non ‘respingente’: affascinante.

ELL3, “LOTUS EP” (AUTOPRODOTTO)

Secondo lavoro da studio perEll3, al secolo Flaminia Gallo, prodotto dal dj e producer Dave (Davide Zaniero).

Cinque i pezzi, nei quali la voce della cantautrice risalta su tappeti e sfondi elettronici, ora volti all’ambient, talvolta con qualche ‘crepitio’ e rumorismi appena accennati, ora più inclini a scenari dancefloor, mantenendo sempre un che di onirico, di evanescente.

Ell3 canta di storie d’amore finite e della fatica di ricominciare, delle opportunità di guardare le cose con uno sguardo diverso, o semplicemente si perde nei suoi pensieri, fino alla dedica conclusiva alla madre.

L’interpretazione, talvolta sottilmente malinconica, affascina e tratti seduce, trovando nei suoni un efficace accompagnamento.

LEANDRO, FOSSIMO GIÀ GRANDI (BUNYA RECORDS / LIBELLULA MUSIC)

“Fossimo già grandi”, sembra suggerire il torinese Leandro, classe ’94, ci risparmieremmo un bel po’ di incertezze, insicurezze, dubbi e interrogativi.

Gli otto pezzi che compongono l’esordio sulla lunga distanza (dopo un precedente singolo) del cantautore abbozzano un ‘ritratto generazionale’ di chi oggi, a cavallo tra i venti e i trent’anni, ha ancora più domande che risposte, sotto il profilo esistenziale e anche sentimentale.

Si riflette sulle scelte da prendere, su ciò che scegliendo si deve lasciare, sulle strade da intraprendere, trovando spazio per un brano dedicato ai rapporti tra fratelli (non così frequente) e per una riflessione più ‘sociale’, dedicata alla tendenza diffusa a cercare nemici immaginari, da identificare magari con chi cerca di attraversare il mare e arrivare qui.

Un cantautorato che, pur rievocando inevitabilmente dei precedenti (a me vengono in mente Niccolò Fabi o Riccardo Sinigallia), riesce a mantenere una sua impronta stilistica, accompagnando la voce con una scelta sonora ispirata anche a certe ‘sperimentazioni’ di Radiohead o Sigur Ros, restando legata a territori ‘indie’ e che occasionalmente si addentra in territori più ‘radio friendly’.

SÀRGANO, “T” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Non una ‘T’ in realtà, ma il simbolo della ‘strada senza uscita’, intesa come ‘chiusura’, parola con cui la band originaria delle Marche (il Sàrgano è una varietà autoctona di ulivo), ma oggi sparsa tra il centro e nord Italia, sintetizza un po’ tutte la ‘attitudini esistenziali negative’che ostacolano la propria realizzazione e i rapporti con gli altri.

Undici brani per un disco d’esordio che veleggia tra l’osservazione della realtà – i giovani che partono e quelli che restano, il ruolo degli anziani, il ‘divertimento forzato’ dei periodi di vacanza – alcune riflessioni sullo studio del ‘sé’ e l’uscita dalle proprie ossessioni e il tema ricorrente della gelosia con le sue conseguenze più nefaste.

Lavoro diviso, e un po’ indeciso, tra elettro-pop in stile Subsonica (forse la scelta più convincente, un rock più ruvido e sprazzi di cantautorato.

L’impressione è che di idee ce ne siano, ma manchi ancora qualcosa nella messa in pratica.

AFRICA UNITE E ARCHITORTI, “IN TEMPO REALE” (AUTOPRODOTTO / SELF)

Reggae e musica classica sono mondi sonori che non potrebbero sembrare più distanti: tuttavia, la musica offre sempre qualche percorso d’incontro inesplorato o insospettato, attraverso il quale realizzare certi incontri, basta cercarlo.

Il compito stavolta se lo sono assunti gli Africa Unite, storici alfieri del reggae Made In Italy, e il quintetto degli Architorti, noto tra le altre per la collaborazione con Peter Greenaway, e orientato da sempre alla commistione tra generi.

L’esito si snoda attraverso sette brani originali e tre riedizioni, con la voce, ormai riconoscibilissima, di Bunna e le incursioni di Madaski con i suoi recitativi ‘alieni’, il reggae e il dub.

Gli arrangiamenti degli Architorti fanno scoprire ai brani degli ‘Africa’ una nuova dimensione, ma senza stravolgimenti, vesti nuove tagliate su misura, tra un veleggiare compassato e frenetico dinamismo.

Un gioiellino e uno dei dischi più intriganti dell’anno, disponibile a tutti in download gratuito sul sito degli Africa Unite.

ANDREA LORENZONI, “SENZA FIORI” (DIMORA RECORDS / NEW MODEL LABEL)

Secondo disco per il bolognese Andrea Lorenzoni, poeta oltre che cantante con un paio di pubblicazioni all’attivo.

A colpire, stupire per certi versi, è la varietà di un disco capace di cambiare ‘pelle’ in ognuno dei dieci pezzi: tra cantautorato, parentesi elettroniche che riecheggiano certo pop anni ’80, o all’insegna di maggiori dilatazioni, fino a sventagliate apertamente rock, con accenni grunge e qualche vaga allusione metal.

Il rischio di cadere nella ‘trappola’ di una serie di esercizi di stile finire a sé stessi è abilmente evitato, anche grazie a una sequenza che non rende troppo drastico il salto tra un’atmosfera e un’altra.

Testi spesso vagamente ermetici, giustapposizioni di pensieri, soliloqui, riflessioni su di sé, gli immancabili ‘sentimenti’ che però per una volta non sono dominanti.

“Senza fiori” è un disco di cantautorato atipico, in cui la musica è tutt’altro che secondaria rispetto alle parole, un lavoro che si stacca per suoni e temi dall’andazzo generale di troppa musica corrente italiana, ‘indie’ o meno.