Posts Tagged ‘elettronica’

SINTOH, “CIAO SONO CIAO” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Sintoh‘ nasce, come sottolinea lui ‘da qualche parte’, nel 1987; il giorno e il 16 maggio, data condivisa con gente come Baglioni, Pausini, Fiorello e Camerini.

Ha importanza? Beh, forse, perchè a dirla tutta gli otto brani che compongo questo disco di esordio, traguardo raggiunto dopo la consueta gavetta, compresa di una pausa oltremanica e qualche sparuto Ep con band precedenti progetti, sembrano porsi proprio a metà strada tra la tradizione pop italiana e il filone degli ‘irregolari’.

A parlare di pop del resto è lo stesso Sintoh, che allo stesso modo sottolinea il modo fortemente spontaneo, immediato, col quale “Ciao sono ciao” è nato e si è sviluppato.

Il risultato è uno di quei classici sguardi a volo di uccello, tra un filo di malinconia e rimpianto per ciò che è stato, le incertezze di un presente instabile, come quello di molti attuali trentenni, le incognite sul futuro, senza dimenticare gli immancabili aspetti sentimentali da un lato e social(i) dall’altro.

Un pop che vuole essere piacevole senza ammiccare troppo, che non rinuncia alle chitarre e allo stesso tempo ricorre ai synth, senza esagerare in un verso o nell’altro, che ricorre episodicamente una tromba.

Lo sguardo ironico e disincanto, talvolta un po’ amaro, a descrivere un classico ‘sentirsi fuori posto’, la voglia di riscatto, l’osservazione di una realtà in cui si parla tanto e si ascolta poco.

A dire la verità, ed è una considerazione da prendere con le molle, potrebbe, con tutti i distinguo del caso, venire in mente un Max Pezzali degli esordi, che a trent’anni di distanza ha sostituito le sale giochi con le consolle casalinghe e che è per forza di cose meno ‘leggero’, ritrovandosi anzìché nei promettentissimi ’90, negli anni ’10 dominati da crisi economiche a raffica.

Lo sguardo è quindi più disincantato, ma l’attitudine a descrivere stadi d’animo e quotidianità, senza per forza dover ricorrere ai ‘massimi sistemi’, risulta per certi versi analogo.

Un esordio che può piacere.

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PORCO ROSSO, “LIVING DEAD” (NEW MODEL LABEL)

Il protagonista dell’omonimo film d’animazione non c’entra , o forse sì, ma a solo livello di omonimia; molto di più, prevedibilmente, George Romero e i suoi morti viventi.

Michele Ricoveri scrive, ‘canta’ – più corretto forse ‘declama’ – e tesse i fili elettronici; Giovanni Soldi si occupa della parte più ‘suonata’ della faccenda, tra organo, synth e quant’altro: insieme, sono, appunto i Porco Rosso, qui (suppongo) all’esordio.

Otto tracce, racchiuse tra un ‘intro’ e un ‘outro’ che presentano e chiudono la vicenda, come succede spesso nei film horror; in mezzo, sonorità d’incubo, spesso e volentieri orientate all’ossessione, ma che non rinunciano a qualche parentesi che si apre volentieri al pop, tenendo presente la lezione dei ‘maestri’ (Kraftewerk).

Dominano, come accennato, elettronica, synth, tastiere e quant’altro, ancora una volta con echi del cinema di genere; a fare da sfondo a testi che dipingono la decadenza (putrefazione, forse in questo caso è il termine più adatto) dell’uomo e del corpo sociale e la loro resurrezione sotto forma di cadaveri ambulanti… intuibile, ancora una volta, il parallelo con la ‘filosofia’ di Romero, l’avvento dei ‘morti viventi’ come metafora del consumismo imperante, valida ancora oggi, a quasi mezzo secolo dal primo episodio della saga.

La distruzione dell’ambiente e delle altre specie animali, fino al consumo di ogni risorsa; la ricerca di ‘un senso’ nella fiera dell’effimero, il cammino verso la ‘disumanizzazione’ lastricato di apparecchi elettronici e ingegneria genetica… fino alla profezia di una bella guerra atomica che rifaccia partire tutto da zero…

Porco Rosso dà vita a un viaggio nel ‘cuore nero’ della società, apprezzabile nel martellare incessante che sfida la resistenza dell’ascoltatore, in parte ‘disturbante’ come appunto i propri espliciti riferimenti il legame con i quali finisce forse per essere fin troppo stretto, a livello sonoro e di ‘contenuti’: pur intuendo discrete potenzialità, si avverte alla fine la mancanza di un ‘guizzo’ di personalità in più.

EUGENIO RODONDI, “D’UN TRATTO” (PHONARCHIA DISCHI)

Terzo lavoro sulla lunga distanza per il torinese, classe 1988, Eugenio Rodondi.

Storie d’amore, essenzialmente, in questi nove brani: si comincia dalla fine di un’estate, metafora di una storia, che conclusa la prima, travolgente, fase dell’innamoramento, deve trovare una sua strada; si prosegue, così, tra rilfessioni, incertezze, storie vissute o solo immaginate, momenti di dubbio, amori in corso d’opera o conclusi, fino a ritornare all’estate, con un temporale, momento ‘di rottura’ e nuovo inizio.

Un cantautorato che può ricordare tanti illustri predecessori senza ricondurre direttamente a nessuno, mentre la produzione di Nicola Baronti conferisce profumi anni ’70, qua è là con riferimenti espliciti (leggi, tra le altre, alla voce: Beach Boys), tra parentesi acustiche e un’elettricità a tratti ruvida, con vaghi accenni noise, una spruzzata di elettronica.

Interpretazione sempre vagamente disincantata, a tratti un filo dolente, ma senza rinunciare a un filo d’ironia.

Un lavoro che, pur conservando un certo dinamismo tra brano e brano, finisce per risultare un po’ monolitico, facendosi forse sentire la mancanza di qualche variazione in più rispetto alla tematica sentimentale.

SQUID TO SQUEEZE, “DADA IS NOT DEAD” (NEW MODEL LABEL)

Elettropop e una spruzzata di psichedelia, il tutto con un occhio alla sperimentazione. Squid To Squeeze è la ‘creatura’ di Jacopo Gobber, questo, presumo, il primo lavoro.

Dieci tracce, che riecheggiano le sonorità che hanno sancito il successo di certa elettronica d’oltralpe (Daft Punk e non solo): sonorità sintetiche che affondano le radice nell’età dell’oro di Kraftwerk & co., spogliate delle vesti più ruvide e rese più ‘accessibili’ attraverso un indubbia predisposizione pop, ma senza esagerare: qua è là tra le righe si scorge la lezione dei Depeche Mode; non rinunciando, in alcune parentesi, a trovate più sperimentali: Jelly (S)tone è tutto un crepitare di bit, quasi come se si giocasse con le sonorizzazioni dei videogame anni ’80.

Gobber / Squid to Squeeze trova anche il tempo di omaggiare i propri ‘eroi’ di riferimento: tre le cover presenti, rispettivamente pescate nel repertorio di Syd Barrett, dei Jesus & Mary Chain, del meno conosciuto Nigeriano William Onyeabor, uno dei capostipiti dell’elettrofunk africano.

L’attitudine è quella di chi, cercando un proprio sentiero sulla strada, ampiamente battuta, di un’elettronica che pur aperta all’ascoltatore, non scelga mai percorsi troppo ‘facili’, mantiene intatta una certa attitudine ‘ludica’, forse la voglia di spiazzare vagamente, un filo straniante, ma senza chiudersi in sé stessa: e forse non poteva essere che così, dato il titolo – manifesto con l’esplicito riferimento al dadaismo.

 

PIVIRAMA, “SENZA RETE” (NEW MODEL LABEL)

17 anni di attività e una biografia sonora che con “Senza Rete” giunge al quarto capitolo: per la cantautrice siciliana Raffaella Daino un punto di svolta importante, con la decisione di esprimersi per la prima volta in italiano.

Dieci pezzi, all’insegna di un rock / pop ora più sinuoso e suadente, ora dalla consistenza più ruvida e tagliente: Daino canta e talvolta imbraccia la chitarra un nutrito gruppo di compagni di strada si occupa del resto, a partire dal frequente utilizzo di tastiere e drum machine all’insegna di una componente elettronica che appare conferire un deciso e maggiore appeal ai pezzi.

Raffaella Daino racconta di sé, ma non solo: all’introspezione si affiancano ritratti di individui che hanno compiuto scelte determinanti o che hanno ‘scelto di non scegliere’, lasciandosi più o meno trasportare dalla casualità o all’opposto rimanendo bloccati nella loro incapacità di decidere.

Non solo un ‘guardarsi dentro’, o magari qualche evasione immaginifica, ma anche il marchio, spesso violento della realtà: la fuga di una donna da un compagno violento, ma soprattutto il tema delle migrazioni, la fuga verso un domani migliore che si interrompe in un campo profughi o bloccata – letteralmente – da nuovi muri.

Un disco che colpisce forse soprattutto per questo affiancare sonorità spesso e volentieri ‘leggère’, e un’interpretazione spesso all’insegna della dolcezza (senza essere sdolcinata) alla frequente serietà dei temi trattati: insomma, a prima vista quasi un disco pop / rock come tanti, magari con qualche ascendenza ‘rilevante’ (floydiano l’incipit di ‘Sassi di vetro’ in apertura del disco), ma poi quando ci si ferma ad ascoltare l’esito improvvisamente cambia.

Raffaella Daino vince insomma la sfida del passaggio all’italiano scelta che, ci si può augurare, le consentirà di raggiungere un pubblico più ampio.

FRANK SINUTRE, “THE BOY WHO BELIEVED HE COULD FLY” (NEW MODEL LABEL)

Frank Sinutre, ovvero: Isi Pavanelli ai synth e Michele K. Menghinez, chitarre e voce, giunti qui al terzo lavoro sulla lunga distanza.

Undici pezzi il cui filo conduttore appare un certo gusto per un funk elettronico dai sapori d’oltralpe: inevitabilmente, specie nei momenti più rarefatti, vengono in mente gli Air, ma per chi se li ricorda si potrebbero citare anche i Phoenix e per certi versi, i Daft Punk.

“The boy who believed he could fly” – titolo dedicato a un personaggio un po’ di fantasia un po’ no, metafora del ‘volere è potere’, della forza immaginifica del sogno, pronto a tradursi in realtà – si muove tra suggestioni funk anni ’70 e rarefazioni ‘contemporanee’; episodi che tentano la via cantautorale, per lo più in inglese, ma con una parentesi in italiano; una insospettabile e brusca deviazione blues e nel finale un’immersione nella sperimentazione, tra ambient e allusioni ‘glitch’, con una composizione di un quarto d’ora che però finisce per essere un filo troppo ‘pesante’.

Il duo dei Frank Sinutre assembla un disco che conserva un discreto appeal senza essere smaccatamente ammiccante, in cui ci si concedono uscite dal binario principale per mostrare di essere in grado di fare altro, anche se in fondo non sempre queste ‘escursioni’ appaiono necessarie.

Un lavoro che comunque col suo clima spesso avvolgente e i battiti talvolta molto suadenti riesce ad a coinvolgere in più di un episodio.

MARCO KRON, “SFERE” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Milanese, classe 1983, dagli inizi degli ’00 in poi Marco Kron ha compiuto un canonico percorso fatto di registrazioni casalinghe a varie prove in gruppo, prima di fondare i Redwest e pubblicare con loro l’esordio “Crimson Renegade” l’anno scorso; nel contempo, Kron ha proseguito una strada più personale, giungendo ora all’esordio da solista.

Sei brani che mescolano, in maniera per certi versi abbastanza eterogenea, idee sonore e pensieri assortiti: siamo in territori a cavallo tra rock e pop, elettricità ed elettronica (con qualche ‘azzardo dance’), il tentativo di dare al tutto una certa impronta ‘autoriale’, e forse non poteva essere altrimenti, trattandosi di un lavoro decisamente personale.

Autobiografia e ‘massimi sistemi’: l’alienazione dei rapporti umani all’epoca dei social network, l’amicizia e la spiritualità, storie di quotidiana marginalità – ‘La dirimpettaia’, proprio per questo tratteggiare un personaggio ‘comune’, appare l’episodio più convincente – fino agli interrogativi derivanti dall’improvviso irrompere dell’inevitabile in una quotidianità apparentemente cristallizzata.

Idee trasmesse con riflessività mista a una certa dose di leggerezza, portata qua e là una spruzzata di ironia, mentre sottotraccia si avverte l’incontro – e forse per certi versi il ‘conflitto’ – tra i ‘sentimenti’ espressi attraverso la musica e la ‘ragione’ derivante dagli studi e dall’attività di matematico di Kron: il titolo del disco – “Sfere” – è del resto dedicato a una delle figure geometriche e matematiche più affascinanti e d’altra parte spesso la ‘sfera’ metafora dell’autosufficienza e della solitudine…

L’esordio di Marco Kron appare dunque proporre un autore dalle discrete potenzialità, sebbene si risolva più che altro in una serie di ‘esercizi di stile’, che appaiono ancora mancare di una più decisa impronta stilistica, e del resto lo stesso autore ammette che inizialmente i pezzi non erano stati pensati per una pubblicazione, spinta poi dai riscontri presso amici e conoscenti; l’attesa è dunque per un prossimo episodio, che fin dall’inizio nasca con l’idea di un progetto compiuto.