Posts Tagged ‘pop’

SQUID TO SQUEEZE, “DADA IS NOT DEAD” (NEW MODEL LABEL)

Elettropop e una spruzzata di psichedelia, il tutto con un occhio alla sperimentazione. Squid To Squeeze è la ‘creatura’ di Jacopo Gobber, questo, presumo, il primo lavoro.

Dieci tracce, che riecheggiano le sonorità che hanno sancito il successo di certa elettronica d’oltralpe (Daft Punk e non solo): sonorità sintetiche che affondano le radice nell’età dell’oro di Kraftwerk & co., spogliate delle vesti più ruvide e rese più ‘accessibili’ attraverso un indubbia predisposizione pop, ma senza esagerare: qua è là tra le righe si scorge la lezione dei Depeche Mode; non rinunciando, in alcune parentesi, a trovate più sperimentali: Jelly (S)tone è tutto un crepitare di bit, quasi come se si giocasse con le sonorizzazioni dei videogame anni ’80.

Gobber / Squid to Squeeze trova anche il tempo di omaggiare i propri ‘eroi’ di riferimento: tre le cover presenti, rispettivamente pescate nel repertorio di Syd Barrett, dei Jesus & Mary Chain, del meno conosciuto Nigeriano William Onyeabor, uno dei capostipiti dell’elettrofunk africano.

L’attitudine è quella di chi, cercando un proprio sentiero sulla strada, ampiamente battuta, di un’elettronica che pur aperta all’ascoltatore, non scelga mai percorsi troppo ‘facili’, mantiene intatta una certa attitudine ‘ludica’, forse la voglia di spiazzare vagamente, un filo straniante, ma senza chiudersi in sé stessa: e forse non poteva essere che così, dato il titolo – manifesto con l’esplicito riferimento al dadaismo.

 

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IL COLLE, “DALLA PARTE DELLO SCEMO” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA DISCHI)

“Ci siamo seduti dalla parte del torto, perché tutti gli altri posti erano occupati”, disse una volta Bertold Brecht; ai tempi di Internet e dei social network, in cui torti e ragioni si mescolano in un calderone spesso indistinto, l’unico posto disponibile è quello riservato allo ‘scemo’, a chi si sottrae al ‘dominio della tecnica’ per continuare affidarsi alla passione, all’autenticità e all’immediatezza dei rapporti umani.

Il Colle parte da qui e dalla provincia fiorentina, dove circa cinque anni fa si forma il nucleo di una band che col tempo è diventata quasi una ‘banda’: sette gli elementi che hanno partecipato alla realizzazione del disco d’esordio.
Non che “Dalla parte dello scemo” sia una lavoro di denuncia dei guasti prodotti dall’imperante presenza dei ‘social’ e di Internet, anzi: qui non se ne parla proprio; l’arma migliore, negli undici brani presenti, è proprio ‘parlare d’altro.

Una galleria di personaggi, narrati o che parlano in prima persona, ripresi di fronte all’incertezza del presente e del domani, forse alla mancanza di punti di riferimento, al ‘tirare le somme’ che inevitabilmente conduce al momento del ‘come sono arrivato qui’?; ‘donne fatali della provincia’, i buoni propositi che rimangono sulla carta, ‘Case del Popolo’ che, senza dirlo esplicitamente’, diventano forse l’alternativa concreta al ‘virtuale’; spazi riservati ai sentimenti e una semiseria provocazione dedicata alla droga…

La band toscana si inserisce per sua stessa ammissione nel prolifico filone di certo rock / folk regionale (vedi alle voci: Bandabardò, Ottavo Padiglione), con l’immancabile ombra di Piero Ciampi ad allungarsi nelle retrovie.
Ironia condita di amarezza e un certo sarcasmo, sottotraccia forse la poetica di “Amici Miei”, la vita troppo breve per essere presa troppo sul serio, una risata ad accompagnare le riflessioni più amare e nel contempo un filo di malinconia a circondare i momenti apparentemente più leggeri.

Un disco i cui suoni si mantengono in territori rock / pop, mescolati a influenze folk e ‘popolari’ (fa capolino anche un fisarmonica), parentesi quasi punk e momenti country western.
Un lavoro che convince, per i colori vividi e lo spiccato dinamismo.

PIVIRAMA, “SENZA RETE” (NEW MODEL LABEL)

17 anni di attività e una biografia sonora che con “Senza Rete” giunge al quarto capitolo: per la cantautrice siciliana Raffaella Daino un punto di svolta importante, con la decisione di esprimersi per la prima volta in italiano.

Dieci pezzi, all’insegna di un rock / pop ora più sinuoso e suadente, ora dalla consistenza più ruvida e tagliente: Daino canta e talvolta imbraccia la chitarra un nutrito gruppo di compagni di strada si occupa del resto, a partire dal frequente utilizzo di tastiere e drum machine all’insegna di una componente elettronica che appare conferire un deciso e maggiore appeal ai pezzi.

Raffaella Daino racconta di sé, ma non solo: all’introspezione si affiancano ritratti di individui che hanno compiuto scelte determinanti o che hanno ‘scelto di non scegliere’, lasciandosi più o meno trasportare dalla casualità o all’opposto rimanendo bloccati nella loro incapacità di decidere.

Non solo un ‘guardarsi dentro’, o magari qualche evasione immaginifica, ma anche il marchio, spesso violento della realtà: la fuga di una donna da un compagno violento, ma soprattutto il tema delle migrazioni, la fuga verso un domani migliore che si interrompe in un campo profughi o bloccata – letteralmente – da nuovi muri.

Un disco che colpisce forse soprattutto per questo affiancare sonorità spesso e volentieri ‘leggère’, e un’interpretazione spesso all’insegna della dolcezza (senza essere sdolcinata) alla frequente serietà dei temi trattati: insomma, a prima vista quasi un disco pop / rock come tanti, magari con qualche ascendenza ‘rilevante’ (floydiano l’incipit di ‘Sassi di vetro’ in apertura del disco), ma poi quando ci si ferma ad ascoltare l’esito improvvisamente cambia.

Raffaella Daino vince insomma la sfida del passaggio all’italiano scelta che, ci si può augurare, le consentirà di raggiungere un pubblico più ampio.

MARCO KRON, “SFERE” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Milanese, classe 1983, dagli inizi degli ’00 in poi Marco Kron ha compiuto un canonico percorso fatto di registrazioni casalinghe a varie prove in gruppo, prima di fondare i Redwest e pubblicare con loro l’esordio “Crimson Renegade” l’anno scorso; nel contempo, Kron ha proseguito una strada più personale, giungendo ora all’esordio da solista.

Sei brani che mescolano, in maniera per certi versi abbastanza eterogenea, idee sonore e pensieri assortiti: siamo in territori a cavallo tra rock e pop, elettricità ed elettronica (con qualche ‘azzardo dance’), il tentativo di dare al tutto una certa impronta ‘autoriale’, e forse non poteva essere altrimenti, trattandosi di un lavoro decisamente personale.

Autobiografia e ‘massimi sistemi’: l’alienazione dei rapporti umani all’epoca dei social network, l’amicizia e la spiritualità, storie di quotidiana marginalità – ‘La dirimpettaia’, proprio per questo tratteggiare un personaggio ‘comune’, appare l’episodio più convincente – fino agli interrogativi derivanti dall’improvviso irrompere dell’inevitabile in una quotidianità apparentemente cristallizzata.

Idee trasmesse con riflessività mista a una certa dose di leggerezza, portata qua e là una spruzzata di ironia, mentre sottotraccia si avverte l’incontro – e forse per certi versi il ‘conflitto’ – tra i ‘sentimenti’ espressi attraverso la musica e la ‘ragione’ derivante dagli studi e dall’attività di matematico di Kron: il titolo del disco – “Sfere” – è del resto dedicato a una delle figure geometriche e matematiche più affascinanti e d’altra parte spesso la ‘sfera’ metafora dell’autosufficienza e della solitudine…

L’esordio di Marco Kron appare dunque proporre un autore dalle discrete potenzialità, sebbene si risolva più che altro in una serie di ‘esercizi di stile’, che appaiono ancora mancare di una più decisa impronta stilistica, e del resto lo stesso autore ammette che inizialmente i pezzi non erano stati pensati per una pubblicazione, spinta poi dai riscontri presso amici e conoscenti; l’attesa è dunque per un prossimo episodio, che fin dall’inizio nasca con l’idea di un progetto compiuto.

ELL3, “CAMOUFLAGE EP” (TAINTED MUSIC)

Uno pseudonimo per identificarsi, sei brani – cantati in inglese – per presentarsi: Ell3 viene da Torino e in questo suo primo lavoro riversa i frutti di un’esperienza sonora che ha contraddistinto tutta la sua biografia (nasce e cresce in una famiglia di musicisti), all’insegna della fusione tra il jazz e il soul da un lato, l’elettronica dall’altro.

Accompagnata dalle sapienti mani di Alan Diamond e Davide ‘Enphy’ Cuccu, apprezzate figure della scena torinese, Ell3 dà vita a un lavoro dedicato alla necessità di fingere, di indossare maschere, per rispondere alle convenzioni sociali o rispondere alle necessità imposte da rapporti personali che spesso finiscono per richiedere di mostrarsi per ciò che non si è; si finisce così per allontanarsi dalla propria essenza, finendo magari per rifugiarsi nel sogno, anche se il proprio io finisce per riemergere, magari attraverso la tristezza di uno sguardo (gli occhi come proverbiale ‘specchio dell’anima’) fino a rendere più o meno necessaria una sorta di ‘rinascita’.

Sensibilità jazz e soul unita all’elettronica, dunque: esiti non troppo distanti dal trip hop che di questa fusione fu una delle massime espressioni negli anni ’80, ma con suggestioni che possono ricondurre alla ‘solitudine urbana’ comunicata da certe colonne sonore, che possono ricordare alla lontana Ryuichi Sakamoto.

Ell3 domina naturalmente la scena, un’interpretazione sinuosa, un’intensità forse tenuta un po’ troppo a bada a favore di un’eleganza formale comunque godibile, umore tendente al malinconico.

Si avverte magari la mancanza di un ‘cambio di passo’ in un lavoro che mantiene sostanzialmente inalterato il suo ‘mood’ dall’inizio alla fine, anche se sei brani costituiscono poco più di un assaggio e sarebbe necessaria una prova più ‘corposa’ per farsi un’idea maggiormente compiuta.

GENOMA, “STORIES” (NEW MODEL LABEL)

Pop – rock dalle forme eleganti e modi per certi versi ‘sofisticati ‘ per questo sestetto proveniente da Ravenna.

Cinque pezzi, eseguiti usando una strumentazione non del tutto ‘canonica’: Seabord (un particolare tipo di tastiera midi, basso fretless , il violoncello di Elisa Cagnani, piano, tastiere e percussioni assortite; si rinuncia alle proverbiali chitarre: non che se ne senta la mancanza, in un lavoro tutto fondato atmosfere ovattate, con un che di sospeso, come in certi panorami seminotturni, illuminati dalla luce rarefatta dell’alba, completate dall’interpretazione di Angela Piva, che canta per lo più in inglese, ad eccezione di una parentesi in italiano.

Si respira quasi un’aria da club, da ‘fase di decompressione’ nel procedere calmo e senza sussulti di un disco dai battiti rallentati, chiuso da una cover di Atmosphere dei Joy Division quasi straniante, nel suo essere privata dei lati più sofferti, per diventare quasi un’eco distante dalla consistenza onirica; tra i pezzi originali, si fanno apprezzare ‘Pink Astronaut Story’ e il pezzo in italiano, ‘Remember Me’.

Un lavoro che appare volto – forse un filo troppo – alla ricerca di una certa perfezione formale, di una compostezza di modi il cui esito a pare a tratti forse un po’ ‘freddino’.

CRANCHI, “SPIEGAZIONI IMPROBABILI” (NEW MODEL LABEL)

Quarto disco da studio per la band di Massimiliano Cranchi: stavolta, il disco più che dalla gestazione collettiva della band, nasce dalla stretta collaborazione col produttore Marco Malvasi: il risultato è un lavoro che forse più dei precedenti riporta l’impronta personale nei temi ed esistenziale nei testi dei sette brani presenti (poco meno di mezz’ora la durata complessiva).

Un lavoro caratterizzato da un continuo ‘muoversi’, spostarsi: dal brano di apertura – ‘Spiegazioni improbabili sul metodo’ – quasi la versione moderna di un racconto medievale, un gruppo di persone e vari incontri sulla strada che porta verso le coste francesi, al faticoso pedalare di ‘Malabrocca’, poco ricordati gregario del ciclismo mitologico degli anni ’40; da ‘L’amore è un treno’, metafora parallela di un amore accidentato e di una società in via di deragliamento a ‘Cinque mesi’, in cui l’amore, concluso, continua ad essere ricercato.

Il viaggio come ricerca di un ‘pezzo mancante’, risposta alle proprie inquietudini: probabilmente non è un caso che il brano conclusivo, ‘Fa un freddo che si muore’ appare incentrato su una ‘pace’ trovata finalmente nel calore domestico, nella rassicurante monotonia del ‘minimo quotidiano’.

Completano la manciata di brani un omaggio a Ferrara e uno a Berta ‘Anna’ Pappenheim, scrittrice e giornalista austriaca la cui vita fu tormentata dalla malattia mentale.

Un lavoro fortemente ancorato alla tradizione cantautorale, a partire dal semplice dato vocale che ricorda molto, molto da vicino quello di Guccini e che nel suo svolgersi assume un’impronta indie – folk, pronto ad acquistare di volta in volta toni diversi grazie all’intervento di violino, pianoforte, fisarmonica, nel caso di ‘L’amore è un treno’ di fiati e un coro di bambini, nella conclusiva ‘Fa un freddo che si muore’ di una tastiera dalle tonalità vintage che dà al brano una certa ariosità, una veste dai tratti gradevolmente pop.

Resta l’idea di un disco intimo, estremamente personale, in cui l’autore costantemente sul filo di una certa malinconia, qualche rimpianto e recriminazione, fa i conti col proprio vissuto, forse affrontando questioni rimandate in precedenza.