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GENOMA, “STORIES” (NEW MODEL LABEL)

Pop – rock dalle forme eleganti e modi per certi versi ‘sofisticati ‘ per questo sestetto proveniente da Ravenna.

Cinque pezzi, eseguiti usando una strumentazione non del tutto ‘canonica’: Seabord (un particolare tipo di tastiera midi, basso fretless , il violoncello di Elisa Cagnani, piano, tastiere e percussioni assortite; si rinuncia alle proverbiali chitarre: non che se ne senta la mancanza, in un lavoro tutto fondato atmosfere ovattate, con un che di sospeso, come in certi panorami seminotturni, illuminati dalla luce rarefatta dell’alba, completate dall’interpretazione di Angela Piva, che canta per lo più in inglese, ad eccezione di una parentesi in italiano.

Si respira quasi un’aria da club, da ‘fase di decompressione’ nel procedere calmo e senza sussulti di un disco dai battiti rallentati, chiuso da una cover di Atmosphere dei Joy Division quasi straniante, nel suo essere privata dei lati più sofferti, per diventare quasi un’eco distante dalla consistenza onirica; tra i pezzi originali, si fanno apprezzare ‘Pink Astronaut Story’ e il pezzo in italiano, ‘Remember Me’.

Un lavoro che appare volto – forse un filo troppo – alla ricerca di una certa perfezione formale, di una compostezza di modi il cui esito a pare a tratti forse un po’ ‘freddino’.

CRANCHI, “SPIEGAZIONI IMPROBABILI” (NEW MODEL LABEL)

Quarto disco da studio per la band di Massimiliano Cranchi: stavolta, il disco più che dalla gestazione collettiva della band, nasce dalla stretta collaborazione col produttore Marco Malvasi: il risultato è un lavoro che forse più dei precedenti riporta l’impronta personale nei temi ed esistenziale nei testi dei sette brani presenti (poco meno di mezz’ora la durata complessiva).

Un lavoro caratterizzato da un continuo ‘muoversi’, spostarsi: dal brano di apertura – ‘Spiegazioni improbabili sul metodo’ – quasi la versione moderna di un racconto medievale, un gruppo di persone e vari incontri sulla strada che porta verso le coste francesi, al faticoso pedalare di ‘Malabrocca’, poco ricordati gregario del ciclismo mitologico degli anni ’40; da ‘L’amore è un treno’, metafora parallela di un amore accidentato e di una società in via di deragliamento a ‘Cinque mesi’, in cui l’amore, concluso, continua ad essere ricercato.

Il viaggio come ricerca di un ‘pezzo mancante’, risposta alle proprie inquietudini: probabilmente non è un caso che il brano conclusivo, ‘Fa un freddo che si muore’ appare incentrato su una ‘pace’ trovata finalmente nel calore domestico, nella rassicurante monotonia del ‘minimo quotidiano’.

Completano la manciata di brani un omaggio a Ferrara e uno a Berta ‘Anna’ Pappenheim, scrittrice e giornalista austriaca la cui vita fu tormentata dalla malattia mentale.

Un lavoro fortemente ancorato alla tradizione cantautorale, a partire dal semplice dato vocale che ricorda molto, molto da vicino quello di Guccini e che nel suo svolgersi assume un’impronta indie – folk, pronto ad acquistare di volta in volta toni diversi grazie all’intervento di violino, pianoforte, fisarmonica, nel caso di ‘L’amore è un treno’ di fiati e un coro di bambini, nella conclusiva ‘Fa un freddo che si muore’ di una tastiera dalle tonalità vintage che dà al brano una certa ariosità, una veste dai tratti gradevolmente pop.

Resta l’idea di un disco intimo, estremamente personale, in cui l’autore costantemente sul filo di una certa malinconia, qualche rimpianto e recriminazione, fa i conti col proprio vissuto, forse affrontando questioni rimandate in precedenza.

RICKSON, “CHI TI AIUTERÀ” (THE BEAT PRODUCTION / LIBELLULA MUSIC)

Disco di esordio per questa band di Arezzo formatasi nel 2015, i cui componenti avevano comunque già avuto collaborato in precedenza.

Otto brani tra un passato ormai quasi remoto, quello del brit pop originale, degli anni 60 e delle conseguenti derivazioni beat nostrane e anni più recenti (vedi alla voce: Strokes), con qualche occasionale distorsione. Il nucleo del disco è comunque decisamente ancorato a un pop che cerca una veste elegante attraverso l’uso di piano e synth, mentre le chitarre trovano qua e là lo spazio per qualche assolo che rinforzi l’aspetto elettrico della faccenda. Atmosfere retrò nelle quali si respira aria di promesse estive di amore eterno, destinate a evaporare in autunno, i travagli sentimentali il filo conduttore, accompagnati da sprazzi esistenzialisti, una spolverata di spleen.

In copertina due bambini si arrampicano su un muretto, il booklet nella forma che ricorda il diario di un liceale: tutto più o meno riporta lì, a un passato per il gruppo forse più o meno biografico che trova la propria corrispondenza in riferimenti sonori dai tratti quasi vintage senza apparire troppo passatisti.

Un lavoro che scorre via leggero, forse un po’ troppo a dire la verità: un esordio che sembra ‘giocare sul sicuro’, in attesa che la band dia alla propria proposta un’impronta stilistica più decisa.

CÈ, “DI VITA, MORTE E MIRACOLI” (LIBELLULA MUSIC)

Terzo disco solista per Cesare Isernia, alias, artista che dopo una prima parte di carriera, sul finire degli anni ’90, ha abbandonato l’attività musicale per poi farvi ritorno nel 2012, con l’esordio di “Anime”, seguito due anni dopo da “Sono laureato in Economia”.

“Di vita, morte e miracoli” è un titolo discretamente ‘impegnativo’, accompagnato da una copertina su cui campeggia una macchina che sembra aver sbattuto contro un muro, oppure sono dei mattoni ad esserle piovuti sul cofano? Metafora, forse, delle avversità della vita, dei muri contro cui inevitabilmente si va a cozzare o delle avversità pronte a piovere addosso improvvisamente.

Nove pezzi in cui il cantautore, coadiuvato da una band di altri tre elementi –a cominciare da Massimo De Vita, che del disco è anche produttore – cui si aggiunge un ulteriore manipolo di ospiti, affronta vari ‘massimi sistemi’, a cominciare da quello più ricorrente dell’amore, più o meno contrastato, per passare all’attitudine nei confronti della vita, riflessioni su sé stessi e terminare con un brano che immagina il trapasso appena avvenuto.

Una proposta sonora alquanto variegata, il cui incipit getta l’ascoltatore in territori ai confini del punk, ma che nel proseguimento apre ampi spazi alla dimensione acustica e a sonorità che strizzano l’occhio a un pop dall’inclinazione ‘indie’, cercano di mantenere lungo tutta la durata del disco una certa vena cantautorale.

L’esito appare per la verità un po’ sospeso: certo Cè si mostra in grado di giostrare tra i generi, di costruire pezzi che mantengono un discreto appeal senza mostrarsi troppo ‘piacioni’, ma qua e là si avverte l’impressione di un lavoro un po’ ‘slegato’, forse la mancanza di un’impronta stilistica più marcata. Un disco che finisce per scorrere via fin troppo facilmente, facendo forse sentire la mancanza di qualche ‘sussulto’ in più.

MASSIMO TORRESI, “POSSIBILITA'” (EGEMONIA SPARTANA DISCHI / LIBELLULA DISCHI)

“Possibilità”: la parola in sé già contiene un nugolo di significati, aperta, appunto, ad ogni opzione, ma quando si parla di scelte, legate alla vita, alle relazioni, alla realizzazione di sé, le possibilità possono, ridursi a due grandi categorie: in negativo, quelle alle proprie spalle che in qualche modo ci sono state, o meglio, ci si è, negati, e sulle quali non si può che recriminare; e quelle che, pur con tutte le incognite del caso, sono ancora destinate ad aprirsi lungo la strada.

Questo appare essere il concetto di fondo dell’esordio solista del marchigiano Massimo Torresi, varie esperienze all’attivo, degna di nota quella coi Bluff, assieme a Fabio Verdini, ora tastierista dei Tiromancino, qui giunto a dare una mano all’ex compagno di strada.

Due parti: la prima, più volta ad una certa sottile amarezza: le occasioni perse perché si è preferito l’abbraccio di una certa indolenza, come se certi sforzi non valessero in fondo la pena, i ‘mulini a vento’ di donchisciottesca memoria divenuti pale eoliche; l’autocommiserazione, il darsi sconfitti in partenza per non rischiare, in un contesto in cui ‘l’avere’ diviene spesso l’unico metro di giudizio per definire successi e fallimenti; la nostalgia per ciò che si poteva e non si è dato nelle relazioni interpersonali, non solo sentimentali.

La seconda più volta all’ottimismo, a prendere la vita – se non di petto – almeno con un certo entusiasmo, magari con quel filo di leggerezza in più capace di rendere di addolcire le possibili delusioni e quindi di rendere più accettabile il rischio.

Certo non è detto che tutto fili liscio: i ‘soliti’ rapporti sentimentali rappresentano un buon modello di ciò che potrebbe succedere, ostacolati da egoismi o ‘ingerenze esterne’, ma se si parte con l’atteggiamento di chi non aspetta che il ‘dovuto’ gli arrivi dal cielo, andando a prendersi la propria stella, allora la possibilità di una rinascita, di evadere dalle secche dell’apatia aumentano.

Massimo Torresi racchiude questo percorso in undici pezzi, la maggior parte dei quali dal piglio decisamente solare (ad eccezione forse dell’incipit dal clima plumbeo, adatto a descrivere una situazione di partenza più che mai bigia), all’insegna di un pop / rock dalle frequenti venature elettroniche, che mescola suggestioni cantautorali, italiane e transalpine, echi del brit pop dei primi Blur, momenti dal piglio decisamente ballabile; chitarra, basso e batteria accompagnate di volta sintetizzatori e piano, batterie e drum machine, talvolta un violoncello, occasionalmente una fisarmonica.

La leggerezza, la tentazione frequente di battere il piede e non restare fermi, la dote principale di un disco che in fondo induce al guardare alla vita, in tempi spesso non facili, con un pizzico di positività in più.

DISTINTO, “C’EST LA VIE” (CANE NERO DISCHI)

 

La normalità – a tratti banalità – del quotidiano, che offre brandelli di riposte a interrogativi esistenziali.

I Distinto nascono come un duo, Daniela d’Angelo – voce e chitarra acustica e Daniele Ferrazzi, a occuparsi di elettrica e synth, per poi diventare un quartetto, aperto volentieri a ulteriori partecipazioni esterne; un primo disco – “In genere” – targato 2013, discretamente accolto dalla critica, seguito l’anno successivo dall’EP “Le stanze”, fino ad arrivare a questo secondo lavoro sulla lunga distanza.

Un lavoro dall’attitudine spesso semi acustica e dalle radici indie, pronto talvolta a darsi una corposa veste elettrica, più spesso propenso a vestire i panni di un pop dai contorni onirici, scegliendo in più di un’occasione la strada della rarefazione. Domina l’interpretazione di Daniela d’Angelo, una vocalità cristallina che si esprime in toni spesso melanconici, a mescolare tristezza e disincanto, non senza qualche momento di più spiccata solarità.

“C’est la vie”: titolo più che mai indicativo per un lavoro che in dieci brani disegna un susseguirsi di momenti apparentemente privi d’importanza che quasi si trasfigurano in momenti d’illuminazione, attraverso stati d’animo, riflessioni, flussi di coscienza più o meno accennati; il perdersi, l’inadeguatezza di fronte a un mondo che corre ignaro dei propri piccoli o grandi grammi, il vivere correndo a propria volta, forse per evitare di fare i conti col proprio vissuto; i rapporti con gli altri, ma forse soprattutto con sé stessi, il particolare che riporta al generale, l’atomico che conduce al cosmico…fino a quando ‘La spesa’ quotidiana, il più insignificante e talvolta fastidioso dei gesti, socchiude improvvisamente le porte sull’Infinito leopardiano.

“E naufragar m’è dolce in questo mare…” cantano a suonato i Distinto, dando forma a loro volta a un più raccolto specchio d’acqua, sul quale ci si lascia volentieri galleggiare.

ANTONIO FIRMANI, “LA GALLERIA DEL VENTO” (LIBELLULA MUSIC)

La ‘galleria del vento’ del titolo è la metafora delle prove e delle difficoltà che si trovano ad affrontare le storie d’amore dei trentenni d’oggi, nel passaggio da quella sorta di ‘adolescenza prolungata’ che sono diventati i vent’anni e l’età adulta.

Ce ne parla, anzi: ce ne canta e suona, Antonio Firmani: napoletano, un disco all’attivo, qualche anno fa, nel progetto che univa il suo nome a quello dei 4th Rows; questa invece la prima prova completamente solista.

Firmani prende una storia come tante, quella di Mario e Alice e la porta a esempio delle inquietudini e degli slanci d’affetto, dei punti fermi e delle incognite della vita delle giovani coppie di oggi.

Si comincia con uno strumentale, non a caso intitolato ‘Le candeline dei trent’anni’ e si prosegue con altri otto brani, dalle sonorità semiacustiche, i toni soffusi, le atmosfere raccolte: il tutto a dare un’impressione fortemente intima, a tratti ‘domestica’, in un’osservazione del minimo quotidiano delle storie d’amore che, con citazioni scoperte (‘I principianti’) e per esplicita ammissione dell’autore, molto deve a Raymond Carver.

Omaggi cinematografici (le ritmiche insistenti della colonna sonora di “Birdman”) e televisivi: il brano di chiusura del disco, “Una casa felice, è stata una casa felice”, riprende una battuta del finale di “Friends”, mitologia sit-com che a cavallo dei ’90 / 2000 ha segnato l’immaginario della generazione di quelli che Firmani in un altro pezzo chiama ‘Gli ultraventenni’, ritornando alla paura di crescere e maturare, affrontando le responsabilità imposte, anche nella gestione degli affetti, dall’età adulta; non a caso, proprio il brano in questione vede Firmani accompagnato dalla voce di una bambina: a volte piuttosto che ‘guardare avanti’ si è più predisposti a rivolgersi nostalgicamente all’infanzia.

Un cantato raccolto, sommesso (ma non dimesso), spesso connotato di una certa tenerezza, una lieve ironia con cui Firmani tratta tematiche sentimentali che, per quanto travagliate, sempre amorose sono, accompagnato da chitarre essenziali, altrettanto tenui, così come la sezione ritmica, mentre a piano, archi, fiati, tastiere e quale strumento – giocattolo è affidato di volta in volta il compito di consolidare la struttura sonora e ampliare la gamma di colori, toni e luci del disco.

Un esordio solista che può convincere, soprattutto per il suo carattere discreto, sia nello schiuderci la porta sulle vite dei protagonisti, sia nel suo offrire all’ascolto suoni e parole con passo quasi felpato.