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SALUTI DA SATURNO, “SHALOMA LOCOMOTIVA” (LABOTRON)

A meno di un anno di distanza dal terzo lavoro, “Dancing Polonia”, torna Mirco Mariani col suo progetto Saluti da Saturno.

Stavolta, un disco di cover, all’insegna del classico principio di ripresa del proprio canzoniere di riferimento, italiano e non solo.

Mariani prosegue il   percorso di riscoperta di strumenti sorpassati o finiti nel dimenticatoio: una passione che si è trasformata in vero e proprio studio, ricerca, raccolta che ha trovato una collocazione fisica presso lo studio Labotron – Laboratorio Bologna Mellotron: studio, museo, centro di ricerca sugli strumenti del passato.

I nove brani presenti (cui si aggiunge l’inedito strumentale posto in apertura), spaziando da Sergio Endrigo (La rosa bianca, Io che amo solo te) a Gino Paoli (Sassi); da Lucio Battisti (Io vorrei non vorrei…) al Tango delle Capinere, fino a Baciami tanto, ossia: Besame mucho, divenuto ormai autentico ‘standard’ per gli artisti da strada o i suonatori da metropolitana, e i Casadei, con Ciao Mare e soprattutto   Romagna mia; completa il lotto il tradizionale messicano La paloma azul.

Le sonorità tipiche di Saluti da Saturno, in cui l’utilizzo di mellotron, ondoline, glassarmonica, celesta e via dicendo conferisce già di per se un alone alieno, quasi la musica si traducesse in echi provenienti da un altrove indefinito, acquisiscono connotazioni ancora più stranianti quando applicate ai brani in questione, tanto più quanto forte è il distacco rispetto agli originali: in questo senso Romagna mia è il pezzo più suggestivo: come se di quel brano fosse rimasta solo la memoria, dopo che la balera ha chiuso, o una festa itinerante ha tolto le tende. Accompagna Mariani nel suo cammino un nutrito gruppo di ospiti, a contribuire con chitarre e sezione ritmica: tra questi si segnala la presenza di Nicola Manzan, ormai un’istituzione dell’indie rock italiano quando si tratta di archi.

“Shaloma Locomotiva” insomma, è un disco di cover che dà nuova veste ai brani presenti, facendo magari cogliere sfumature sfuggite nelle versioni originali: un po’ come tutti i dischi di cover dovrebbero essere.

SALUTI DA SATURNO, “DANCING POLONIA” (GOODFELLAS)

Leggete il nome della band; leggete il titolo del disco; e poi domandatevi se ci sia veramente da stupirsi se all’ascolto ci sia qualcosa di obliquo, di ‘strano’; di sfuggente.

Lui è Mirco Mariani, uno che ha collaborato (alla batteria) per dire, con Enrico Rava e Vinicio Capossela; lo stesso, tra l’altro, che nei ’90 diede vita ai Mazapegul, rimasti nelle orecchie, e nel cuore, di chi ama la musica italiana meno ‘irregimentata’.

In fondo, la musica dei Saluti da Saturno è nient’altro che pop cantautorale; tuttavia c’è sempre uno ‘scarto’, qualcosa che non torna: nella musica, in cui c’è sempre qualche elemento dissonante; nelle parole, dove sembra sempre che ‘manchi’ qualcosa, fine. Un luogo immaginario, il Dancing Polonia, molto ‘cinematografico’, se vogliamo, come cinematografici spesso e volentieri sono i riferimenti del disco, con omaggi all’armeno “Vodka Lemon” firmato da Hiner Saleem o al Kaurismaki di “Miracolo a Le Havre”.

E insomma, ti immagini questo “Dancing” vecchio stile, nel bel mezzo del nulla, forse manco sulla Terra, alla fine, forse proprio su Saturno o in una dimensione ‘tangenziale’, che sfiora appena il nostro mondo. Ti immagini, forse un pò banalmente, ‘sto locale dove avventori vari ed eventuali si ritrovano senza manco sapere come né perché e si raccontano storie; e sullo sfondo del locale, su un palco trasandato, suonano i Saluti da Saturno, con un armamentario di strumenti strani dai nomi strani: Optigan, Mellotron, Ondes Martenot, Theremin, Glassarmonica, Wurlitzer, Ondioline… retaggi di un’archeologia dei suoni che Mariani porta avanti ormai da anni.

E poi ogni tanto qualche avventore si alza e sale sul palco; facce note, a guardarle bene: quelle, ad esempio di Paolo Benvegnù ed Arto Lindsay, per dire. E ascolti i tredici brani, tra un violino, una tromba, un banjo, ti lasci portare dalle parole, da queste immagini spesso bucoliche, dediche famigliari e sentimentali, sequenze di emozioni suscitate da episodi di minima quotidianità, sprazzi di esistenzialismo, storie surreali come l’amore di un custode per la piscina di cui è a guardia o come detto, di ispirazione cinematografica. Il tutto in un’atmosfera sospesa, come se mancasse il famoso ultimo pezzo per rendere il puzzle pienamente comprensibile, che poi uno lo trova una settimana dopo, impolverato sotto al letto.

Cantautorato sbilenco, pop obliquo, brandelli di folk, musica da balera aliena (che forse in sottofondo nel famoso “Ristorante al termine dell’Universo” di Adams, suonano proprio i Saluti da Saturno)… qua è là, certo, l’esperienza con il buon Capossela si fa sentire, ma definire i Saluti da Saturno solo in forza di quella ‘derivazione’ sarebbe ingeneroso, e anche scorretto, alla fine. I Saluti da Saturno sono i Saluti da Saturno: ascoltateveli.

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