Archive for novembre 2017

DANIELE MAGGIOLI, “LA CASA DI CARLA” (HOOLLAPEPPA MUSIC / LIBELLULA MUSIC)

I territori meno ‘battuti’ della scena musicale italiana offrono spesso l’occasione di imbattersi in casi singolari; prendete ad esempio Daniele Maggioli, classe ’77, attivo in quel di Rimini: sconosciuto ai più e nonostante questo giunto al quinto lavoro solista, cui se ne aggiungono altri sei coi “Duo Bucolico”; qualcuno dirà che oggi ‘farsi un disco’ è molto più facile di un tempo, ma il caso di Maggioli è comunque emblematico di un mondo musicale che anche in Italia va ben oltre i soliti ‘tre o quattro noti’, se si è un minimo curiosi di non fermarsi a ciò che si trova accendendo la radio.

Le cinque tracce di “La casa di Carla” nascono come colonna sonora dello spettacolo teatrale “Approssimazioni”, dedicato alle complicazioni dei rapporti di coppia, all’incomunicabilità, al ricordo, spesso travisato dalle emozioni, dei rapporti finiti.

“La casa di Carla” però vuole essere anche il ritratto di una città e dei rapporti sociali che la animano: l’esito è un lavoro a due facce, che ondeggia tra un intensità drammatica, e una giocosità dai tratti ironici.

Si evocano spazi urbani desolati, architetture cadenti, forse metafora di storie finite, e repentinamente ci si ritrova in mezzo a chiassosi aperitivi, di fronte a ‘donne fatali’ per lo più rifatte; si passa dalla ‘title track’, in cui la città che per una ‘runner’ diviene estensione del proprio spazio domestico, a una metafora gastronomico carnale, sfociando in un finale in cui il ricordo e la mancanza si traducono in toni quasi epici.

Daniele Maggioli è capace di giostrare tra intensità e ironia; accompagnato da un manipolo di compagni di strada costruisce scenari sonori cui il piano offre profondità e sostegno, sottofondi sintetici contribuiscono in quanto a suggestione, mentre nei capitoli più ‘leggeri’ l’attitudine vagamente orchestrale lascia spazio a toni banda di paese, magari con l’intervento occasionale di un ukulele.

Un pugno di brani, più che sufficiente a mettere in luce le capacità di un autore già maturo.

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CINQUE UOMINI SULLA CASSA DEL MORTO, “BLU” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Viviamo tempi, per molti, oggettivamente complicati, pieni di incertezze, di dubbi, mancanza di certezze e timori, se non vera e propria paura, per il futuro.

Talvolta però è il caso di non fermarsi all’analisi, o di non cedere a pensieri ‘plumbei’, ma – se non altro per evitare di deprimersi oltre il dovuto – viene il momento per sani momenti di leggerezza, spensieratezza, ottimismo.

Il compito stavolta se lo assumono i friulani Cinque Uomini sulla Cassa del Morto, che in tre anni di hanno accumulato un discreto patrimonio di esperienze, arrivando ad aprire i concerti di Franz Ferdinand e Tre Allegri Ragazzi Morti e tra i finalisti del Premio Fabrizio De André.

Blu, è proverbialmente il coloroe della malinconia, ma in questo caso è piuttosto quello del cielo: l’invito, appare quello di cercare di essere leggeri, uscire dai propri gusci di paura (e forse di autocommiserazione), per poter ‘volare’, vedere magari tutto dall’alto, acquisire nuovi punti di vista, trovando così nuove soluzioni.

Lasciare il proprio ‘nido’, consapevoli che difficoltà e sofferenze saranno il prezzo inevitabile per trovare una propria strada e superare così certe situazioni di ‘stallo esistenziale’ in cui si finisce per trovarsi.

Un messaggio snodato su nove brani, registrati in un capannone abbandonato e poi rifiniti tra Cividale, Ferrara e Los Angeles, per un lavoro in cui la band ripercorre a suo modo le strade di certo rock folk di matrice irlandese e non solo, in cui a violini, banjo e ukulele è affidata gran parte dell’impronta stilistica del lavoro.

Domina, appunto, la solarità, fino alla scelta – in fin dei conti coraggiosa – di presentare una ‘Canzone del Sorriso’ che, posta al centro del disco, non a caso finisce per rappresentarne il baricentro.

I Cinque Uomini sulla Cassa del Morto ripercorrono con efficacia strade già ampiamente battute, anche a casa nostra (inevitabile citare i ‘soliti’ Modena City Ramblers, anche se qui con esiti meno ‘combattivi’), ma lo fanno con un piglio e un’attitudine apprezzabili, potendo regalare un momento di solarità in certe giornate uggiose, non solo dal punto di vista climatico.

PORCO ROSSO, “LIVING DEAD” (NEW MODEL LABEL)

Il protagonista dell’omonimo film d’animazione non c’entra , o forse sì, ma a solo livello di omonimia; molto di più, prevedibilmente, George Romero e i suoi morti viventi.

Michele Ricoveri scrive, ‘canta’ – più corretto forse ‘declama’ – e tesse i fili elettronici; Giovanni Soldi si occupa della parte più ‘suonata’ della faccenda, tra organo, synth e quant’altro: insieme, sono, appunto i Porco Rosso, qui (suppongo) all’esordio.

Otto tracce, racchiuse tra un ‘intro’ e un ‘outro’ che presentano e chiudono la vicenda, come succede spesso nei film horror; in mezzo, sonorità d’incubo, spesso e volentieri orientate all’ossessione, ma che non rinunciano a qualche parentesi che si apre volentieri al pop, tenendo presente la lezione dei ‘maestri’ (Kraftewerk).

Dominano, come accennato, elettronica, synth, tastiere e quant’altro, ancora una volta con echi del cinema di genere; a fare da sfondo a testi che dipingono la decadenza (putrefazione, forse in questo caso è il termine più adatto) dell’uomo e del corpo sociale e la loro resurrezione sotto forma di cadaveri ambulanti… intuibile, ancora una volta, il parallelo con la ‘filosofia’ di Romero, l’avvento dei ‘morti viventi’ come metafora del consumismo imperante, valida ancora oggi, a quasi mezzo secolo dal primo episodio della saga.

La distruzione dell’ambiente e delle altre specie animali, fino al consumo di ogni risorsa; la ricerca di ‘un senso’ nella fiera dell’effimero, il cammino verso la ‘disumanizzazione’ lastricato di apparecchi elettronici e ingegneria genetica… fino alla profezia di una bella guerra atomica che rifaccia partire tutto da zero…

Porco Rosso dà vita a un viaggio nel ‘cuore nero’ della società, apprezzabile nel martellare incessante che sfida la resistenza dell’ascoltatore, in parte ‘disturbante’ come appunto i propri espliciti riferimenti il legame con i quali finisce forse per essere fin troppo stretto, a livello sonoro e di ‘contenuti’: pur intuendo discrete potenzialità, si avverte alla fine la mancanza di un ‘guizzo’ di personalità in più.

EUGENIO RODONDI, “D’UN TRATTO” (PHONARCHIA DISCHI)

Terzo lavoro sulla lunga distanza per il torinese, classe 1988, Eugenio Rodondi.

Storie d’amore, essenzialmente, in questi nove brani: si comincia dalla fine di un’estate, metafora di una storia, che conclusa la prima, travolgente, fase dell’innamoramento, deve trovare una sua strada; si prosegue, così, tra rilfessioni, incertezze, storie vissute o solo immaginate, momenti di dubbio, amori in corso d’opera o conclusi, fino a ritornare all’estate, con un temporale, momento ‘di rottura’ e nuovo inizio.

Un cantautorato che può ricordare tanti illustri predecessori senza ricondurre direttamente a nessuno, mentre la produzione di Nicola Baronti conferisce profumi anni ’70, qua è là con riferimenti espliciti (leggi, tra le altre, alla voce: Beach Boys), tra parentesi acustiche e un’elettricità a tratti ruvida, con vaghi accenni noise, una spruzzata di elettronica.

Interpretazione sempre vagamente disincantata, a tratti un filo dolente, ma senza rinunciare a un filo d’ironia.

Un lavoro che, pur conservando un certo dinamismo tra brano e brano, finisce per risultare un po’ monolitico, facendosi forse sentire la mancanza di qualche variazione in più rispetto alla tematica sentimentale.