Archive for ottobre 2013

METALLICA 3D – THROUGH THE NEVER

Nell’Arena di una non meglio precisata metropoli, i Metallica si apprestano a dare vita ad uno dei loro roboanti concerti; in mezzo al pubblico c’è anche Trip, uno di quei ragazzi che in queste occasioni si prestano al ruolo di ‘factotum’, sperando di fare il meno possibile, godendosi così il concerto gratis…
Non è però questo il caso, dato che il nostro protagonista viene inviato in ‘missione’ per riempire il serbatoio di un furgone rimasto a secco… un furgone nel quale c’è una borsa che contiene qualcosa di molto importante per la band… fatto sta, che mentre i ‘Four Horsemen’ danno vita alla solita esibizione al calor bianco con la gagliardia che gli è propria, il protagonista vive un’esperienza ai confini della realtà ed oltre, incappando in una guerriglia urbana causata, a quanto pare, da un misterioso ed inquietante personaggio a cavallo, col quale il nostro finirà per mettere in scena una resa dei conti, pur di portare a termine la propria missione…

Uno strano, intrigante esempio di concerto dal vivo, mescolato con quello che, a tutti gli effetti, è un cortometraggio dai toni horror, protagonista Da DeHaan, ‘belloccio emergente’ del firmamento hollywoodiano, visto recentemente in “Kill your darlings”. La parte del leone, va da se, la fanno però Hetfield e soci, ripresi nel corso di una serie di concerti nell’agosto 2012: con oltre trent’anni di onorata carriera alle spalle, tra ascese, crolli e resurrezioni artistiche, il quartetto losangelino è ormai diventano un punto di riferimento inevitabile per chiunque si definisca un amante del rock, non importa se ‘metallaro o meno’.

“Metallica 3D” ci propone quindi una classica sequenza che propone gran parte delle pietre miliardi della band, in un video impreziosito da un 3D che non disturba e che immerge lo spettatore in un suggestito ‘a tu per tu’ con i componenti della band… aggiungeteci l’audio della sala cinematografica, purtroppo superiore a quello di troppe location dedicate ai concerti in Italia e l’esperienza si rivela senz’altro affascinante, per quanto sia stata limitata a soli due giorni, in uno dei tanti eventi ‘musical-cinematografici’ che negli ultimi tempi sono diventati una nuovo modo di fruizione del cinema… ovviamente nulla di visto su uno schermo in poltrona può equiparare l’emozione e l’adrenalina dell’esperienza dal vito, tuttavia sotto questo profilo “Metallica 3D” si rivela senz’altro riuscito.

Tutto sommato riuscito è anche l’esperimento di mescolare l’esibizione dal vivo col parallelo esempio di fiction: Dan DeHaan non spiccica praticamente parola, ma affida tutto ad una mimica tutto sommato riuscita, anche se in fondo ha tutta l’aria di un modello capitato lì per sbaglio; i momenti riusciti sono rappresentati dalle sequenze degli scontri di massa, cui la ‘colonna sonora’ dei Metallica risulta prevedibilmente il più riuscito degli accoppiamenti.

Esito più che discreto per un film fondato su un’idea originale, che potrebbe essere ulteriormente sviluppata.

PECHINO EXPRESS: DA DIVERTENTE NOVITA’ A OCCASIONE PERSA

Sta giungendo alle battute conclusive la seconda edizione di “Pechino Express”, il programma a cavallo tra reality e diario di viaggio che, sbarcato su RaiDue l’estate 2012, alla fine aveva rappresentato una delle novità più divertenti del palinsesto della tv di Stato. Purtroppo, bisogna notare come l’edizione 2013 non abbia portato avanti quel discorso, appiattendosi e cadendo in una serie di errori che ne hanno in gran parte disinnescato le potenzialità.

La scelta del cast ha più o meno ricalcato i principi della scorsa edizione: coppie accomunate da legami affettivi o di parentela, ambito di lavoro, etc.. Gli sportivi, le due immancabili bonazze, padre e figlio, la coppia di ‘non famosi’ di turno etc… Unico ‘lampo di genio’, la scelta della contessa e del suo maggiordomo, che quanto meno hanno garantito qualche gustoso siparietto… ma forse si sarebbe potuta usare un pò di fantasia in più.

La ‘trama’, anche in questo caso, si è rivelata troppo scontata e ripetitiva: le tappe con la meta finale da raggiungere cercando passaggi e sistemazioni per la notte verso la popolazione locale, le prove da sostenere, immancabile elemento da reality, così come l’eliminazione di turno decisa con una sorta di nomination: venuto meno l’effetto – novità dello scorso anno, anche qui sarebbe stato il caso di esercitarsi un pò di più: si è invece preferito offrire al pubblico tutto quanto già visto, il che se può apparire da un lato ‘rassicurante’, negli spettatori più esigenti ha finito per generare un bel pò di noia… va comunque dato atto della scelta di proseguire sulla strada dell’ironia e della leggerezza, evitando del tutto qualsiasi situazione estrema che solletichi il sadismo dello spettatore  e limitando al minimo isterismi e ‘scene madri’ certo, i panorami sono stati sempre suggestivi, ma purtroppo bisogna constatare come gli spazi ‘informativi’ riguardo le realtà locali siano stati sempre un pò angusti, risolvendosi spesso in una sostanziale superficialità.

La conduzione: io ancora oggi mi chiedo se la scelta di Emanuele Filiberto lo scorso anno sia stata ‘voluta’, o si sia rivelata un autogol dalle conseguenze paradossali: il vero valore aggiunto lo scorso anno lo dava lui, imbalsamato e sostanzialmente negato per la conduzione, finiva per dare luogo a momenti di assoluta comicità, ribadisco non so se volontaria o meno. Quest’ anno si  è scelto Costantino della Gherardesca che, insomma, ‘ci credeva’: la sua è stata una conduzione molto più calcolata, che ricercava in modo troppo forzato l’ironia in alcuni momenti e mirava troppo al ruolo da ‘bravo presentatore’ in altri, esibendo in continuazione il registro ‘snob’ che lo caratterizza da sempre… col risultato di rendersi fondamentalmente antipatico, perché dai e dai finisci per pensare che lui snob lo sia davvero e davvero pensi di avere un avvenire come presentatore… La sua presenza è stata, a parte alcune parentesi obbiettivamente divertenti, per lo più molesta.

Si deve poi notare come sia stato un errore spostare il programma dalla piena estate all’avvio della stagione autunnale: “Pechino Express” lo scorso anno si rivelò una scelta vincente, proprio perché inserito nel solistamente asfittico palinsesto estivo RAI: quest’anno si è invece scelto di dargli una connotazione più ‘ambiziosa’, ma il risultato è stato di renderlo il classico ‘vaso di coccio tra vasi di ferro; non hanno inoltre giovato i continui cambiamenti del giorno di trasmissione, segno che questo programma col tempo è più che altro diventato un impiccio che non si sapeva dove mettere.

Concludendo, quindi, una grande occasione persa: non si può fare a meno di notare che è difficile avere buone idee ed è ugualmente facile rovinarle: con “Pechino Express” è successo questo: si è preferito seguire pedissequamente lo schema dello scorso anno, senza apportare quelle minime variazione necessarie a mantenere fresco il programma; si è sbagliato conduttore e si è scelto il periodo di trasmissione sbagliato, affossando quella che lo scorso anno era sembra una bella idea, che aveva ancora ottime potenzialità da sviluppare.

 

TACI!!! L’AMICO TI ASCOLTA…

Ora: a me tutta ‘sta storia delle intercettazioni dell’elite mondiale mi sembra surreale e paradossale, se non un’autentica, enorme, buffonata… Scusate, ma… qual è il mestiere delle spie? Spiare. Cosa usano le spie per spiare? I metodi più avanzati che la tecnologia mette  a disposizione. Dunque? Dove sarebbe la novità? Non vorremmo mica inalberarci perché ‘il cellulare della signora Merkel era intercettato’? Che poi, dire ‘il cellulare della signora Merkel era intercettato’ non vuole dire nulla: a parte che bisogna capire il ‘come’ (le conversazioni, gli sms o semplicemente i numeri chiamanti e chiamati?); ma poi è appena il caso di capire ‘quale’ cellulare: insomma, già le persone ‘normali’ a volte hanno due, magari tre ‘telefonini’, figuriamoci la Cancelliera; e comunque: è cosa abbastanza nota che i personaggi di un certo livello cambino numero di cellulare con una certa frequenza… insomma, non è che la Merkel è una come gli altri, che tiene lo stesso apparecchio e lo stesso numero per anni…  Qualcuno dice: eeeeh, ma gli alleati non si intercettano. E dove sta scritto, scusate? E poi, ‘alleati’… il termine si presta a interpretazioni: Paesi ‘alleati’ in certe situazioni, non lo sono più in altre… pensate solo agli Stati Uniti e la Francia in occasione della guerra in Iraq: alleati per un verso, su fronti diametralmente opposti per l’altro.

Semmai, il problema nasce quando l’NSA, a quanto ci viene detto, intercetta le comunicazioni di milioni di persone comuni, senza manco chiedere il permesso… ma anche qui, a pensarci, viene da chiedere se ci di deve meravigliare… Pensate solo a quello che succede su Internet – se ne parlava qualche giorno fa con un’altra blogger – vi siete mai chiesti perché nella casella mail o sul profilo di FaceBook (per chi ce l’ha) appaiono promozioni che, guarda caso, sembrano fare riferimento alle nostre navigazioni? Perché quando navighiamo, siamo tutti intercettati: ci sono i cosiddetti ‘cookies’, che permettono a certi siti di monitorare le nostre abitudini di navigazione quando siamo connessi; FaceBook monitora costantemente le nostre attività, e ci propone banner pubblicitari ad hoc.

Allarghiamo ulteriormente il discorso: siamo lontani da un computer? Nessun problema, se abbiamo un cellulare appresso, i nostri spostamenti sono rilevati tramite GPS; le telecamere ‘di sicurezza’ che sono disseminate ovunque ci seguono ugualmente passo – passo (ogni tanto guardatevi NCIS, per capire…).  Siamo tutti intercettati, sempre: l’evoluzione tecnologica – purtroppo aggiungo – ha portato con sé la quasi totale sparizione del concetto di ‘diritto alla privatezza’; ora, mi dico che se c’è qualcuno che è ‘giusto’ intercettare, dal punto di vista dei servizi segreti, sono proprio i leader politici, non certo il cittadino comune…

Non capisco poi come proprio in Italia si dedichi tanto spazio alla questione: ci siamo già dimenticati che in Italia le conversazioni private, fino ad entrare in camera da letto,  di un Presidente del Consiglio non solo sono state intercettate, ma sono inopinatamente finite sulle prime pagine dei giornali, o nei programmi di prima serata? Alla domanda: “ma a noi di quello che si dicevano Berlusconi e Stefania D’Addario, che ca**o ce ne doveva fregare? ” Santoro, Scalfari & co. non hanno ancora risposto (ieri Scalfaro stava da Fazio… chissà se a Fazio gli è mai passato per la testa di fargli quella domanda).

Qualcuno – un Presidente americano, credo – una volta disse più o meno che un popolo che in virtù della propria ‘sicurezza’ è disposto a rinunciare alla propria libertà è un popolo che si merita di finire in schiavitù… negli ultimi dieci – quindici anni ci è stato detto in tutte le salse che alla libertà di tenerci per noi le nostre conversazioni possiamo – e dobbiamo – volentieri rinunciare, se è il prezzo da pagare per una maggiore sicurezza. Dopo l’11 settembre, col cosiddetto Patriot Act, l’amministrazione Bush ha deciso che per motivi di sicurezza era lecito ficcanasare nelle mail di chiunque; l’amministrazione Obama, pur apportando qualche modifica, ha mantenuto volentieri il sistema di rilevamento. Adesso improvvisamente, tutto questo non va più bene e questo attenzione, non perché intercettare il privato non vada bene, ma perché la NSA doveva ‘chiedere il permesso’: ovvero, intercettare le conversazioni di milioni di persone è giusto, ma solo se Hollande, Merkel o Letta danno il permesso: attenzione, non il cittadino comune francese, tedesco o italiano, ma i loro leader politici… scusate, ma dove sta scritto che un Presidente del Consiglio possa disporre liberamente in questo modo delle comunicazione private altrui, per poi inca**arsi, se ad essere intercettato è proprio lui? No, dico, ma ci rendiamo conto della demenzialità del principio? Siccome io sto all’Eliseo o a Palazzo Chigi, per me non vale lo stesso diritto alla privatezza dei comuni cittadini????

E poi ribadisco, il mestiere delle spie è spiare, da sempre, e probabilmente le conversazioni della signora Merkel hanno forse qualche rilevanza in più, che non le mail di un anonimo cittadino bavarese… e poi scusate, ma ve l’immaginate la NSA che chiede il permesso: scusa, ti dispiace se ti spio? Boh, a me sembra un circo; forse c’è solo il timore che le opinioni pubbliche mondiali comprendano improvvisamente la dimensione del fenomeno e ci si mette al riparo… in tutti i casi, alla base c’è la guerra per il possesso dei ‘dati sensibili’ delle persone, che già oggi genera un giro d’affari multimiliardario ed è uno dei business del presente e del futuro.

R.I.P. GIGI MAGNI (1928 – 2013)

La morte di Lou Reed tra l’altro arriva dopo, minacciando di oscurare, la scomparsa del regista Luigi ‘Gigi’ Magni, che raccontò soprattutto il periodo storico della Roma papalina e risorgimentale, in film spesso e volentieri interpretati da Nino Manfredi.

 

R.I.P. LOU REED (1942 – 2013)

Non la farò troppo lunga… non ero un suo grandissimo fan, ma insomma, Lou Reed è uno che ‘ha fatto la storia’; probabilmente gran parte del rock di oggi deve più a lui che non ai Beatles o ai Rolling Stones… ascoltate un qualsiasi disco di un gruppo che si definisca ‘indie’ e ci troverete qualcosa di Lou Reed, coi Velvet Underground o da solo. E’ uno dei pochi grandi che abbia mai visto dal vivo (nel 2000, a “Fiesta” alle “Capannelle”, mi pare), anche se di quel concento non ho un ricordo vivissimo: probabilmente perché Lou Reed andava visto piuttosto negli anni ’70 e ’80, all’apice della carriera. Un gigante che se ne va, in maniera tra l’altro improvvisa e inaspettata.

THE NEWSROOM: UN’OTTIMA SERIE DI FANTASCIENZA (PER L’ITALIA)

Da un paio di settimana, RaiTre sta trasmettendo in prima serata il giovedì, The Newsroom, osannata serie televisiva americana, che ha fatto incetta di premi. Siamo dalle parti del ‘dietro le quinte’, all’insegna dello stile che sancì il successo di serie come E.R. o The West Wing (e non a caso, alle redini della serie c’è quella vecchia volte di Aaron Sorkin, creatore proprio di The West Wing); in questo caso, ci troviamo nella redazione di un’importante programma di approfondimento giornalistico, in onda su un importante network U.S.A.; al centro della vicenda, il conduttore Will McAvoy, interpretato da Jeff Daniels, ma la serie è improntata al ‘collettivo’, mostrandoci amicizie, amori, rivalità e quant’altro, il tutto scandito dai frenetici ritmi delle notizie che arrivano in redazione, scompaginando in continuazione la scaletta del programma… Il lato intrigante, se volete, è che i fatti coi quali la redazione della serie ha a che fare sono realmente avvenuti: nelle prime puntate della serie, ad esempio, la vicenda ruotava attorno al disastro della piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico: trovata senz’altro interessante, per rendere le vicende ancora più vicino alla realtà: si arriva, insomma, ai limiti della docu-fiction.

L’impressione è che per quanto ben confezionata, la serie sia destinata a durare poco, anche sugli schermi di una RaiTre che da qualche tempo sta tentando la carta della ‘fiction di nicchia’; il problema di fondo è che questa serie appare veramente troppo, troppo lontana dalla realtà italiana… A presentarla è intervenuto in diretta addirittura il Direttore di Rete Andrea Vianello, snocciolando la tiritera del ‘la serie vi farà vedere come funziona un redazione, etc…, etc… La questione, però, è che nella realtà italiana entra in gioco un elemento che in America ha una rilevanza non dico minore, ma diversa: la politica.

Non voglio dire che negli Stati Uniti la politica non incida sull’informazione, ma lo fa in modo diverso: il giornalismo americano, pur con tutti i suoi limiti, continua ad affondare le proprie radici in quello anglosassone: da una parte c’è l’informazione, dall’altra la politica; poi chiaramente un giornalista di destra prenderà di mira Obama dalla mattina alla sera, i politici continueranno a esercitare pressioni, tutto quello che volete, ma se vogliamo le regole del gioco sono chiare… In Italia (come al solito), è tutto più sfumato, le ‘zone grigie’ al confine tra informazione e politica sono amplissime e nessuno le limita perché ovviamente fa comodo così. In Italia la proprietà dei giornali fa capo a potentati economici che spesso vanno a braccetto con la politica: non è importante ‘informare’, ma informare in modo fazioso e spesso e volentieri propagandistico, tanto se poi non si vendono i giornali, ecco che arrivano i contributi statali (altra abnorme distorsione al sistema dell’informazione, che dovrebbe essere invece libero, magari pagando meno tasse, ma facendo a meno dei soldi pubblici).

In Italia chi pubblica i giornali in genere di lavoro fa altro: nel cda del Corriere della Sera siedono banche e assicurazioni, La Stampa è di proprietà della Fiat, la Repubblica del finanziere De Benedetti, Il Tempo e Il Messaggero di Roma fanno capo a due costruttori di primo piano e l’elenco potrebbe proseguire. Insomma, quando si legge un giornale in Italia, non si capisce se una notizia venga data perché effettivamente è una notizia, a scopo informativo, oppure perché è volta a fare propaganda a favore o contro qualcuno;  o meglio, a leggere bene, e manco tanto tra le righe lo si capisce benissimo, solo che poi scrive sui giornali sbandiera la propria libertà assoluta di dire ciò che vuole, quando si sa bene che non è così.

Se vogliamo, è il solito discorso dell’onestà intellettuale: negli USA ci sono giornalisti di destra e di sinistra che come tali si presentano, in Italia la gran parte dei giornalisti preferisce sbandierare la propria indipendenza, quando poi in realtà liberi di dire e scrivere ciò che vogliono fino in fondo non sono… Altrove il giornalista fa riferimento solo alla propria coscienza, in Italia si fa riferimento sempre a qualcun altro…  Non parliamo poi della televisione, in cui tutto è amplificato al 1000%, con una tv pubblica in cui i partiti fanno il bello e il cattivo tempo, specie nella nomina dei ‘pezzi grossi’ e un colosso privato che addirittura è di proprietà della famiglia di uno dei principali attori politici degli ultimi vent’anni: nella tv italiana l’indipendenza dell’informazione è una barzelletta, ad esclusione forse di La7, che adesso appartiene a Urbano Cairo, criticabile quanto si vuole, ma che almeno di mestiere fa proprio l’editore di giornali: almeno in questo, c’è una logica e una coerenza.

Ecco perché  trasmessa in Italia, The Newsroom ha l’effetto di un’ottima serie di fantascienza: perché tra gli Stati Uniti e l’Italia di mezzo c’è un oceano, e non solo dal punto di vista geografico: vederla può essere un ottimo esercizio, ci si può rilassare, venirne affascinati o all’opposto annoiati (per quanto mi riguarda, se si prescinde dall’ambientazione redazionale, il tutto mi pare molto già visto), ma per carità, non pensiamo che quello che succede in quella serie si ciò che avviene in Italia…

FIORI DI CADILLAC, “CARTOLINE” (FOREARS RECORDS)

Ennesimo caso di matrimonio – riuscito – tra sonorità sintetiche ed elettricità: i partenopei Fiori di Cadillac sono all’esordio discografico ma, come dimostrano le loro biografie, sono musicisti già rodati, e “Cartoline” ne è la riprova.

Dodici tracce (incluso un breve strumentale), in cui il quintetto percorre in lungo e in largo itinerari già ampiamente battuti da altri, pur cercando una propria strada: lungo il percorso non stupisce trovare tracce del sofisticato synth-pop dei Delta V piuttosto delle contaminazioni dei conterranei Planet Funk (seppure quelli dei momenti più riflessivi) o isolati accenni all’elettro-rock dei Subsonica, sebbene con esiti meno ammiccanti.

Ampliando lo sguardo, si scorgono segni dello sperimetalismo dei Radiohead (specie in alcuni passaggi in cui la dilatazione cede improvvisamente il passo a dissonanti sfuriate elettriche) e della lezione psichedelica dei Pink Floyd; loro stessi aggiungono  al loro pantheon di riferimento i Mercury Rev.

Chitarre dalle tenui consistenze, ma pronte a rilasciare la propria indole aggressiva in parentesi urticanti e synth che disegnano tappeti sonori spesso all’insegna della rarefazione costituiscono i due pilastri sonori del disco, spesso accompagnati dalle coloriture emotive del piano, con l’occasionale inserimento di fiati, a conferire un indole vagamente obliqua in un paio di episodi.

Luigi Salvo è l’interprete vocale, con personalità (pur se per lo più in toni sfumatamente dimessi) di testi dall’atmosfera spesso onirica, tra rapporti sentimentali, disagi esistenziali, fughe immaginate, ma mai in modo troppo diretto, riccorrendo magari all’allusione, a frammenti di discorso, soliloqui, momenti ellittici.

Un disco che si fa apprezzare, mostrandoci un gruppo che, pur se all’esordio, appare avere già le idee sufficientemente chiare e sulla buona strada per inquadrare in maniera più definita il proprio stile.