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THE FENCE, “EVERYDAY” (NEW MODEL LABEL / AUDIOGLOBLE)

Veneziani, nati come quartetto e successivamente ampliatisi con l’arrivo di un tastierista, i The Fence raggiungono l’importante traguardo del primo disco ‘lungo’, dando seguito a un precedente EP.

Dieci brani all’insegna di un rock che non necessita di troppi aggettivi, saldamente ancorato nella ‘tradizione’, nei classici degli anni ’70, tra ‘omaggi’ (qua e là sembrano affacciarsi i Queen, i Pink Floyd, la scuola prog, italiana e non solo) tutto sommato inevitabili e tentativi di di ‘attualizzare’ certe sonorità.

Un tempo lo si sarebbe chiamato’aor’- adult oriented rock, definizione adatta a un hard rock che evita ogni ‘esagerazione’ per mantenere una certa gradevolezza d’ascolto.

Interamente cantato in inglese, “Everyday” veleggia tra momenti accesi e parentesi più tranquille, non disdegna qua e là un approccio più pop, con testi che, come suggerisce il titolo, affrontano il ‘quotidiano’ nelle sue varie sfaccettature.

Talvolta si ricorre a soluzioni un po’ troppo ‘di maniera’, pur rimanendo un ascolto nel complesso gradevole.

LEGITTIMO BRIGANTAGGIO, “PENSIERI SPORCHI” (CINICO DISINCANTO/AUDIOGLOBE)

I Legittimo Brigantaggio sono una classica storia da ‘retrovie musicali’ italiane: non una particolarmente originale rispetto a tante altre, ma, appunto una delle ‘tante’: una delle tante band che, mosse dalla passione e poco altro, forse destinate a restare sconosciute alla grande massa, hanno comunque trovato una loro strada, un loro pubblico, un loro modo per portare avanti la loro biografia musicale.

E così, con una carriera ormai ultradecennale alle spalle, eccoli arrivare al loro quarto capitolo discografico (lo potete ascoltare qui): nota personale, il terzo che mi succede di recensire: il tempo passa, ogni tanto i Legittimo Brigantaggio tornano; non che ciò costituisca un evento memorabile, intendiamoci, ma è una di quelle situazioni in cui  fa piacere, constatare che ‘toh, hanno fatto un nuovo disco, sono riusciti ad andare avanti’.

Non sono dei fenomeni, i Legittimo Brigantaggio (ma d’altronde, oggi per quante band si può dare la definizione?), ma quello che fanno, hanno imparato a farlo bene, progredendo, peraltro, nel loro stile: così il combat folk di un paio di dischi fa, si era andata sovrapponendo una più forte impronta rock, corroborata dall’elettronica, nel successivo… e oggi la band cambia ancora lievemente formula, buttandosi senza freni su chitarre arrembanti e ritmi che trascinano.

E’un paradosso – e in altri casi forse sarebbe più un limite che una virtù – ma quello che forse è il disco più ‘generico’ del quintetto pontino, alla fine risulta anche il più compiuto: un rock ‘all’italiana’ che riesce a coinvolgere lo spettatore, con brani all’insegna di un appeal che non si fa mai smaccato ammiccamento: facciamo rock, non disprezziamo una certa piacevolezza pop, ma non puntiamo a voler piacere a tutti i costi.

Il risultato è un disco nell’insieme equilibratissimo, in cui i ritmi sono costantemente sostenuti, trovando però il tempo per qualche episodio più tranquillo, in cui c’è più di un capitolo spiccatamente ‘radio friendly’, ma che manca, soprattutto, di sostanziali passaggi a vuoto.

Un struttura strumentale ‘consueta’ (chitarra, basso, batteria) in cui trovano spazio banjo e fisarmonica a non rinunciare a qualche coloritura folk, ricorrendo all’elettronica in modo sottile, quasi sotto traccia, accompagnata da una vocalità efficace sia negli episodi più ardenti che nelle parentesi più tranquille; partecipano Andrea Satta dei Tétes de Bois e, in forma di estratti teatrali, Antonio Rezza.

“I pensieri sporchi” del titolo sono quelli di una società che consuma e, appunto, sporca spesso con noncuranza l’ambiente che la circonda: un disco in cui il ‘file rouge’ stavolta in un certo senso verde, nel segno di una lotta contro le ‘cattive abitudini’ che dall’ambiente fanno presto a passare ai rapporti interpersonali: e la via di fuga al mondo difficile che gira intorno è come al solito quella dei sogni, dell’immaginazione, degli affetti e dell’amore, in una sorta di ecologia esistenziale.