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PAOLA RUSSO, “NON È COLPA MIA”

La siciliana Paola Russo, classe 1983, ha cominciato a fare musica da quando aveva 14 anni, in quello che per lei, psicoterapeuta mancata forse proprio a causa della, o grazie alla, musica, è stato un percorso che le ha consentito di vivere meglio un rapporto col mondo che, per vari motivi, si intuisce non essere stato facile.

Il successo con una cover band, l’esperienza come corista di Giorgia e l’anno scorso, la pubblicazione del singolo e del video che danno oggi il titolo all’esordio sulla lunga distanza.

Nove pezzi (tra cui uno strumentale e un omaggio a Paola Turci, riproponendo ‘Ti amerò lo stesso’) in cui si respira, forte, un’atmosfera vintage, da anni ’80, frutto soprattutto dell’uso di elettronica e sintetizzatori assortiti, a fare da accompagnamento sonoro a testi che dicono e non dicono, magari non ellittici, ma certo obliqui, sghembi, che sfiorano talvolta il flusso di coscienza, per parlare di sentimenti (soprattutto), ma anche del sé e dei rapporti con gli altri… oasi di pace in mezzo al traffico cittadino inopinatamente interrotte da tamponamenti, a cui l’unico modo per reagire è un catartico e liberatorio ‘dito medio’: ‘Enaffio’ in fondo sembra riassumere un po’ il senso ricorrente del lavoro: la necessità di spazi di ‘sogno’ e immaginazione che si scontra costantemente con l’irrompere della realtà…

Un lavoro intrigante, che per certi versi affascina, per la sua atmosfera sospesa, vagamente malinconica, come quella di una spiaggia alla fine dell’estate, capace di mostrare qualcosa in più ad ogni ascolto.

BOB AND THE APPLE, “WANDERLUST I – II’ (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Secondo lavoro per i Bob and The Apple, attivi dal 2010. L’unione di due EP, scritti e registrati tra il Trentino – origine del quintetto – e mezza Europa, da Parigi a Londra, passando per Berlino, affidandosi alla produzione di Ricky Damian, ingegnere del suono che ha collaborato, tra gli altri, con Adele, Dua Lipa, Lady Gaga.

Premesse del genere non potevano che dare vita a un lavoro che non può che definirsi ‘internazionale’.

Otto pezzi, cantati in inglese: una prima metà più elettrica, la seconda in cui certe suggestioni elettroniche prendono il sopravvento, pur senza eccessi. Ricordano tanto, senza ricondurre specificamente a nulla: si possono citare per certi versi i ‘soliti’ Radiohead, ma per una certo tentativo di cercare qualche complicazione in più, sul tutto sembrano aleggiare i Talk Talk, tra un pop rock ‘sentimentale’ e qualche sperimentazione (fiati, rarefazioni), raccontando di travagli generazionali, distanze,difficoltà di comunicazione…

Un disco dotato di un proprio spessore, che offre l’idea dei Bob And The Apple come una band ‘rodata’, con idee (abbastanza) interessanti.

FALLEN, “WHEN THE LIGHT WENT OUT” (ROHS! RECORDS)

Nuovo lavoro per Fallen, già attivo in passato col nome di The Child Of A Creek.

Le sei composizioni, che proseguono il discorso dei precedenti dischi, sono stavolta ispirate dalla paura del cambiamento, dalla tendenza umana a scegliere la via più facile…

Il titolo del disco offre un’idea dei contenuti di un lavoro che, come i precedenti si fonda su atmosfere notturne, silenziose, sospese.

Il campionario sonoro, tra piano, tastiere, elettronica, rumori di ‘ambiente’, dà vita a composizioni attitudine quasi ‘cinematografica’ (viene in mente, a tratti, Vangelis), che guardano allo stesso tempo ai ‘padri nobili’ dell’impressionismo classico.

Evocativo.

SQUID TO SQUEEZE, “DADA IS NOT DEAD” (NEW MODEL LABEL)

Elettropop e una spruzzata di psichedelia, il tutto con un occhio alla sperimentazione. Squid To Squeeze è la ‘creatura’ di Jacopo Gobber, questo, presumo, il primo lavoro.

Dieci tracce, che riecheggiano le sonorità che hanno sancito il successo di certa elettronica d’oltralpe (Daft Punk e non solo): sonorità sintetiche che affondano le radice nell’età dell’oro di Kraftwerk & co., spogliate delle vesti più ruvide e rese più ‘accessibili’ attraverso un indubbia predisposizione pop, ma senza esagerare: qua è là tra le righe si scorge la lezione dei Depeche Mode; non rinunciando, in alcune parentesi, a trovate più sperimentali: Jelly (S)tone è tutto un crepitare di bit, quasi come se si giocasse con le sonorizzazioni dei videogame anni ’80.

Gobber / Squid to Squeeze trova anche il tempo di omaggiare i propri ‘eroi’ di riferimento: tre le cover presenti, rispettivamente pescate nel repertorio di Syd Barrett, dei Jesus & Mary Chain, del meno conosciuto Nigeriano William Onyeabor, uno dei capostipiti dell’elettrofunk africano.

L’attitudine è quella di chi, cercando un proprio sentiero sulla strada, ampiamente battuta, di un’elettronica che pur aperta all’ascoltatore, non scelga mai percorsi troppo ‘facili’, mantiene intatta una certa attitudine ‘ludica’, forse la voglia di spiazzare vagamente, un filo straniante, ma senza chiudersi in sé stessa: e forse non poteva essere che così, dato il titolo – manifesto con l’esplicito riferimento al dadaismo.

 

FRANK SINUTRE, “THE BOY WHO BELIEVED HE COULD FLY” (NEW MODEL LABEL)

Frank Sinutre, ovvero: Isi Pavanelli ai synth e Michele K. Menghinez, chitarre e voce, giunti qui al terzo lavoro sulla lunga distanza.

Undici pezzi il cui filo conduttore appare un certo gusto per un funk elettronico dai sapori d’oltralpe: inevitabilmente, specie nei momenti più rarefatti, vengono in mente gli Air, ma per chi se li ricorda si potrebbero citare anche i Phoenix e per certi versi, i Daft Punk.

“The boy who believed he could fly” – titolo dedicato a un personaggio un po’ di fantasia un po’ no, metafora del ‘volere è potere’, della forza immaginifica del sogno, pronto a tradursi in realtà – si muove tra suggestioni funk anni ’70 e rarefazioni ‘contemporanee’; episodi che tentano la via cantautorale, per lo più in inglese, ma con una parentesi in italiano; una insospettabile e brusca deviazione blues e nel finale un’immersione nella sperimentazione, tra ambient e allusioni ‘glitch’, con una composizione di un quarto d’ora che però finisce per essere un filo troppo ‘pesante’.

Il duo dei Frank Sinutre assembla un disco che conserva un discreto appeal senza essere smaccatamente ammiccante, in cui ci si concedono uscite dal binario principale per mostrare di essere in grado di fare altro, anche se in fondo non sempre queste ‘escursioni’ appaiono necessarie.

Un lavoro che comunque col suo clima spesso avvolgente e i battiti talvolta molto suadenti riesce ad a coinvolgere in più di un episodio.

TORAKIKI, “AVESOME” (SYMBIOTIC CUBE)

A un annetto di distanza dall’uscita dell’Ep Mondial Frigor, torna Torakiki (e, si, il nome deriva proprio dal gatto che faceva da comprimario nei fumetti e nei cartoni di Spank, per intenderci quello che qui da noi era doppiato con uno spiccato accento tedesco), creatura nata dalla collaborazione di Alessandro Rizzato, Giacomo Giunchedi e Kevin Perrino, coadiuvati in questo caso da Roberto Rettura (registrazione), Matilde Davoli (mastering) e Justin Bennett (mix).

Elettronica a cavallo tra sperimentalismo e capacità di coinvolgere e far muovere l’ascoltatore, tra ascendenze eighties (con qualche scoria post punk) e suggestioni contemporanee (vedi alla voce: Aphex Twin); rarefazioni ambient e ritmi dancefloor; il battito incessante del basso che dona calore e a tratti un pizzico di emotività a synth e tastiere che si muovono costantemente ai confini di territori algidi. Sette brani, trai quali si distinguono gli episodi in cui l’intervento vocale contribuisce in termini di struttura e colore emotivo, grazie alle suadenti interpretazioni di Ilaria Ippolito e Giulia Olivari.

I Torakiki superano abbastanza agevolmente la prova del primo lavoro sulla distanza medio – lunga (poco più di mezz’ora la durata complessiva del disco, il cui titolo è una storpiatura voluta dell’inglese Awesome, ‘meraviglioso’ che peraltro è anche il nome del gatto del tecnico del suono Justin Bennett, coi Torakiki sempre di gatti si finisce per parlare…), pur lasciando a tratti l’impressione di avere troppe idee e spunti a disposizione non sviluppati fino in fondo, in un lavoro che a tratti a pare un po’ ‘slegato’ tra un brano e l’altro; forse darsi più tempo su un disco di maggiore durata avrebbe maggiormente giovato alla causa.

ENDLESS TAPES, “BRILLIANT WAVES” (AUTOPRODOTTO)

Primo lavoro sulla lunga distanza per il progetto di Colin Edwin ed Alessandro Pedretti: più noto – anche a livello internazionale – il primo, se non altro per aver militato in quei Porcupine Tree che in Italia hanno raggiunto uno status di gruppo di culto tra gli amanti del progressive; forse meno conosciuto il secondo, anche se i più attenti lo ricorderanno forse negli SDANG! o a fianco di Ettore Giuradei.

Dopo un Ep di assaggio, ecco dunque che il due anglo-italiano mostra quante e quali frecce può scoccare dal suo arco: otto brani, più l’appendice di una ‘ghost track’, risultato di un anno e mezzo di collaborazione a distanza, tra l’Inghilterra di Edwin e la residenza bresciana di Pedretti.

I due, con l’ausilio del chitarrista Nicola Panteghini in due episodi, fanno scorrere le loro ‘onde splendenti’ (quasi del tutto strumentali) all’insegna di sonorità che, pur flirtando con l’ambient, non abbracciano mai del tutto certe dilatazioni monolitiche tipiche del genere, preferendo più spesso snodarsi all’insegna di un continuo mutare di umori e stili, tra un capitolo e l’altro e all’interno delle singole composizioni.

L’inventario dei riferimenti e delle suggestioni è di conseguenza variegato: prevedibilmente, si fa sentire lo stile del basso di Colin Edwin, con vaghe suggestioni della principale band di appartenenza, ma lungo il fluire del disco si avvertono intarsi trip-hop, riferimenti new wave – nei momenti in cui si fa più marcata una certa ‘impronta elettrica’, comunque costante in tutto il disco – allusioni prog, derive psichedeliche appena accennate, suggerimenti ‘avanguardistici’, una spolverata di crepitii elettronici e qualche rumorismo; oltre al basso, piano e synth la fanno da padrone, effetti elettronici in abbondanza, batteria a completare, in modo raccolto, la sezione ritmica ed episodici inserimenti di chitarre.

Un disco che vive su climi da fine estate diciamo, la luce che fronteggia l’avanzata delle ombre autunnali; analogo l’umore: non plumbeo, ma caratterizzato da una certa qual malinconia, una serenità appena offuscata da un filo di rimpianto.

“Brilliant Waves” appare il progetto di due musicisti che, nello sperimentare la propria collaborazione, sembrano però non perdere mai di vista la necessità di comunicare con l’ascoltatore, evitando dunque che tutto si trasforma in un dialogo tra loro, magari una ‘gara’ in cui al pubblico non resta che assistere; il rischio c’era, come troppo spesso avviene in progetti di questo tipo; non è questo il caso, per un lavoro che appare invece puntare a coinvolgere costantemente chi sta dall’altra parte, qualunque sia lo strumento utilizzato per l’ascolto.