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STELLARE, “WAVE” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Curioso o forse no, che questo collettivo di producers e strumentisti che si è battezzato ‘Stellare‘ abbia scelto come primo progetto un disco tutto dedicato all’acqua, frutto di due residenze presso il Museo Galata del Mare e l’Acquario di Genova: in fondo, si ricorda spesso che mentre siamo impegnati alla corsa verso Marte e all’esplorazione del cosmo, conosciamo in fondo ben poco di ciò che succede nelle profondità marine…
Il titolo, “Wave” non nasconde invece sorprese: il moto delle onde, il rollio delle barche, il linguaggio delle balene, i suoni prodotti dalle creature del mare sono la base su cui sono stati costruiti suoni e idee: i dieci brani presenti, quasi completamente strumentali, offrono un unico, continuo movimento, un andare e tornare, l’ipnotico movimento di una risacca sonora dal quale farsi prendere e lasciare.
‘Ambient’ è ovviamente la prima parola che viene in mente, seguita a ruota da ‘psichedelia’, ma tra le pieghe sonore del disco è possibile trovare ascendenze new wave, allusioni a certe sperimentazioni elettroniche, a tratti anche qualche suggestione da dancefloor.
Titoli a tema, dalle ‘profondità’ che aprono il disco (‘From the Depths’) al ‘Mare Calmo’ che lo chiude: in mezzo, ritornano i riferimenti all’acqua, mentre due composizioni sono dedicati alle balene.
Se la maggior parte del lavoro appare quella produttiva di ‘costruzione’ del suono, non mancano gli strumenti più ‘canonici’, a cominciare dal sassofono di Moritz Schuster o dalle chitarre di Federico Dragogna (Ministri), proseguendo con archi, pianoforte tastiere.
Ale Bravo, FiloQ, Raffaele Rebaudengo, Francesco Bacci aka Lowtopic, Guido Affini, Alberto Bof completano la squadra che ha concorso alla realizzazione del progetto, passato attraverso studi creati appositamente in location acquatiche utilizzando, tra gli altri, microfoni subacquei posti a 12 metri di profondità, o percussioni estemporanee trovate sul posto.
‘Suggestivo’ è il termine più immediato e più che mai indicato, per un’immersione che permetta di ‘staccare’ dalle ansie del quotidiano.

CHRIS YAN, “BLASÉ”

Disco non ‘facile’ questo, l’ottavo, per Chris Yan (Christian Mastroianni).

Nove composizioni, idealmente articolate tra ‘intelletto’ (verstand) e ‘ragione’ (vernunft) per un lavoro all’insegna del minimalismo, dell”ambient’ che si fa vera e propria musica ‘d’ambiente’, utilizzando rumori e suoni naturali, il tutto inserito in tessiture elettroniche dalla ripetitività straniante.

Lo stesso autore spiega come il tutto nasca da un periodo di immobilismo (forse non solo dato dalle condizioni che un po’ tutti hanno vissuto negli ultimi tempi) che si è tradotto nella scelta stilistica di ricorrere a una sorta di versione musicale dei ‘time laps’ o dei ‘fermo immagine’ cinematografici, dove appunto domina una fissità che muta lentamente attraverso microvariazioni.

Spiegare esattamente cosa si trovi dentro al disco è complicato: in questo mescolarsi di microcellule elettroniche e di sonorità ‘ambientali’, con una spiccata predilezioni per sciabordii, risciacqui, sgocciolamenti.

Complicato, allo stesso tempo, spiegare come rapportarsi alla proposta sonora, specie quando questa prende la forma di due autentici ‘mastodonti’, rispettivamente di circa 20 e 16 minuti, in cui l’ascoltatore viene ‘esposto’ a queste soluzioni ‘idrosoniche’.

Lo sperimetalismo è arduo perché non offre ‘mappe’ né indicazioni: tutto, più o meno, è lasciato all’ascoltatore, alla capacità di entrare o meno in consonanza con l’artista o di dare con la propria sensibilità un significato a ciò di fronte a cui si trova.

MEVSMYSELF, “MITCLÀN”(ALTERJINGA / PANIDEA STUDIOS)

Il fascino della voce e dei suoi limiti: un filone musicale forse mai sufficientemente ‘indagato’, che può offrire spunti inaspettati.

Giorgio Pinardi, presenta il secondo capitolo del suo progetto MeVsMyself, a quattro anni di distanza dal precedente “Yggdrasil”.

Otto composizioni di varia lunghezza (si va da un paio di minuti fino a sforare i nove), registrate presso i Panidea Studios di Alessandria (Paolo Novelli),  ‘costruite’ attraverso una mastodontica opera di montaggio di centinaia di registrazioni, in cui la voce non è limitata alla sola componente interpretativa, ma diventa elemento melodico, armonico, ritmico.

Come forse si sarà immaginato, non ci troviamo davanti a ‘canzoni’ nel senso ‘occidentale’ del termine: dalla Mongolia all’Africa, passando per l’India e il Medio Oriente, Pinardi offre uno studio / lettura delle molteplici varietà dell’uso della voce nelle culture del ‘mondo’, risalendone alle radici ancestrali, i canti rituali, la connessione con la terra e gli elementi.

Si potrebbe immaginare a un disco per ‘fini intenditori’, quasi per ‘addetti ai lavori’, eppure, nonostante la sua obbiettiva ‘diversità’, dalla musica di ‘vasto (e anche meno vasto) consumo’, conserva un enorme potere di suggestione e connessione con l’ascoltatore che sia curioso abbia voglia di farsi accompagnare e affascinare, forse perché nella ricerca e nell’osservazione di certe tradizioni locali giunte più o meno intatte fino a noi, ritroviamo almeno in parte ciò che da noi col tempo si è (con qualche rara eccezione) irrimediabilmente perso.

La conclusione, che mi rendo conto è anche un po’ banale, è che dischi come questo ci fanno un po’ riscoprire la potenza originaria di quella ‘voce’ che è uno degli elementi che fondano la nostra appartenenza comune alla razza umana.

SIMONA ARMENISE – ARES TAVOLAZZI, “LOTUS SEDIMENTATIONS” (NEW MODEL LABEL)

Secondo capitolo della collaborazione tra la chitarrista barese e il bassista conosciuto universalmente per il suo lavoro con gli Area.

Così come il lavoro precedente “Oru Kami”, targato 2016, anche in questo caso il progetto resta ancorato alla cultura giapponese: il titolo esteso include la traduzione nipponica, “Hasu No Chikuseki”, e in giapponese sono anche i titoli dei singoli brani, mentre il fiore di loto è un forte elemento della cultura del ‘Sol Levante’, come simbolo di e conoscenza interiore.

Non poteva essere altrimenti, del resto, trattandosi di un disco ‘di ricerca’: nove composizioni, interamente strumentali, in cui la Armenise esplora le possibilità espressive della chitarra, attraverso monologhi, dialoghi a due o tre con basso, elettronica e percussioni (curate da Vito Pesole), il ricorso ad accordature inusuali o all’archetto.

L’esito è un disco liquido, che getta l’ascoltatore in una dimensione per lo più onirica, che induce al galleggiamento, a un ascolto ‘da riempire ‘ col proprio senso’.

A cavallo tra ambient, prog, e derive psichedeliche, nel senso di una sperimentazione che non diventa mai esercizio di stile, conservando intatto il rapporto emotivo con chi ascolta, accendendosi improvvisamente sul finale, con colori più accesi e suoni più duri.

ARTURA, “MASSIVE SCRATCH SCENARIO” (MATTEITE / NEW MODEL LABEL)

Secondo lavoro per il progetto portato avanti da Matteo Dainese (alias ‘Il Cane’), qui affiancato da Tommaso Casasola e Cristiano Deison.

Come il precedente, “Drone”, anche in questo caso il titolo preannuncia il filo conduttore del disco: lo ‘scratching’ come frammentazione, un andamento a ‘strappi’, brani che anche quando trovano un’apparente ‘linearitá’ riportano sempre qualche elemento che spezza il ritmo.

Linearità peraltro poco frequente, in composizioni – 10 – perennemente spezzettate, dall’andamento sincopato; oltre, ovviamente, alla ricorrente tecnica dello ‘scratch’, ampio uso di tastiere, anche ‘vintage’, e di strumenti più o meno ‘canonici’, tra chitarra, basso e ukulele; la componente vocale atomizzata in un nugolo di campionamenti plurilingue.

Sperimentale, ma non ‘respingente’: affascinante.

PAOLA RUSSO, “NON È COLPA MIA”

La siciliana Paola Russo, classe 1983, ha cominciato a fare musica da quando aveva 14 anni, in quello che per lei, psicoterapeuta mancata forse proprio a causa della, o grazie alla, musica, è stato un percorso che le ha consentito di vivere meglio un rapporto col mondo che, per vari motivi, si intuisce non essere stato facile.

Il successo con una cover band, l’esperienza come corista di Giorgia e l’anno scorso, la pubblicazione del singolo e del video che danno oggi il titolo all’esordio sulla lunga distanza.

Nove pezzi (tra cui uno strumentale e un omaggio a Paola Turci, riproponendo ‘Ti amerò lo stesso’) in cui si respira, forte, un’atmosfera vintage, da anni ’80, frutto soprattutto dell’uso di elettronica e sintetizzatori assortiti, a fare da accompagnamento sonoro a testi che dicono e non dicono, magari non ellittici, ma certo obliqui, sghembi, che sfiorano talvolta il flusso di coscienza, per parlare di sentimenti (soprattutto), ma anche del sé e dei rapporti con gli altri… oasi di pace in mezzo al traffico cittadino inopinatamente interrotte da tamponamenti, a cui l’unico modo per reagire è un catartico e liberatorio ‘dito medio’: ‘Enaffio’ in fondo sembra riassumere un po’ il senso ricorrente del lavoro: la necessità di spazi di ‘sogno’ e immaginazione che si scontra costantemente con l’irrompere della realtà…

Un lavoro intrigante, che per certi versi affascina, per la sua atmosfera sospesa, vagamente malinconica, come quella di una spiaggia alla fine dell’estate, capace di mostrare qualcosa in più ad ogni ascolto.

BOB AND THE APPLE, “WANDERLUST I – II’ (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Secondo lavoro per i Bob and The Apple, attivi dal 2010. L’unione di due EP, scritti e registrati tra il Trentino – origine del quintetto – e mezza Europa, da Parigi a Londra, passando per Berlino, affidandosi alla produzione di Ricky Damian, ingegnere del suono che ha collaborato, tra gli altri, con Adele, Dua Lipa, Lady Gaga.

Premesse del genere non potevano che dare vita a un lavoro che non può che definirsi ‘internazionale’.

Otto pezzi, cantati in inglese: una prima metà più elettrica, la seconda in cui certe suggestioni elettroniche prendono il sopravvento, pur senza eccessi. Ricordano tanto, senza ricondurre specificamente a nulla: si possono citare per certi versi i ‘soliti’ Radiohead, ma per una certo tentativo di cercare qualche complicazione in più, sul tutto sembrano aleggiare i Talk Talk, tra un pop rock ‘sentimentale’ e qualche sperimentazione (fiati, rarefazioni), raccontando di travagli generazionali, distanze,difficoltà di comunicazione…

Un disco dotato di un proprio spessore, che offre l’idea dei Bob And The Apple come una band ‘rodata’, con idee (abbastanza) interessanti.

FALLEN, “WHEN THE LIGHT WENT OUT” (ROHS! RECORDS)

Nuovo lavoro per Fallen, già attivo in passato col nome di The Child Of A Creek.

Le sei composizioni, che proseguono il discorso dei precedenti dischi, sono stavolta ispirate dalla paura del cambiamento, dalla tendenza umana a scegliere la via più facile…

Il titolo del disco offre un’idea dei contenuti di un lavoro che, come i precedenti si fonda su atmosfere notturne, silenziose, sospese.

Il campionario sonoro, tra piano, tastiere, elettronica, rumori di ‘ambiente’, dà vita a composizioni attitudine quasi ‘cinematografica’ (viene in mente, a tratti, Vangelis), che guardano allo stesso tempo ai ‘padri nobili’ dell’impressionismo classico.

Evocativo.

SQUID TO SQUEEZE, “DADA IS NOT DEAD” (NEW MODEL LABEL)

Elettropop e una spruzzata di psichedelia, il tutto con un occhio alla sperimentazione. Squid To Squeeze è la ‘creatura’ di Jacopo Gobber, questo, presumo, il primo lavoro.

Dieci tracce, che riecheggiano le sonorità che hanno sancito il successo di certa elettronica d’oltralpe (Daft Punk e non solo): sonorità sintetiche che affondano le radice nell’età dell’oro di Kraftwerk & co., spogliate delle vesti più ruvide e rese più ‘accessibili’ attraverso un indubbia predisposizione pop, ma senza esagerare: qua è là tra le righe si scorge la lezione dei Depeche Mode; non rinunciando, in alcune parentesi, a trovate più sperimentali: Jelly (S)tone è tutto un crepitare di bit, quasi come se si giocasse con le sonorizzazioni dei videogame anni ’80.

Gobber / Squid to Squeeze trova anche il tempo di omaggiare i propri ‘eroi’ di riferimento: tre le cover presenti, rispettivamente pescate nel repertorio di Syd Barrett, dei Jesus & Mary Chain, del meno conosciuto Nigeriano William Onyeabor, uno dei capostipiti dell’elettrofunk africano.

L’attitudine è quella di chi, cercando un proprio sentiero sulla strada, ampiamente battuta, di un’elettronica che pur aperta all’ascoltatore, non scelga mai percorsi troppo ‘facili’, mantiene intatta una certa attitudine ‘ludica’, forse la voglia di spiazzare vagamente, un filo straniante, ma senza chiudersi in sé stessa: e forse non poteva essere che così, dato il titolo – manifesto con l’esplicito riferimento al dadaismo.

 

FRANK SINUTRE, “THE BOY WHO BELIEVED HE COULD FLY” (NEW MODEL LABEL)

Frank Sinutre, ovvero: Isi Pavanelli ai synth e Michele K. Menghinez, chitarre e voce, giunti qui al terzo lavoro sulla lunga distanza.

Undici pezzi il cui filo conduttore appare un certo gusto per un funk elettronico dai sapori d’oltralpe: inevitabilmente, specie nei momenti più rarefatti, vengono in mente gli Air, ma per chi se li ricorda si potrebbero citare anche i Phoenix e per certi versi, i Daft Punk.

“The boy who believed he could fly” – titolo dedicato a un personaggio un po’ di fantasia un po’ no, metafora del ‘volere è potere’, della forza immaginifica del sogno, pronto a tradursi in realtà – si muove tra suggestioni funk anni ’70 e rarefazioni ‘contemporanee’; episodi che tentano la via cantautorale, per lo più in inglese, ma con una parentesi in italiano; una insospettabile e brusca deviazione blues e nel finale un’immersione nella sperimentazione, tra ambient e allusioni ‘glitch’, con una composizione di un quarto d’ora che però finisce per essere un filo troppo ‘pesante’.

Il duo dei Frank Sinutre assembla un disco che conserva un discreto appeal senza essere smaccatamente ammiccante, in cui ci si concedono uscite dal binario principale per mostrare di essere in grado di fare altro, anche se in fondo non sempre queste ‘escursioni’ appaiono necessarie.

Un lavoro che comunque col suo clima spesso avvolgente e i battiti talvolta molto suadenti riesce ad a coinvolgere in più di un episodio.