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ELL3, “CAMOUFLAGE EP” (TAINTED MUSIC)

Uno pseudonimo per identificarsi, sei brani – cantati in inglese – per presentarsi: Ell3 viene da Torino e in questo suo primo lavoro riversa i frutti di un’esperienza sonora che ha contraddistinto tutta la sua biografia (nasce e cresce in una famiglia di musicisti), all’insegna della fusione tra il jazz e il soul da un lato, l’elettronica dall’altro.

Accompagnata dalle sapienti mani di Alan Diamond e Davide ‘Enphy’ Cuccu, apprezzate figure della scena torinese, Ell3 dà vita a un lavoro dedicato alla necessità di fingere, di indossare maschere, per rispondere alle convenzioni sociali o rispondere alle necessità imposte da rapporti personali che spesso finiscono per richiedere di mostrarsi per ciò che non si è; si finisce così per allontanarsi dalla propria essenza, finendo magari per rifugiarsi nel sogno, anche se il proprio io finisce per riemergere, magari attraverso la tristezza di uno sguardo (gli occhi come proverbiale ‘specchio dell’anima’) fino a rendere più o meno necessaria una sorta di ‘rinascita’.

Sensibilità jazz e soul unita all’elettronica, dunque: esiti non troppo distanti dal trip hop che di questa fusione fu una delle massime espressioni negli anni ’80, ma con suggestioni che possono ricondurre alla ‘solitudine urbana’ comunicata da certe colonne sonore, che possono ricordare alla lontana Ryuichi Sakamoto.

Ell3 domina naturalmente la scena, un’interpretazione sinuosa, un’intensità forse tenuta un po’ troppo a bada a favore di un’eleganza formale comunque godibile, umore tendente al malinconico.

Si avverte magari la mancanza di un ‘cambio di passo’ in un lavoro che mantiene sostanzialmente inalterato il suo ‘mood’ dall’inizio alla fine, anche se sei brani costituiscono poco più di un assaggio e sarebbe necessaria una prova più ‘corposa’ per farsi un’idea maggiormente compiuta.

BUZZY LAO, “HULA” (INRI)

Disco d’esordio per questo cantautore torinese che si fa conoscere solo con lo pseudonimo di Buzzy Lao, varie esperienze alle spalle tra cui una lunga parentesi londinese, la consueta gavetta dal vivo, di supporto, tra gli altri, a Dente, Daniele Celona e Omar Pedrini, un singolo e un primo Ep all’attivo.

Ora, il primo tentativo sulla lunga distanza, coadiuvato da Fabio Rizzo (già al lavoro con Nicolò Carnesi e Pan del Diavolo); tredici brani (tra cui un breve strumentale) poco più di cinquanta minuti la durata, per un lavoro che affianca ad una tipica impronta cantautorale, suggestioni sonore che, partendo da una forte componente blues, ampliano l’orizzonte verso il soul, il folk, fino a lambire territori reggae e rock.

Un disco che assume i connotati, se non di una sorta di seduta di analisi, quelli di un tirare le somme, di un fare il punto della situazione su quanto compiuto e percorso fino ad ora, come a fotografare una fase della propria vita prima che questa si chiuda e una porta si apra sul prossimo futuro.

Riflessioni esistenziali, magari dominate da un clima di incertezza, tipico di chi si trova a metà di un guado, a cercare dentro di sé la forza per affrontare nuove sfide ‘di vita’, si uniscono alle classiche traversie sentimentali, tra amori ‘in corso’ e storie già concluse, con tutto il carico che portano con sé.

Buzzy Lao interpreta con varie coloriture emotive, alternando intensità e leggerezza e trovando nella sua chitarra Weissenborn una sorta di ‘seconda voce’, di contraltare sonoro dominante.

Un lavoro per certi versi un filo dispersivo che però mostra un cantante già abbastanza consapevole delle proprie potenzialità.

DROPP, “PATTERNS” (WHITE FOREST RECORDS)

Primo disco sulla lunga distanza (dopo tre EP), per i Dropp, quartetto di stanza a Torino dedito ad un’elettronica che cerca una via di mezzo, un buon compromesso, tra pop e sperimentazione.

Otto pezzi che veleggiano sui tappeti stesi dai sintetizzatori, sui quali si installano giri vocali (il più delle volte filtrati), dalla frequente attitudine soul.

Suoni dalla consistenza ‘sgocciolata’, picchiettati sullo sfondo quasi come pennellate impressioniste, per un lavoro che ondeggia costantemente tra dinamismo e rarefazione.

Sfumate suggestioni ambient, accenni a derive industriali, una spruzzata di spezie pop e qualche allusione da dancefloor, per rendere l’ascolto più ‘conciliante’ anche nei confronti di un pubblico poco abituato a questi climi.

Il disco diventa per la band quasi un modo di fare il ‘punto della situazione’, nel suo includere brani anche meno recenti, o che sono passati attraverso una lunga gestazione, ripescaggi, ripensamenti, mutamenti radicali.

L’esito risulta abbastanza efficace, anche se il giusto mix tra sperimentazione e un ascolto meno ‘impegnativo’ non sempre è raggiunto, con episodi che a tratti sembrano un po’ né carne né pesce: il lavoro resta consigliato soprattutto ai frequentatori più assidui di certi territori sonori, anche se certe parentesi potrebbero effettivamente essere gradite anche da un pubblico più ampio.

MATERIANERA, “SUPERNOVA” EP (TAINTED MUSIC)

Sarà forse il nome dato al progetto, Materianera, che evoca la ‘materia oscura’ teorizzata dalla fisica contemporanea; o, ancora di più, il titolo del disco, ‘Supernova’… Fatto sta che ascoltando questi sette pezzi, si finisce per avere una sensazione quasi ‘siderale’, una sorta di ‘sospensione cosmica’, come se suoni – e voci – divenissero echi stellari (per quanto il suono nello spazio non possa diffondersi).

Dipende probabilmente da quel tanto di dilatazione, la vaga rarefazione che il disco trae dal suo costante pulsare elettronico, suoni sintetici accompagnati da una vocalità elegante e per certi versi sfuggente.

Materianera nasce dall’incrocio di tre strade: Alan Diamond è figlio d’arte di Paul, uno di quelli che hanno contribuito a creare la figura del Dj come la intendiamo oggi, non più solo ‘selezionatore di dischi’, ma artista e autore… Rispetto al padre, ha intrapreso una strada più marcatamente sperimentale.

Davide ‘Enphy’ Cuccu ha fatto parte degli Stiliti, band ska che ebbe una breve notorietà una decina di anni fa, passando poi agli Statuto e approdando più recentemente nei Bluebeaters.

Yendri Fiorentino è la più nota dei tre: nativa di Santo Domingo, ma cresciuta in Italia, ha partecipato a una finale di X-Factor, firmato un contratto con la Sony, da lei poi sciolto, preferendo una strada più defilata, ma più autonoma, che l’ha portata ad entrare nel cast musicale di “Crozza nel Paese delle Meraviglie”, potendo nel contempo i suoi progetti personali.

Sonorità spesso liquide, talvolta all’insegna di contaminazioni dub e suggestioni che rimandando più o meno direttamente a certe esperienze d’oltremanica a cavallo tra ’90 e ’00, sulle quali si staglia una vocalità elegante, sofisticata, la cui intensità soul sembra in un certo senso ‘filtrata’ dalla vaga sensazione di provenire da un altrove spaziale, in quello che potrebbe essere una sorta di ‘pop da viaggio interstellare’.

Lo spazio è un luogo affascinante, ma per certi versi algido: lo stesso si può dire per “Supernova” che, per quanto cerchi una certa luminosità, finisce a tratti per perdere di immediatezza, forse un po’ troppo concentrato su un’eleganza sonora e stilistica.

ERIN & THE PROJECT (AUTOPRODOTTO)

In attesa del loro secondo lavoro ufficiale, previsto a breve, Erin & The Project propongono un assaggio delle loro capacità in questo omonimo esordio, a cavallo tra un promo e un EP.

Provenienti dalla California, la vocalist Lindsay Erin e il batterista e percussionista Paul Ezekiel, accompagnati da un manipolo di collaboratori a completare l’ensemble strumentale, sono autori di un disco che mescola, con efficacia, pop ‘sofisticato’, suggestioni soul, profumi blues, accenti da jazz club e qualche accennata digressione fusion.

La colorazione emotiva dei dieci brani presenti è, prevedibilmente, affidata in gran parte alla vocalità della Erin, con tratti stilistici che possono ricordare certe voci già affermate, come KT Tunstall o, più alla lontana, Feist.

Il contorno sonoro, come detto, è vario ed abbondante, mai invadente ma, va sottolineato, capace di andare spesso oltre il semplice ruolo di accompagnamento per ritagliarsi in più di un’occasione uno spazio autonomo all’interno delle singole tracce.

Un lavoro che quindi alla fine convince, anche nel suo mantenersi sempre un livello discreto, sostanzialmente privo di passaggi a vuoto.

Un ottimo antipasto per un lavoro più compiuto e l’occasione per conoscere quella che ci si può augurare sia una buona promessa.

MARDI GRAS, AMONG THE STREAMS (ROUTE 61)

Un assaggio delle loro capacità, i Mardi Gras lo avevano dato con la loro versione di Land of hope and dreams, inserita nel disco – tributo a Bruce Springsteen, pubblicato dalla Route 61 qualche tempo fa.

Per la band romana arriva oggi il momento del disco d’esordio: una prima prova diversa da tante altre, perché frutto del lavoro di musicisti ormai maturi, nello stile e nelle idee, le cui variegate esperienze trovano in “Among the streams” una sorta di sintesi.

Dieci brani all’insegna di un rock che non necessita di tante definizioni: un mix di sonorità spesso e volentieri calde e solari, cui si alternano momenti di maggiore raccoglimento: un’elettricità mai aggressiva né prepotente alternata alla rilassatezza della dimensione acustica.

Impressioni liriche e ballate sentimentali, soliloqui e storie ‘nere’ (Scarecrow in the night è forse il pezzo più riuscito del lotto) si alternano nel corso di un lavoro nel quale sono tanti i punti di riferimento individuabili: dal rock americano più (ritroviamo qui la cover di Land of hope and dreams), anche con qualche ‘sfioramento AOR’, a suggestioni irlandesi, portato delle origini della cantante Claudia McDowell e della partecipazione in un brano di Liam O’Maonlai (che qualcuno ricorderà negli Hothouse Flwers), fino all’hard rock anni ’70, un pizzico di soul e un divertito episodio a cavallo tra country e folk irlandese.

Il tutto all’insegna di suoni resi ancora più pieni e avvolgenti dal frequente ricorso al piano.

L’insieme convince, soprattutto per l’aria che si respira in tutto il disco, nel corso del quale il gruppo sembra assolutamente rilassato, padrone dei propri mezzi e (complice l’esperienza), per niente ansioso di proporsi come chissà quale ‘fenomeno’, o ‘fulmine di guerra’ o ‘mostro di bravura’.

Certo, qua e là si avverte magari l’impressione che si sia data qualche attenzione di troppo a smussare gli angoli per un verso e a non apparire troppo ‘oscuri’ dall’altro, mantenendosi sempre su toni ‘concilianti’ e tonalità mai troppo cupe, ma nell’insieme “Among the streams” resta un esperienza estremamente gradevole.

LOSINGTODAY