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JURI, “ESTETICA” (NEW MODEL LABEL – CONSORZIO ZDB)

‘Estetica’ come ‘esperienza emotiva’, in contrapposizione al, concetto oggi prevalente, di puro insieme di ‘dati formali’.

I non avvezzi alla filosofia potranno trovare ostico il concetto, tuttavia ogni tanto c’è anche bisogno che qualcuno rifletta sulle motivazioni del ‘fare musica’.

È il caso di Juri Panizzi, chitarrista e compositore con vari progetti e collaborazioni all’attivo (tra cui Gianni Nocenzi del Banco del Mutuo Soccorso).

Qui lo troviamo in quattro lunghe composizioni (in un caso si superano i 14 minuti ( per chitarra solista – elettrica e acustica – con isolati inserti si synth e piano, il ricorso alla loop station, l’utilizzo di registrazioni ‘d’ambiente’.

Varie le suggestioni di partenza: l’abbandono della macchina per immergersi nella natura, la forza dirompente del sopraggiungere di un’idea, la necessità che a volte si presenta di un taglio netto col passato e una storia d’amore, ispirata a “La leggenda di Olaf” di Roberto Vecchioni.

Disco dilatato, ‘ambient’ è termine abbastanza immediato, con allusioni blues e qualche reminiscenza prog.

Varie soluzioni tecniche – l’uso dell’archetto, l’alternanza tra i canali stereo, il ricorso ad accordature alternative – accrescono la varietà della grana sonora del disco.

Uno di quei lavori dai quali lasciarsi avvolgere ancora più che in altre occasioni, anche per dare compiutezza all’obbiettivo di ‘esperienza estetica’ voluto dall’autore.

MONOBJO, “DIANA’S MIRROR” (HELIOPOLIS)

La musica strumentale, nonostante una tradizione secolare che va dai classici alle colonne sonore, non sembra granché apprezzata in Italia attualmente, a parte qualche eccezione, piuttosto isolata.

Monobjo sulla musica ‘senza parole’ ha deciso di costruire la sua carriera, dopo gli esordi, parecchi anni fa, in più canonici gruppi di estrazione metal.

Sono passati quasi quattro anno dal precedente “The Magic Of Big Top” e Monobjo torna col suo lavoro probabilmente più ambizioso, che mescola le suggestioni infantili del lago di Nemi con le sue navi romane (autentici palazzi galleggianti) e i miti della zona ripresi da Frazer nel suo ‘Ramo d’oro’.

Viene così costruito un racconto, inserito nel libretto di accompagnamento del cd e che può essere quindi seguito lungo lo svolgersi del disco, dai contorni fantasy, che appare riprendere certe suggestioni dei ciclo arturiano, portandole a due passi da Roma e attingendo alle tradizioni locali e alla mitologia latina.

Le dodici composizioni presenti diventano così colonna sonora del racconto: il clima è, ovviamente, fiabesco, evanescente: domina il piano, cui si aggiungono archi ed effetti di sfondo. Le suggestioni sonore sono molteplici: ci sono, ovviamente la musica classica, con certi effetti ‘impressionisti’ e la musica da film; c’è una continua sensazione di sospensione, con accenni ambient; ci sono riferimenti alla musica medievale, con modi che, coi debiti distinguo, possono ricordare i Dead Can Dance.

Ogni disco ha una sua importanza per chi lo lo crea; per Monobjo “Diana’s Mirror” riveste un valore particolare, frutto di quattro anni di lavoro nella consapevolezza del proverbiale ‘nemo profeta in patria’, delle difficoltà di farsi ascoltare qui e della necessità di guardare oltreconfine, a un pubblico più aperto.

MONOBJO, “THE MAGIC OF THE BIG TOP” (AUTOPRODOTTO)

Monobjo è ovviamente uno pseudonimo, il più recente progetto di un musicista attivo da anni nelle retrovie della scena ‘indipendente’ capitolina, uno di quei casi in cui si riesce a continuare a fare musica restando lontani dai riflettori e dalla notorietà, per pura passione. Avrebbe potuto, forse, firmare col proprio nome; ha preferito invece, mantenere un alone di ‘sintomatico mistero’, per cui poco o nulla di biografico si può aggiungere.

“The Magic Of The Big Top” è una sorta di concept album ‘circense’ o meglio, ambientato in un Luna Park itinerante: ognuna delle nove tracce dedicata ad un’attrazione, tra contorsionisti, incantatori di serpenti, acrobati, elefanti, illusionisti e pagliacci.

Interamente strumentale, il disco finisce per essere una sorta di ideale colonna sonora, per un film che con un po’ di immaginazione si potrebbe porre a metà strada tra un kolossal come “Il più grande spettacolo del mondo” e un film maledetto come “Freaks” di Browning: esempi agli antipodi, ma ad ascoltare “The Magic Of The Big Top” si avverte la stessa distanza, tra brani ariosi, dall’afflato glorioso ed orchestrale, e momenti più ‘raccolti’, caratterizzati da atmosfere misteriose, sottilmente inquietanti…

Si passa così dalla luce dei riflettori che illumina acrobati e domatori, alla penombra delle tende degli illusionisti, degli incantatori di serpenti, dei contorsionisti, nelle quali aleggiano ombre di mistero, vaghe allusioni ai segreti inconfessabili celati dietro certe abilità…

Monobjo dà vita a tutto questo attraverso un’ampia gamma di soluzioni, per un lavoro da lui interamente assemblato, lavorando soprattutto con synth e tastiere, aggiungendo qua e là archi e fiati e percussioni. Il risultato, indubbiamente suggestivo, è forse un filo troppo ‘esteticamente perfetto’, se vogliamo a tratti un po’ ‘freddino’, ma ciò non incide più di tanto sugli esiti di un lavoro che soddisfa.

VEIVECURA, “GOODMORNING UTOPIA” (LA VIGNA DISCHI)

Un concept deditato all’utopia; tesi: l’entusiasmo per le grandi speranze; antitesi: il risveglio spesso brusco per la mancata realizzazione del sogno (rappresentato dall’evocazione del celeberrimo rigore fallito da Baggio nella finale dei Campionati del Mondo del ’94) ; sintesi: il fatto che in fondo il puntare in alto, verso l’irrealizzabile, rappresenta pur sempre un percorso di crescita.

A mettere, soprattutto in musica (solo episodico l’elemento vocale), queste idee è Davide Iacono col suo progetto Veivecura, partito nel 2008 e giunto al terzo disco sulla lunga distanza, avendo vissuto un’esperienza che lo ha portato ad affiancare e collaborare, con nomi importanti della scena italiana indipendente come Umberto Maria Giardini – Moltheni, Cesare Basile, Amor Fou,  Zen Circus.

Nella sua consistenza soprattutto strumentale, “Goodmorning Utopia” è uno di quei lavori che, abbastanza puntualmente, finiscono per avere una spiccata attitudine immaginifica, stimolando l’ascoltatore nell’evocazione di immagini e paesaggi; che molti lavori del genere, il disco finisce per avere un’inclinazione quasi cinematografica.

Ampia la gamma di suoni adottati, da Iacono e dai numerosi collaboratori che l’hanno accompagnato in questo cammino: domina l’intensità pianistica, ma c’è ampio spazio per le chitarre, per una sezione ritmica che affianca acustica ed elettronica, per sezioni di fiati ed archi, abbastanza consuete in questo tipo di lavori.

Un disco intenso, che seguendo il filo del discorso sul senso e lo scopo delle utopie alterna momenti di solarità, di impeto ottimista, a parentesi malinconiche, apertamente sottotono a dipingere i momenti di delusione che prima o poi incontra qualsiasi utopia.

Una confezione formale gradevole, un’attenzione alla compostezza che pur lasciando spazi più che adeguati alla grana sentimentale, a tratti sembra limitarla un po’ per un lavoro che comunque efficace in più d’uno dei suoi nove episodi, spalmati su poco più di mezz’ora di durata.

Chi volesse conoscere direttamente la musica di Veivecura, può farlo qui.