Posts Tagged ‘indie pop’

ANDY FREDMAN, “PIECES OF PAPER” EP (SEAHORSE RECORDINGS)

Andy Fredman‘ è in realtà Andrea Cavedagna, bolognese classe ’75, qui all’esordio solista dopo varie altre esperienze.

Sei brani che guardano al di là della manica, finendo per gettare lo sguardo oltreoceano, all’insegna di un pop che conserva immediatezza, senza cedere eccessivamente alla ‘facilità’; i riferimenti possono essere tanti, i Beatles e i Beach Boys, qualcosa di Van Morrison, il cantautorato americano di Tom Waits.

‘Andy Fredman’ trasferisce questi ‘pezzi di carta’ nel ‘mondo dei suoni’ affidandosi ai ‘maestri’ e facendosi aiutare da un nutrito gruppo di compagni di strada, tra cui un quartetto d’archi, oltre che da piano e organo, in aggiunta ai canonici chitarra-basso-batteria e ad altri interventi episodici, come quello di una tromba.

Disco che, per quanto fin troppo ancorato ai modelli di riferimento, riesce comunque ad essere gradevole, in attesa di una più ‘decisiva’ prova sulla lunga distanza.

 

BIANCO, “STORIA DEL FUTURO” (INRI)

“Nostalgina”, esordio risalente allo scorso, aveva fatto guadagnare ad Alberto Bianco i favori di critica e pubblico. Il cantautore torinese (di Moncalieri) torna ora con un secondo lavoro, in occasione del quale chiama ha chiamato a collaborare con lui un nutrito gruppo di ospiti, capitanati da Tommaso Cerasuolo (Perturbazione) e Gionata Mirai (Teatro degli Orrori).

Il risultato sono questi undici pezzi (più una ghost track, posta in coda), nei quali Bianco (come più semplicemente ha deciso di farsi chiamare nel corso della sua avventura artistica), si dedica a un indie pop venato di folk (con qualche parentesi più orientata al rock) dall’impronta fortemente cantautorale.

Sospeso tra raccoglimento, ritmi lenti, quasi dilatati, dalle tinte vagamente crepuscolari o all’apposto pronto ad aprirsi in momenti di brillante luminosità dall’appeal quasi radiofonico, “Storia del futuro” trova una parallela molteplicità di sensazione sotto il profilo strettamente sonoro, grazie all’ampia gamma della strumentazione: banjo, contrabbasso, archi e fiati si affiancano alle immancabili chitarre e sezione ritmica, con pianto e synth ad accrescere ulteriormente lo spessore sonoro.

Testi che ondeggiano tra l’amore, con le sue tenerezze e le sue complicazioni e l’introspezione, con uno sguardo sul se ora amaro, ora disincantato, ma sempre sul filo di una vaga ironia. Fulminato, Quasi vivo e Morto costituiscono una tripletta che probabilmente non è stata messa in sequenza per non dare l’idea di una progressione voluta, tuttavia metterle in correlazione l’una con l’altra, risulta quasi immediato, mentre La strada tra la Terra e il Sole, pur riportando al repertorio di Moltheni, è comunque dotata di una sua potente personalità, che la rende forse il miglior brando del disco.

Bianco ha battezzato il suo secondo disco “Storia del futuro” (come una delle tracce che lo compongono): nell’ascoltarlo tuttavia, l’impressione è che di futuro davanti ne abbia parecchio e che di storia da scrivere ce ne sia ancora parecchia.

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HONEYBIRD AND THE BIRDIES, “YOU SHOULD REPRODUCE” (TROVAROBATO)

Col loro primo disco, Honeybird e i suoi ‘birdies’ avevano ottenuto i giudizi entusiasti degli addetti ai lavori, per la loro effervescente formula che vedeva mischiati nel frullatore gli ingredienti più vari, dando vita a una pietanza certo spumeggiante, ma forse per certi versi un pò priva di ‘orientamento’. Questo secondo lavoro segue la falsariga del precedente, forse focalizzandosi in modo maggiore, ma riuscendo a mantenere intatto l’effetto-sorpresa.

Dieci pezzi che ancora una volta radicati saldamente in un pop leggero e frizzante, dai sapori spesso sudamericani, o colorato di colori funk, talvolta orientato ad una lieve psichedelia, prendendosi talvolta una licenza hip hop, senza privarsi di qualche momento maggiormente riflessivo e magari anche di qualche episodio lievemete pià piacione, ma sempre pronto a svolte imprevedibili che lo portano a improvvise ‘esplosioni’, tra dissonanze e rumorismi, fino all’arrembante e caotica title track posta in chiusura.

Il tutto, ricorrendo ad una gamma di strumenti ampissima e variegata, all’insegna della multietnicità, tra ukulele, berimbau, organetti, pianole e synth, oltre ai classici bassi, batterie e chitarre, che fanno da contorno al solito plurilinguismo della band, che si spinge, come nel precedente episodio, fino a un pezzo in dialetto catanese.

E in questa sua solarità sgargiante, “You shoud reproduce” trova il suo lato migliore, in una varietà che consente di scoprire qualcosa di nuovo ad ogni ascolto, lasciando intatto il gusto della sorpresa.

LOSINGTODAY

MAYA GALATTICI, “ANALOGIC SIGNALS FROM THE SUN” (GARAGE RECORDS)

I ‘Maya Galattici’ sono Marco Pagot e Alessandro Antonel, già precedentemente attivi coi Chinaski. Abbandonati gli arodri rock del precedente progetto, il duo di Vittorio Veneto ha scelto la strada di un indie pop dagli spiccati contorni elettronici, che si colora spesso e volentieri di psichedelia.

Nel corso del breve viaggio (una mezz’ora circa) e dei nove brani presenti (cantati in inglese, spesso a due voci), il duo sfodera un variegato campionario le cui influenze sono riconducibili ad una vasta gamma di esperienze: ovvio ma quasi inevitabile citare gli Air più cinematografici, a fianco di certe suggestioni dei Flaming Lips meno debordanti, piuttosto che certe atmosfere liquide à la Beck, con qualche vago accenno alla psichedelia inglese dei primi anni ’90 (leggi alla voce: Spacemen Three).

La confezione è efficace, all’insegna di una costante gradevolezza sonora (per quanto a tratti un filo ‘calligrafica’), frutto di un ‘armamentario’ che ricorre ad una variegata strumentazione: ampia la gamma sia delle tastiere che delle percussioni, affiancate al consueto duo chitarra – basso, cui si aggiunge episodicamente un violino.

Il punto debole sembra essere, tuttavia, una certa ripetività, non tanto da un brano all’altro (la varietà di riferimenti garantisce un’analogo alternarsi di atmosfere), quanto all’interno degli stessi pezzi, che spesso si limitano a girare attorno alla stessa idea, non trovando magari quegli svolgimenti che li avrebbero resi più efficaci, talvolta dando una certa impressione di incompiutezza, come si trattasse di ‘bozzetti’ in attesa di essere più compiutamente delineati.

Nonostante questo, “Analogic signals…” resta tutto sommato un disco interessante, soprattutto per la formula scelta, che alla fine dell’ascolto riesce a lasciare intatto l’interesse per un eventuale seguito.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY

MONOMA: “SPREADING LOVE AND SOUND” (AUTOPRODOTTO)

Interessante e singolare, la parabola dei romani Monoma: col loro primo disco, “Cabaret meccanico?” avevano avuto modo di fare apprezzare la propria tendenza all’eclettismo, al giostrate tra elettronica, wave, prog e cantautorato; il successivo “E.LE.MENTI” aveva fatto segnare un primo cambio di direzione, appianando certe spigolosità, ma risultando nel complesso forse un pò troppo orientato a ricercare una ‘gradevolezza d’ascolto’. Poi… poi, si sa, come vanno le cose: se è vero che ‘il secondo disco è sempre il più importante…’, come cantava qualcuno, per i Monoma le cose non sono andate benissimo: tanti apprezzamenti ma (come spesso succede), senza i risultati sperati sotto il profilo delle vendite. Dopo varie vicissitudini, ripensamenti, scherzi del destino e nuovi entusiasmi, troppo lunghi da sperare, ritroviamo i Monoma oggi, reduci da una lunga parentesi trascorsa negli States a registrare il nuovo disco.

Un nuovo cambio di rotta, stavolta radicale: abbandonata l’elettronica in favore di una veste semiacustica, lasciato in patria l’idioma italico per abbracciare l’inglese, i Monoma si presentano con un disco esteticamente quasi ineccepibile, ma che sotto la veste, più che mai gradevolmente pop, mostra in trasparenza le doti del gruppo, capace ancora una volta di rinnovarsi.

Un disco registrato negli States che porta con se profumi da indie-pop del vecchio continente: la title track è quasi spiazzante, con quelli che appaiono lontani rimandi ai dEUS più recenti e meno abrasivi… il seguito del disco sembra da un lato continuare a  guardare all’Europa, varcando la Manica, sembrando riconducibile di volta in volta alla breve ma intensa stagione del ‘new acoustic movement’, piuttosto che alla leggerezza indie di Badlt Drown Boy o ai Travis; dall’altro risentendo delle influenze d’oltreoceano, con qualche assolata suggestione ‘californiana’, lasciando anche lo spazio per una parentesi (Coffee & Rock ‘n’ Roll) un pò più sguaiatamente ludica.

Un disco che si lascia apprezzare, che forse alla lunga perde un pò la presa sull’ascolto: si ha come l’impressione che qua e là la scelta, pur efficace nel complesso, di ridurre i suoni all’essenziale, mostri un pò la corda e di volta in volta qualche arco, fiati, un synth, un pizzico di sonorità ‘giocattolate’ avrebbe dato alle singole portate qualche spezia in più.

Resta comunque il fatto che “Spreading Love & Sound” è un disco efficace, che ci mostra una band ormai rodata e capace, nuovamente, reinventarsi.

LOSINGTODAY