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BRANDES, “MELTINGPOT” EP (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Un EP che alla fine è quasi un full length (nove brani, quasi mezz’ora di durata) è l’esordio di questo giovane quintetto milanese.

Il ‘Meltingpot’ del titolo rappresenta la volontà di mescolare i generi e i variegati riferimenti dei componenti della band. Il disco sembra però muoversi su due coordinate dominanti: da un lato un più immediato pop rock venato di indie, dall’altro una maggiore complessità fatta di riferimenti ‘classici’ che si spinge a sfiorare territori prog, e che più spesso ricorda certe soluzioni adottate dai Muse.

Giungere a una sintesi efficace non è facile, un particolare per una band agli inizi e qua e là la fusione appare un po’ forzata, come se certe digressioni strumentali siano quasi giustapposizioni, più che sviluppi organici. Qua e là c’è forse qualche ‘barocchismo’ di troppo. I testi sono volti per lo più interiorità:si parla di conflitti, ‘fughe’ (magari solo immaginate o sognate), momenti di maturazione. Lo sguardo verso il mondo esterno è affidato a brano dal sapore ambientalista.

L’obbiettivo non era facile,  l’uso di elementi ‘colti’ è sempre un’arma a doppio taglio: nell’esito si mescolano limiti e potenzialità.

SIMONA ARMENISE – ARES TAVOLAZZI, “LOTUS SEDIMENTATIONS” (NEW MODEL LABEL)

Secondo capitolo della collaborazione tra la chitarrista barese e il bassista conosciuto universalmente per il suo lavoro con gli Area.

Così come il lavoro precedente “Oru Kami”, targato 2016, anche in questo caso il progetto resta ancorato alla cultura giapponese: il titolo esteso include la traduzione nipponica, “Hasu No Chikuseki”, e in giapponese sono anche i titoli dei singoli brani, mentre il fiore di loto è un forte elemento della cultura del ‘Sol Levante’, come simbolo di e conoscenza interiore.

Non poteva essere altrimenti, del resto, trattandosi di un disco ‘di ricerca’: nove composizioni, interamente strumentali, in cui la Armenise esplora le possibilità espressive della chitarra, attraverso monologhi, dialoghi a due o tre con basso, elettronica e percussioni (curate da Vito Pesole), il ricorso ad accordature inusuali o all’archetto.

L’esito è un disco liquido, che getta l’ascoltatore in una dimensione per lo più onirica, che induce al galleggiamento, a un ascolto ‘da riempire ‘ col proprio senso’.

A cavallo tra ambient, prog, e derive psichedeliche, nel senso di una sperimentazione che non diventa mai esercizio di stile, conservando intatto il rapporto emotivo con chi ascolta, accendendosi improvvisamente sul finale, con colori più accesi e suoni più duri.

THE FENCE, “EVERYDAY” (NEW MODEL LABEL / AUDIOGLOBLE)

Veneziani, nati come quartetto e successivamente ampliatisi con l’arrivo di un tastierista, i The Fence raggiungono l’importante traguardo del primo disco ‘lungo’, dando seguito a un precedente EP.

Dieci brani all’insegna di un rock che non necessita di troppi aggettivi, saldamente ancorato nella ‘tradizione’, nei classici degli anni ’70, tra ‘omaggi’ (qua e là sembrano affacciarsi i Queen, i Pink Floyd, la scuola prog, italiana e non solo) tutto sommato inevitabili e tentativi di di ‘attualizzare’ certe sonorità.

Un tempo lo si sarebbe chiamato’aor’- adult oriented rock, definizione adatta a un hard rock che evita ogni ‘esagerazione’ per mantenere una certa gradevolezza d’ascolto.

Interamente cantato in inglese, “Everyday” veleggia tra momenti accesi e parentesi più tranquille, non disdegna qua e là un approccio più pop, con testi che, come suggerisce il titolo, affrontano il ‘quotidiano’ nelle sue varie sfaccettature.

Talvolta si ricorre a soluzioni un po’ troppo ‘di maniera’, pur rimanendo un ascolto nel complesso gradevole.

JURI, “ESTETICA” (NEW MODEL LABEL – CONSORZIO ZDB)

‘Estetica’ come ‘esperienza emotiva’, in contrapposizione al, concetto oggi prevalente, di puro insieme di ‘dati formali’.

I non avvezzi alla filosofia potranno trovare ostico il concetto, tuttavia ogni tanto c’è anche bisogno che qualcuno rifletta sulle motivazioni del ‘fare musica’.

È il caso di Juri Panizzi, chitarrista e compositore con vari progetti e collaborazioni all’attivo (tra cui Gianni Nocenzi del Banco del Mutuo Soccorso).

Qui lo troviamo in quattro lunghe composizioni (in un caso si superano i 14 minuti ( per chitarra solista – elettrica e acustica – con isolati inserti si synth e piano, il ricorso alla loop station, l’utilizzo di registrazioni ‘d’ambiente’.

Varie le suggestioni di partenza: l’abbandono della macchina per immergersi nella natura, la forza dirompente del sopraggiungere di un’idea, la necessità che a volte si presenta di un taglio netto col passato e una storia d’amore, ispirata a “La leggenda di Olaf” di Roberto Vecchioni.

Disco dilatato, ‘ambient’ è termine abbastanza immediato, con allusioni blues e qualche reminiscenza prog.

Varie soluzioni tecniche – l’uso dell’archetto, l’alternanza tra i canali stereo, il ricorso ad accordature alternative – accrescono la varietà della grana sonora del disco.

Uno di quei lavori dai quali lasciarsi avvolgere ancora più che in altre occasioni, anche per dare compiutezza all’obbiettivo di ‘esperienza estetica’ voluto dall’autore.

ANDREA PELLICONE VAN GOGH PROJECT, “CRIXSTRIX SUITE” (NEW MODEL LABEL)

Sette pezzi sono il primo risultato di questo nuovo progetto del cantante e polistrumentista Andrea Pellicone.

Un concept, incentrato sulle vicissitudini di un alieno – che dà il nome al titolo – alla ricerca di nuovi pianeti.

Siamo in pieni territori prog, con accenni alla ‘scuola di Canterbury’, in parte alla felice stagione del progressive di casa nostra e, immancabilmente, vista l’ambientazione ‘spaziale’, riferimenti al rock ‘cosmico’ degli Hawkwind.

Un disco per chitarre e tastiere, prevale la componente strumentale, gli interventi vocali,’filtrati’, hanno un piglio quasi narrativo.

Cavalcate arrembanti e momenti di maggiore tranquillità vanno a comporre un lavoro che rifugge la tentazione di un eccesso di ‘vintage’ per mostrare, in fondo, come certe formule conservino ancora oggi una loro validità.

CINQUE UOMINI SULLA CASSA DEL MORTO, “KAIRÒS” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Nell’antica Grecia, ‘Kairós’ era un particolare concetto di tempo, legato all’azione, traducibile, alla lontana, come ‘occasione’, ‘opportunità’. Concetto che sembrerebbe adattarsi bene all’idea dell’uscita, di un lavoro – il secondo, per i friulani (di Cividale) Cinque Uomini Sulla Cassa Del Morto – che assume una certa importanza.

Il quintetto ha apportato alcune correzioni alla propria formula, continuando certo a prediligere la strumentazione acustica, legata alla matrice folk, inserendo con parsimonia elementi elettronici, dando vita a un lavoro per lo più orientato a un rock la cui componente acustica riporta a vaghe ascendente country, guardando talvolta a una certa tradizione italiana, anche con qualche allusione prog, pur senza sottovalutare il lato ‘pop’ della questione, senza eccessivi ammiccamenti.

Lavoro che nasce – dichiaratamente – più che mai come disco d’insieme, in cui i cinque componenti hanno forse provato a ‘scavare’ maggiormente nel proprio vissuto, anche a seguito di certe critiche di eccessiva ‘leggerezza’; i temi sono comunque ‘canonici’: frequentemente si va a ‘sbattere’ sui sentimenti e le complicazioni annesse, con qualche parentesi dedicata all’introspezione, allo sguardo al tempo che passa, alle scelte, alle occasioni perse, alle opportunità, e qui si ritorna al titolo del disco.

Un lavoro corposo, che non si risparmia: 13 pezzi per quasi un’ora di durata non sono poi frequentissimi, per un’autoproduzione.

Un lavoro che si lascia ascoltare.

ARCANO 16, “XVI” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Il nome – e il titolo del disco – l’hanno preso dai Tarocchi (il XVI Arcano – per chi se ne intende – è La Torre).

Questa del quartetto piemontese, qui al primo disco, così come la copertina, sembra rimandare vagamente al filone del prog italiano degli anni ’70, e in effetti qualcosa di ‘progressivo’, nei dieci pezzi presenti, si intravede, o meglio: ‘intrasente’.

Intendiamoci: nessuna ‘suite’ di stampo classico, né voli pindarici di sperimentazione; semmai una certa attitudine alla ‘complicazione’, alla non linearità di brani che si svolgono all’insegna di continui cambi di umore e andamento, con un alternarsi di quiete e ira non così prevedibile.

Non viene lasciata fuori dalla porta una certa sensibilità pop che permette alla band, pur in una proposta non certamente ‘easy listening’ , di mantenere vivo il contatto con l’ascoltatore.

Un disco dai tratti psichedelici, schegge di furore elettrico, elettronica post-industriale, parole spesso gridate a dare voce a incomunicabilità e disorientamento, in quello che alla fine risulta uno strano ibrido, come se il Bugo degli inizi avesse guidato i primi Bluvertigo.

Lavoro obliquo, che procede per vie traverse, preferendo vicoli dal fondo sconnesso e le mura sbrecciate a strade lastricate di fresco.

Proposta che incuriosisce e si fa apprezzare in questo suo voler evitare percorsi ‘facili’.

DANIELE CASTELLANI, “ARRIVEDERCI EMILIA” (NEW MODEL LABEL)

Dopo alcune esperienze in un paio di band, Daniele Castellani emiliano di Scandiano (RE) si cimenta col suo primo disco solista.

Sette pezzi (tra cui uno strumentale) scelti tra la produzione non troppo ampia di un autore che “scrive solo quando ha qualcosa da dire”, in cui prevale l’elemento biografico, tra ricordi d’infanzia, riflessioni su momenti di crescita, il progressivo mutamento del paesaggio (fisico, ma forse anche umano), le immancabili traversie sentimentali…

Lo sguardo appare disincantato, velato di un’ironia che sfiora il cinismo, sotto traccia forse un filo di rabbia, l’ombra di certi rimpianti e recriminazioni, con modi che a tratti possono ricordare Ivan Graziani.

Interessante l’aspetto sonoro della faccenda, all’insegna di un rock che cercando di evitare certe scelte ‘scontate’ (dopo tutto, siamo sempre in Emilia), finisce per rifugiarsi negli anni ’70 e nei primi ’80, tra vaghi richiami prog, allusioni psichedeliche, accenni reggae.

QUADROSONAR, “FUGA SUL PIANETA ROSSO” (PHONARCHIA DISCHI / LIBELLULA MUSIC)

La ‘fuga’ è ovviamente la metafora / allegoria dell’evasione da una realtà fatta di gabbie, sociali e psicologiche. Il disco d’esordio dei Quadrosonar, band toscana fondata da Francesco Thomas Ferretti e Salva La Bella, reduci da esperienze pregresse.

Inevitabilmente, nello snodarsi del viaggio s’incrociano i classici ‘grandi temi’: i rapporti col prossimo, piu o meno sentimentali, lo sguardo rivolto a un passato idealizzato, l’apatia social(e) che induce a preferire la minore complicazione dei rapporti virtuali rispetto a quelli reali, le ossessioni imposte da una società in perenne competizione, all’opposto la presa d’atto della propria irrilevanza; qua e là, parentesi dall’afflato più onirico, meno immediatamente ‘leggibili’.

Il quartetto toscano sceglie una formula sonora variegata: radici wave, frequenti derivazioni ‘sintetiche’ e a tratti ‘industriali’, qualche suggestione prog, escursioni dalla maggiore vena hard rock, sprazzi dominati da una maggiore vena cantautorale.

S’impone la marca vocale di Ferretti, dagli accenti talvolta ‘renghiani’, certo meno rivolta alla compostezza formale e più alla ‘comunicazione’.

Non tutto convince fino in fondo, si avverte forse la necessità di una più puntuale focalizzazione stilistica, ma le ‘carte in regola’ ci sono.

ECHO ATOM, “REDEMPTION EP” (SEAHORSE RECORDINGS)

Disco d’esordio per questo trio della Provincia di Roma, che nella struttura e nei suoni sembra, almeno in parte, voler rinverdire i fasti di una certa tradizione degli anni ’70.

Il termine, che può entusiasmare o far venire l’orticaria è: progressive. Le cinque tracce, interamente strumentali, che finiscono per essere ‘micromovimenti’ di un’unica ‘suite’; la formazione ‘canonica’ – chitarra, basso, batteri – va a dipingere uno scenario ‘coerente’, un flusso che si sussegue ininterrotto, dai tratti fortemente onirici, spesso psichedelici; lontano da certi eccessi virtuosistici, il progetto Echo Atom può ricordare certe evoluzioni del genere a cavallo degli anni ’80 e ’90 (leggi alla voce: Porcupine Tree), oltre che quel ‘calderone’ nel quale nel decennio successivo venne buttato praticamente chiunque cercasse di andare un filo oltre il ‘consueto’ e che andò sotto il nome di ‘post-rock’.

Una proposta affascinante, nel suo andare fuori dalle mode e dai ‘tempi correnti’, forse per cercare qualcosa di meno ‘immediato’, ma con radici più solide nei suoni e nelle idee.