Posts Tagged ‘Beach Boys’

ANDY FREDMAN, “PIECES OF PAPER” EP (SEAHORSE RECORDINGS)

Andy Fredman‘ è in realtà Andrea Cavedagna, bolognese classe ’75, qui all’esordio solista dopo varie altre esperienze.

Sei brani che guardano al di là della manica, finendo per gettare lo sguardo oltreoceano, all’insegna di un pop che conserva immediatezza, senza cedere eccessivamente alla ‘facilità’; i riferimenti possono essere tanti, i Beatles e i Beach Boys, qualcosa di Van Morrison, il cantautorato americano di Tom Waits.

‘Andy Fredman’ trasferisce questi ‘pezzi di carta’ nel ‘mondo dei suoni’ affidandosi ai ‘maestri’ e facendosi aiutare da un nutrito gruppo di compagni di strada, tra cui un quartetto d’archi, oltre che da piano e organo, in aggiunta ai canonici chitarra-basso-batteria e ad altri interventi episodici, come quello di una tromba.

Disco che, per quanto fin troppo ancorato ai modelli di riferimento, riesce comunque ad essere gradevole, in attesa di una più ‘decisiva’ prova sulla lunga distanza.

 

EUGENIO RODONDI, “D’UN TRATTO” (PHONARCHIA DISCHI)

Terzo lavoro sulla lunga distanza per il torinese, classe 1988, Eugenio Rodondi.

Storie d’amore, essenzialmente, in questi nove brani: si comincia dalla fine di un’estate, metafora di una storia, che conclusa la prima, travolgente, fase dell’innamoramento, deve trovare una sua strada; si prosegue, così, tra rilfessioni, incertezze, storie vissute o solo immaginate, momenti di dubbio, amori in corso d’opera o conclusi, fino a ritornare all’estate, con un temporale, momento ‘di rottura’ e nuovo inizio.

Un cantautorato che può ricordare tanti illustri predecessori senza ricondurre direttamente a nessuno, mentre la produzione di Nicola Baronti conferisce profumi anni ’70, qua è là con riferimenti espliciti (leggi, tra le altre, alla voce: Beach Boys), tra parentesi acustiche e un’elettricità a tratti ruvida, con vaghi accenni noise, una spruzzata di elettronica.

Interpretazione sempre vagamente disincantata, a tratti un filo dolente, ma senza rinunciare a un filo d’ironia.

Un lavoro che, pur conservando un certo dinamismo tra brano e brano, finisce per risultare un po’ monolitico, facendosi forse sentire la mancanza di qualche variazione in più rispetto alla tematica sentimentale.

MAMAVEGAS, “ARVO” (42 RECORDS / MASTERMUSIC)

L’acqua: quella di un bacino artificiale (da cui deriva il titolo del disco), parodia di un elemento naturale che l’uomo impone alla natura stessa; acqua attraverso la quale la natura si prende la sua ‘rivincita’ tremenda e inarrestabile, durante le alluvioni; acqua attraversata dai migranti alla ricerca di un futuro migliore, o via di fuga rispetto ai propri fallimenti sentimentali acqua che a volte inghiotte semplicemente chi vi si avventura… non un ‘concept’, ma un lavoro in cui l’acqua costituisce una sorta di filo conduttore, di tema sul quale si ritorna in continuazione, il secondo dei Mamavegas, che arriva a tre anni di distanza dall’esordio di “Hymn for the Bad Things”.

La band continua ad avere quasi la struttura di un ‘collettivo’ – sei i componenti – ricordando la formula che parecchi successi ha mietuto negli ultimi anni in ambiente ‘indie’, (in particolare in Canada: i più noti gli Arcade Fire); diverso l’approccio, stavolta all’insegna di una vera e propria condivisione del processo compositivo in studio.

Il risultato sta in questi dieci pezzi, in cui oltre che per l’acqua, c’è spazio per la nostalgia dell’infanzia, uno sguardo sull’ossessione contemporanea per l’accumulo compulsivo (a colmare vuoti di altro genere), per i timori e le paure che circondano una prossima paternità, per le relazioni umane, anche sentimentali.

I Mamavegas danno consistenza sonora a questo campionario ideale attraverso un disco che, visto il numero dei componenti, non poteva non essere assai consistente dal punto di vista sonoro, tra momenti di tranquillità e parentesi più ariose, con un costante afflato orchestrale, che sviluppa la propria potenza nei momenti più elettrici – anche con qualche inclinazione noise – e che negli episodi più volti all’acustica si impegna nella tessitura di tappeti e nella costruzione di sfondi sonori dalle suggestioni oniriche.

Un lavoro incanalato nei binari di un indie – rock dalle reminiscenze shoegaze e dreampop, tenendo presente la lezione del pop psichedelico degli anni ’60 (vedi alla voce Beach Boys) ma anche a quello più recente di matrice britannica.

Un disco che ha il suo miglior pregio in una ricchezza sonora capace di continuare a offrire ad ogni ascolto qualche nuovo particolare.

JOHANN SEBASTIAN PUNK, “MORE LOVELY AND MORE TEMPERATE” (S.R.I. PRODUCTIONS, IRMA RECORDS, AUDIOGLOBE)

Di Johann Sebastian Punk si sa poco: l’unica cosa certa è che gravita in quel di Bologna, accompagnato nelle esibizioni dal vivo da tre individui dai nomi altrettanto fantasiosi : Johnny Scotch, Albrecht Kaufmann, Pino Potenziometri; tutto il resto potrebbe essere vero o semplicemente inventato, per creare una di quelle ‘mitologie da negozio di dischi’ che talvolta si possono incrociare nelle strade meno battute della musica italiana: dalla nascita in quel di Stratford Upon Avon (che lo accomunerebbe a Shakespeare) all’infanzia e la giovinezza trascorse sull’isola di Mann…  ma alla fine  non è manco detto sia inglese, nonostante in inglese canti, e per quello che ne potremmo sapere, potrebbe addirittura chiamarsi sul serio Johann Sebastian Punk (e chi può dirlo?).

In realtà poi non bisogna manco sforzarsi a cercare più di tanto per scoprire che il nostro risponde al nome di Massimiliano Raffa, e con Bach e Shakespeare c’entra poco, essendo siciliano… comunque, alla fine, tutto questo importa poco, forse è meglio parlare di musica.

Musica, quella di Raffa / Punk o come lo si voglia chiamare, che gli ha conquistato i favori di Enrico Ruggeri, che l’ha scelto per accompagnarlo nel concerto del trentennale di carriera al MEI e di Beatrice Antolini, eroina della scena ‘indipendente’ italiana, che ha contribuito a produrgli il disco. Lavoro di quelli poco identificabili, poco classificabili, che mescola pop con un lieve retrogusto di bossanova, cantautorato folk vagamente obliquo, intermezzi quasi prog, episodi dal sapore orchestrale, sprazzi sperimentali tra psichedelia e rumorismo elettronico.

Di ‘punk’, oltre a un brano intitolato ‘Yess, I miss the Ramones’ (il più movimentato del disco) c’è sopratutto un attitudine, poco votata al compromesso; di Johann Sebastian (Bach) ci sono continue ‘spore’, sparse qua e là, tra tastiere dal sapore clavicembalistico e un lieve costante affacciarsi su territori classici;

c’è molto di anni ’60 e ’70, con brani che rievocano certi esperimenti beatlesiani, più che il gusto per il ‘riempimento sonoro’ dei Beach Boys, c’è la stagione felice del folk inglese di quegli anni; ma c’è anche l’indie-pop scanzonato degli ultimi anni e qualche escursioni in territori elettronici.

Tastiere ed effetti vari costruiscono effetti sempre cangianti, prendendo spesso le redini del gioco: non mancano le chitarre, più spesso acustiche, talvolta adeguatamente elettrificate; fanno capolino dei fiati, con delicatezza o smodata vivacità; domina il cantato del protagonista, all’insegna di un’interpretazione spesso e volentieri teatrale, talvolta forse alla ricerca fin troppo insistita di un effetto ‘teatrale’.

Alla fine però prevale la positiva impressione di un disco – e di un autore – inaspettato: di quelli da cui non si sa bene cosa aspettarsi nello scorrere delle undici tracce (dieci, escludendo il breve intro) disco, che anzi, riesce a rivelare sorprese e particolari precedentemente sfuggiti; un ascolto stimolante e in fondo divertente, un bel gioco che una volta tanto non dura poco.

SHIVA BAKTA, “THIRD” (GENTE BELLA)

Lidio Chericoni, col suo progetto Shiva Bakta, è giunto al terzo disco: poco importa se il primo è stato pubblicato nella forma di una serie di demo proposti per il download gratuito e il secondo è rimasto alla fine sulla carta e se quindi alla fine è il primo lavoro concepito per la pubblicazione tradizionale…

Shiva Bakta per sua stessa ammissione era sul punto di mollare tutto e fare altro nella vita, quando assieme a Daniele Lanzara (già al lavoro con Elio e Le Storie Tese) si è dato un’ultima possibilità e, riunito un manipolo di vecchi compagni di strada, si è gettato capofitto nella gestazione di questo lavoro, e a questo punto poco importa che, a seconda dei punti di vista, questo sia il primo (pubblicato fisicamente) il secondo (se si contano i brani precedentemente editi su Internet) o il terzo (per l’autore).

Poco importa perché “Third” è un disco di quelli che ‘restano’, che nel mare magnum di musica che ormai ci sommerge è già un punto a suo favore: resta perché è un disco efficace, pur nel suo ripercorrere territori già ampiamente battuti, ma facendolo con una vèrve, con un’attitudine ed uno stile che colpiscono: un pop essenziale, dalla propensione acustica ma che non si nega un’adeguata dose di elettricità, pronto a giocare sulle sonorità barcollanti di un banjo o sulla ricchezza di sfumature del piano.

Brani dipinti dalle tinte vagamente psichedeliche dei seventies (vedi alla voce Byrds, Crosby, Stills, Nash &  Young o Beach Boys) o ripercorrono i sentieri sognanti dei ’90 (con qualche riminiscenza dei Belle and Sebastien); un disco che si apre con un brano quasi magniloquente, trova lo spazio per un episodio più tirato, che si adagia volentieri su più di una parentesi malinconica o che è pronto ad aprire la finestra su ampie digressioni strumentali, accompagnato da un’interpretazione vocale discreta ma mai esplicitamente dimessa, accompagnandosi occasionalmente da una voce femminile.

Una quarantina di minuti o poco meno, che scorrono via veloci facendo venire voglia, appena concluso l’ascolto, di ricominciare da capo.

DEIAN E LORSOGLABRO, “PREZZO SPECIALE” (I DISCHI DEL MINOLLO / AUDIOGLOBE)

Deian è Deian Martinelli da Moncalieri, classe 1981: una giovinezza artistica passata nella propria camera a sperimentare con strumenti e tecnologie ormai quasi fuori dal tempo, fino all’esordio discografico del 2004, “Il fantasma dell’impossibile”, che attirò una certa attenzione tra gli addetti ai lavori, a cominciare da Bugo, che volle Deian ad aprire i suoi concerti.

Lorsoglabro sono, sostanzialmente, Gabriele Maggiorotto e Alberto Moretti, sodali del nostro, in una struttura costantemente pronta ad aprirsi ad altre collaborazioni, o a mutare veste, prendendo derive più sperimentali e improvvisative nel quasi omonimo progetto Lorsotronico. Non che la musica di Deian e soci sia di suo priva di risvolti sperimentali: la proposta del cantautore torinese e dei suoi compagni di strada è quella di un folk sghembo, di un cantautorato obliquo dai climi spesso e sovente raccolti, retaggio della sua attitudine ‘domestica’, su qui aleggia un’atmosfera rarefatta, onirica, come se voce suoni provenissero da una zona dove la realtà tende a sfumare, dilavando lentamente nel sogno.

Il pop venato di psichedelia dei Beach Boys o quello più marcatamente lisergico di Syd Barrett (influenza quest’ultima esplicitamente ammessa) sono dietro l’angolo nei suoni, all’insegna di un canonico ensemble a base di chitarre (Deian), sezione ritmica (Maggiorotto / Moretti), condite da tastiere, effetti vari ed archi occasionali a dipingere scene vagamente cangianti, in cui c’è sempre quale elemento apparentemente ‘fuori posto’, a rendere il tutto meno stabile e prevedibile.

Una sensazione di ‘instabilità’ che ritroviamo nel cantato, indolente e quasi distratto (e pensandoci non è un caso che Deian abbia attratto l’attenzione di un altro ‘irregolare’ del cantautorato italiano come Bugo), come se cantando l’attenzione, il pensiero, l’immaginazione fossero continuamente distolti da altro, tendendo ad andare altrove…

Brani dalla forte impronta pop volti al sarcasmo sui lati più tragicamente ridicoli della società (a partire dalla ‘mitologia del Prezzo Speciale) citato nel titolo, sferzate all’avanguardia (memori della lezione di Freak Antoni e degli Skiantos), episodi maggiormente irruviditi, brani più apertamente volti alla dilatazione e a paesaggi onirici anche nel testo, e due composizioni strumentali che offrono un assaggio del lato più sperimentale del gruppo e pezzi che gettano lo sguardo su territori più surreali.

Deian e Lorsoglabro ci regalano un disco per certi versi magnetico, che cerca – spesso riuscendoci – di non offrire certezze all’ascoltatore, lasciandolo spesso nella curiosità di vedere cosa gli viene riservato dietro ogni svolta, dietro ogni angolo.