Posts Tagged ‘classica’

EMANUELE VIA & CHARLIE T, “RESINA” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Emanuele Via, pianista, è noto per essere uno degli Eugenio In Via Di Gioia, giunti recentemente a calcare il palco di Sanremo; i componenti del quartetto Charlie T. (violino, violoncello, contrabbasso, arpa), vantano già varie esperienze.

“Resina” è il primo risultato dell’incontro tra i cinque, dedicato interamente (otto composizioni, per ognuna il nome di un albero) al legno, come ‘materiale’, dal quale nascono gli strumenti suonati da ognuno, ma anche come ‘materia’, sostanza, elemento che ha accompagnato la vita dei musicisti e per questo capace di evocare ricordi, fin dall’infanzia.

Evocativo e suggestivo, certo; ma soprattutto, un lavoro che sembra cercare, spesso riuscendoci, di essere ‘pop’. Senza fraintendimenti: non siamo di fronte a uno di quei tentativi smaccati di rendere la ‘musica colta’ genere di ‘vasto consumo’; piuttosto, sembra quasi si voglia ricordare come in fondo, per un bel pezzo di storia, prima dell’avvento della tecnologia, l’unico modo di fruire della musica fosse dal vivo, nel salotto di casa, forse più spesso che nelle sale da concerto.

Sono composizioni strumentali, certo, ma se il piano fa spesso da cornice e sostegno, sono gli archi a esprimersi in un dialogo e confronto continuo, facendo rapidamente dimenticare l’assenza della voce.

È certo un disco immerso nella ‘contemporaneità’ che può ricordare artisti come Beirut od Owen Pallett, ovviamente senza dimenticare i riferimenti di fondo, dalle inevitabili fonti classiche alla musica da film.

Eppure, su ogni considerazione stilistica, appare prevalere l’immagine di cinque musicisti che s’incontrano per il piacere di suonare ed ascoltarsi, di fronte a un pubblico che una volta sarebbe stato di ‘pochi intimi’ ma che oggi è ovviamente molto più vasto in potenzialità.

 

BRANDES, “MELTINGPOT” EP (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Un EP che alla fine è quasi un full length (nove brani, quasi mezz’ora di durata) è l’esordio di questo giovane quintetto milanese.

Il ‘Meltingpot’ del titolo rappresenta la volontà di mescolare i generi e i variegati riferimenti dei componenti della band. Il disco sembra però muoversi su due coordinate dominanti: da un lato un più immediato pop rock venato di indie, dall’altro una maggiore complessità fatta di riferimenti ‘classici’ che si spinge a sfiorare territori prog, e che più spesso ricorda certe soluzioni adottate dai Muse.

Giungere a una sintesi efficace non è facile, un particolare per una band agli inizi e qua e là la fusione appare un po’ forzata, come se certe digressioni strumentali siano quasi giustapposizioni, più che sviluppi organici. Qua e là c’è forse qualche ‘barocchismo’ di troppo. I testi sono volti per lo più interiorità:si parla di conflitti, ‘fughe’ (magari solo immaginate o sognate), momenti di maturazione. Lo sguardo verso il mondo esterno è affidato a brano dal sapore ambientalista.

L’obbiettivo non era facile,  l’uso di elementi ‘colti’ è sempre un’arma a doppio taglio: nell’esito si mescolano limiti e potenzialità.

MONOBJO, “DIANA’S MIRROR” (HELIOPOLIS)

La musica strumentale, nonostante una tradizione secolare che va dai classici alle colonne sonore, non sembra granché apprezzata in Italia attualmente, a parte qualche eccezione, piuttosto isolata.

Monobjo sulla musica ‘senza parole’ ha deciso di costruire la sua carriera, dopo gli esordi, parecchi anni fa, in più canonici gruppi di estrazione metal.

Sono passati quasi quattro anno dal precedente “The Magic Of Big Top” e Monobjo torna col suo lavoro probabilmente più ambizioso, che mescola le suggestioni infantili del lago di Nemi con le sue navi romane (autentici palazzi galleggianti) e i miti della zona ripresi da Frazer nel suo ‘Ramo d’oro’.

Viene così costruito un racconto, inserito nel libretto di accompagnamento del cd e che può essere quindi seguito lungo lo svolgersi del disco, dai contorni fantasy, che appare riprendere certe suggestioni dei ciclo arturiano, portandole a due passi da Roma e attingendo alle tradizioni locali e alla mitologia latina.

Le dodici composizioni presenti diventano così colonna sonora del racconto: il clima è, ovviamente, fiabesco, evanescente: domina il piano, cui si aggiungono archi ed effetti di sfondo. Le suggestioni sonore sono molteplici: ci sono, ovviamente la musica classica, con certi effetti ‘impressionisti’ e la musica da film; c’è una continua sensazione di sospensione, con accenni ambient; ci sono riferimenti alla musica medievale, con modi che, coi debiti distinguo, possono ricordare i Dead Can Dance.

Ogni disco ha una sua importanza per chi lo lo crea; per Monobjo “Diana’s Mirror” riveste un valore particolare, frutto di quattro anni di lavoro nella consapevolezza del proverbiale ‘nemo profeta in patria’, delle difficoltà di farsi ascoltare qui e della necessità di guardare oltreconfine, a un pubblico più aperto.

ALBERTO NEMO, “6 X 0” (DIMORA RECORDS / NEW MODEL LABEL)

Come suggerisce il titolo, sei brani compongono il secondo lavoro del cantante / compositore veneto Alberto Nemo.

Siamo in territori al confine tra musica elettronica, colonne sonore, classica contemporanea: composizioni ‘palindrome’, composte in un verso e registrate all’incontrario, sull’esempio di quanto a suo tempo ideato da Jocelyn Pook per la colonna sonora di “Eyes Wide Shut”.

Un lavoro dal sapore sperimentale, con suggestioni ‘avanguardistiche’, accompagnato dal cantato ‘lirico’ e dolente di Nemo, che si staglia su tappeti ‘ambientali’ che possono evocare fabbriche abbandonate, cattedrali gotiche da archeologia post-industriale.

Un ‘esercizio di ascolto’ che offre un’esperienza diversa dal ‘consueto’; la brevità del lavoro (una ventina di minuti) e delle singole composizioni evitano l’effetto ‘prova di resistenza’ offrendo un’esperienza che, se avvicinata con curiosità, può affascinare.

MONICA PINTO, “CANTHARA” (MAXSOUND)

Un quarto di secolo di carriera, dagli E’Zezi agli Spaccanapoli, le aperture dei concerti di Peter Gabriel e Manu Chao, il cinema (“Passione” di Turturro), il teatro, fino allo studio dello yoga applicato al canto.

Monica Pinto di strada ne ha percorsa decisamente parecchia, prima di approdare a un esordio solista che visto il corposo curriculum forse giunge anche un po’ in ritardo sui tempi.

“Canthara”, fusione di ‘canto’ e ‘hara’, termine che definisce la propria essenza, il centro dell’esistenza… il canto come mezzo di ricerca ed espressione del proprio ‘io’, dunque, ma non per questo “Canthara” è un disco ripiegato su sé stesso, di difficile comprensione: la cantautrice vi riversa certo le proprie esperienze, fino ad inserire due brevi intermezzi in cui si dà forma sonora a certe pratiche di respirazione yoga, ma senza che il lavoro assuma un’attitudine ermetica.

I temi trattati vanno dall’universale – l’incontro immaginato con la propria morte – allo sguardo sulla società, dalle crescenti disparità tra il ‘nord’ e il ‘sud’ del mondo, all’onnipresenza della televisione e dei ‘modelli’ da questa imposti, tra citazioni di Dostoevskij e un’esortazione alle donne a vivere con pienezza la propria esistenza, a partire dall’aspetto sessuale.

Domina la vocalità sinuosa, a tratti cristallina, della cantautrice, intensa ma mai sopra le righe, classe ed emotività, su un forma di ‘chanson elettronica’, in cui certo l’elemento ‘sintetico’ costruisce scenari e stende tappeti avvolgenti, ma sul quale s’innestano strumenti della tradizione classica (violoncello), popolare (fisarmonica, percussioni) e pop / rock (chitarre, bassi, tastiere), tra cantautorato, folk, spezie orientali, profumi mediterranei, col contributo, tra gli altri, di Fausto Mesolella (Avion Travel).

Dodici pezzi che ci mostrano una cantautrice nel pieno della maturità artistica.

BEA ZANIN, “A TORINO COME VA” (LIBELLULA DISCHI / AUDIOGLOBE)

Vicentina di nascita, torinese di adozione dai tempi dell’Università, dove ha studiato filosofia; violoncellista con la passione per l’indie rock, con varie collaborazioni all’attivo (Daniele Celona, Bianco, Luca Morino dei Mau Mau) e una parentesi dedicata alla musica degli anni ’50 e ’60 nel trio Bahamas, prima di dedicarsi al suo progetto solista che, preceduto da un EP che ha attirato un certo interesse, evolve ora nell’esordio sulla lunga distanza.

Bea Zanin impasta il suo violoncello con sonorità elettroniche a cavallo tra gli ’80 e i ’90 – il titolo del disco è un’ideale risposta a “A Berlino tutto bene” di Garbo – dividendo i dieci pezzi presenti in tre ‘sezioni’ (forse una reminiscenza dell’impostazione di certi concerti di musica classica): il primo dedicato al periodo universitario, il secondo più introspettivo all’insegna del contrasto tra un’indole ottimista e un carattere per certi versi spigoloso; l’amore in varie sfaccettature è protagonista del terzo.

Il risultato è un disco sinuoso, suadente come l’interpretazione della cantautrice; un disco dominato dal ‘calore sintetico’ delle tessiture elettroniche e da quello più corposo, ‘fisico’ del legno del violoncello.

Zanin apre con un omaggio alla città che l’ha accolta (Plaza Victoire), prosegue citando Pavese: “Se ti annoi è colpa tua”, per dipingere il ‘galleggiare’ talvolta annoiato degli anni universitari (che nasconde magari incertezze e prospettive), in tira in ballo Wittgenstein – con la collaborazione di due cantanti lirici – descrivendo problemi di comunicazione che si incontrano nelle relazioni con gli altri (Limiti).

Descrive il sapore agrodolce dell’estate si adombra dei primi refoli autunnali, l’allegria che si colora della nostalgia che verrà (Easy Summer); nostalgia come quella degli anni universitari, la vita allegramente ‘scoordinata’ degli studenti fuori sede; il rimpianto per il tempo apparentemente infinito e per questo impiegato male.

L’amore, infine: quello possibile ma bloccato da timidezza e insicurezze, quello vissuto per contro con troppa intensità fino a diventare ossessivo: in Pazzo di te, Bea duetta con Diego Perrone, anche produttore artistico del disco (già al lavoro con Caparezza); quello vissuto con leggerezza, libertà, ‘alla giornata’ come un viaggio improvvisato e infine quello spontaneo immediato, scaturito dall’incontro con persone viste per la prima volta che sembra di conoscere da sempre.

Bea Zanin assembla un disco convincente: una scrittura immediata, ma sicura, fondata sul ‘vissuto’, il matrimonio tra elettronica e violoncello all’insegna di un amalgama forse non sempre compiuto; un’autrice cui le passate esperienze permettono di evitare in gran parte le incertezze tipiche di ogni esordio. L’augurio di riascoltarla presto.

TOP 10 2015

I migliori dischi recensiti recensiti sul blog nel corso dell’anno appena concluso.

1) Tubax      Governo Laser

2) Linea 77   Oh!

3) LeSigarette!!    2+2=8

4) Lizziweil  In volo sopra la polvere

5) Simone Mi Odia  Saturno

6) Invers     Dell’amore, della morte, della vita

7) Felpa      Paura

8) Pristine Moods om

9) Io e La Tigre 10 & 9

10) Africa Unite Il punto di partenza

GIANCARLO FRIGIERI, “TROPPO TARDI” (NEW MODEL LABEL / CONTRORECORDS)

La poetica della sconfitta, variamente declinata: accettazione quasi fatalista, occasione per mettere un punto e ricominciare da capo, annegamento in un mare di rimpianti…

“Troppo tardi” diviene così un titolo che della questione sembra guardare più le luci delle ombre, anche se affrontati con le migliori intenzioni i fallimenti delle vite di ognuno portano con se un qualcosa di ineluttabile, una componente di perdita che non si potrà recuperare.

Viene da chiedersi se e quanto ci sia di autobiografico in questo disco di Giancarlo Frigieri: di certo non è uno che si arrende, considerando che è ormai giunto al settimo lavoro rimanendo sostanzialmente sconosciuto al cosiddetto ‘grande pubblico’; molto più probabilmente, del ‘grande pubblico’ non gli importa un granché e quindi il cantautore di Sassuolo non vive il suo restare nelle ‘retrovie’ come una sconfitta… più probabilmente come una fiera affermazione di indipendenza.

Il campionario è abbastanza ampio: fallimenti sentimentali, quelli di chi mira sempre troppo in alto rischiando puntualmente di cadere, i sogni della gioventù più o meno abbandonati lungo la strada…

Frigieri sceglie di affidare gli otto pezzi presenti (una quarantina di minuti la durata complessiva) al solo abbinamento di voce e chitarra, sebbene ricorrendo ad una certa varietà di soluzione, grazie ad un’ampia versatilità stilistica e all’uso di qualche effetto.

Si passa così da una sabbiosità noise a una dimensione più raccolta, tipicamente cantautorale, da qualche ammiccamento pop (pur se non troppo sfacciato) a citazioni da musica colta.

Il risultato è un lavoro reso un po’ slegato dalla variazione continua di umori e stili, una consistenza frastagliata e ‘interrotta’ che si ritrova anche nei testi, spesso fondati sul susseguirsi e sovrapporsi di immagini, riflessioni, pensieri quasi un flusso di coscienza.

Un lavoro per certi aspetti gradevole, ma che forse trova un limite in una mancanza di ‘corpo’ e di ‘struttura’, nel complesso e a tratti anche nei singoli pezzi.

JOHANN SEBASTIAN PUNK, “MORE LOVELY AND MORE TEMPERATE” (S.R.I. PRODUCTIONS, IRMA RECORDS, AUDIOGLOBE)

Di Johann Sebastian Punk si sa poco: l’unica cosa certa è che gravita in quel di Bologna, accompagnato nelle esibizioni dal vivo da tre individui dai nomi altrettanto fantasiosi : Johnny Scotch, Albrecht Kaufmann, Pino Potenziometri; tutto il resto potrebbe essere vero o semplicemente inventato, per creare una di quelle ‘mitologie da negozio di dischi’ che talvolta si possono incrociare nelle strade meno battute della musica italiana: dalla nascita in quel di Stratford Upon Avon (che lo accomunerebbe a Shakespeare) all’infanzia e la giovinezza trascorse sull’isola di Mann…  ma alla fine  non è manco detto sia inglese, nonostante in inglese canti, e per quello che ne potremmo sapere, potrebbe addirittura chiamarsi sul serio Johann Sebastian Punk (e chi può dirlo?).

In realtà poi non bisogna manco sforzarsi a cercare più di tanto per scoprire che il nostro risponde al nome di Massimiliano Raffa, e con Bach e Shakespeare c’entra poco, essendo siciliano… comunque, alla fine, tutto questo importa poco, forse è meglio parlare di musica.

Musica, quella di Raffa / Punk o come lo si voglia chiamare, che gli ha conquistato i favori di Enrico Ruggeri, che l’ha scelto per accompagnarlo nel concerto del trentennale di carriera al MEI e di Beatrice Antolini, eroina della scena ‘indipendente’ italiana, che ha contribuito a produrgli il disco. Lavoro di quelli poco identificabili, poco classificabili, che mescola pop con un lieve retrogusto di bossanova, cantautorato folk vagamente obliquo, intermezzi quasi prog, episodi dal sapore orchestrale, sprazzi sperimentali tra psichedelia e rumorismo elettronico.

Di ‘punk’, oltre a un brano intitolato ‘Yess, I miss the Ramones’ (il più movimentato del disco) c’è sopratutto un attitudine, poco votata al compromesso; di Johann Sebastian (Bach) ci sono continue ‘spore’, sparse qua e là, tra tastiere dal sapore clavicembalistico e un lieve costante affacciarsi su territori classici;

c’è molto di anni ’60 e ’70, con brani che rievocano certi esperimenti beatlesiani, più che il gusto per il ‘riempimento sonoro’ dei Beach Boys, c’è la stagione felice del folk inglese di quegli anni; ma c’è anche l’indie-pop scanzonato degli ultimi anni e qualche escursioni in territori elettronici.

Tastiere ed effetti vari costruiscono effetti sempre cangianti, prendendo spesso le redini del gioco: non mancano le chitarre, più spesso acustiche, talvolta adeguatamente elettrificate; fanno capolino dei fiati, con delicatezza o smodata vivacità; domina il cantato del protagonista, all’insegna di un’interpretazione spesso e volentieri teatrale, talvolta forse alla ricerca fin troppo insistita di un effetto ‘teatrale’.

Alla fine però prevale la positiva impressione di un disco – e di un autore – inaspettato: di quelli da cui non si sa bene cosa aspettarsi nello scorrere delle undici tracce (dieci, escludendo il breve intro) disco, che anzi, riesce a rivelare sorprese e particolari precedentemente sfuggiti; un ascolto stimolante e in fondo divertente, un bel gioco che una volta tanto non dura poco.

MADAUS, “LA MACCHINA DEL TEMPO” (CENTO CANI /AUDIOGLOBE)

Madaus
La macchina del tempo
Cento Cani / Audioglobe
http://www.madaus.org

Nato dalla collaborazione di quattro musicisti dell’Accademia della Musica di Volterra, il progetto Madaus giunge al traguardo del primo lavoro sulla lunga distanza. Madaus, ovvero: mad – house, scritto come si pronuncia, riferimento esplicito all’attività portata avanti dalle due componenti femminili del gruppo, nella musicoterapia, a sostegno dei portatori di handycap e nelle carceri; e ancora il tempo, troppo frenetico, del mondo in cui viviamo e dal quale spesso si vorrebbe volentieri fuggire.

Un’esperienza che marca il disco anche in alcuni dei suoi capitoli: “La macchina del tempo” si presenta come un concept dedicato appunto al tempo: il tempo degli amori in corso, vissuto ‘in presa diretta’ e quello delle relazioni sfumate, spesso rimpianto; ma anche, e forse soprattutto, il tempo che si fa ‘spazio’, il tempo presente vissuto con l’immaginazione, all’interno delle mura di un carcere o di una struttura psichiatrica e quello futuro, dei sogni da realizzare quando certe esperienze saranno concluse.

I Madaus danno forma sonora a questi concetti dosando in maniera accorta ed efficace le proprie coordinate stilistiche: la provenienza accademica si fa evidente in episodi che raccolti in una dimensione cameristica, uniti alle salde radici nella tradizione cantautorale italiana (con esiti a volte all’insegna di un pop ‘di classe’), ma pronti ad aprirsi ad altre influenze, dalle atmosfere sinuose del tango, passando per profumi jazz, fino  a quelle allegre e sgargianti del charleston; l’impronta emotiva del disco è frutto del dialogo continuo tra la voce di Aurora Pacchi e il piano di Antonella Gualandri, sostenute dalla sezione ritmica costituita da David Dainelli e Marzio del Testa. Piano, basso e batteria costituiscono la matrice di un ensemble musicale pronto ad arricchirsi attraverso strumenti vintage o creati ad hoc (come nel caso di un ibrido tra basso e batteria).

Rilassamenti, sottile erotismo, pathos si alternano a momenti con ispirazioni da colonna sonora e parentesi in cui si fa strada una maggiore allegria in un lavoro che ci mostra una band matura sotto il profilo tecnico e a buon punto nel cammino verso il raggiungimento di un’identità stilistica compiuta.