Posts Tagged ‘Nicola Manzan’

CARA CALMA, “SULLE PUNTE PER SEMBRARE GRANDI” (CLOUDHEAD RECORDS / PHONARCHIA DISCHI / LIBELLULA MUSIC)

Contraddizioni, travagli, frustrazioni nel passaggio all’età adulta a inizio 21°secolo: Cara Calma può sembrare un nome conciliante, ma assume quasi l’aspetto di un’invocazione, in mezzo a tempi di precarietà, sociale ed interiore.

Il quartetto di Brescia assembla nel proprio esordio m nove brani che compongono il classico ritratto di una generazione di trentenni apparentemente ferma in mezzo al guado, a tratti troppo tentata a guardarsi indietro e a vivere un’eterna adolescenza, incapace di costruire progetti a lungo termine, limitata da conti eternamente in rosso e da un contesto che non aiuta.

I suoni sono aggressivi, talvolta arrembanti, all’insegna di un ‘hard rock contemporaneo’ tra elementi post-hardcore e spezie metalliche, che non si ritrae dal dare spazio alla melodia, trovando momenti di quiete.

Produce Qqru degli Zen Circus; partecipano Nicola Manzan, ormai un’istituzione quando si tratta di violini e archi assortiti nella scena ‘alternativa’ italiana, Gianluca Bartolo de Il Pan del Diavolo e la cantautrice Ambra Marie.

CAPPADONIA, “ORECCHIE DA ELEFANTE” (BRUTTURE MODERNE / AUDIOGLOBE)

Le “Orecchie da Elefante” del titolo del disco, e del brano di apertura sono una metafora dei ‘pesi’, degli impedimenti che ognuno trova sulla strada della propria realizzazione; ostacoli spesso autoimposti, per giustificare timori e paure rispetto al coraggio di prendere delle decisioni lungo il percorso che porta alla propria realizzazione.

Punto di partenza del disco di esordio di questo cantante e polistrumentista che ha già avuto modo di calcare i palchi italiani, lavoro frutto della collaborazione con Alessandro Alosi dei Pan del Diavolo, il quale partecipa all’impresa sia in veste di produttore, che di strumentista, a guidare un nutrito di collaboratori, trai quali spicca Nicola Manzan, nome di punta della scena indie italiana quando si tratta di strumenti ad arco.

Il tema degli ostacoli alla propria realizzazione è dunque al centro del primo dei nove brani il cui filo conduttore è alla fine proprio quello del raggiungimento dei propri obbiettivi e aspirazioni, variamente affrontato: l’inutilità del guadare al passato, la futilità degli oggetti, l’esortazione a non sprecare il proprio tempo, la fiducia nel fatto che, magari attraverso percorsi imperscrutabili, si giunga a comunque alla propria ‘meta’, l’incoraggiamento ad agire, anche se questo vuol dire lasciar libero gli ‘altri’ (anche sotto il profilo affettivo) o sé stessi: accettare i rischi posti dal cambiamento, anche rinunciando a qualche certezza.

Temi declinati attraverso sonorità sempre in bilico tra un indie rock all’insegna di una ruvida elettricità, o più soffuse sonorità di stampo brit pop, lasciando ampi spazi al lato melodico della questione, con un cantato mai sopra le righe (unico appunto sotto questo profilo: certe ‘e larghe’ che a volte sono fin troppo marcate).

Un disco che tradisce certe indecisioni stilistiche, tipiche di ogni esordio (per quanto mi riguarda si fanno preferire gli accenti più accesi rispetto agli episodi pop un filo manieristici), una produzione che cerca forse in modo troppo insistito una certa ‘perfezione’ formale.

Cappadonia mostra insomma discrete potenzialità, ma deve forse ancora trovare la strada giusta per esprimerle compiutamente.

TUBAX, “GOVERNO LASER” (MEGASOUND / GOODFELLAS)

Poliziotteschi anni ’70, inseguimenti da cartoni animati giapponesi, sci-fi di serie B, pionieri del downolad, escursioni in terra sarda, e… galline.

I Tubax fanno parte di quel gruppo di band che negli ultimi anni ha ripreso, attualizzandola e attestandone la resistenza al passare del tempo, la nobile tradizione delle sonorizzazioni cinematografiche degli anni’70, altri esempi i già discretamente affermati romani Calibro 35 o, con esiti più estremi, Nicola Manzan col suo progetto Bologna Violenta o ancora, più recentemente La Batteria.

Giunti al terzo disco, il secondo da studio dopo l’uscita di un Live nel 2013, i Tubax aggiungono stavolta all’impianto di base di basso (Giacomo Schirru) , batteria (Alberto Fogli) e synth e campionamenti ( Davide Stampini) le chitarre, curate in due delle otto composizioni da Francesco Giovanetti, divenuto ormai il quarto componente fisso della band con l’aggiunta in un episodio del dubstep curato da Comakid.

La band bolognese assembla un disco frenetico, senza requie: come un inseguimento, scegliete voi se preso di peso da un film con Maurizio Merli o da un episodio di Lupin III (il fatto che uno dei brani sia intitolato ‘Zenigata’, farebbe comunque propendere per la seconda ipotesi), gettando l’ascoltatore in una corsa a per di fiato su e giù per ideali highways dall’aspetto futuristico, facendolo talvolta a partire a razzo verso il cosmo, o magari gettandolo in territori evanescenti, dalla consistenza liquida, fino a sfiorare territori che evocano paesaggi post industriali e apocalissi zombie, fondate su sonorità che nel loro tremendo fascino vintage sfoderano tutta la loro attualità.

La dinamica senza pace e vagamente ossessiva della sezione ritmica, si affianca alle soluzioni dei synth, sempre sul crinale dell’incubo o dell’intento ludico, corroborate da qualche suggestione prog, per un lavoro dove la voce fa capolino solo episodicamente, filtrata dal computer, in maniera delirante, come nell’ultima traccia, debordante coi suoi undici minuti di durata.

E le galline? Vi chiederete. Tranquilli, ci sono anche quelle…

SALUTI DA SATURNO, “SHALOMA LOCOMOTIVA” (LABOTRON)

A meno di un anno di distanza dal terzo lavoro, “Dancing Polonia”, torna Mirco Mariani col suo progetto Saluti da Saturno.

Stavolta, un disco di cover, all’insegna del classico principio di ripresa del proprio canzoniere di riferimento, italiano e non solo.

Mariani prosegue il   percorso di riscoperta di strumenti sorpassati o finiti nel dimenticatoio: una passione che si è trasformata in vero e proprio studio, ricerca, raccolta che ha trovato una collocazione fisica presso lo studio Labotron – Laboratorio Bologna Mellotron: studio, museo, centro di ricerca sugli strumenti del passato.

I nove brani presenti (cui si aggiunge l’inedito strumentale posto in apertura), spaziando da Sergio Endrigo (La rosa bianca, Io che amo solo te) a Gino Paoli (Sassi); da Lucio Battisti (Io vorrei non vorrei…) al Tango delle Capinere, fino a Baciami tanto, ossia: Besame mucho, divenuto ormai autentico ‘standard’ per gli artisti da strada o i suonatori da metropolitana, e i Casadei, con Ciao Mare e soprattutto   Romagna mia; completa il lotto il tradizionale messicano La paloma azul.

Le sonorità tipiche di Saluti da Saturno, in cui l’utilizzo di mellotron, ondoline, glassarmonica, celesta e via dicendo conferisce già di per se un alone alieno, quasi la musica si traducesse in echi provenienti da un altrove indefinito, acquisiscono connotazioni ancora più stranianti quando applicate ai brani in questione, tanto più quanto forte è il distacco rispetto agli originali: in questo senso Romagna mia è il pezzo più suggestivo: come se di quel brano fosse rimasta solo la memoria, dopo che la balera ha chiuso, o una festa itinerante ha tolto le tende. Accompagna Mariani nel suo cammino un nutrito gruppo di ospiti, a contribuire con chitarre e sezione ritmica: tra questi si segnala la presenza di Nicola Manzan, ormai un’istituzione dell’indie rock italiano quando si tratta di archi.

“Shaloma Locomotiva” insomma, è un disco di cover che dà nuova veste ai brani presenti, facendo magari cogliere sfumature sfuggite nelle versioni originali: un po’ come tutti i dischi di cover dovrebbero essere.

K-CONJOG, “DASEIN” (ABANDON BUILDING RECORDS)

Costruire un disco partendo dal filosofo Martin Heidegger denota, se non altro, una certa dose di coraggio… attenzione, non che Fabrizio Somma, alias K-Conjog, scelga di enucleare nel suo disco le idee dell’autore di ‘Essere e tempo’: l’idea è piuttosto un ‘filo conduttore ideale’ che resta in gran parte nella testa dell’autore e che forse l’ha guidato nella realizzazione del lavoro, la cui unica traccia evidente alla fine resta nel titolo, “Dasein” (ovvero l’esistenza, concetto centrale della filosofia heideggeriana)…

Se avete avuto la pazienza di leggere fin qui, non vi siete stufati o non siete stati presi dall’impulso irresistibile di andarvi a rileggere Heidegger (lettura più impegnativa e stimolante di questa recensione), vi interesserà sapere che “Dasein”, è il quarto lavoro di Somma / K-Conjog, che rinnova la collaborazione dell’autore con l’etichetta americana Abandon Buildings.

Le dodici tracce (sette a comporre il ‘nocciolo’ del disco, cui si aggiungono cinque remix), completamente strumentali (eccetto che per qualche episodico vocalizzo e per la traccia conclusiva, l’unica ad avere un testo cantato) che compongono Dasein vanno ad assemblare un lavoro che si addentra negli ampi spazi dell’elettronica in salsa ambient, riportando un campionario abbastanza consueto delle varie declinazioni del genere: da episodi in cui predomina la rarefazione a composizioni che riflettono l’ispirazione ‘classica’ dell’impressionismo à la Erik Satie, da capitoli all’insegna del minimalismo a parentesi dalla forte connotazione ‘cinematografica’.

Un Ep per numero di brani, ma la cui lunga durata gli fa assumere tutti i crimi di un vero e proprio full length, nel corso del quale tappeti ed effetti elettronici che offrono la classica sensazione eterea, attenuando il rischio di sfociare in composizione fin troppo monolitiche, anche attraverso l’utilizzo di piano e di archi (questi ultimi curati da Nicola Manzan, sempre più autentico jolly della scena indipendente italica quando si tratta di impugnare l’archetto).

Il risultato è un lavoro indicato per gli appassionati, ma che potrà risultare gradito (magari se preso a piccole dose) anche a chi, pur non frequentando assiduamente il genere, è disposto a sperimentare nuovi territori sonori.

INSOONER, “CAIMANI” (FOREARS RECORDS)

I varesini Insooner giungono al primo ‘disco importante’ della loro carriera: dopo un precedente lavoro, autoprodotto, il trio lombardo si affida alle mani di Daniele Landi, facendosi dare una mano in fase di esecuzione da  Nicola Manzan, pluricelebrato violinista che, oltre ad avere al suo attivo un’ampia gamma di partecipazione a varie produzioni ‘alternative’ (Offlaga Disco Pax, Paolo Benvegnù, Baustelle tra gli altri), col suo progetto Bologna Violenta ha offerto alcune tra le prove più felici di ‘caos organizzato’ in salsa tricolore degli ultimi anni.

Partiamo da questo: la presenza di Manzan dovrebbe essere, in un certo senso, garanzia di qualità; e in effetti gli Insooner dimostrano di saperci fare, pur con tutte le incertezze – e le ingenuità – che caratterizzano un gruppo agli esordi, pur se sotto la supervisione di un produttore di livello.

Le otto tracce di “Caimani” sono ascrivibili al filone del rock alternativo italiano che ha preso come stella polare le sonorità ruvide e frastagliate degli anni ’90: è la stessa band di Varese a citare, tra le influenze principali, i Verdena.

Radici che l’ascolto conferma in toto: la formula degli Insooner si rifà molto a quel tipico modo di svolgere i pezzi, avviandoli magari come una tipica (per quanto ruvida), forma canzone, per farli deviare in escursioni soniche dal sapore vagamente psichedelico.

Un procedimento che la band mostra di aver bene assorbito, tentando di restituirlo con adeguata autonomia stilistica: il risultato è per certi versi soddisfacente, sebbene il disco negli ultimi pezzi mostri un pò la corda, come se la band avesse già mostrato tutto ciò che aveva da offrire. A sostenere la componente sonora, una scrittura che mostra in nuce delle discrete potenzialità, sebbene per certi versi un pò acerba.

Quello degli Insooner è insomma il tipico disco di una band che ha compiuto ancora meno strada di quanta (è augurabile) ne abbia ancora davanti a sé, lasciando la curiosità per vedere se riusciranno ad inquadrare ulteriormente il proprio stile in un eventuale seguito.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY